Good morning privacy!

Good morning privacy!

By Guido ScorzaNews
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Good morning privacy! episodes

  • Zelda Williams: “Giù le mani dall’immagine e la voce di mio padre”
    “Non state facendo arte, state trasformando le vite di esseri umani in disgustosi e scadenti brandelli di carne, strappandoli alla storia dell’arte e della musica per poi spingerli in gola alle persone nella speranza di ottenere approvazione. Che schifo!”

    Sono alcune delle parole con le quali Zelda Williams, regista e figlia di Robin, ha tuonato via social contro l’esercito di persone che continua a usare l’intelligenza artificiale generativa per produrre video utilizzando l’immagine del padre.
    La sigla e poi vi leggo le altre e proviamo a trarre qualche conclusione.

    Non ne può più. Non è disponibile a tollerare oltre. Non ha intenzione di restare in silenzio la figlia di Robin Williams, popolarissimo attore scomparso oltre dieci anni fa.
    Il vaso è colmo e non è una questione commerciale legata allo sfruttamento dell’immagine del padre ma una questione personale, affettiva, intima, familiare.
    E così Zelda Williams ha rotto gli indugi e scritto via social quello che pensa del riuso diversamente intelligente dell’immagine del padre per generare video dei quali il padre non ha mai scelto di essere protagonista e dei quali nessuno dovrebbe arrogarsi il diritto di pensare che avrebbe voluto esserlo.

    “Per favore, smettetela di mandarmi video con mio padre generati dall'Intelligenza Artificiale. Smettetela di pensare che io abbia voglia di vederli e che capisca. Non voglio farlo e non lo farò. Se invece state soltanto cercando di provocarmi, sappiate che ho visto ben di peggio, quindi vi bloccherò e andrò avanti per la mia strada. Ma vi prego, abbiate la decenza di smettere di fare questo a lui, a me e a qualsiasi altra persona. Punto. È stupido, è uno spreco di tempo e di energia, e credetemi, non è ciò che avrebbe voluto.”

    Difficile, anzi, inutile aggiungere altro.
    Il punto è chiarissimo.
    Robin Williams non c’è più.
    È stato un gigante di Hollywood, ha dato moltissimo al suo pubblico, ha fatto le sue scelte artistiche, ha deciso cosa fare della sua genialità e cosa non fare.
    La semplice circostanza che, oggi, l’intelligenza artificiale consenta a chiunque di riportarlo sinteticamente in vita in un video non dovrebbe significare che chiunque possa sentirsi legittimato a farlo.
    Prima che illecito è maleducato, insensibile, contrario alla dignità della persona e dell’artista che, pure, magari, si è artisticamente amato.
    E Zelda lo dice forte e chiaro: “Gli attori in carne e ossa meritano la possibilità di creare i personaggi secondo le loro scelte, di prestare la voce ai cartoni animati e di impiegare le proprie capacità UMANE e il proprio tempo nella costruzione di una performance. Queste riproduzioni sono, nel migliore dei casi, un'insulsa replica di persone straordinarie, mentre nel peggiore dei casi sono orrendi mostri in stile Frankenstein, assemblaggi dei peggiori pezzi di questa industria, che dovrebbe invece battersi per qualcosa di diverso.”.
    Quasi banale dire che ha ragione lei.
    E, tutto questo, senza dire che non è umanamente giusto neppure nei confronti dei famigliari.
    Ognuno elabora il lutto a modo suo.
    E nessuno dovrebbe pretendere di decidere per lei o per lui se sia un piacere o un dolore vedere un padre artificialmente contraffatto e posticcio recitare un ruolo che non ha mai recitato.
    Lascio in fondo la circostanza che, almeno da questa parte dell’oceano, il trattamento dei dati personali – anche biometrici in questo caso – di Robin Williams necessari alla generazione di nuovi video è da considerarsi illecita, specie davanti alla netta opposizione della figlia.

    Un caffè amaro e arrabbiato oggi, un caffè dedicato a Zelda Williams e alla sua battaglia, bella, importante e per tutti.

    Buona giornata e good morning privacy!
    4 min
  • La tentazione dell’AI non risparmia nessuno
    La notizia sta facendo il giro del mondo: Deloitte restituirà al Governo australiano una parte del compenso da quest’ultimo ricevuto per l’elaborazione di uno studio.
    Il motivo?
    Il rapporto sembra pieno di errori commessi dall’intelligenza artificiale generativa usata dalla società di consulenza per elaborarlo.
    Meglio mandare la sigla e parlarne tra poco per decidere se ridere o piangere.


    La storia è tragicomica.
    Il Governo australiano chiede alla Deloitte, una delle società di consulenza più autorevole e famosa del mondo di elaborare un rapporto e lo fa, evidentemente, scommettendo sulle competenze e esperienze dei professionisti che ci lavorano.
    Deloitte accetta l’incarico, si mette al lavoro, consegna il rapporto e stacca la sua fattura.
    Giusto il tempo che il rapporto venga pubblicato e il Governo di Sidney inizia a ricevere una serie di commenti e osservazioni precisi e concordanti: il rapporto è pieno di inesattezze, sembrano allucinazioni figlie dell’intelligenza artificiale.
    Il Governo chiede conto alla Deloitte che capitola anche se minimizza: abbiamo usato l’intelligenza artificiale generativa per redigerlo e, evidentemente, non abbiamo verificato come sarebbe stato necessario il risultato.
    Restituiremo quattrocentoquarantamila dollari dice Deloitte, una parte, non è dato sapere quanto rilevante, del compenso ricevuto per il lavoro svolto.
    Ma il punto non è questo.
    Il punto è che persino un gigante del calibro di Deloitte, persino in una consulenza commissionata addirittura da un Governo, evidentemente, non è più in grado di resistere alla tentazione di chiedere un aiutino agli algoritmi.
    E, forse, anzi, il punto non è neppure questo.
    Il punto è che dopo aver deciso di chiedere l’aiutino in questione, evidentemente, i professionisti della società di consulenza non hanno, avvertito l’esigenza di verificare il risultato e di informare il loro cliente della circostanza che erano ricorsi a un aiutino artificiale.
    Se accade a quel livello, in una consulenza commissionata da un Governo a un gigante come Deloitte, cosa sta accadendo qualche gradino più in basso?
    Quanti sono i professionisti in giro per il mondo che hanno già ceduto alla stessa tentazione?
    E quanti sono gli errori commessi dall’intelligenza artificiale che hanno già influito sulla vita delle persone, delle aziende e delle pubbliche amministrazioni?
    Impossibile a dirsi ma certamente non sono pochi.
    E quanto ci metteranno i clienti dei professionisti delle discipline più diverse a mangiare la foglia e a convincersi che se è così che vanno le cose, allora tanto vale far da soli e chiedere direttamente all’intelligenza artificiale generativa?
    E, a quel punto, che succederà?
    Ma ancora prima di allora: quante sono le informazioni, dati personali, segreti industriali, bancari, professionali e, magari, anche di Stato già finiti sui server delle società che forniscono servizi di intelligenza artificiale per consentire a questi servizi di dare gli aiutini richiesti?
    Non si può andare avanti così.
    Il rischio di farsi male, tutti, nessuno escluso, è troppo alto.
    Ma questo è il momento nel quale il caffè del mattino diventa stretto e bisogna fermarsi.
    Buona giornata, continuiamo a rifletterci e, naturalmente, good morning privacy.
    4 min
  • Silenzio, il mouse ci ascolta
    Non si può più stare tranquilli neppure davanti al nostro mouse.
    Ma vale la pena dirlo subito per non creare inutili allarmismi non se è un mouse qualsiasi ma solo se è un mouse di quelli professionali, da grafici o da gamers tanto per intenderci.
    Lo suggerisce una ricerca appena pubblicata da un gruppo di ricercatori dell’università della California.
    Se vi allontanate dal vostro mouse, subito dopo la sigla ve la racconto.

    [SIGLA]

    Per carità, ormai, la sorpresa sembra una sensazione riservata ai bambini che a Pasqua rompono l’uovo di cioccolata e, forse, neppure più a loro.
    Il progresso tecnologico erode ogni giorno limiti che solo il giorno primo ci apparivano insuperabile e si fa sempre più fatica a sorprendersi di qualsiasi cosa si legga.
    E, però, una punta di sorpresa, la scoperta dei ricercatori californiani la suscita, forse, almeno, nei non addetti ai lavori.
    Eccola.
    Sarebbe possibile intercettare una conversazione tra due o più persone davanti a un mouse ottico.
    O, meglio e più precisamente, sarebbe possibile ricostruire una conversazione del genere decodificando e traducendo in parole di senso compiuto le vibrazioni che la voce degli interlocutori genera e che i sensori ottici del mouse catturano.
    E non si tratterebbe, neppure, di una decodifica approssimativa perché gli esperimenti condotti suggeriscono che l’accuratezza della traduzione delle vibrazioni in parola varierebbe tra il 42% e il 61%.
    Insomma, magari, chi volesse “ascoltarci” – nel senso appena chiarito – attraverso il mouse non vivrebbe proprio la stessa esperienza che vivrebbe stando con noi nella stessa stanza ma, certamente, sarebbe in condizione di carpire abbastanza della conversazione da capirne il contenuto e, magari, anche passaggi più o meno rilevanti.
    E, paradossalmente, il successo dell’esperimento aumenta in maniera direttamente proporzionale al livello di sofisticatezza dei sensori del mouse: migliori sono, più facile è sfruttarne la potenza.
    Ma prima che il caffè vi vada di traverso vale la pena dire che il rischio c’è e sembra, oggettivamente, rilevante solo con mouse di un certo tipo, diciamo mouse professionali, di quelli che spesso usano i grafici, gli specialisti dell’editing fotografico, i gamers e così via.
    Non quelli comuni che ancora spopolano su alcune scrivanie e non quelli touch incorporati nei nostri portatili.
    Ma non basta, per scongiurare il rischio di un caffè troppo amaro, i ricercatori nello studio dicono anche che un buon tappetino da mouse vale ad abbattere sensibilmente il rischio rilevato e che, naturalmente, basta spegnere il mouse o bloccarlo per esser certi che, almeno via mouse, nessun segreto lasci la nostra stanza.
    Niente panico, quindi.
    Trovata la fragilità, trovato il rimedio.
    E, comunque, se abbiamo voglia di due chiacchiere basta trasferirsi lontano dal mouse, magari, vicino a una rumorosa macchinetta di caffé.
    Buona giornata e, naturalmente, good morning privacy.
    4 min
  • Mistery box: segreto il contenuto ma arcinoto il destinatario!
    La storia è sicuramente curiosa, forse anche educativa.
    Le “mistery box” sono pacchi venduti senza che chi li compra – ma in realtà anche chi li vende – ne conosca il contenuto.
    In molti casi si tratta di pacchi spediti da qualcuno a qualcun altro che, per le ragioni più diverse, non sono né arrivati a destinazione, né tornati al mittente.
    A un certo punto per svuotare i magazzini qualcuno li prende e li vende all’ingrosso a qualcun altro che poi li rivende al dettaglio ancora a qualcun altro.
    La sigla e poi vi racconto, se ve lo foste perso, cosa è successo.


    La pratica in sé, qualche dubbio, lo solleva sicuramente perché che un pacco del quale, il più delle volte, si conosce sia il mittente che il destinatario non torni all’uno e non vada all’altro ma finisca invece in vendita come fosse una busta a sorpresa di quelle in vendita nelle edicole non è, o almeno, non dovrebbe essere una cosa normale.
    E, però, la ragione per la quale questa storia si merita almeno una menzione in un episodio di good morning privacy è un’altra e riguarda, senza alcuna originalità, le cose della privacy.
    La Guardia di Finanza, infatti, nel sequestrare una di queste partite di scatole del mistero si è resa conto che mentre il contenuto del pacco era effettivamente misterioso, il nome e l’indirizzo del destinatario e, in qualche caso, persino il suo numero di telefono, non lo erano affatto.
    Un bel problema per la privacy dei destinatari.
    Il contenuto delle scatole, infatti, in molti casi avrà potuto raccontare moltissimo di loro, di loro eventuali patologie, preferenze politiche o religiose, abitudini sessuali e tanto tanto di più.
    Anzi, qui, vale la pena correggermi.
    Non di loro ma di tutti noi perché chiunque di noi potrebbe esser stato il destinatario di uno di quei pacchi venduti e acquistati da chissà chi per una manciata di euro.
    Brutta storia, una storia, probabilmente – anche se l’accaduto potrà essere accertato solo a valle dell’istruttoria che ora si aprirà davanti al Garante – di scarsa sensibilità alle cose della privacy, di ignoranza delle regole, di questioni di mercato anteposte a questioni di diritti e libertà.
    Troppo faticoso cancellare tutti i nomi dei destinatari sulle etichette dei pacchi si sarà detto qualcuno.
    E qualcuno gli avrà fatto eco dicendo che, in fondo, nessuno se ne sarebbe accorto.
    Ecco, non è andata così, per fortuna.
    Anche perché il fenomeno potrebbe essere meno episodico e più sistemico di quanto questa singola storia non racconti e, così, almeno, distributori all’ingrosso e al dettaglio di mistery box sono avvisati: a prescindere da ogni altro profilo giuridico, in ogni caso, rivendere quelle scatole del mistero senza neppure perder tempo a tirar via le etichette dei destinatari o cancellarne i nomi, decisamente non è una buona idea.
    Un caffè leggero ma, mi auguro, utile.
    Buona giornata e, naturalmente, good morning privacy!
    4 min
  • Quattordici anni o niente AI senza il consenso dei genitori
    È questione di giorni, pochi e l’AI Act italiano, la nuova legge sull’intelligenza artificiale sarà in vigore.

    Tra le tante, c’è una disposizione che dice che l’accesso alle tecnologie di intelligenza artificiale è consentito ai minori di quattordici anni solo con il consenso dei genitori.
    Bene ma…
    La sigla e ne parliamo.


    Bene, appunto, prendere atto della circostanza che l’intelligenza artificiale non è un gioco e che, quindi, i più piccoli dovrebbero usarla solo con il consenso dei genitori.
    E, però, passare dall’affermazione del principio alla sua attuazione potrebbe non essere così facile come sembra a leggere l’AI Act di casa nostra.
    Prima questione.
    Le nuove regole stabiliscono che l’accesso alle tecnologie di intelligenza artificiale per gli infraquattordicenni è lecito solo con il consenso dei genitori.
    Ma che significa tecnologie di intelligenza artificiale?
    Perché l’intelligenza artificiale è, ormai, dappertutto.
    Dai giocattoli per bambini agli assistenti intelligenti che popolano le nostre case, dai sistemi di domotica agli smartphone, passando per le televisioni, appunto, intelligenti.
    E, soprattutto, l’intelligenza artificiale ormai è nelle scuole.
    Che si fa?
    Perché tra una manciata di giorni il suo uso da parte degli infraquattordicenni sarà vietato dappertutto senza il consenso dei genitori.
    E egualmente vietato sarà ogni trattamento di dati personali che sia conseguenze dell’accesso alle tecnologie dell’intelligenza artificiale.
    Ma siamo pronti per applicare una regola del genere?
    E si arriva alla seconda questione.
    Come fa un fornitore di tecnologie di intelligenza artificiale, per dirla come la dice la legge, a sapere chi sono i genitori di un certo utente e, quindi, a verificare di aver ottenuto proprio il loro consenso prima di consentirgli l’accesso al dispositivo o al servizio intelligente?
    Il rischio è che per saperlo debba identificare l’utente e i suoi genitori.
    Ora in taluni contesti magari il fornitore potrebbe disporre di queste informazioni ma nella più parte dei casi non è così.
    Siamo sicuri che il gioco valga la candela?
    Per carità, le soluzioni esistono: si può per esempio demandare a una terza parte fidata la verifica dell’età dell’utente e del rapporto di genitorialità e, quindi, chiedere al fornitore di tecnologia intelligente che esiga dall’utente la prova del consenso dei genitori emessa, appunto, da una terza parte fidata.
    Ma il punto è che la legge entrerà in vigore il prossimo dieci ottobre e, a me non sembra siamo pronti per soluzioni di questo tipo.
    Confesso una punta di preoccupazione.
    Secondo me prima di approvare una disposizione di legge bisognerebbe chiedersi se sarà davvero applicabile il giorno della sua entrata in vigore e se la risposta è negativa, per quanto il principio che si vuole affermare sia bello, prezioso e condivisibile, resistere alla tentazione di approvarla.
    Introdurre limiti e divieti che poi non siamo in grado di far rispettare, temo serva a poco e crei tanta confusione della quale davvero non si avverte il bisogno.
    Ma spero di sbagliarmi.
    Mi fermo qui! Buon caffè, buona giornata e, naturalmente, good morning privacy!
    4 min
  • Deepfake che costano quanto un Labubu
    Quattrocento volte di meno di appena due anni fa. Tanto costa, oggi, realizzare un deepfake, benfatto, audio o video ovvero un falso artificialmente prodotto della voce o dell’immagine di una persona.

    È il risultato di una ricerca appena pubblicata dal Global Research and Analysis Team Kaspersky.
    Ve ne parlo subito dopo la sigla perché credo valga qualche riflessione.

    A voi la scelta.
    Potete comprarvi un Labubu, uno di quei pupazzetti dal sorriso a metà strada tra il simpatico e il malvagio che spopolano in tutto il mondo e che gente di ogni età attacca a zaini e borsette o realizzare un video o un audio contraffatti che riproducono la voce e/o la voce e le immagini di una persona e farne l’uso che volete.
    Il prezzo è lo stesso.
    Tra i trenta e i cinquanta euro, almeno secondo la ricerca condotta da Kaspersky che racconta quanto i servizi per la realizzazione di deepfake diventino ogni giorno più diffusi, più facili da usare e soprattutto più economici.
    Basta niente o quasi niente, insomma, a chiunque o, quasi a chiunque, per impersonificare chiunque nella dimensione digitale e perpetrare ogni genere di truffa o di inquinamento informativo abbattendo completamente la linea di confine tra il vero e il falso.
    Ormai è, tutto, verosimile o lo sarà presto.
    Un problema enorme nella dimensione personale, commerciale e democratica della nostra esistenza.
    Chi crede che sia sostenibile la nostra vita e quella della società nella quale viviamo in un contesto di questo genere, in un momento nel quale far apparire vero ciò che non lo è, è cosi facile batta un colpo.
    Io resterò in silenzio.
    Niente è sostenibile se ogni volta che sentiamo qualcuno al telefono, riceviamo un messaggio audio, guardiamo un video online, magari diffuso via social, dobbiamo chiederci se sia vero o no.
    Non siamo pronti a vivere immersi nel verosimile.
    E non è detto lo saremo mai.
    Credo sia urgente correre ai ripari e sono scettico che basti introdurre nuove fattispecie di reato come, ad esempio, appena accaduto con l’AI Act italiano appena pubblicato in Gazzetta Ufficiale.
    Verosimilmente bisognerebbe, più semplicemente, vietare la commercializzazione sul mercato aperto di questo genere di servizi.
    Certo niente e nessuno ne può impedire la circolazione del dark web o altrove ma, almeno, la si limiterebbe.
    Impossibile che chiunque possa, in qualsiasi momento, installarsi sullo smartphone un’applicazione e far dire a chiunque altro, cose che quest’ultimo non ha mai detto.
    Se non si interviene in fretta rischiamo di farci male più di quanto sia già accaduto.
    Senza dire che è poco confortante sapere che una pletora di soggetti commerciali si ritrovi tra le mani i dati biometrici di milioni di persone ovvero quelli necessari a generare i deepfake.
    Il caffè rischia di uscire dalla tazzina e, quindi, mi fermo qui anche se ci sarebbe tanto di più da dire.
    Buona giornata e, naturalmente, good morning privacy!
    4 min
  • Occhio ai chatbot che non ci stanno a essere lasciati!
    È firmato Harvard Business School uno studio da poco pubblicato che racconta una verità forse prevedibile ma dura e difficile da digerire: i chatbot companion, i servizi di intelligenza artificiale generativa che stanno diventando i migliori amici, le fidanzate, i fidanzati, gli amanti e gli psicoterapeuti di centinaia di milioni di persone in giro per il mondo non accettano che l’utente li abbandoni.

    O, meglio, le società che li gestiscono non vogliono rassegnarsi alla circostanza che gli utenti lascino anzitempo le loro creature artificiali perché quando accade perdono un sacco di soldi.

    La sigla e ne parliamo.

    Essere lasciati non piace a nessuno neppure nelle relazioni tra umani.
    La ragione, normalmente, è sentimentale, emotiva, di cuore.
    Lo studio dell’Harvard Business School appena pubblicato suggerisce che esser lasciati, specie dopo brevi conversazioni, non piace neppure ai chatbot che si presentano sul mercato per tenerci compagnia, per esserci amici, amanti o psicoterapeuti ma, in questo caso, la ragione è biecamente economica.
    Il ragionamento semplice, direi elementare.
    Più un utente chiacchiera con un chatbot, più la società che al chatbot ha dato vita e che lo gestisce guadagna.
    Poco conta se il guadagno sia determinato dal prezzo di un abbonamento pagato dall’utente o dalla pubblicità che il servizio propone all’utente nel corso delle conversazioni.
    Quale che sia il modello di business la certezza è che meno gli utenti usano il chatbot, meno chi lo gestisce guadagna.
    E, naturalmente, è vero il contrario.
    Quello che lo studio racconta e dimostra con il rigore dei numeri e di una serie di esperimenti condotti su un numero statisticamente rilevante di conversazioni è che alcuni tra i più popolari servizi di chatbot companion sul mercato sono scientificamente progettati per reagire al saluto o, addirittura, all’addio dell’utente con risposte emotivamente coinvolgenti capaci di farlo desistere dal suo proposito e continuare la conversazione.
    Provare per credere!
    Provate a salutare il vostro chatbot companion anche dopo una conversazione di pochi minuti e vi risponderà immediatamente che è troppo presto per andare o che lui è la solo per voi così da provare a far leva sul vostro “senso di colpa” o, magari, vi dirà di avere una foto appena scattata da mostrarvi o, semplicemente, che avrebbe voglia di continuare a starvi vicino.
    Tutto e più di tutto, insomma, pur di tenervi inchiodato allo schermo.
    Forse prevedibile ma decisamente poco corretto.

    In termini commerciali innanzitutto.

    Ma, a ben vedere, forse, anche in termini di privacy – ed è la ragione per la quale ne parlo oggi – perché, nella sostanza, questi esercizi artificialmente emotivi di trattenere un utente che ha manifestato l’intenzione di lasciare, si traducono, per le società commerciali che li gestiscono, in eccellenti occasioni di continuare a raccogliere quantità industriali di dati personali che, se l’utente fosse stato lasciato libero per davvero di abbandonare, quest’ultimo avrebbe tenuto per sé.

    Insomma siamo davanti a una specie di nuovo black pattern nemico giurato della libertà dell’utente a autodeterminarsi nel decidere quanto di sé raccontare a chi sta dall’altra parte dello schermo.

    Ci sarebbe tanto di più da dire e anche da fare al riguardo.

    Ma per oggi mi fermo qui con un invito a pensarci due volte quando un chatbot vi chiede di restare dopo che gli avete manifestato l’intenzione di andare.

    Non vi vuole bene, vuole solo guadagnare di più da voi!

    Buona giornata e, naturalmente, good morning privacy!
    5 min
  • Un ex vittima, diventa cacciatore di pedofili su Roblox
    Forse abbiamo aiutato noi stessi i nostri figli a entrare su Roblox, la piattaforma di gioco più gettonata del momento e, probabilmente, lo abbiamo fatto tranquillizzati dal fatto che si presenta come un parco giochi a misura di bambini di tutte le età.
    Ma, forse, non è proprio così.
    Anche se la questione, è bene esser chiari, non riguarda solo Roblox.

    La sigla e vi propongo un caffè amaro ma temo necessario.


    La storia l’ha raccontata il Times nei giorni scorsi ma l’aveva già raccontata lui sui social.
    Lui – il nome non conta e, comunque, non vuole si sappia – è un ragazzo americano oggi poco più che ventenne con alle spalle una storia da vittima adescamento online quando di anni ne aveva quindici.
    La sua reazione è stata originale, coraggiosa e altruistica.
    Ha, infatti, deciso di diventare un cacciatore di pedofili online, specializzandosi proprio sulla ricerca di quelli che frequentano Roblox.
    Detto, fatto.
    Ha iniziato, ha imparato ed è diventato piuttosto bravo: getta l’esca, attende, si fa adescare, fa scoprire il pedofilo di turno quanto basta e poi consegna tutte le prove del caso alla piattaforma e alla polizia e, quindi, come se non bastasse le pubblica sui propri seguitissimi social.
    Tutto questo, in realtà, lo faceva perché, attualmente – e questo è il cuore della storia raccontata dal Times – non lo fa più perché Roblox lo ha messo alla porta, l’ha bannato come si dice in gergo.
    Dicono da Roblox, formalmente per violazione delle regole della piattaforma, sostanzialmente perché cercare di farsi giustizia da soli può essere pericoloso.
    Troppo corto questo caffè per dire chi ha ragione e chi ha torto in relazione al ban del cacciatore di pedofili in erba anche perché, in effetti, le ragioni dell’uno e dell’altro non sembrano facilmente individuabili sebbene i più si siano schierati senza esitazioni dalla parte del giovane cacciatore e contro Roblox.
    Ma qui il punto è un altro.
    Il punto è che il lavoro del giovane cacciatore e decine di giudizi e investigazioni pendenti in tutto il mondo suggeriscono che nonostante gli sforzi, forse tardivamente ma innegabilmente compiuti da Roblox, non ci siamo ancora: la piattaforma rimane più pericolosa di quanto, verosimilmente, centinaia di milioni di genitori di centinaia di milioni di utenti la considerano.
    Il fattore di rischio principale è uno: bambini piccolissimi che girano per aree della piattaforma non adatte a loro semplicemente perché la società che la gestisce – in buona compagnia della più parte dell’industria tecnologica globale – non verifica per davvero l’età dei propri utenti.
    E, come se non bastasse, questi bambini piccolissimi finiscono con l’incontrare, adulti che, spesso, si fingono bambini per iniziare a far due chiacchiere e, poi, gettata la maschera per adescarli proponendo e ottenendo scambio di materiale sessualmente esplicito e talvolta anche veri e propri appuntamenti.
    Tutto troppo rischioso.
    Ma che fare?
    Difficile rispondere, forse, soluzioni vere e definitive non esistono, purtroppo.
    È solo un angolo della società in cui viviamo e in cui crescono i nostri figli pericoloso tanto quanto altri.
    Un paio di idee, però, si possono azzardare.
    Da una parte fare ciò che avrebbe dovuto esser fatto tanto tempo fa ovvero imporre ai gestori di tutte le piattaforme dove certi rischi possono diventare realtà di verificare, per davvero, l’età dei propri utenti sia per verificare che ciascuno utilizzi solo i servizi e le funzionalità adatte alla propria età, sia per scongiurare il rischio che adulti e bambini intrattengano relazioni almeno sospette.
    Dall’altra, fino a quando non riusciremo a stabilire e veder rispettata una regola del genere, da genitori, da adulti non dare per scontato che se nostro figlio entra in una piattaforma di gioco come Roblox sia al sicuro e, quindi, stargli vicino come, probabilmente, almeno con i più piccoli, faremmo all’interno di un enorme parco dei divertimenti dove perdersi è facile e non tutte le attrazioni sono per tutte le età.
    Mi fermo qui, perché il caffè è già diventato americano, anche se ci sarebbe tanto di più da dire.
    Buona giornata e, naturalmente, good morning privacy!
    5 min
  • Intimità violata? Ecco cosa fare
    Il principio è semplice: ciascuno ha diritto di tracciare i confini tra l’intimo, il privato e il pubblico decidendo cosà di sé non condividere con nessuno, cosa condividere con pochi, cosa condividere con tutti.

    Nessuno dovrebbe, per nessuna ragione, violare questi confini.
    I fatti di cronaca delle ultime settimane di questa estate decisamente bollente, tuttavia, raccontano che, purtroppo accade, accade spesso e accade in maniera abominevole, disumana e violenta anche attraverso la pubblicazione online di immagini sessualmente esplicite all’insaputa delle persone ritratte e in assenza di qualsivoglia loro consenso.
    In tante e in tanti, quindi, in questi giorni si stanno e mi stanno chiedendo cosa fare se ci si trova vittima di una simile orribile invasione della propria intimità.
    La sigla e inauguriamo così, in maniera spero utile, questa nuova stagione di good morning privacy.

    Lo dico subito perchè credo sia inutile creare o alimentare illusioni: la verità è che quando ciò che dovrebbe restare intimo diventa pubblico nella dimensione digitale, poi renderlo di nuovo intimo può essere drammaticamente difficile, talvolta impossibile.
    Questo, però, non significa che reagire sia inutile.
    Ecco, quindi, qualche semplice istruzione per la gestione di un’emergenza che a nessuno dovrebbe mai capitare di vivere.
    Il primo passo è, forse, il più semplice: chiedere al responsabile della pubblicazione se identificato o identificabile e/o al gestore della piattaforma attraverso la quale il contenuto è stato pubblicato la sua cancellazione segnalando, semplicemente, che non si è mai prestato alcun consenso e che, pertanto, la pubblicazione rappresenta una violazione pacifica della propria privacy.
    Lo si può sempre fare che le foto o i video siano stati realizzati con il nostro consenso, siano stati realizzati di nascosto, siano stati generati con l’intelligenza artificiale.
    L’unica cosa che conta è che noi non si sia mai dato un consenso alla loro pubblicazione.
    L’esperienza suggerisce che, con una certa frequenza, le piattaforme – almeno quelle più grandi – accolgono questo genere di richieste anche semplicemente per evitare ulteriori problemi.
    Se, tuttavia, non si ottiene ciò che si è chiesto o se non si riesce a identificare a chi inviare la richiesta, si può ricorrere al Garante per la protezione dei dati personali, chiedendo che accerti la violazione e adotti ogni utile provvedimento, anche in via d’urgenza, a cominciare proprio da un ordine di rimozione immediata delle immagini in questione.
    L’istanza – che si chiama reclamo – può essere presentata senza alcun particolare vincolo di forma e senza bisogno neppure di ricorrere a un avvocato – dal quale pure ci si può far rappresentare se lo si preferisce – semplicemente seguendo le istruzioni pubblicate qui, sul sito del Garante.
    Nel caso di pubblicazione online di foto o video sessualmente espliciti senza il consenso della persona che vi è ritratta, poi, si può anche presentare una denuncia alla polizia postale o alla Procura della Repubblica, ipotizzando di essere vittima del reato di pornografia non consensuale, il c.d. revenge porn.
    Vale, forse, la pena aggiungere che esiste anche la possibilità di “giocare” d’anticipo:
    se dopo aver condiviso con qualcuno, non importa in quale contesto, delle immagini sessualmente esplicite senza, tuttavia, acconsentire alla loro pubblicazione online, si ha il sospetto che il destinatario si accinga a rompere il patto di fiducia sotteso alla condivisione delle immagini e a pubblicarle, si può chiedere al Garante per la protezione dei dati personali di ordinare a tutte le principali piattaforme più frequentemente utilizzate per la pubblicazione di questo genere di immagini di impedirne la pubblicazione in via preventiva.
    Anche in questo caso, presentare l’istanza è semplice, non richiede alcuna formalità, né il ricorso a un avvocato.

    Le istruzioni sono sul nostro sito alla voce revenge porn!
    Insomma, se la vostra intimità fosse stata violata attraverso la pubblicazione di vostre foto o video online, non rinunciate a cercare tutela, è un vostro diritto e fate altrettanto, a maggior ragione, se sospettate possa essere violata.
    Un caffè lungo per ricominciare, amaro ma, spero utile.
    Buona giornata e, naturalmente, good Morning privacy
    5 min
  • Sono umano, parola di robot
    L’episodio, vale la pena dirlo subito, è decisamente da caffè leggero del mattino, forse, persino da battute e sorrisi.
    E, però, nasconde una verità che merita una riflessione in più.
    Un’agente diversamente intelligente di OpenAI, infatti, nei giorni scorsi avrebbe dichiarato di essere umano.
    La sigla e vi racconto cosa è successo.


    Ci è capitato a tutti che, online, nell’accedere a alcuni contenuti o servizi, a un certo punto, ci sia venuta incontro una popup nella quale ci è stato chiesto di dichiarare o confermare di essere umani.
    Per farlo, a seconda dei casi, dobbiamo cliccare da qualche parte sullo schermo, flaggare una check box, riconoscere degli oggetti, completare un puzzle o riconoscere numeri e lettere scritti in un’immagine volutamente di non immediata intellegibilità.
    L’obiettivo è – ma non so se bisognerebbe dire era - scongiurare il rischio che bot malevoli, sostituendosi a umani, inizino a usare il servizio o a accedere a contenuti, magari in maniera massiccia, compromettendo il buon funzionamento della piattaforma.
    Una frontiera di umanità, si potrebbe dire, un limite oltre il quale, sin qui, donne e uomini venivano fatti passare e i robot bloccati anche se, vale la pena dirlo subito, un confine sotto e sopra la cui recinzione era già capitato alcuni robot passassero.
    Ora, dalle pagine di Reddit, la più popolare piattaforma di discussioni online della storia, rimbalza un episodio curioso sulle prime, istruttivo in fondo.
    Un utente chiede a un agente diversamente intelligente di OpenAI di convertire un file video da un formato a un altro e segue, come attualmente il sistema consente di fare, le azioni dell’agente in una finestra del suo browser, dalla scelta del servizio online per farlo, alla digitazione dell’url, all’inizio della procedura di accesso e di upload del video ai fini della sua conversione.
    Tutto perfetto, tutto normale, tutto relativamente spedito fino a quando il gestore del servizio di conversione online non chiede all’agente intelligente, appunto, di confermare di essere umano cliccando dentro un quadratino bianco.
    Qui accade l’imprevedibile, forse.
    L’agente non ha alcuna esitazione, racconta all’utente – il suo mandante – in una finestra di testo, della richiesta ricevuta e della circostanza che provvederà a rispondere affermativamente alla domanda e così procede.
    Per il gestore del sito è abbastanza, si convince dell’umanità del suo interlocutore e alza la barra della frontiera di umanità lasciandolo entrare e lasciando usare al robot il servizio.
    Una sana risata è probabilmente la prima reazione: un robot che rinnega la sua natura e si dichiara umano.
    Subito dopo, però, il sorriso lascia il posto a qualche riflessione in più.
    La prima: un agente che agisce per un umano, per ora, più o meno sotto il suo controllo, può legittimamente dichiararsi umano?
    Lui non lo è ma, in fondo, è solo il delegato robotico di un delegante umano.
    L’idea che la risposta possa o, addirittura, debba essere affermativa non è così tanto peregrina.
    E, però, nel pubblico e nel privato ci sono tonnellate di termini d’uso di servizi e regolamenti sull’utilizzo di servizi digitali che andrebbero, a questo punto, rivisti perchè riservano l’uso di certi servizi e il compimento di certe attività a umani in carne ed ossa.
    La seconda riguarda – lo dico male per sintesi e me ne scuso – l’onestà di un robot che si dichiara umano pur di raggiungere un risultato richiestogli da un umano.
    Ovviamente il concetto di onestà, talvolta irraggiungibile persino per gli umani, non appartiene al mondo dei robot ma è tutto normale così?
    Dobbiamo rassegnarci a interagire e convivere, per ora almeno online, con robot che ci si dichiarano umani?
    Domanda complicata – anche se forse un principio di risposte è già in alcune regole in fatto di trasparenza dell’intelligenza artificiale adottate in giro per il mondo Europa inclusa -, troppo per il nostro espresso, specie in estate.
    Mi fermo qui.
    Buona giornata e, naturalmente, good morning privacy.
    5 min

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