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Or


Perché se per arrivare a un sogno non hai dovuto attraversare niente…
forse non era un sogno.
Era semplicemente una destinazione.
E le destinazioni si raggiungono.
I sogni, invece, ti cambiano mentre ci arrivi.
Dire no è una delle prime cose che impari… ma anche una delle prime che ti fanno dimenticare.
Da bambino lo dici senza pensarci.
“No, non voglio.”
“No, non mi piace.”
È istinto puro. È verità. Non devi spiegare niente a nessuno.
Poi cresci… e piano piano quel “no” lo abbassi di volume.
Per educazione.
Per non deludere.
Per essere accettato.
E inizi a dire sì.
Sì a cose che non vuoi fare.
Sì a persone che non ti rispettano.
Sì a situazioni che ti tolgono energia.
E lì succede una cosa pericolosa:
più dici sì agli altri, più stai dicendo no a te stesso.
Perché il “no” non è una chiusura…
è una protezione.
È dire:
“Questo non mi rappresenta.”
“Questo mi fa stare male.”
“Questo non è il mio posto.”
E sai qual è la verità?
Che chi vale davvero… il tuo no lo capisce.
Chi non lo accetta, probabilmente stava solo approfittando del tuo sì.
Da adulti ci raccontiamo che dire no è difficile.
Ma non è difficile dire no.
È difficile accettare le conseguenze.
Perdere qualcuno.
Deludere.
Restare soli per un po’.
Ma sai cosa perdi davvero se non lo dici mai?
Te stesso.
Dire no è crescita.
È identità.
È rispetto.
E non serve urlarlo.
Basta dirlo una volta… bene.
Perché ogni no detto al momento giusto
è un sì gigantesco alla tua vita.
E fidati…
la gente che ha imparato a dire no
è la stessa che, quando dice sì…
lo dice davvero.
Aspettare.
Una parola che sembra vuota…
ma dentro ci sta tutto: speranza, paura, noia, perfino felicità.
Aspettare… vuol dire fidarsi del tempo.
Restare fermi quando vorresti correre…
tacere quando avresti mille cose da dire.
Ed è lì che capisci cosa conta davvero:
quel messaggio che non arriva,
l’abbraccio che sogni,
una porta che finalmente si apre.
Certo… aspettare può bruciare.
Ma è nell’attesa che cresci…
tra un “non ancora” e un “chissà se”.
Forse la vita… non è altro che questo:
un’attesa continua… interrotta da pochi istanti
in cui finalmente succede qualcosa.
“Settembre, andiamo. È tempo di migrare.” — così scriveva D’Annunzio.
Ma è con le note di Alberto Fortis che settembre, per molti di noi, diventa qualcosa di più di un mese: diventa una sensazione.
Settembre è il ponte sospeso tra quello che siamo stati d’estate e quello che torneremo a essere d’inverno. È la terra di mezzo, quella in cui non sei più abbronzato, ma non sei nemmeno ancora coperto da sciarpe e cappotti.
C’è sempre una malinconia sottile, in settembre. Non è tristezza, non è nostalgia, è come se fosse un richiamo. Il richiamo della normalità, delle agende che si riempiono, dei treni presi di corsa, delle scuole che riaprono, dei lavori che ripartono a pieno ritmo.
Settembre è il mese dei nuovi inizi. Molti pensano che l’anno nuovo inizi a gennaio, ma la verità è che ricomincia a settembre. È lì che decidiamo se cambiare, se studiare, se lasciare, se ripartire. È lì che mettiamo via l’estate con la promessa che tornerà, ma intanto proviamo a reinventarci.
Eppure, in questa rinascita, resta sempre quella frase che Alberto Fortis cantava: “Settembre, è il mese del ripensamento…”
Sì, perché settembre è proprio questo: uno specchio che ci costringe a guardarci dentro. Ci fa ripensare a chi siamo, a cosa vogliamo, a chi ci manca, a chi non vogliamo più.
Forse settembre non è il mese più bello, ma è il mese più vero. Perché ci toglie le maschere leggere dell’estate e ci rimette addosso i vestiti pesanti della vita.
Ed è lì che capisci che la malinconia di settembre non va combattuta: va vissuta. Perché dentro quella malinconia c’è la spinta più forte che abbiamo per cambiare davvero.
La fiducia…
È quella cosa invisibile che tiene insieme tutto.
Non la vedi, non la tocchi, ma se c’è la senti forte, quasi più dell’amore.
Perché amare è facile, fidarsi no.
Amare puoi farlo anche di pancia, d’istinto.
Ma fidarti… fidarti significa spogliarti, consegnare le chiavi di te stesso a qualcun altro e sperare che non ti distrugga la casa.
La fiducia è fragile, è come il vetro: ci vuole tempo per soffiarla, modellarla, darle forma… e un attimo per romperla.
E quando si rompe, non torna mai com’era prima.
Puoi aggiustarla, sì, ma resteranno sempre le crepe, i segni, i ricordi di quel rumore sordo: crack.
Eppure, nonostante tutto, non possiamo farne a meno.
Perché vivere senza fidarsi è sopravvivere, non vivere.
È come guidare con il freno a mano tirato.
È come amare a metà.
La fiducia è il coraggio di dire: “Ti lascio entrare, anche se potresti ferirmi”.
E se trovi qualcuno che quella fiducia la custodisce, allora hai trovato davvero un tesoro.
La guerra…
è un rumore che ti entra dentro, è un silenzio che urla più forte di qualsiasi bomba.
È il pianto di un bambino che non sa perché il cielo gli crolla addosso.
È la rabbia di un uomo che perde la sua casa, la sua famiglia, la sua vita.
La pace, invece, è un suono leggero.
È il battito del cuore che non ha paura, è una carezza che non conosce confini.
La pace è sedersi a tavola, guardarsi negli occhi e sapere che domani saremo ancora qui.
È il coraggio di scegliere il dialogo quando sarebbe più facile alzare un’arma.
Guerra e pace… due parole che stanno agli estremi dello stesso filo.
E la verità è che quel filo è nelle nostre mani, ogni giorno.
Possiamo spezzarlo con l’odio, o intrecciarlo con l’amore.
Perché la pace non è un sogno:
la pace è una scelta.
La più difficile.
La più necessaria.
L’estate… quella stagione che non guardi mai sull’orologio, perché il tempo sembra farsi liquido, lento, dorato. È il profumo della salsedine che ti entra nei vestiti, il rumore delle cicale che diventa colonna sonora delle tue giornate. È il sole che ti bacia la pelle e le sere che sembrano non finire mai, tra chiacchiere leggere e risate più forti del vento. L’estate è un po’ nostalgia in anticipo: mentre la vivi, già sai che ti mancherà. È un abbraccio caldo, una canzone che parte dalla radio e diventa subito ricordo. È libertà, spensieratezza… e quell’idea che, anche se per pochi mesi, la vita possa davvero essere tutta qui: un tuffo, un tramonto e la voglia di non smettere mai di sentirsi vivi.
Sai, gli anni 2000 non sono solo un decennio… sono una sensazione.
Erano gli anni dei primi telefoni a conchiglia, con le suonerie polifoniche che costavano un patrimonio, e di MSN Messenger, dove bastava un “nudge” per dire “Ehi, ci sei?”.
Erano i tempi in cui per connetterti a internet sentivi quel suono gracchiante del modem… e dovevi dire a casa: “Non alzare il telefono!”.
La moda? Be’, impossibile dimenticare: jeans a vita bassissima, cinture con fibbie giganti, felpe oversize e magliette aderenti con scritte glitterate. E poi i capelli… punte gelatissime per lui, meches biondo platino per lei.
Era l’epoca delle borse a spalla piccolissime e dei braccialetti colorati in plastica.
E la musica?
Dai, come si fa a non ricordare? MTV ancora trasmetteva video musicali, le classifiche erano un mix di pop, R&B e dance. Britney Spears, Eminem, Beyoncé agli inizi, i Black Eyed Peas… e in Italia i tormentoni di Tiziano Ferro, gli 883 alla loro ultima corsa, e i primi grandi successi di Jovanotti “versione 2.0”. I CD masterizzati giravano come moneta di scambio tra amici.
Ma soprattutto… c’era un senso di novità continua: i social non ti dicevano cosa dovevi ascoltare o indossare, lo scoprivi da un amico, in radio o per caso su una rivista. E ogni scoperta diventava “la tua cosa”.
Gli anni 2000… un mix di moda discutibile, musica che ancora oggi sappiamo a memoria, e quella sensazione che il futuro fosse lì, a portata di mano… dentro un Nokia 3310.
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