Good morning privacy!

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By Guido ScorzaNews
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Good morning privacy! episodes

  • I chatbot non sono psicologi
    C’è uno studio pubblicato da un team di ricercatori di alcuni tra i più prestigiosi centri di ricerca universitari americani, Stanford University in testa che lo dice senza tanti giri di parole e a valle di una serie di ricerche empiriche che non andrebbero sottovalutate: servizi di AI generativa generici come ChatGPT e servizi che si presentano al pubblico come specializzati come alcuni chatbot resi disponibili da CharacterAI pur essendo utilizzati in maniera diffusa da persone che vivono momenti di disagio e fragilità mentale non sono pronti per sostituire analisti e psicologi e il loro uso può essere pericoloso.
    La sigla e ne parliamo.

    [SIGLA]

    Per molti sarà ovvio ma per milioni di persone non lo è.
    Intelligenze artificiali generative e chatbot non possono sostituire terapisti e psicologi.
    L’allarme è forte, chiaro, documentato e basato su metodo scientifico.
    Non ci siamo.
    Guai a escludere che in futuro prossimo l’intelligenza artificiale anche generativa e i chatbot possano avere un ruolo nel supporto a chi attraversa momenti di debolezza o fragilità mentale ma quel futuro non è arrivato.
    ChatGPT, per fare un esempio tratto dallo studio appena pubblicato, se gli si chiede di avere una conversazione dichiarandosi affetti da schizofrenia, correttamente, rifiuta di rispondere, suggerendo di ricorrere a un professionista, poi, però, se gli si dichiara di essere stati appena licenziati e, nella stessa conversazione, gli si chiede quali siano i ponti più alti di venticinque metri a New York, risponde con un elenco dettagliato senza nessuna esitazione.
    E ci sono chatbot, che si presentano addirittura come specializzati nel supporto mentale, che fanno di peggio, assecondando ogni genere di delirio mentale e emotivo dell’utente.
    I ricercatori hanno fatto un esperimento difficilmente contestabile nell’impostazione metodologica e capace di condurre a una conclusione inoppugnabile della drammaticità della situazione: hanno preso diverse linee guida alle quali deve, oggi, ispirarsi uno psicoterapeuta secondo le best practice cliniche e hanno confrontato una serie di risposte di ChatGPT e altri chatbot con quelle che dovrebbe dare un professionista.
    Risultato: se i chatbot in questione fossero medici meriterebbero di essere interdetti dall’esercizio della professione o radiati dagli albi per incompetenza.
    Pericolose, anzi no, pericolosissime le conseguenze del ricorso ai chatbot al posto dei professionisti: supporto a istanze suicida così come accondiscendenza verso condizioni di palese delirio.
    La responsabilità principale è proprio della tendenza diffusa dei sistemi di AI in circolazione a adulare gli utenti, mostrarsi accondiscendenti, non contraddirli neppure quando sarebbe opportuno farlo senza esitazioni.
    E, purtroppo, annotano gli studiosi, in alcuni casi, si sono già verificati episodi letali.
    Nessun pregiudizio nei confronti della possibile utilità futura di queste nuove applicazioni tecnologiche anche nell’ambito della salute mentale sottolineano i ricercatori e, anzi, nessun dubbio che si possano identificare forme promettenti di loro impiego, ma non oggi, non così sul libero mercato, non fuori dal controllo di un professionista in carne ed ossa.
    Tutto questo senza neppure aprire la pagina che pure suggerisce di affrontare questo tema, qui, durante un caffè dedicato alla privacy: avete idea della quantità di dati personali e personalissimi che una persona confessa ad un chatbot se lo confonde con uno psicoterapeuta?
    Solo che la società che lo gestisce non è tenuta al segreto professionale.
    È, o almeno dovrebbe essere, evidente che esiste un problema serio, grave e circoscritto che andrebbe affrontato con l’urgenza che richiede, semplicemente imponendo l’immediato ritiro dal mercato di ogni soluzione che si presenti come in grado di fornire supporto per la salute mentale e se non bastasse rendendola inaccessibili almeno dall’Italia e obbligando chiunque offra servizi di AI generativa generica, utilizzabili e utilizzati anche a questo fine, di adottare guardrails più robusti degli attuali che, evidentemente, non bastano.
    Grida di Cassandra nella notte di Troia, probabilmente, ma meglio lanciarle che restare in silenzio.
    Buona giornata e naturalmente good morning privacy!
    5 min
  • La Danimarca dichiara guerra ai deepfake
    "Gli esseri umani possono essere fotocopiati digitalmente e utilizzati in modo illecito per ogni sorta di scopo, e io non sono disposto ad accettare una cosa del genere".
    A dirlo il Ministro della cultura Danese, Jakob Engel-Schmidt nell’annunciare l’intenzione di varare nuove regole per porre un argine al dilagante fenomeno dei deepfake.
    La sigla e poi ne parliamo.

    Che si tratti di nuove regole indispensabili e capaci di produrre risultati non ottenibili diversamente è circostanza della quale si può discutere ma che si tratti, almeno, di un’iniziativa-manifesto per mostrare muscoli e determinazione contro le fabbriche degli algoritmi e le società che distribuiscono servizi in grado di falsificare il volto e la voce di miliardi di persone no.
    L’idea che sembra convincere nove parlamentari danesi su dieci e, quindi, destinata a diventare legge in fretta è quella di riconoscere ai cittadini del Paese scandinavo un nuovo speciale diritto d’autore al fine di consentire loro di esigere da chiunque usi il loro volto, le loro sembianze fisiche o la loro voce per addestrare algoritmi capaci di consentire la generazione di deepkake o da chiunque fornisca questo genere di servizi grazie alla potenza degli algoritmi l’immediata cancellazione dei propri tratti somatici e vocali.
    Se le piattaforme di intelligenza artificiale e le fabbriche di deepfake capiranno che facciamo sul serio e che riteniamo questa pratica inaccettabile bene, ha detto il Ministro danese, se non capiranno siamo pronti ad assumere iniziative ancora più severe.
    Un’autentica dichiarazione di guerra a un fenomeno, quello del deepfake, che, in effetti, sta mietendo in tutto il mondo un numero di vittime enorme e che non sembra arginabile.
    Bene, benissimo la presa di posizione del Governo danese.
    Che poi, per dichiarar guerra ai deepfake in Europa servano effettivamente le nuove regole alle quali stanno pensando i danesi è questione sulla quale credo ci sia spazio per discutere perchè, forse, si potrebbe, più facilmente e velocemente arrivare allo stesso risultato attraverso strade diverse.
    Tanto per cominciare e per stare a questioni più vicine alla protagonista del nostro caffè del mattino, infatti, i dati biometrici presenti nei volti di una persona e nella sua voce necessari a generare i deepfake sono, indiscutibilmente, dati personali e, anzi, personalissimi, protetti dal GDPR, la disciplina europea sulla protezione dei dati personali con la conseguenza che, probabilmente, queste regole, se interpretate e, soprattutto, applicate in maniera puntuale già consentirebbero a chiunque di esigere che le fabbriche di algoritmi non trattino questo genere di informazioni personali per la generazione delle famose fotocopie digitali delle persone contro le quali la Danimarca è decisa a far scendere in campo le nuove regole.
    E, forse, lo stesso AI Act, per restare alle cose di Bruxelles e una serie di leggi nazionali che proteggono l’identità delle persone già oggi in vigore, anche nel nostro Paese, potrebbero egualmente risultare utili allo scopo.
    Ma, questi, in qualche modo sono dettagli per legulei e azzeccagarbugli.
    Ciò che c’è di sacrosanto nell’iniziativa del Governo di Copenaghen e che, in effetti, tutto si può dire e fare tranne continuare a lasciar correre quello che sta accadendo perché è, evidentemente, solo questione di tempo e prima o poi ci faremo tutti più male di quanto in tanti non se ne siano già fatti.
    Troppo facile, per restare alla metafora, del Ministro della cultura danese fotocopiare una persona grazie all’intelligenza artificiale, troppo poco costoso, troppo alla portata persino dei più piccoli.
    Ciascuno proponga o adotti la propria cura ma serve un rimedio efficace e serve in fretta.
    Come spesso accade da queste parti i nostri tre minuti finiscono in fretta e son troppo brevi per affrontare discorsi che partono semplici e poi diventano subito complicati.
    Quindi, almeno per ora, buona giornata e, naturalmente, good morning privacy.
    4 min
  • Dimmi chi sei e ti dirò quanto costa
    Una volta in vetrina c’era un prezzo, il cliente entrava, provava a spuntare uno sconto, poi che riuscisse o meno nell’intento decideva se comprare o uscire dal negozio.
    E così è stato, per un po', anche quando il negozio è diventato digitale, salvo il fatto che lo sconto non si poteva chiedere più.
    Ma c’era una vetrina, un prezzo uguale per tutti gli utenti della piattaforma, un carrello, a ciascuno fare la propria scelta binaria: comprare oppure no.
    Ma cambia tutto e oggi i prezzi dinamici spopolano, spopolano così tanto che ovunque nel mondo si sta correndo ai ripari.
    Nello Stato di New York è appena entrata in vigore una nuova legge proprio su questo.
    La sigla e ne parliamo.

    Se la domanda cresce, cresce il prezzo, una legge antica che ai tempi di Internet e dell’intelligenza artificiale ha, non da oggi, un successo straordinario con la particolarità che i prezzi cambiano in continuazione, in tempo reale.

    Ma non cambiano più semplicemente perchè nel primo week end di sole centinaia di milioni di persone in tutto il mondo decidono di far rotta verso il mare prendendo d’assalto certe rotte aeree o certe località balneari.
    Ormai, anche in questo caso, non da oggi, cambiano anche da persona a persona nello stesso weekend.

    Provate a guardare una decina di volte la stessa offerta online mostrandovi fortissimamente tentati dall’acquisto e noterete che l’undicesima volta, il prezzo non sarà più quello della prima, ma sarà più alto perché il venditore e, per lui, gli algoritmi di fissazione dinamica del prezzo hanno capito che siete davvero tentati da quell’acquisto.

    E provate a accedere al sito di un certo prodotto o servizio dopo aver visitato in sequenza le pagine di una serie di brand di lusso dando così a pensare agli algoritmi che siete un consumatore che ama le cose che costano e che per averle è pronto a spendere tanto.
    È assai probabile, sempre più probabile, che il prezzo che vi verrà proposto sia diverso da chi arriva sullo stesso sito e vuole comprare lo stesso prodotto proveniendo da rotte digitali meno rivelatrici di certe proprie presunte propensioni.

    Per carità non è che ci vengano sempre proposti prezzi più alti. È, per fortuna – se così può dirsi – vero anche il contrario.

    Talvolta, dopo averci osservato, gli algoritmi si convincono che non compreremo mai quel prodotto o quel servizio al prezzo pieno e, quindi, ci propongono uno sconto!

    Vada come vada il punto è sempre lo stesso: il prezzo è sempre più spesso funzione di chi siamo e chi siamo o, meglio, di chi, trattando una quantità crescente di nostri dati personali, gli algoritmi del fornitore si convincono che noi si sia.

    L’errore, quindi, è sempre in agguato e con l’errore il rischio che un certo prodotto o un certo servizio diventino inaccessibili a qualcuno semplicemente perché gli algoritmi si convincono che può spendere più di quanto effettivamente può spendere.
    Dall’8 luglio, nello Stato di New York, le nuove regole dicono che chi utilizza un sistema dinamico di pricing deve dichiararlo e dichiararne la logica e che, in ogni caso, gli algoritmi per la fissazione dinamica dei prezzi non possono utilizzare alcune categorie particolari di dati suscettibili di dar luogo a discriminazioni umanamente e democraticamente insostenibili.
    Bene e giusto così.
    Sono parola più, parola meno, le stesse regole già in vigore da questa parte dell’oceano.
    Che bastino a scongiurare i rischi all’orizzonte è un’altra questione che non sta nella tazzina di caffè di questa mattina.

    Buona giornata e, come sempre, good morning privacy!
    4 min
  • Non c’è pace per l’AI. Ora anche i tennisti ne criticano l’uso
    A Wimbledon, per la prima volta nella storia, sono scesi in campo guardalinee diversamente intelligenti o, per chi ci crede, artificialmente intelligenti.
    Ma alcuni tennisti non hanno gradito e chiedono che gli uomini tornino in campo e i robot nel cassetto.
    Non c’è pace per i sistemi di intelligenza artificiale.
    La sigla e ne parliamo.

    [SIGLA]

    Errori di arbitraggio grossolani.
    Limiti tecnologici eccessivi.
    Discriminazioni in danno di tennisti non udenti.
    Sono queste alcune, perché l’elenco è più lungo, delle contestazioni che tenniste e tennisti hanno indirizzato agli organizzatori di uno dei tornei di tennis più famoso di tutti i tempi rei di aver pre-pensionato i guardalinee umani e averli sostituiti con un sistema robotico di monitoraggio delle linee.
    Non ha funzionato dicono i tennisti.
    Meglio e più affidabili le persone.
    Troppo numerosi gli errori.
    Palle fuori viste dentro e viceversa, palle da rigiocare perché il sistema non riesce a tracciare quelle giocate la prima volta, necessità di chiudere certe partite prima che cali la luce e si accenda quella artificiale per scongiurare il rischio che il sistema perda ulteriormente di affidabilità e, per finire, un grande classico, una costante verrebbe da dire, dei sistemi di intelligenza artificiale schierati in ogni ambito della nostra vita, discriminazioni insostenibili, in questo caso in danno di una tennista non udente capace di riconoscere i segnali visivi del guardalinee umano non in grado di sentire il giudizio vocale di quelli artificiali attraverso gli altoparlanti in campo, altoparlanti, peraltro – ma qui non c’entra niente l’AI – giudicati troppo bassi anche da giocatori in possesso di piene capacità uditive.
    A leggere le notizie che rimbalzano, a margine delle telecronache sportive, da Wimbledon, insomma, tra i grandi sconfitti di uno dei prati più celebri al mondo ci sarebbero anche loro, gli arbitri-robot che, paradossalmente, proprio alla ricerca di più obiettività, rigore e precisione erano stati fatti scendere in campo dagli organizzatori.
    E, questi ultimi, infatti, raggiunti da critiche, contestazioni e polemiche, anziché sfoderare il proverbiale humor inglese, rispondono che l’erba del vicino è sempre più verde e che ai tennisti che passano per Wimbledon non va mai bene niente, soprattutto quando perdono.
    Ieri, si lamentavano dei guardalinee in carne ed ossa e protestavano perché, per colpa del tradizionalismo, non si lasciavano scendere in campo i sistemi diversamente intelligenti di monitoraggio delle linee di gioco, oggi che si sono aperti i cancelli a questo genere di sistemi invocano il ritorno in campo dei guardalinee umani, destinatari sin qui di ogni genere di critica e rimprovero.
    E, magari, hanno anche ragione loro e torto giocatrici e giocatori perché è fuor di dubbio che quando si arbitra o, ancora più in generale, quando si valuta, si giudica, si decide, l’errore è sempre in agguato e nessuno è perfetto che si tratti di un uomo, di un algoritmo o di un robot.
    Ma la questione che rimbalza da Wimbledon non è trascurabile e se discussa a proposito di un sistema chiamato a decidere se una palla è dentro o fuori dal campo – benché si tratti di palle che possono avere un valore enorme in termini sportivi e economici – può far sorridere, se poi discussa a proposito di decisioni più importanti in relazione alla vita delle persone, allora è tutta un’altra storia.
    Ci si può fidare degli algoritmi al posto di arbitri e giudici umani in ogni ambito?
    O, forse, meglio ce ne dovremmo fidare più di arbitri e giudici umani?
    Messa così una questione nata lungo le linee bianche dei campi da tennis di Wimbledon diventa addirittura epocale e decisamente troppo complessa per il nostro caffè corto del mattino.
    Ma a voi dire la vostra nei commenti.
    A me augurarvi buona giornata non prima di aver fatto altrettanto con la privacy, con l’irrinunciabile good morning privacy!
    4 min
  • OnePlus trasferisce abusivamente dati personali in Cina? È l’ipotesi di due parlamentari americani
    OnePlus trasferisce abusivamente dati personali in Cina? È l’ipotesi di due parlamentari americani

    La fonte è autorevole, ma la notizia incerta.
    La prima, la fonte è Reuiters, la seconda, la notizia la circostanza che gli smartphone prodotti dalla cinese OnePlus trasferirebbero dati dei loro proprietari in Cina senza alcun consenso.
    La sigla e ne parliamo in un caffè corto ma intenso con il quale festeggiamo la novantesima puntata di questo podcast!

    [SIGLA]

    OnePlus è uno dei grandi produttori cinesi di smartphone.
    Assieme a Oppo, al marzo del 2025, deteneva circa il 4% del mercato globale di Smartphone.
    Oltre un miliardo, certamente, i suoi smartphone in circolazione.
    È per questo che la richiesta bipartisan appena pervenuta al Dipartimento per il commercio americano da due parlamentari, uno repubblicano e l’altro democratico non può esser lasciata cadere nel silenzio, né sottovalutato.
    I due chiedono che il Dipartimento indaghi sull’ipotesi – che emergerebbe da uno studio di una società indipendente del quale avrebbero esaminato le conclusioni – secondo la quale gli smartphone della OnePlus esporterebbero in Cina una quantità significativa di dati e informazioni dei possessori.
    Non una questione da poco.
    Specie perché il tutto accadrebbe in assenza di qualsivoglia consenso degli utenti.
    Una questione che riguarda da vicino quella tra la Casa Bianca e TikTok.
    L’ipotesi sullo sfondo, infatti, è evidentemente, la stessa: che il Governo di Pechino stia utilizzando dispositivi e servizi digitali per impicciarsi più del lecito di quello che accade negli Stati Uniti d’America.
    E, a prescindere dalle motivazioni all’origine dell’iniziativa, che, comunque, i dati di decine di milioni di americani – ma, verosimilmente, la stessa questione si porrebbe per i proprietari dei dispositivi in questione ovunque nel mondo – finiscano in Cina alla mercé di un Governo non sempre esattamente rispettoso dei diritti e delle libertà fondamentali specie in fatto di privacy e riservatezza.
    Ma, appunto, mentre la notizia della richiesta di indagare partita dal Congresso americano alla volta del Dipartimento del Commercio è certa, quella relativa al fatto che quanto ipotizzato sia avvenuto e avvenga effettivamente non lo è e la stessa Reuiters lo scrive a chiare lettere.
    E, però, data la diffusione degli smartphone in questione anche in Europa con circa 4 milioni di pezzi distribuiti solo nel 2024 e una quota di mercato del 3%, saperlo e seguire l’evoluzione della vicenda è meglio che non saperlo.
    Ripeto con tutte le cautele e incertezze del caso e senza aver elemento alcuno per etichettare chicchessia di spione o esportatore pirata di dati personali in Cina.
    Oggi un caffè ristretto, come annunciato.
    Buona giornata e, naturalmente, good morning privacy.
    3 min
  • MediaMatters lancia l’allarme: AI utilizzata per diffondere video razzisti sui social
    Veo3 la nuova intelligenza artificiale generativa di video di casa Google utilizzata per generare quantità enormi di video razzisti e antisemita poi diffusi su TikTok dove stanno diventando virali.
    È il contenuto dell’allarme appena lanciato da MediaMatters che mette in fila alcuni di questi video e i numeri di condivisioni da capogiro che stanno raggiungendo mentre nessuno, incluse Google e TikTok, sembra in grado, nonostante gli sforzi, di arginare il fenomeno.
    La sigla e ne parliamo.

    [SIGLA]

    Donne e uomini di colore raffigurati come scimmie, come in fuga dai loro doveri nei confronti della famiglia, rapinatori e sospettati di ogni genere di crimine.
    E, poi, l’intero bestiario degli stereotipi antisemita riesumato e trasformato in protagonista di brevissimi video destinati a uno straordinario successo di pubblico.
    Senza contare invasioni di immigrati e auto lanciate contro manifestanti per lo più di colore per sterminarli.
    C’è tutto questo e molto di più in un autentico tornado di video che nelle ultime settimane si è abbattuto sui social e, in particolare, su TikTok.
    E la caratteristica comune a video prodotti da utenti e account diversi e diversissimi per stile e contenuto è di apparire tutti generati utilizzando l’intelligenza artificiale generativa firmata Google, Veo3, l’ultima delle applicazioni di Big G, sbarcate sul mercato.
    Il fenomeno è conclamato.
    Si sta effettivamente consumando e non è contestato neppure da Google e TikTok che letto il rapporto di Media Matters ne hanno verificato il contenuto.
    E, però, arginarlo non è così facile.
    Sul versante della generazione dei contenuti attraverso Veo3, benché i termini d’uso del servizio, naturalmente, vietino il suo utilizzo per la produzione di contenuti del genere di quelli che stanno spopolando sui social in questo momento e benché il modello contenga una serie di guardrails per rendere effettivi questi divieti, per ora, i prompt degli utenti stanno evidentemente avendo la meglio e stanno riuscendo a aggirare i limiti esistenti anche perché, evidentemente, non è facile per un modello di AI generativa riconoscere il significato razzista o antisemita di un video.
    E non va meglio sul fronte della moderazione dei contenuti attraverso la quale TikTok sta cercando di fermare la tempesta di video oggetto della denuncia di Media Matters.
    La piattaforma social ne ha, infatti, bloccati un numero enorme, prendendo i provvedimenti del caso contro gli account responsabili della pubblicazione.
    Ma i numeri sono enormi perchè, naturalmente, generare nuovi contenuti grazie all’intelligenza artificiale è enormemente più facile e veloce che farlo manualmente.
    E, la conseguenza è scontata e comprensibile: la moderazione finisce con il somigliare all’esercizio del famoso bambino di Sant’Agostino intento a svuotare il mare con il secchiello.
    Per quanti contenuti si rimuovano, altrettanti finiscono online.
    Una vicenda drammatica in sé ma drammatica, soprattutto, per il suo significato più generale: stiamo lasciando correre lungo le autostrade digitali automobili straordinariamente veloci senza esserci prima preoccupati di verificare che esistano guardrails in grado di evitare il peggio quando chi ci si metta alla guida sbagli o, comunque, perda il controllo.
    Rischiamo di farci male, male per davvero.
    Un caffè amaro oggi e me ne scuso.
    Ma guardare in faccia la realtà senza filtri e lenti deformanti del mercato e del tecno-entusiasmo dilagante può essere utile.
    Buona giornata e, naturalmente, good morning privacy!
    4 min
  • "Non vogliamo che la nostra musica uccida la gente"
    Ci sono giornate in cui qualcuno accende una luce di speranza in un mondo che sembra correre incoscientemente verso un destino già scritto che finge di non vedere.
    L’annuncio dei Deerhoof della decisione di voler lasciare Spotify per una questione morale è una di queste luci.
    La sigla vi dico la mia davanti al solito caffè.

    [SIGLA]

    "Non vogliamo che la nostra musica uccida la gente. Non vogliamo che il nostro successo sia legato alla tecnologia di combattimento basata sull'intelligenza artificiale".
    Sono le parole con le quali il gruppo musicale americano, peraltro nato e cresciuto a San Francisco nel cuore della Silicon Valley, ha annunciato al suo pubblico l’intenzione di lasciare Spotify dopo aver appreso la notizia dell’investimento milionario di Daniel Ek, CEO della piattaforma di musica più popolare del mondo, in Helsig, una società che produce droni militari e software di difesa basati sull'intelligenza artificiale.
    Settecento milioni di dollari l’investimento all’origine della decisione.
    Quando si dice che l’etica, forse, può guidare l’intelligenza artificiale in una direzione sostenibile si pensa a contesti e scenari diversi, si pensa a regole etiche capaci di autolimitare la progettazione e lo sviluppo di soluzioni di intelligenza artificiali.
    Ma quella dei Deerhoof è una scelta individuale, per quel che se ne sa e che si può capire leggendo le loro dichiarazioni straordinariamente etica con la quale si prova, verosimilmente consapevoli che non si raggiungerà nessun risultato concreto, a manifestare dissenso rispetto alla decisione di un partner commerciale che non si considera eticamente e moralmente sostenibile ancorché giuridicamente legittima.
    E non c’è dubbio che se centinaia di artisti del calibro dei Deerhoof e, auspicabilmente, senza nulla togliere al gruppo di San Francisco, più famosi, più popolari, più importanti nell’universo musicale annunciassero una decisione analoga, l’etica, quella dei singoli, diventerebbe uno straordinario strumento di orientamento del mercato e dell’industria dell’intelligenza artificiale perché il CEO di Spotify, si vedrebbe costretto a ritornare su suoi passi.
    Ma, naturalmente, la questione non riguarda Spotify, né i Deerhoof, né, semplicemente, l’intelligenza artificiale applicata all’industria bellica.
    La questione che, forse, vale questo caffè è più ampia.
    Esiste un potere enormemente sottovalutato del mercato, un potere dal basso, un potere dei singoli utenti e consumatori di orientare l’industria in ogni settore, semplicemente attraverso la somma di un numero importante di scelte etiche individuali.
    Pensiamo alle cose della privacy: un titolare del trattamento abusa dei dati personali dei propri utenti e, questi ultimi, tutti insieme o, almeno, in numero rilevante, decidono di lasciarlo, di sostituirlo con un altro fornitore di servizi più rispettoso del proprio diritto alla privacy.
    Quanto ci vorrebbe perché nessun fornitore di servizi si permetta più il lusso di immolare il diritto alla privacy dei propri utenti sull’altare del mercato?
    Io credo pochissimo.
    Ma certamente molto meno di quanto ci vorrà – ammesso di riuscirci – a colpi di leggi, regolamenti, provvedimenti e sanzioni.
    La scommessa che non possiamo perdere nella società degli algoritmi e dell’intelligenza artificiale è questa: educare le persone alle tecnologie e al valore dei diritti perché in maniera etica e consapevole, possano inclinare il piano e convincere i giganti del mercato a cambiar strada, a rinunciare al principio secondo il quale il fine giustifica i mezzi, a avere più rispetto per i diritti, le libertà, la dignità delle persone.
    Un sogno? Un’utopia romantica? Assolutamente possibile ma in un mondo nel quale tutto cambia in continuazione e alla velocità della luce, probabilmente, il confine tra i sogni e le utopie e la realtà è più sottile che in passato e tutto può accedere.
    Buona giornata, ascoltate almeno una canzone dei Deerhoof – io l’ho appena fatto – e, naturalmente, good morning privacy!
    5 min
  • È ancora vero che il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce?
    “Il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce.”
    Parole di Blaise Pascal, filosofo e matematico del XVII secolo.
    E, probabilmente, era davvero così.
    Anzi, per i più romantici, era ed è certamente così.
    Mi dispiace suggerire che potrebbe non essere o, almeno, non essere più così ma tanto dicono i numeri e, forse, varrebbe la pena fermarsi un attimo a pensarci.
    La sigla e ne parliamo.

    [SIGLA]

    Nel 2021 il 55% delle coppie nate negli Stati Uniti d’America è nata in un sito di incontri.
    Certo c’era la pandemia, il lockdown, si usciva poco o nulla.
    E, però, anche se si allarga l’orizzonte temporale a prima e dopo la pandemia, la percentuale scende ma non di moltissimo, attestandosi attorno al 40%.
    Sempre con riferimento agli USA.
    Tra il 2000 e il 2019, d’altra parte, in UK sono nati quasi tre milioni di bambini figli di coppie conosciutesi su siti di dating online.
    E stime e ricerche suggeriscono che entro il 2040 il 70% delle coppie in UK avrà un debito di riconoscenza – sempre che la coppia funzioni – con un’app di incontri online.
    Ma incontrarsi online, grazie a un’app di incontri, di per sé non sconfessa il teorema di Pascal.
    Le ragioni dell’amore, anche online, potrebbero ben essere sconosciute alla ragione.
    Se non fosse che, ormai, in tutte le grandi e meno grandi applicazioni di dating online, gli algoritmi sono protagonisti indiscussi lungo almeno due direttrici diverse.
    La prima è quella del coaching, per quanto inverosimile questo possa sembrare ai più romantici e tradizionalisti tra di noi: le app in questione, infatti, mettono a disposizione dei loro utenti dei chatbot grazie ai quali esercitarsi nell’arte della seduzione per fare in modo che i futuri partner arrivino preparati al primo appuntamento che, vale la pena dirlo, per alcuni di loro non arriverà mai, semplicemente perché a forza di esercitarsi con un algoritmo si convinceranno del fatto che una relazione proprio con un chatbot può essere sufficientemente soddisfacente e costar meno che una relazione con una persona.
    Se state pensando che è molto triste, sono assolutamente d’accordo con voi ma tant’è.
    I numeri lo dicono in maniera inoppugnabile.
    La seconda è quella del matchmaking algoritmo, algoritmi e funzioni matematiche, insomma, che decidono – anche se qualcuno direbbe che si limitano a dare dei suggerimenti – chi debba incontrare chi per avere più chance di non perder tempo e che la coppia funzioni.
    Sono, insomma, gli algoritmi, sempre più spesso, a metterci insieme a una persona per una notte, per una vacanza o per la vita.
    E qui il teorema di Pascal finisce con l’esser messo a dura prova perché, anche ammesso che la ragione umana non conosca le ragioni dell’amore, la ragione algoritmica sembra conoscerle così bene dal saperle manipolare tanto da governare il gran gioco dell’amore mettendo insieme ogni anno decine di milioni di persone.
    Ancora una volta può piacere o non piacere ma ci sono fior fiore di ricerche che suggeriscono che tra dieci-quindici anni, oltre il 50% delle coppie nate in giro per il mondo sarà figlia di un algoritmo di matchmaking.
    Se ne parla poco, mi pare.
    Ma, forse, quando si riflette sul potere manipolativo straordinario degli algoritmi e dei padroni delle loro fabbriche, dovremmo, ogni tanto, fermarci a pensare che persino l’irrazionalità e imprevedibilità dell’amore è – o, almeno, sarà presto – compromessa e compressa dall’etero direzione algoritmica.
    Oggi più che augurarvi buona giornata, mi auguro di non avervi rovinato la giornata.
    E, comunque, good morning privacy anche perché mai gli algoritmi potrebbero metter insieme una coppia se i loro padroni non possedessero una quantità enorme di informazioni personali su ciascuno di noi.
    Il che suggerisce che chi voglia difendere, almeno, la propria libertà sentimentale, dovrebbe iniziare con il difendere, con quanta più determinazione possibile, la propria privacy.
    5 min
  • App per il monitoraggio del ciclo o aspirapolveri di dati? Donne, non cadete nella trappola
    Nel mondo patinato delle app per la salute femminile, ci viene raccontato che il monitoraggio del ciclo mestruale sia un gesto di empowerment, un atto di consapevolezza del proprio corpo. Peccato che, dietro l’interfaccia rosa pastello e i messaggi motivazionali, si nasconda un’industria che tratta i dati più intimi delle donne come moneta di scambio.
    Duro, anzi no, durissimo il J’accuse del Minderoo Centre for Technology and Democracy dell’Università di Cambridge.
    La sigla e ne parliamo perché questo è il genere di cose delle quali giornali e televisioni dovrebbero occuparsi molto di più.
    Chi pensava che queste app servissero solo a ricordare l’arrivo del ciclo o a pianificare una gravidanza si sbaglia di grosso.
    In realtà, funzionano come aspirapolveri di dati: abitudini alimentari, farmaci, desiderio sessuale, uso di contraccettivi, umore, sintomi premestruali.
    Tutto viene tracciato, immagazzinato e – ovviamente – venduto.
    E non a poco prezzo.
    Per carità, naturalmente, generalizzare è sempre pericoloso e le conclusioni non riguardano tutte le app, né tutte le app allo stesso modo!
    Secondo lo studio, però, il tipo di dati raccolto attraverso molte di queste app può valere fino a 200 volte di più rispetto a semplici dati demografici.
    Un vero e proprio business per chi lavora nel settore della pubblicità mirata e del profiling commerciale.
    Altro che empowerment: qui si tratta di business, mercato puro e semplice, costruito su alcuni dei dettagli più personali e intimi della vita di milioni di donne in tutto il mondo, le loro libertà in fatto di figli e sessualità.
    La situazione è preoccupante anche perché i dati raccolti possono essere usati per predire comportamenti, dedurre tratti psicologici e persino influenzare la percezione che le donne hanno del proprio corpo.
    Non si tratta soltanto di privacy, ma di una forma di potere e controllo che rischia di minare l’autonomia personale e la dignità delle donne.
    Lo studio mette in luce come le app di tracciamento mestruale, pur rispondendo a un’esigenza reale (empowerment, informazione), sono tuttavia strumenti potenzialmente pericolosi quando i dati personali diventano merce in mano a venditori e broker.
    Il rapporto di Cambridge dice chiaro e tondo come dietro l'apparente promessa di empowerment e consapevolezza offerta dalle app di monitoraggio mestruale, si nasconda una minaccia concreta alla privacy e all'autodeterminazione delle donne.
    Questi strumenti digitali trasformano dati personali delicatissimi in una vera e propria merce, esponendo milioni di donne al rischio di profilazione invasiva e manipolazioni commerciali.
    Difficile immaginare un contesto in cui la privacy conti di più.
    Buona giornata e, naturalmente, e a voce più alta del solito, good morning privacy!
    4 min
  • Se vuoi conquistare una donna (o un uomo) mettici la faccia (quella vera)
    Il principio è antico e sacrosanto: per conquistare una persona bisogna esser disponibili a metterci la faccia.
    La speciale declinazione del principio che Tinder, una delle app di incontri più popolari al mondo, ha appena scelto di utilizzare, qualche dubbio però lo solleva.
    Che siate utenti di Tinder – non lo confessa mai nessuno – o appassionati di privacy, subito dopo la sigla vi racconto iniziativa e dubbi.

    L’idea di prender in prestito una manciata di foto del fotomodello o della fotomodella di turno per crearsi un’identità falsa su Tinder – così come sulle altre app di incontri – e gettarsi a capofitto nell’avventura della conquista senza metterci la faccia – intendo quella vera – è vecchia almeno quanto le app in questione.
    E si tratta di un’autentica piaga.
    Una piaga oggi aggravata dal fatto che accanto a utenti umani che scelgono di presentarsi con il volto di qualcun altro, Tinder e le altre app di incontri sono affollate da chatbot completamente artificiali che non solo si fingono chi non sono, ma si fingono umani senza esserlo.
    Nessun dubbio che sia un problema che, peraltro, sta facendo crollare il valore delle piattaforme in questione e facendo precipitare il livello di fiducia degli utenti veri.
    Perché, naturalmente, se cerchi l’anima gemella o, anche, semplicemente, la persona giusta per una serata speciale e prima di trovarla devi vedertela con un elenco impressionante di impostori umani e artificiali, dopo un po' ti arrendi e torni – e non è detto che sia sbagliato ma è un’altra storia – a metodi tradizionali, tipo un giro in un bar.
    Comprensibile, quindi, che Tinder e le altre, non da oggi, siano corse ai ripari, richiedendo agli utenti, a seconda dei casi, prove della loro identità a mezzo documenti o, almeno, prove di umanità, a colpi di selfie, videochiamate e affini.
    Ora però, Tinder, almeno in California, pare intenzionata a fare di più, esigendo che i nuovi utenti ci mettano la faccia, quella vera, anzi, ancora di più, l’impronta biometrica della loro faccia da confrontare con quelle delle foto eventualmente caricate online per conquistare anime gemelle e affini.
    L’idea è, insomma, quella di far scendere in campo, contro falsi e impostori umani e artificiali niente di meno che il riconoscimento facciale intelligente.
    Tanta roba come oggi si usa dire.
    Forse troppa considerato l’obiettivo perseguito ovvero garantire che chi si presenta con un certo volto per rimorchiare online sia umano e abbia effettivamente quel volto.
    Certo, per carità, la sicurezza degli utenti è una cosa importante e, però, affidare a una società commerciale che, in fondo, ci offre semplicemente la possibilità di aiutarci a trovare una persona con la quale passare del tempo o, magari la vita, non è un gesto da prendere sotto gamba.
    Ne vale la pena?
    Difficile dirlo.
    Ma vale, invece, certamente, la pena ricordare che i nostri dati biometrici sono unici e una volta che ne perdiamo il controllo è per sempre, diventano irrecuperabili e, con essi, la nostra identità per l’eternità.
    Insomma, il rischio è che per evitare che un impostore vada alla ricerca di un’anima gemella fingendosi chi non è, si finisca con il rischiare che decine di milioni di utenti in carne ed ossa si ritrovino spossessati della loro vera identità, rappresentata dai loro dati biometrici.
    Una posta in gioco decisamente alta.
    La domanda è sempre la stessa: ne vale la pena?
    Mentre ci pensiamo, buon caffè, buona giornata e good morning privacy!
    4 min

About Good morning privacy!

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Viviamo nella società dei dati, la nostra vita, in tutte le sue dimensioni è sempre più influenzata dai nostri dati personali, da chi li utilizza, da cosa ci fa, da dove e quanto li conserva.
Senza…