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  • La terza via di Musk: un partito conservatore tra repubblicani e democratici | Il Corsivo di Lunedì 07 Luglio 2025
    La terza via di Musk: un partito conservatore tra repubblicani e democratici.
    Un partito conservatore che si interpone tra repubblicani e democratici. Questa è la terza via politica di Elon Musk, grande finanziatore di Donald Trump, cacciato dalla guida del Doge dopo le forti critiche sulla controversa legge finanziaria approvata dal presidente americano. America Party di Musk rompe la tradizione secolare dello scontro tra repubblicani e democratici e si rivolge ad un elettorato essenzialmente moderato che va a votare turandosi il naso oppure non si sente rappresentato dal radicalismo di Trump e dal movimento Maga.
    Le difficoltà del progetto di Musk.
    Sul piano del marketing politico, America Party, almeno teoricamente, potrebbe portare via voti ai repubblicani, favorendo i democratici in quei due-tre seggi del Senato e otto-dieci della Camera dove si dovrebbe concentrare l'impegno di Musk. America Party può certamente contare su un flusso finanziario notevole, ma gli ostacoli maggiori restano le barriere istituzionali e le regole per l'accesso alle schede elettorali. Il partito dovrà inoltre definire il proprio ambito d'azione, smarcarsi dall'agenda dell'amministrazione di Trump, gestire le divisioni tra il potenziale elettorato, costruire nuove alleanze politiche. Si tratta di un percorso non facile. Il piano di Musk è quello di investire fiumi di denaro per sostenere alcuni candidati, come la battaglia per la rielezione del deputato Thomas Massie (R-Ky.) nel mirino di Trump, e costruire un pacchetto di parlamentari. Secondo Musk, sarebbe sufficiente per avere il voto decisivo sulle leggi controverse. Infine c'è la minaccia di Trump di rispedire Musk in Sudafrica e tagliare i contratti governativi alle sue aziende. La vulnerabilità delle imprese di Musk ai contratti governativi risulta alta.
    "Il Corsivo" a cura di Daniele Biacchessi non è un editoriale, ma un approfondimento sui fatti di maggiore interesse che i quotidiani spesso non raccontano. Un servizio in punta di penna che analizza con un occhio esperto quell'angolo nascosto delle notizie di politica, economia e cronaca.
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    3 min
  • I conti con l’energia | Il Corsivo di Venerdì 04 Luglio 2025
    Ci è capitato ieri di leggere alcuni dati pubblicati dall’Energy Institute di Londra, secondo i quali, per la prima volta dal 2006, la domanda di energia nel mondo è cresciuta in tutte le sue componenti: dal carbone al nucleare, dal petrolio alle rinnovabili.
    La cosa, ovviamente, comporta, anche un netto aumento delle emissioni di CO2 dovute al maggiore utilizzo degli idrocarburi e del carbone che, non a caso, nel 2024, raggiungono il loro record storico.
    La Cina, come è noto, rimane il più grande emettitore di CO2 al mondo - con almeno un terzo di tutte le emissioni planetarie - realizzando più del 60% della sua produzione elettrica attraverso il carbone: ed a questo proposito, va ricordato che, proprio mentre scriviamo queste nostre righe, sono sulla rampa di lancio cinese almeno 100 nuove centrali elettriche a carbone.
    Per contro, sempre la Cina guadagna anche il primato nel campo degli impianti fotovoltaici ed eolici, ospitandone non meno del 50% di quelli presenti in tutto il pianeta.
    Quindi il Paese asiatico è allo stesso tempo il più grande protagonista al mondo nelle energie rinnovabili, ma anche il più grande inquinatore di CO2.
    Inoltre, sempre lo scorso anno, si è pure toccato un nuovo picco di produzione petrolifera negli Stati Uniti, con oltre 20 milioni di barili al giorno che - pensate un po’ - da soli rappresentano una quantità che è pari alla somma di quelli che, solitamente, riescono a sfornare Russia e Arabia Saudita messe insieme.
    E pure per quanto concerne il gas naturale, le produzioni globali sono rimaste assai elevate, con gli USA che, anche in questo campo, guidano la classifica internazionale con oltre 1000 miliardi di metri cubi prodotti.
    Tutto questo significa, essenzialmente, che la crescita dell’economia mondiale non può fare a meno di continui aumenti di produzione energetica, ai quali però non è possibile far fronte ricorrendo esclusivamente alle fonti rinnovabili: intanto perchè queste ultime non sono sufficienti rispetto all’aumento della domanda e poi perché la loro caratteristica specifica è proprio quella di essere discontinue, non programmabili e, quindi, inadeguate per rispondere a esigenze di tipo costante quali sono, ad esempio, quelle peculiari a settori come sanità o trasporti.
    In questo contesto, diventa, dunque, abbastanza chiaro come l’ostinarsi a sognare il raggiungimento, in tempi brevi, di un mondo totalmente decarbonizzato, significhi, più che altro, non voler fare, assolutamente, i conti con la realtà. Così come appare del tutto velleitaria la pretesa europea di toccare lo stesso traguardo, entro il 2050: a meno che, non si voglia optare per una decrescita economica che, comunque – stiamone certi - nelle sue conseguenze sociali, non sarebbe affatto “felice”. Pertanto, se il Vecchio Continente si accontenta di poter vantare qualche sterile primato morale, faccia pure... tanto, il problema delle emissioni inquinanti, nella sua dimensione globale, resterebbe sostanzialmente inalterato, visto che quelle europee non raggiungono neanche il 7% delle complessive e visto anche che, ben difficilmente, Paesi come USA, Cina, India, Russia o Indonesia, saranno mai disposti a seguire il nostro nobile, ma irresponsabile esempio. Ed a conferma di quanto stiamo dicendo, basti considerare che, se da un momento all’altro, tutte le industrie europee sparissero nel nulla, dal punto di vista delle emissioni globali di CO2 le conseguenze sarebbero praticamente irrilevanti.
    Rifletta bene, quindi, Bruxelles prima di mettere in gioco tutto ciò che, fino ad oggi, ha definito e caratterizzato il nostro essere europei.
    "Il Corsivo" a cura di Daniele Biacchessi non è un editoriale, ma un approfondimento sui fatti di maggiore interesse che i quotidiani spesso non raccontano. Un servizio in punta di penna che analizza con un occhio esperto quell'angolo nascosto delle notizie di politica, economia e cronaca.
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    4 min
  • Tace la diplomazia, ma parlano i morti | Il Corsivo di Giovedì 03 Luglio 2025
    Tace la diplomazia, ma parlano i morti.
    Mentre le tragicomiche 24 ore preannunciate da Donald Trump in campagna elettorale sono ormai trascorse da qualche minutino e mentre anche il velleitario Emanuel Macron prova ad attaccare un bottone telefonico di circa due ore a Vladimir Putin, la guerra in Ucraina non accenna minimamente a fermarsi. Anzi, in trincea si continua a morire da una parte e dall’altra, i droni ed i missili russi arrivano sulle città ucraine con l’intensità di un temporale e – stando almeno a quanto rivelato dal Wall Street Journal – il Cremlino avrebbe anche ammassato 50mila soldati alle porte della città di Sumy, divenuta uno dei suoi obbiettivi principali in questa fase del conflitto. Con buona pace, quindi, di tutte le illusioni coltivate dal presidente americano sia in merito alle sue tanto millantate capacità negoziali, che su una presunta disponibilità di Putin a trattare qualcosa di diverso dalla completa capitolazione di Kiev, in realtà le effettive intenzioni dello zar, negli ultimi due anni, sono rimaste sempre le stesse: e cioè, quelle di guadagnare tempo, in attesa che Zelensky – preso per sfinimento – si rassegni a riconoscere la piena sconfitta del suo Paese.
    Nel frattempo, Trump insiste a cullarsi nell’idea che tanto, prima o poi, saranno i prezzi del petrolio in calo a costringere il Cremlino alla tregua...Ma pensiamo davvero che l’uomo che The Donald non nasconde di ammirare tantissimo (e forse di invidiare anche un po’) non avesse messo in conto i danni provocati alla Russia dal calo delle entrate derivanti dall’ export di idrocarburi? Certo che lo aveva fatto e, non a caso, ha trasformato quella del suo Paese in un’economia di guerra, in cui buona parte di quanto si produce è finalizzato proprio al proseguimento del conflitto: al punto che non è azzardato affermare che, probabilmente, oggi Putin avrebbe più problemi nel fermare la guerra, che nel portarla avanti.
    In sei mesi di governo, Trump ha subito rivelato preoccupanti limiti nella gestione dei rapporti internazionali. Limiti che risiedono nella sua propensione a sopravvalutare l’incidenza dei fattori economici (per non dire affaristici), pure in presenza di questioni che magari affondano storicamente le loro radici in ostilità etniche o incompatibilità ideologiche
    di lunghissima data. Qualcuno alla Casa Bianca trovi, quindi, il coraggio di spiegare al presidente che un’aspirazione come quella di passare alla storia come il restauratore dell’impero russo non è assolutamente monetizzabile e come, di conseguenza, in un’ottica di questo tipo, assumano scarsissima rilevanza anche le centinaia di migliaia di soldati usati, imperturbabilmente, come carne da cannone. Pertanto, apra gli occhi signor Trump ed osservi attentamente come lo zar che lei crede esserle amico stia, in verità, lavorando in una direzione esattamente opposta a quella di una tregua, proponendo, attraverso i suoi diplomatici, condizioni inaccettabili per Zelensky e prendendosi, quindi, beatamente gioco anche della sua ormai eccessiva benevolenza.
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    3 min
  • La Cassazione conferma l'ergastolo per Paolo Bellini nel processo contro i mandanti della strage di Bologna | Il Corsivo di Mercoledì 02 Luglio 2025
    La Cassazione conferma l'ergastolo per Paolo Bellini nel processo contro i mandanti della strage di Bologna.
    L'ultima sentenza della Cassazione che condanna all'ergastolo Paolo Bellini mette la parola fine al processo sui mandanti della strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980 (85 morti e 200 feriti). Un attentato di chiara marca fascista, così dicono tutte le sentenze emesse da vari tribunali nel corso di molti anni di indagini, in seguito a clamorosi depistaggi messi in campo da funzionari infedeli dello Stato. La Cassazione ha confermato il fine pena mai per Paolo Bellini e resa certa la ricostruzione, insieme al verdetto anch’esso passato in giudicato su Gilberto Cavallini, sul filo nero che ha collegato l’eversione di destra, la P2 e l’orrore della sala d’aspetto di seconda classe della stazione di Bologna. I giudici della VI sezione della Suprema corte hanno confermato la condanna a 6 anni per l’ex capitano dei carabinieri Piergiorgio Segatel per depistaggio e a quattro anni per Domenico Catracchia, amministratore di alcuni condomini di via Gradoli a Roma, per false informazioni al pubblico ministero.
    Confermate le accuse.
    Paolo Bellini è un killer a pagamento al soldo della criminalità organizzata e terrorista di destra. Il 2 agosto 1980 organizzò il trasporto dell’ordigno in una valigia contenente 25 chilogrammi di esplosivo tipo Compound B, poi collocata nella sala d'aspetto della stazione. L’elemento principale a carico di Bellini era un fotogramma di un filmino amatoriale, girato da un turista tedesco a Bologna la mattina del 2 agosto 1980, nel quale si vede un volto riconosciuto dall’ex moglie come quello dell’imputato. Quello contro Bellini è un verdetto che arriva poco più di un mese dal 45° anniversario della strage e che contribuisce alla ricostruzione in termini più ampi di quella che fu una stagione anche di terrore e depistaggi. Bellini, in questa ricostruzione, si “unisce” definitivamente ai Nar Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini (condannati in via definitiva) e Gilberto Cavallini (condannato all’ergastolo), terroristi finanziati da Licio Gelli e coperti dai servizi segreti.
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  • Il Corsivo di Martedì 01 Luglio 2025
    A luglio, un ingorgo di sette decreti frena l'iter delle riforme del Governo.
    Almeno sette decreti legge approdano nell'aula della Camera nel mese di luglio e creano un ingorgo parlamentare in grado di bloccare alcuni provvedimenti definiti in passato urgenti e decisivi dal Governo, come premierato e separazione delle carriere dei magistrati. Sono differimento termini per il danno erariale, infrastrutture strategiche, Campi Flegrei e zone alluvionate, il decreto del Miur, quello del ministero dello Sport, quello fiscale e quello relativo all'ex Ilva. Prima della pausa estiva arriveranno a Montecitorio anche i disegni di legge del governo a cui comunque l’esecutivo tiene, come quello sul sostegno alle zone di montagna o quello sull’Intelligenza artificiale.
    Le nuove priorità del Governo.
    Solo un mese fa, alla riunione dei capogruppo, il ministro per i rapporti con il Parlamento Luca Ciriani aveva chiesto di inserire il premierato a luglio. Per la separazione delle carriere, ora all’attenzione dell’assemblea del Senato, i più ottimisti avevano pensato ad un iter più celere a Palazzo Madama, così da portare il testo in Commissione Affari costituzionali della Camera ai primi di luglio e in Aula prima delle ferie estive. Ma lo scenario internazionale e le priorità sono cambiati, come hanno stabilito i presidenti dei gruppi parlamentari di Montecitorio.
    L'iter delle due riforme.
    Il premierato è stato approvato dal solo Senato ed è in prima lettura in commissione a Montecitorio, dovendo affrontare ancora la fase degli emendamenti. La separazione delle carriere delle toghe ha già ricevuto il sì della Camera e della commissione Affari costituzionali del Senato, che ha confermato il testo Camera; ed anche in Aula la maggioranza è intenzionata a fare altrettanto. Dopo l’approvazione definitiva della riforma, la maggioranza dovrà affrontare il referendum confermativo. Si tratta di un passaggio politico decisivo per le sorti del governo Meloni. Così in queste settimane si è avviato il confronto, per ora informale, tra le forze politiche sulla legge elettorale che, nelle intenzioni della maggioranza, dovrà essere modificata indipendentemente dal premierato.
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    3 min
  • Superati i 100 mila morti a Gaza | Il Corsivo di Lunedì 30 Giugno 2025
    Superati i 100 mila morti a Gaza.
    Non è solo questione di mera statistica, perché dietro all'impressionante cifra di 100 mila a Gaza c'è la storia di un vero e proprio genocidio, una strage di vite di uomini, donne, vecchi, bambini, alcuni ancora in fascie, comunque tutti civili uccisi dalla politica militare di Netanyahu e dal suo governo di ultra destra. La risposta israeliana alla terribile strage di Hamas è dieci volte superiore a ciò che avvenne il 7 ottobre 2023, in un rapporto di uno a dieci. Persino la distribuzione di aiuti umanitari “sta uccidendo persone”. Parola del segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres, secondo cui le operazioni gestite dai mercenari statunitensi della Gaza Humanitarian Foundation sono “intrinsecamente insicure”. In circa un mese, dalla ripresa dell’ingresso di beni di prima necessità nella Striscia, l’esercito israeliano e gli stessi contractor americani hanno colpito decine e decine di civili colpevoli di cercare cibo per loro e per la propria famiglia.
    Qatar e Stati Uniti spingono per la tregua, Israele va avanti.
    L’amministrazione americana ed il Qatar starebbero spingendo per raggiungere la tregua, convinti che si debba sfruttare lo slancio del cessate il fuoco di questa settimana con l’Iran per lavorare ad uno stop delle ostilità anche nella Striscia. Ma i tentativi di rinvigorire gli sforzi diplomatici, si scontrano con i numeri delle vittime negli attacchi di Tel Aviv. A raffreddare gli entusiasmi sono scesi in campo alti funzionari israeliani coinvolti nei colloqui per un accordo sugli ostaggi, che affermano di non comprendere i motivi dell’ottimismo del presidente Donald Trump, secondo cui un cessate il fuoco a Gaza potrebbe essere raggiunto già la prossima settimana. Dunque Israele va avanti e, al momento, la tregua a Gaza sembra un sogno lontano.
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  • Ustica, 45 anni dopo, tra verità storica e mancata giustizia | l Corsivo di Venerdì 27 Giugno 2025
    Ustica, 45 anni dopo, tra verità storica e mancata giustizia.
    Il 27 giugno 1980, il Dc9 I-TIGI della compagnia Itavia parte dall'aeroporto Guglielmo Marconi di Bologna con 113 minuti di ritardo con destinazione Palermo. Il cielo è limpido, calma di vento, orario previsto di atterraggio 21,15. Poco prima delle 21, il velivolo sparisce dai radar dei centri di controllo mentre sorvola la tratta tra Ponza e Ustica, nel luogo aeronautico chiamato Punto Condor. 81 persone, settantasette passeggeri e quattro membri dell'equipaggio sprofondano insieme al DC 9 negli abissi del Mar Tirreno.
    La verità storica.
    45 anni dopo c'è una verità storica, già impressa nella sbobinatura delle conversazioni tra il pilota del Dc9 Domenico Gatti e i vari operatori dei centri di controllo. Nessun cedimento strutturale, nessuna bomba a bordo. Il DC 9 viene abbattuto da un aereo militare di nazionalità sconosciuta nell'ambito di un'azione di guerra a bassa intensità, oppure colpito da altro aereo, in quella che in gergo tecnico viene definita "near collision".
    La verità giudiziaria.
    Intorno alla sparizione del DC9 si forma un puzzle frammentato da depistaggi, occultamenti di prove e silenzi istituzionali.
    Il giudice Rosario Priore, nella sua ordinanza di cinquemila pagine, sostiene che l’aereo viene abbattuto in uno scenario di guerra.
    I processi assolvono perché il fatto non sussiste i vertici dell'Aeronautica, ma la giustizia civile riconosce le responsabilità dello Stato italiano, e condanna il Ministero dei Trasporti e della Difesa a risarcire i familiari delle vittime per depistaggi e distruzione di prove. La recente archiviazione chiesta della Procura di Roma comunque esclude che ad abbattere il Dc-9 sia stata una bomba nascosta a bordo e anche la pista dell'attentato terroristico. Le dichiarazioni dell'ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga, dell'ex presidente della Consulta Giuliano Amato e dell'ex generale Nicolò Bozzo, tra gli altri, suggeriscono un coinvolgimento francese e americano nella strage. Tuttavia, nonostante le recenti dichiarazioni di Amato, il Governo italiano non ha ancora presentato nuove rogatorie alla Francia per far luce sulla vicenda. Come affermava Andrea Purgatori, prima di lasciarci, "manca l’ultimo miglio" per ottenere piena giustizia, un passo che spetta alla politica compiere con coraggio.
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  • Zohran Mamdani vince le primarie dem di New York. E' il volto nuovo del movimento anti Trump | Il Corsivo di Giovedì 26 Giugno 2025
    Zohran Mamdani vince le primarie dem di New York. E' il volto nuovo del movimento anti Trump.
    Il volto nuovo del movimento anti Trump si chiama Zohran Mamdani che stravince le primarie democratiche per la carica di sindaco di New York contro l'ex Governatore Andrew Cuomo. Mamdami, 33 anni, ha origini ugandesi, possiede un eloquio e uno stile popolare, piace molto ai ragazzi newyorkesi. In poche settimane di campagna elettorale, ha capitalizzato la frustrazione della generazione più giovane e la potenza dei social media, diventando il simbolo di una nuova politica della sinistra americana. La sua candidatura, almeno sulla carta, era fuori dai giochi, dai calcoli dei vertici del partito sconfitti alle elezioni politiche nazionali, che avevano preferito un parruccone della vecchia nomenclatura come Cuomo a un giovane come Zohran sostenuto da Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez e dal movimento contro le oligarchie.
    Chi è Zohran Mamdami?
    Nasce in Uganda nel 1991. Figlio del politologo ugandese Mahmood Mamdani e della regista cinematografica Mira Nair, la sua infanzia è segnata da viaggi, prospettive globali e un’impronta culturale multicentrica. A sette anni si trasferisce con la famiglia a New York, città che da allora diventa il suo punto di riferimento. Dopo la laurea in African Studies al Bowdoin College, lavora come consulente per la prevenzione dei pignoramenti immobiliari, aiutando proprietari di case a basso reddito – in particolare afroamericani e latini – a non perdere le loro abitazioni. Qui nasce la sua vocazione politica. Mamdani entra in politica nel 2020, vincendo un seggio nell’Assemblea statale di New York come rappresentante del 36° distretto. Si unisce all’ala sinistra del partito, trovando sostegno nei movimenti per la giustizia sociale esplosi dopo la pandemia e l’omicidio di George Floyd. Tra le proposte principali figurano il congelamento degli affitti per gli inquilini di case stabilizzate; trasporto pubblico gratuito, in particolare sugli autobus; asili nido pubblici e gratuiti per tutti i bambini sotto i sei anni; supermercati municipali che vendano a prezzi all’ingrosso; e un aumento progressivo del salario minimo, con l’obiettivo di arrivare a 30 dollari l’ora entro il 2030. Se sarà eletto, diventerà il primo sindaco musulmano nella storia di New York City, un fatto simbolico in una metropoli che ospita una delle comunità islamiche più grandi d’America.
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  • La tregua fragile tra Iran e Israele | Il Corsivo di Mercoledì 25 Giugno 2025
    La tregua fragile tra Iran e Israele.
    Era illusorio, se non superficiale, pensare che il solo annuncio di Trump di un cessate il fuoco potesse mettere da parte anni di guerre, bombardamenti, sabotaggi, operazioni speciali, avvenuti tra Iran e Israele. Infatti, a poche ore dalle dichiarazioni del presidente americano, i due Paesi continuano ad accusarsi a vicenda di aver violato la tregua entrata in vigore ieri mattina. Iran e Israele sostengono di aver vinto la guerra, come confermano le migliaia di persone partecipanti alla manifestazione "per la vittoria" nella piazza Enghelab di Teheran, come dimostrano le parole del presidente israeliano Isaac Herzog secondo cui l'Iran è un nemico malvagio, ma la sua minaccia è stata eliminata.
    La guerra è finita davvero?
    La guerra non è finita perché con la tregua imposta con la forza dagli Stati Uniti non si sono rimosse le cause che hanno scatenato anni di contrapposizione militare tra Iran e Israele: risale almeno ai tempi della Rivoluzione del 1979, quando l'Iran assume una posizione sempre più critica nei confronti di Israele. Nel 1982, si scatena un conflitto per procura quando l'Iran sostiene con armi e finanziamenti i militanti sciiti e palestinesi libanesi durante la guerra del Libano. L’Iran guadagna potere e influenza con altri paesi e gruppi. Il conflitto si evolve con i tentativi israeliani di fermare il programma nucleare iraniano, con l'uccisione di numerosi scienziati e i bombardamenti contro postazioni iraniane in Siria durante la guerra civile. Con l'attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, Israele prende di mira le truppe iraniane e filo iraniane in Siria. Vengono uccisi il comandante iraniano Razi Mousavi, Sadegh Omidzadeh, insieme ad altri quattro funzionari. Il 1 aprile 2024, Israele bombarda il consolato iraniano a Damasco, l'Iran sequestra la nave MSC Aries, collegata a Israele, e lancia un attacco missilistico allo Stato di Israele il 13 aprile 2024. Le tensioni aumentano in seguito dell'assassinio di Ismail Haniyeh, leader politico di Hamas, avvenuto il 31 luglio 2024 per mano di Israele. Si prosegue fino a questi giorni, quando il 13 giugno 2025 Israele sferra l'attacco contro l'Iran con l'operazione Rising Lion.
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  • Aiea chiede il cessate il fuoco tra Stati Uniti, Iran e Israele. Sospetta danni gravi agli impianti nucleari | Il Corsivo di Martedì 24 Giugno 2025
    Aiea chiede il cessate il fuoco tra Stati Uniti, Iran e Israele. Sospetta danni gravi agli impianti nucleari.
    Quali danni materiali hanno provocato i bombardamenti americani e israeliani nei siti nucleari iraniani, soprattutto quello di Fordow? "Totalmente distrutti", dice Trump. "Solo parzialmente colpiti", sostengono Cnn, Abc news e Nbc news. "Il materiale nel sito di Fordow era stato già trasportato altrove", afferma l'Iran. Dove sta la verità? Aiea, l'Agenzia internazionale per l'energia atomica, vuole vederci chiaro e chiede di fermare le ostilità per permettere ai suoi funzionari di recarsi nei siti colpiti dalle operazioni speciali di Washington e Tel Aviv, proprio ora che il conflitto si allarga di minuto in minuto, in una escalation senza controllo.
    Cosa è accaduto nell'impianto di Fordow?
    Alla riunione di emergenza del Consiglio dei governatori dell'Aiea a Vienna, il direttore generale, Rafael Mariano Grossi, ha sottolineato che "accertare i fatti sul campo è un prerequisito per qualsiasi accordo e ciò può essere fatto solo tramite le ispezioni dell'Aiea". In questo momento non è possibile indicare quali danni abbia subito l'impianto di Fordow attaccato dagli Usa. Comunque Grossi prevede danni molto ingenti all'impianto. Considerando la potenza esplosiva utilizzata e l'estrema sensibilità alle vibrazioni delle centrifughe, le conseguenze possono essere di grande entità. AIEA ha anche richiesto l'accesso ai siti nucleari iraniani per determinare la sorte delle scorte di uranio arricchito a un livello prossimo alla soglia di progettazione per una bomba atomica. La verità è che il rischio ambientale dei raid statunitensi contro l’uranio arricchito è limitato. I rischi maggiori derivano dalle bombe sulle centrali nucleari civili. L’Aiea era pronta a collaborare con l’Iran quando Israele ha iniziato a bombardare.
    "Il Corsivo" a cura di Daniele Biacchessi non è un editoriale, ma un approfondimento sui fatti di maggiore interesse che i quotidiani spesso non raccontano. Un servizio in punta di penna che analizza con un occhio esperto quell'angolo nascosto delle notizie di politica, economia e cronaca.
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