Good morning privacy!

Good morning privacy!

By Guido ScorzaNews
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Good morning privacy! episodes

  • L’intelligenza artificiale non ti ruberà il lavoro se sarai il più bravo a utilizzarla
    Il caffè di oggi inizia amaro ma ha un retrogusto dolce o, almeno, speranzoso.

    La questione è nota, arcinota, così tanto che non avrei mai pensato di dedicarle un caffè del mattino ma, forse, ci sono un paio di risvolti curiosi.
    L’intelligenza artificiale sta rubando lavoro o no?
    E però parlarne in generale sarebbe impossibile davanti a un espresso e, quindi, restringo subito il perimetro della conversazione: ne sta rubando proprio nel settore tecnologico che le ha dato i natali?
    Se siete curiosi, la sigla e ne parliamo.

    Una recentissima ricerca fatta via Linkedin dalla SignalFire su 600 milioni di persone e 80 milioni di aziende in tutto il mondo suggerisce che le aziende tecnologiche nel 2024 avrebbero assunto il 25% in meno di neolaureati rispetto al 2023.
    Naturalmente non c’è modo – e la ricerca, infatti, non lo dice – di attribuire il crollo verticale delle assunzioni nello specifico segmento entry level interamente all’intelligenza artificiale ma i ricercatori si dicono convinti che la rapida e pervasiva diffusione dell’AI nel mondo del lavoro, proprio a cominciare dalle aziende tecnologiche, sia tra le principali cause del fenomeno.
    E si tratta di una tesi che trova una serie di conferme importanti se si prendono alcune delle abilità conclamate delle soluzioni di intelligenza artificiale già in circolazione - come il coding, il debugging, l’installazione software o l’analisi in settori diversi – e le si sovrappongono alle job description e alle mansioni alle quali normalmente vengono addetti neolaureati e neoassunti nelle aziende tecnologiche.
    Sembra insomma che proprio le fabbriche degli algoritmi potrebbero essere le prime nelle quali la forza lavoro, almeno in relazione a certe attività, sarà presto più artificiale che umana.
    E non basta.
    La stessa ricerca, infatti, propone un altro dato poco confortante per i neolaureati che aspirano a lavorare nel settore tecnologico: anche quelli che venissero assunti sarebbero pagati meno che in passato perché, questo sembra essere l’assunto, l’intelligenza artificiale rende più facile il loro lavoro.
    Qui, forse, un bravo scrittore di serie TV alla Black Mirror, potrebbe buttar giù un episodio nel quale, segretamente, i lavoratori umani delle fabbriche di algoritmi iniziano a rallentare la produzione e sabotare le loro stesse creature per difendere il loro posto di lavoro.
    Ma, naturalmente, non andrà così e guai se dovesse davvero accadere.
    Anche perché – ed è la ragione per la quale suggerivo che questo caffè sarebbe stato amaro al primo sorso ma sarebbe divenuto poi più dolce o, almeno, meno amaro e più speranzoso in fondo - se è vero che le assunzioni dei neolaureati calano è egualmente vero che quelle di profili con maggiore esperienza e competenza aumentano.
    Se i neolaureati assunti nel settore tecnologico nel 2024, sono stati il 25% in meno di quelli assunti nel 2023 è, infatti, anche vero che, invece, nel 2024 sono stati assunti, nello stesso settore, il 27% in più di professionisti con maggiori esperienze e competenze.
    Certo, a dispetto delle percentuali, il 25% in meno, pesa tanto di più che il 27% in più perché le assunzioni di neolaureati sono quantitativamente molto più numerose che quelle dei profili più senior, ma questa è un’altra storia.
    Perché se è vero che il neolaureato in discipline tecnologiche si trova davanti a un paradosso che, sin qui, riguardava prevalentemente altri settori – ovvero quello per il quale tutti vogliono laureati esperti ma nessuno è disponibile a far loro fare questa esperienza – è anche vero che il neolaureato che, magari, attraverso un master o altre analoghe iniziative, diventasse poi il più bravo di tutti a usare l’intelligenza artificiale nel suo lavoro, ci metterebbe un istante a esser assunto e ben pagato.
    Questo, insomma, sembra dover diventare il nuovo obiettivo.
    Sfruttare la situazione come una scusa per studiare meglio e di piu!

    Buona giornata e, ovviamente, good morning privacy anche se, oggi, la privacy è rimasta un po’ sullo sfondo!
    5 min
  • L’Italia e l’intelligenza artificiale: io speriamo che me la cavo
    Ho appena finito di leggere il Rapporto annuale ISTAT 2025 e tra tante cose che non vanno bene per il nostro Paese ce n’è una che, per materia, mi preoccupa più delle altre e che credo meriti questo caffè insieme.

    Sto parlando delle competenze digitali ma, forse, dovrei dire, delle diffuse incompetenze digitali italiane.

    Ne parliamo dopo la sigla.

    L’intelligenza artificiale avanza e pervade ogni settore della nostra vita, dalla dimensione personale a quella professionale, da quella commerciale a quella democratica.
    È un dato di fatto ineludibile, è un dato di fatto evidente, tangibile, empiricamente dimostrabile e dimostrato nel nostro quotidiano.

    Da quando ci svegliamo a quando andiamo a dormire tutto è o, a voler esser ottimisti, si avvia a essere etero diretto a mezzo algoritmi.

    La società è sempre più digitale e conoscere il digitale, almeno nei suoi rudimenti è sempre di più un pre-requisito di cittadinanza irrinunciabile.

    Chi non ha un livello di adeguate competenze digitali è un cittadino di serie B, anzi, peggio, è una persona di serie B, perché l’impatto di questo deficit di competenze si abbatte senza pietà in ogni ambito della nostra vita.

    Eppure l’Italia non ce la fa, non ce la facciamo a capire per davvero questo principio elementare e a correre ai ripari con la determinazione e l’urgenza che servirebbero.
    L’ultimo rapporto ISTAT lo certifica in maniera impietosa.
    “Le competenze digitali giocano un ruolo fondamentale nel favorire la transizione digitale e al tempo stesso contrastare l’emergere di divari che possano compromettere l’equità e l’inclusione sociale. Il programma strategico UE per il decennio digitale ha tra l’altro l’obiettivo, da raggiungere entro il 2030, di portare all’80% la quota della popolazione di età compresa tra 16 e 74 anni con almeno competenze digitali di base.

    Nel 2023, tale quota si attesta a poco più della metà 55,5% nella media dell’UE 27% e l’Italia con il 45,8% - solo il 45,8% - si colloca al ventiduesimo posto della graduatoria”.

    Lo leggo e lo scrivo riprendendolo letteralmente dal Rapporto ISTAT.

    Non sono opinioni, sensazioni, percezioni soggettive.

    Lo dicono i numeri.

    Questa è la situazione.

    Siamo il fanalino di coda di un’Europa che già di suo è indietro rispetto al resto del mondo.

    Onestamente davanti a dati di questo genere – che nessuno si offenda – ma ogni altro discorso sul governo dell’intelligenza artificiale, sulle regole, sull’impatto dei nuovi prodigi artificiali sulla società, sulle opportunità che non dobbiamo lasciarci sfuggire, a me sembra da una parte vuoto e superficiale e dall’altra poco consapevole e, forse, persino incosciente.

    Prendi la più potente e disruptive tecnologia che l’ingegno umano abbia mai progettato e sviluppato e mettila nelle mani di oltre trenta milioni di persone, la metà della popolazione italiana, completamente a digiuno di qualsiasi competenza digitale di base e il migliore degli scenari possibile sarà quello che si avrebbe se trenta milioni di italiani tutti insieme, senza mai essere saliti su un mono pattino elettrico decidessero di farlo esattamente nello stesso momento nelle vie trafficate della stessa città.
    Niente di più pericoloso.
    E non basta.
    Perché mentre i primi trenta milioni, quelli mai saliti sul monopattino, starebbero a terra a contare le ferite, altri trenta milioni, quelli che hanno avuto la fortuna di imparare a portare il monopattino, sarebbero i primi a arrivare a scuola al mattino, a entrare al lavoro, a mettersi in fila negli uffici pubblici e negli ospedali per esercitare i loro diritti civili e garantirsi una salute migliore.

    Questo è, oggi, il Paese nel quale viviamo.
    Prima lo capiamo, prima, forse, facciamo un’inversione a “U” e accettiamo l’idea che ciò di cui abbiamo veramente e drammaticamente bisogno – ma domani mattina – è dichiarare guerra all’analfabetismo digitale come nel secondo dopoguerra si fece con quello funzionale.

    La migliore delle tecnologie nelle mani di chi non sa usarla è pericolosa per sé e per gli altri e se metà del tuo Paese non sa usarla e quella tecnologia diventa parte integrante dell’infrastruttura di base di quel Paese, il Paese in questione non ha nessuna chance di essere democratico, di essere giusto, di essere equo, né di competere per davvero nella società globale.

    Buona giornata, perdonate il caffè amaro e un po’ rumoroso, è naturalmente, good morning privacy, sempre più difficile da proteggere in una società popolata da analfabeti digitali!
    5 min
  • E se i nostri figli ci dicessero che siamo stati incoscienti?
    L’altro giorno sono stato assalito da un incubo a occhi aperti pensando a come crescevamo, da bambini, negli anni ’70 e che spesso mi viene da considerare incoscienti e irresponsabili i miei pure prudentissimi – forse anche troppo – genitori.
    E allora cosa penseranno le mie figlie di me e, magari, più in generale, i nostri figli di noi?
    Perché oggettivamente, nella dimensione digitale li stiamo esponendo a rischi non proprio di poco conto.
    L’incubo ha generato un pezzo pubblicato ieri su Specchio de La Stampa.
    Dopo la sigla vi riassumo la riflessione perché è dolorosa ma potrebbe essere utile.

    Negli anni ’70 bambini abbiamo viaggiato in macchina su un’amaca sospesa agganciata da un lato all’altro dei sedili posteriori.
    A ogni buca, frenata o curva rischiavamo di finire fuori dal finestrino o di rimbalzare sul sedile e carambolare sui tappetini dell’auto.
    E l’amaca in questione non era un aggeggio fatto in casa ma l’ultimo gadget per il benessere dei bambini prodotto e venduto da un’azienda tuttora leader nel settore della prima infanzia.
    Vedere oggi la pubblicità dell’epoca di quell’amaca mette i brividi.
    I nostri genitori erano irresponsabili, incoscienti, criminali?
    Può darsi.
    D’altra parte, le auto nelle quali si appendeva quell’amaca, non avevano cinture di sicurezza, non montavano airbag, non disponevano di barre d’acciaio per la protezione di conducente e passeggeri lungo le portiere e uscivano dalle fabbriche per finire sul mercato e sulle strade senza aver superato nessuno – o quasi nessuno – dei test con i quali oggi i costruttori sono tenuti, per legge, a dimostrarne la sicurezza.
    Voltarsi indietro è un esercizio che, forse, vale la pena fare non per celebrare un processo alla storia ma, al contrario, per provare a sottrarci a un processo della storia.
    Se oggi a guardare all’amaca per far dormire i bambini in viaggio e alle automobili prive di qualsiasi dispositivo di sicurezza noi etichettiamo quel passato come età dell’incoscienza, dell’irresponsabilità, forse qualcuno potrebbe persino dire della barbarie, cosa penseranno del nostro presente e di noi i nostri figli?
    Difficile dirlo ma potrebbero, anzi, potranno e ne avrebbero, anzi avranno motivo quando si renderanno conto – e accadrà molto più in fretta di quanto ci abbiamo messo noi a arrivare a giudicare tanto severamente quel passato - che abbiamo pubblicato la loro prima foto online quando non erano ancora nati, sbattendo sui nostri profili social la loro ecografia, per poi proseguire con la foto del primo bagnetto, del primo compleanno, del primo giorno di scuola e rendendoli così personaggi pubblici senza che ce lo chiedessero e dandoli in pasto a miliardi di persone e a un esercito di algoritmi bulimici di ogni genere di contenuto personale e capaci di consentire a chiunque di trasformare la più innocente delle fotografie di un bambino in un’orrifica produzione pedopornografica.
    E quando ricorderanno che non camminavano ancora quando li abbiamo lasciati, talvolta anche da soli, davanti allo schermo di un tablet, babysitter globale di questa epoca, esponendoli a una dipendenza ormai scientificamente conclamata o che li abbiamo aiutati,
    a otto, nove o dieci anni a diventare utenti tanto attivi quanto inconsapevoli di servizi e piattaforme che gli stessi gestori dichiarano vietati a infratredicenni, salvo poi lasciare entrare chiunque purché dichiari di avere almeno tredici anni.
    E questa è solo la crosta, grattando sotto la quale, nel giro di qualche anno, chi si volterà a guardare indietro si renderà conto che un intero sistema valoriale culturale, etico e giuridico ultrasecolare è stato immolato sull’altare di una rivoluzione tecnologica della quale siamo stati velocissimi – non per merito nostro ma per le spinte irresistibili del mercato – a capire i vantaggi e lentissimi – anche nei pochi casi in cui è avvenuto – a capire il costo.
    E a quel punto?
    Difficile dire se i nostri figli consegneranno quest’età alla storia come l’età dell’incoscienza tecnologica e noi come incoscienti e irresponsabili digitali per la straordinaria superficialità con la quale, da adulti, da insegnanti, da rappresentanti delle Istituzioni, da decisori pubblici, manager e capitani d’industria abbiamo gestito e continuiamo a gestire la rivoluzione tecnologica.
    Ma è possibile che sarà così e, forse, ce lo meriteremmo e, anzi, ce lo meritiamo certamente.
    Per ora, ma solo per ora, buona giornata, se volete cercate online l’articolo su Specchio de La Stampa e, in ogni caso, good morning privacy!
    5 min
  • New Orleans, capitale del riconoscimento facciale illegale
    Non è un bel primato del quale andare fieri quello che un’inchiesta del Washington Post attribuisce a New Orleans: la città americana nella quale la polizia avrebbe abusato di più di alcune soluzioni di riconoscimento facciale.
    E però è una storia istruttiva che merita, forse, di essere raccontata.
    La sigla e ci proviamo.


    Il Washington Post non ha molti dubbi: la polizia di New Orleans avrebbe utilizzato da anni e per anni un sistema di telecamere intelligenti per identificare i sospettati di ogni genere di crimine più o meno importante e arrestarli senza troppe cautele.
    E non basta.
    Lo avrebbe fatto segretamente, violando le regole in vigore in città, regole che prevedono che il riconoscimento facciale possa essere usato solo per identificare i responsabili di reati gravi e gravissimi e, soprattutto, che prima di dare per buono il riconoscimento suggerito dagli algoritmi e arrestare qualcuno debbano scendere in campo uomini in carne ed ossa, esperti di riconoscimento facciale, chiamati a convalidare o bocciare l’indicazione algoritmica.
    Ma non è andata così.
    O, almeno, non sarebbe andata così secondo prove, dichiarazioni e pezzi di carta messi in fila dal Washington Post.
    Quello che sarebbe accaduto e che la polizia avrebbe usato il sistema di riconoscimento facciale per arrestare responsabili o, meglio, presunti responsabili anche di reati per i quali le regole in vigore non lo avrebbero consentito e, soprattutto, che lo avrebbe fatto in maniera assolutamente automatica, senza mai coinvolgere o, almeno, senza coinvolgere in decine o centinaia di casi alcun esperto umano di riconoscimento facciale.
    Il sistema dava l’allarme e suggeriva che il responsabile di un furto si trovava davanti a una certa telecamera e una pattuglia della polizia interveniva a arrestarlo, che fosse il vero responsabile o un innocente confuso dall’intelligenza artificiale per il colpevole.
    Ma non basta ancora.
    Perché, a valle dell’arresto e nel corso del procedimento, sarebbe stato almeno lecito attendersi che la polizia desse atto di aver usato una soluzione di riconoscimento facciale intelligente per l’identificazione del presunto responsabile di questo o quel reato.
    E, invece, niente, la circostanza veniva taciuta, nascosta, occultata.
    Fiuto investigativo, abilità umane, caso, destino.
    Le ragioni dell’arresto erano sempre diverse.
    Ma mai gli algoritmi, mai l’intelligenza artificiale, mai il ricorso al di fuori delle regole a strumenti di sorveglianza di massa.
    Ed è qui che la storia diventa interessante al di là dell’episodio, al di là di New Orleans, al di là delle violazioni gravi e gravissime delle quali sembrerebbe essersi resa protagonista una forza di polizia, un’istituzione deputata a far rispettare le regole e a assicurare alla legge i trasgressori, non certamente violandole e diventando essa stessa trasgressore!
    Perché la prima domanda che viene da porsi è se, dove e quanto frequentemente allo stesso genere di soluzioni si ricorre anche da questa parte dell’oceano ma senza poi dirlo, riconoscerlo, ammetterlo, scriverlo in un verbale d’arresto.
    Quasi impossibile rispondere.
    E un istante dopo, a seguire la domanda, la considerazione: tutti ci rendiamo conto che ci sono dei casi nei quali il diritto alla privacy deve cedere il passo a quello alla sicurezza e al contrasto al crimine, nei quali la privacy deve farsi più piccola e lasciare espandersi persino soluzioni di riconoscimento facciale intelligente ma, il problema, è quanto è alto il rischio di abusi?
    Quanto è sostenibile?
    E allora che fare o, forse, meglio come fare?
    Bisogna, credo, imparare a progettare le tecnologie da far scendere in campo in questi casi in termini tali da limitare quanto più possibile che tentazioni antidemocratiche per quanto ispirate a nobili fini, abbiano la meglio sulle regole democratiche.
    Un altro ragionamento enorme, persino per un caffè americano, figurarsi per il nostro espresso del mattino.
    Mi fermo qui.
    Buona giornata e, naturalmente, good morning privacy.
    5 min
  • E se domani usare i servizi di AI oggi gratis o quasi costasse un sacco di soldi?
    Si chiama Google AI Ultra è un pacchetto che costa 249.99 dollari al mese e contiene il meglio dell’intelligenza artificiale che Google ha da offrire al grande pubblico.
    Un prodotto appena lanciato sul mercato che, forse, merita questo caffè non in quanto tale ma come occasione per una riflessione più ampia.
    La sigla e proviamo a farla.


    Dopo OpenAI e Antropic che hanno già sul mercato soluzioni evolute di servizi basati sull’intelligenza artificiale anche generativa da 200 dollari al mese, ora arriva anche Google: più funzionalità, più AI-gadgets, più appeal – quello dell’ultimo arrivato con a bordo le soluzioni più innovative anche se solo di qualche mese – e un prezzo maggiore, 249.99 dollari al mese.
    Un prezzo che paghereste davanti a un’offerta di straordinarie soluzioni di AI, della stessa Google, di OpenAI e di tanti altri, gratis, quasi gratis o da qualche decina di dollari al mese?
    Difficile a dirsi e, forse, inutile chiederselo.
    Ce lo dirà presto il mercato che lo deciderà con la sua consueta crudezza.
    Si o no, senza vie di mezzo.
    Ma ci vorrà un po'.
    Il punto, però, non è questo.
    Perché che delle società commerciali abbiano accanto a prodotti di fascia bassa e intermedia anche prodotti di fascia alta, riservati a un’utenza professionale e altospendente non è una novità né una caratteristica del mercato dei servizi basati sull’intelligenza artificiale.
    È così più o meno da sempre nei mercati più diversi e disparati.
    Il punto è cogliere l’occasione per interrogarsi su cosa potrebbe accadere se, progressivamente, i servizi basati sull’intelligenza artificiale di tutte le più grandi fabbriche di algoritmi sul mercato, cominciassero a aumentare, sino a arrivare ai costi degli attuali servizi di gamma più alta.
    In fondo lo abbiamo visto accadere banalmente con i treni: regionali, interregionali, intercity e via dicendo sono diventati sempre meno e sempre meno appealing e la più parte di noi, potendo, ha, progressivamente, iniziato a viaggiare sui treni di ultima generazione, quelli dell’alta velocità pagando cifre lontane rispetto a quelle dei treni di ieri, sebbene a fronte di servizi e comodità certamente superiori.
    Ma, a quel punto, servizi che stanno rapidissimamente entrando nelle nostre vite personali e professionali e in quelle dei nostri figli, diverrebbero, inesorabilmente, inaccessibili a buona parte della società, perché è fuor di dubbio che pochi possono permettersi di pagare oltre duecento dollari al mese per un servizio basato sull’intelligenza artificiale.
    E, però i più ricchi avrebbero un vantaggio competitivo enorme su chi dispone di meno risorse in ogni ambito della vita, dai compiti a scuola dei più giovani, alla redazione di un curriculum scritto in modo da aver più chance di trovar lavoro, passando per ogni altro genere di attività per la quale miliardi di persone stanno imparando a usare i servizi di base offerti dalle fabbriche degli algoritmi e, presto, non sapranno farne a meno.
    Certo potrebbe anche accadere che se i grandi spingessero in questa direzione ovvero spingessero il pubblico verso servizi di punta e più costosi, altri, si affaccerebbero sul mercato con servizi gratuiti o con prezzi più accessibili e che, quindi, come accade in tanti mercati diversi, alla fine ce ne sarebbe per tutte le tasche.
    Ma da una parte che esista oggi o che possa esistere domani un modello di business sostenibile per servizi basati sull’intelligenza artificiale di seconda classe è tutto da vedere e, comunque, dall’altra, anche quando così fosse, l’accesso a questo genere di servizi condannerebbe inesorabilmente gli utenti che li utilizzassero a stare un passo indietro rispetto agli utenti dei servizi di prima classe per altospendenti.
    E la società, inesorabilmente, vedrebbe accrescersi i divide che già la contraddistinguono in maniera direttamente proporzionale alla pervasività dei servizi basati sull’intelligenza artificiale e alla loro capacità di rendersi indispensabili nelle nostre vite.
    Uno scenario del quale non possiamo disinteressarci e rispetto al quale, probabilmente, quanto accaduto sin qui su mercati diversi non è detto possa suggerirci serenità perché è difficile immaginare prodotti o servizi capaci di conquistarsi un ruolo tanto determinante nella dimensione personale e professionale di ciascuno di noi.
    Per carità viviamo in una società nella quale, da sempre, chi ha più risorse può, per esempio, curarsi meglio ma con le cose dell’intelligenza artificiale le cose potrebbero mettersi peggio.
    Riflessione complicatissima che non si può esaurire né nello spazio di un caffè, né in quello di un cappuccino.
    Quindi, Google AI Ultra è solo la scusa per lanciare il sasso nello stagno, nei commenti e nei prossimi mesi il confronto sui possibili scenari.
    Buona giornata e, naturalmente, good morning privacy.
    6 min
  • Questa estate potresti leggere questi libri, anzi no. Non esistono.
    Dobbiamo rassegnarci, la distanza tra il vero e il falso ormai è prossima allo zero e la circostanza che una notizia sia pubblicata su una fonte autorevole non basta a renderla più vera.
    La sigla e poi parliamo dell’ultima di una lunga serie di conferme, poco grave in sé, ma gravissima perché rivelatrice della piega che le cose stanno prendendo.

    "A volte uso l'intelligenza artificiale per le informazioni di contesto, ma controllo sempre prima il materiale. Questa volta non l'ho fatto e non posso credere di essermelo perso perché è così ovvio. Non ci sono scuse. La colpa è mia al 100% e sono completamente in imbarazzo."
    Ai microfoni di 404 media, testata specializzata nelle cose del digitale e dintorni c’è Marco Buscaglia, free lance del Chicago Sun-Times.
    Il suo imbarazzo è dovuto alla circostanza che è stato lui a redigere con l’aiuto di un’intelligenza artificiale generativa un elenco di quindici libri che il giornale ha poi pubblicato e suggerito ai lettori di tutto il Paese come possibili letture estive.
    Peccato solo che dei quindici titoli, dieci siano poi risultati inesistenti.
    Titoli di pura fantasia generati dall’intelligenza artificiale e attribuiti a scrittori veri, talvolta anche di straordinario successo.
    Corretti, invece, gli altri cinque titoli.
    E l’indistinguibile miscela tra vero e falso ovvero la circostanza che, in uno stesso elenco, ci fosse l’uno e l’altro, naturalmente, lungi dall’essere un’attenuante o una prova che qualche volta l’intelligenza artificiale generativa può anche incrociare la strada del vero è un’aggravante perchè più vero e falso condividono gli stessi spazi, più distinguere l’uno dall’altro diventa difficile.
    Per carità un elenco di suggerimenti di lettura estiva di libri inesistenti ha un impatto modesto, per non dire nullo, sulla vita delle persone perché al massimo avrà fatto impazzire qualche libraio alla ricerca di un titolo insistentemente richiesto da un lettore o mandato in tilt gli algoritmi di Amazon e degli altri store online che avranno disperatamente cercato una risposta plausibile all’inesistenza nei propri magazzini di un titolo suggerito addirittura sulle colonne di un quotidiano blasonato come il Chicago Sun-Times.
    "Stiamo verificando come questo articolo sia stato pubblicato in questo momento", ha scritto il giornale in un comunicato ufficiale appena ricevute le prime segnalazioni.
    "Non si tratta di contenuto editoriale e non è stato creato o approvato dalla redazione del Sun-Times. Apprezziamo la vostra fiducia nel nostro lavoro e prendiamo la questione molto seriamente. Ulteriori informazioni saranno fornite a breve".
    Poi, però, è arrivata la conferma che ciò che era sembrato falso a alcuni lettori era davvero falso.
    Inutile allungare il caffe del mattino con ulteriori considerazioni o riflessioni.
    I fatti parlano da soli anche perché l’episodio in questione è solo l’ultimo di una lunga serie.
    I servizi di intelligenza artificiale generativa non sono stati progettati per scrivere la verità e non dovrebbero essere usati allo scopo di generare contenuti destinati a popolare le pagine di un giornale – poco conta quali – se non sotto strettissimo controllo umano, forse, un controllo umano che per essere efficace dovrebbe essere tanto attento da rischiare di rendere persino anti-economico il ricorso a certe soluzioni.
    Le cc.dd. “allucinazioni” delle quali soffrono, almeno per ora, irrimediabilmente, le intelligenze artificiali generative possono far danni ben maggiori rispetto alla pubblicazione di suggerimenti di lettura che hanno per oggetto titoli addirittura inesistenti.
    E, forse, dovremmo far tesoro di questo genere di esperienze per scongiurare il rischio che una testata autorevole dia involontariamente ma colpevolmente un sigillo di qualità a una bufala!
    Buona giornata, leggetevi tranquilli il vostro giornale, ma senza scommettere che tutto quello che leggete sia vero e, se vi pare importante, andate a verificare la notizia.
    E, naturalmente, good morning privacy!
    5 min
  • I podcast (falsi) degli spacciatori su Spotify
    Cerchi un podcast e ti imbatti nella pubblicità di oppioidi o farmaci soggetti a ricerca medica, in vendita sul mercato nero.
    Dove?
    Probabilmente dappertutto e, anche, su Spotify.
    La sigla e ne parliamo.

    Non sono certo che la notizia sia una notizia o, meglio, che sia una notizia che dovrebbe sorprendere.
    Il crimine online segue gli utenti e scommette, non da oggi, sull’incrociare le rotte più battute per promuovere i propri affari.
    È quello che raccontano centinaia di storie degli ultimi anni alle quali, in questi giorni, se ne aggiunge un’altra.
    Quella di Spotify, la più popolare piattaforma di musica e podcast al mondo che, negli ultimi mesi, sembrerebbe essere diventata canale di promozione di ogni genere di farmaco e droga.
    Nelle scorse settimane, infatti, prima Business Insider e poi CNN hanno raccontato che centinaia di podcast generati grazie all’intelligenza artificiale sono stati caricati sulle colonne di Spotify con l’obiettivo di promuovere link a mercati neri online di droghe, farmaci e affini.
    E secondo CNN tutto sarebbe accaduto senza che Spotify se ne accorgesse o, almeno, se ne accorgessero i filtri artificialmente intelligenti della piattaforma.
    Naturalmente, ricevute le segnalazioni, Spotify è corsa ai ripari ed ha cominciato a rimuovere i podcast incriminati.
    Nessuno sa quale sia stato il loro successo di pubblico.
    Nessun dubbio, però, sul fatto che siano stati accessibili anche ai più giovani e nessun dubbio che quello che è accaduto nelle ultime settimane potrebbe accadere ancora.
    E, verosimilmente, non solo sulle pagine di Spotify.
    Il punto di partenza è semplice: ormai generare artificialmente podcast falsi privi di qualsiasi reale contenuto e strumentali solo alla promozione della vendita, su mercati neri, di ogni genere di prodotto è diventato un gioco da ragazzi.
    E pubblicare questi contenuti su piattaforme come Spotify anche in forma anonima o quasi anonima è altrettanto facile.
    Una tentazione irresistibile per gli spacciatori di droghe e farmaci che, infatti, non le resistono.
    E succede così che, persino, il più grande marketplace di podcast al mondo rischi di diventare il veicolo di promozione di prodotti che, ogni anno, mietono migliaia di vittime, una specie di piazza digitale di spaccio.
    Non c’è nessuna ragione, naturalmente, per criminalizzare Spotify ma, certo, che c’è poco da stare tranquilli se non possiamo più lasciare soli i nostri figli neppure in una piattaforma di musica e podcast.
    Ma tant’è e, in questi casi, sapere è meglio di non sapere e invitare alla prudenza è meglio che non farlo.
    Buona giornata e, naturalmente, good morning privacy!
    4 min
  • Occhio a possibili messaggi audio contraffatti. L’allarme del FBI
    Vi ricordate il finto Ministro della difesa Guido Crosetto al telefono con improbabili ma verosimili richieste di esosi prestiti al Governo italiano per gestire emergenze legate alla sicurezza nazionale? Qualcuno ci è caduto, qualcuno, per fortuna, si è insospettito e si è fermato in tempo.
    Ora un allarme su truffe analoghe rimbalza addirittura dal Federal Bureau of Investigation, la famosa FBI.
    La sigla e ne parliamo.


    L’avviso è il numero I-051525-PSA del 15 maggio 2025, l’altro giorno.
    La carta intestata è quella del Federal Bureau of Investigation.
    L’oggetto da non sottovalutare: attenzione perché potreste ricevere un messaggio audio da chi si presenta come un funzionario del governo, magari uno che conoscete, e vi chiede di cliccare su un link o procedere a altre azioni analoghe sul vostro dispositivo.
    Potrebbe trattarsi di una truffa.
    La voce potrebbe non essere del funzionario in questione ma, semplicemente, un deepfake, un audio contraffatto a mezzo intelligenza artificiale e l’obiettivo dei truffatori potrebbe essere quello di accedere ai vostri dispositivi, ai vostri dati personali, ai vostri segreti per realizzare poi ogni genere di ulteriore attività criminale.
    I rischi all’orizzonte, praticamente illimitati: svuotarvi il portafoglio, ricattarvi a scopo estorsione minacciandovi di rivelare al mondo i vostri segreti, arrivare a voi o ai vostri familiari, bambini inclusi, anche personalmente.
    Insomma, niente, ma proprio niente, da prendere sottogamba, trascurare, sottovalutare.
    Sfortunatamente è lo stesso FBI a dire che riconoscere il deepfake, distinguere l’audio contraffatto dall’originale è difficile, sempre più difficile, in maniera direttamente proporzionale all’evoluzione delle soluzioni di intelligenza artificiale, sempre più sofisticate, sempre più efficaci ma, drammaticamente, sempre più facili da usare e sempre più alla portata di mano di chiunque, ma di chiunque per davvero.
    E, quindi, il più importante di un lungo elenco di suggerimenti che il FBI propone è tanto semplice quanto determinante: guai dare per scontato che ciò che sembra vero lo sia effettivamente.
    Deve diventare un imperativo categorico almeno nell’universo delle comunicazioni elettroniche.
    Che si riceva una telefonata, un video, un messaggio audio o di testo, dobbiamo imparare sistematicamente a interrogarci sulla sua autenticità.
    Non farlo può costare carissimo.
    Doverlo fare rappresenta una compressione straordinaria della nostra libertà di comunicare ma è un prezzo da pagare, un sacrificio da immolare sull’altare della sicurezza nostra e di chi ci sta vicino.
    E il dubbio sull’autenticità del messaggio o della telefonata deve condurci a fare l’unica cosa che ha senso fare: verificare se chi sembra averci contattato lo ha fatto per davvero.
    Un esercizio da compiere, naturalmente, usando un canale diverso da quello che è stato usato per chiamarci, per inviarci il messaggio, l’audio o il video perché quel canale potrebbe risultare compromesso, potrebbe essere caduto nelle mani del truffatore o, in qualche modo, sotto il suo controllo.
    E, a quel punto, naturalmente, ci metterebbe poco a convincerci di essere davvero chi dice di essere pur non essendolo.
    Il Federal Bureau of investigation, nel suo avviso, propone una serie di altri suggerimenti che vale la pena leggere e, quindi, condivido sui social il link.
    Un caffe utile, spero, oggi.
    Buona giornata e, naturalmente, good morning privacy!
    5 min
  • No, pagare il riscatto dopo aver subito una violazione dei dati non è la soluzione
    Per alcuni un episodio banale e del quale devo scusarmi.
    Per altri, purtroppo, un episodio utile.
    Per qualcuno, forse, un episodio con un consiglio prezioso per quanto scontato per i primi.
    Pagare o non pagare il riscatto richiesto a chi ha violato i nostri dati personali.
    Ecco, questa è la domanda di oggi.
    Un episodio che rimbalza dal Canada suggerisce la risposta.
    La sigla e ne parliamo. PowerSchool è la società produttrice di uno dei software più utilizzati nell’universo scolastico in tutto il mondo.
    A dicembre ha subito un breach e i dati personali di almeno sessanta milioni di persone, tra studenti e insegnanti, sono finiti nelle mani sbagliate, di chi non si sa ma di qualcuno che si è dichiarato disponibile a cancellarli se PowerSchool avesse pagato tanti, tanti soldi.
    Quanto, non si sa.
    Quello che si sa, però, è che in PowerSchool, terrorizzati per il danno reputazionale in agguato con i dati di adulti e, soprattutto, bambini, anche di carattere sanitario, in giro per il web, hanno pensato che non ci fosse soluzione diversa e migliore che pagare il riscatto richiesto dagli aggressori.
    Detto, fatto.
    Noi paghiamo quanto ci chiedete, voi cancellate tutto.
    Questo l’oggetto del pactum sceleris all’epoca concluso. Segue qualche mese di tranquillità, il tempo delle vacanze di Natale e di quelle di Pasqua.
    Poi una scuola di Toronto, in un comunicato di qualche giorno fa, racconta alla sua comunità che qualcuno le sta chiedendo dei soldi perché i dati trafugati da PowerSchool e che avrebbero dovuto essere cancellati secondo quanto promesso a quest’ultima, in effetti, continuano a essere nelle mani degli aggressori.
    E PowerSchool non ha potuto che dichiarare di non essere in grado di escludere questa eventualità anche perché gli estortori, autori della prima estorsione in suo danno, sembrerebbero aver mostrato alle scuole che ora sono passati a estorcere un campione dei dati in loro possesso che, in effetti, sembra sovrapponibile a quello oggetto dell’estorsione originaria.
    Brutta, bruttissima storia.
    Ma, appunto, come dicevo in apertura, una storia niente affatto originale e, anzi, banale per gli addetti ai lavori.
    E, però, giacché non siamo tutti addetti ai lavori e a livelli diversi la tentazione di pagare davanti a chi ci minaccia, in caso contrario, di rendere pubblici taluni dati personali, è sempre forte, vale, forse, la pena ripeterlo una volta di più: pagare non è la soluzione, a prescindere da qualsiasi considerazione legale ed etica – che pure un peso dovrebbero avere – il punto è che nell’universo digitale immateriale è impossibile avere la prova che un criminale che si impegni a cancellare il bottino di un suo crimine poi lo cancelli davvero.
    Come si fa, d’altra parte, a fidarsi di chi è entrato dentro casa nostra senza che noi lo invitassimo e poi ci ha chiesto dei soldi per uscire, per restituirci la refurtiva o per distruggerla?
    E, attenzione, la stessa identica buona regola vale anche per chi, come accade sempre più di frequente, è vittima di sextortion, ovvero della minaccia di divulgare proprie immagini sessualmente esplicite se non paga il riscatto.
    Se si paga la prima volta, si entra in una spirale infinita, nella quale alla prima seguirà una seconda richiesta di riscatto e alla seconda una terza.
    Tante scuse a chi è arrivato sin qui per sentire o leggere delle ovvietà e un “fate attenzione e datemi retta!” a tutti gli altri.
    Buona giornata e, naturalmente, good morning privacy.
    4 min
  • Invasione di bot sulle pagine di Reddit. Serve una prova di umanità
    E se domani, anzi no, oggi i social network si riempissero di utenti non umani con un solo obiettivo: fingersi umani e persuadere gli utenti umani a pensarla in un certo modo o a fare certe scelte?
    Sapremmo riconoscerli?
    C’è una storia che rimbalza dalle pagine di Reddit che suggerisce di porci questa domanda e di provare a rispondere con una certa urgenza.
    La sigla e ne parliamo.


    Viviamo in una società ibrida, metà umana e metà artificiale e dobbiamo farcene una ragione e correre ai ripari, almeno per quanto possibile.
    Lo sanno bene i gestori e gli utenti di Reddit, il più popolare forum online di tutti i tempi, sulle cui pagine, nei mesi scorsi, alcuni ricercatori universitari hanno deliberatamente infiltrato centinaia di bot, utenti artificiali, che hanno postato quasi duemila post.
    Obiettivo non dichiarato dell’esperimento: persuadere gli utenti umani di essere anch’essi umani e convincerli di una serie di tesi diverse più o meno facilmente sostenibili.
    Esperimento riuscito.
    La più parte degli utenti umani ha interagito con i bot dei ricercatori come se fossero umani.
    Nessuna novità e nessuna scoperta, per la verità.
    È dal 1966, da quando Joseph Weizenbaum, matematico e informatico tedesco emigrato in America, sviluppò Eliza, il primo chatbot della storia, che i chatbot riescono nell’impresa di persuadere gli umani di essere umani pur non essendolo.
    Tanto che il fenomeno è noto proprio come “Effetto Eliza”.
    La novità è che a differenza di ieri oggi chiunque può disporre di un esercito di bot e farlo marciare su qualsiasi piattaforma online fino a invaderla letteralmente, convincendo gli utenti che siano decine di migliaia, centinaia di migliaia, milioni o miliardi sostanzialmente di qualsiasi tesi.
    Ora il punto è: come si fa a scongiurare questo rischio?
    Come si fa a riconoscere i bot e distinguerli dagli utenti umani?
    Come si fa a tenerli fuori dal fossato?
    Come si fa, in altre parole, a consentire agli utenti, quelli veri e in carne ed ossa, di fornire una prova di umanità agli altri utenti e ai gestori della piattaforma?
    Non è facile e lo stanno scoprendo gli uomini di Reddit che, dopo l’esperimento dei ricercatori, stanno correndo ai ripari.
    Già perché il sistema più semplice per provare l’umanità di una persona è provare la sua identità ma, naturalmente, per questa via si rischia di far saltare definitivamente ogni possibilità di condividere idee, opinioni e contenuti online in forma anonima.
    Una medicina che potrebbe essere peggiore del male che si vuole curare.
    E, infatti, appena Reddit ha annunciato di valutare rimedi di questo tipo, gli utenti – quelli umani – hanno iniziato a protestare rumorosamente.
    Che fare allora? Perché il rischio di ritrovarci a interagire con un robot considerandolo umano e di essere vittima di ogni genere di esercizio di manipolazione artificiale e di altrettanto artificiale compressione del nostro diritto a autodeterminarci è elevatissimo.
    In effetti sembra che Sam Altman sia tra quelli che ha guardato più lontano: il suo progetto di identificare l’intera umanità attraverso l’impronta dell’iride e, quindi, di consegnare a ciascuno una prova di umanità da spendere proprio al fine di dimostrare di non essere un robot nella dimensione digitale va proprio in questa direzione.
    Poi che si tratti di soluzione esente da limiti e rischi in particolare legati proprio alle cose della privacy è un’altra storia.
    Ma il problema indiscutibilmente esiste e sarà sempre più urgente e, almeno metodologicamente, quella di Altman e della sua WorldCoinFoundation è una delle possibili soluzioni.
    Ma il discorso è lungo e il caffè del mattino ristretto, quindi, meglio fermarsi qui.
    Buona giornata e, naturalmente, good morning privacy.
    5 min

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Viviamo nella società dei dati, la nostra vita, in tutte le sue dimensioni è sempre più influenzata dai nostri dati personali, da chi li utilizza, da cosa ci fa, da dove e quanto li conserva.
Senza…