Il Corsivo

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  • Aiea chiede il cessate il fuoco tra Stati Uniti, Iran e Israele. Sospetta danni gravi agli impianti nucleari | Il Corsivo di Martedì 24 Giugno 2025
    Aiea chiede il cessate il fuoco tra Stati Uniti, Iran e Israele. Sospetta danni gravi agli impianti nucleari.
    Quali danni materiali hanno provocato i bombardamenti americani e israeliani nei siti nucleari iraniani, soprattutto quello di Fordow? "Totalmente distrutti", dice Trump. "Solo parzialmente colpiti", sostengono Cnn, Abc news e Nbc news. "Il materiale nel sito di Fordow era stato già trasportato altrove", afferma l'Iran. Dove sta la verità? Aiea, l'Agenzia internazionale per l'energia atomica, vuole vederci chiaro e chiede di fermare le ostilità per permettere ai suoi funzionari di recarsi nei siti colpiti dalle operazioni speciali di Washington e Tel Aviv, proprio ora che il conflitto si allarga di minuto in minuto, in una escalation senza controllo.
    Cosa è accaduto nell'impianto di Fordow?
    Alla riunione di emergenza del Consiglio dei governatori dell'Aiea a Vienna, il direttore generale, Rafael Mariano Grossi, ha sottolineato che "accertare i fatti sul campo è un prerequisito per qualsiasi accordo e ciò può essere fatto solo tramite le ispezioni dell'Aiea". In questo momento non è possibile indicare quali danni abbia subito l'impianto di Fordow attaccato dagli Usa. Comunque Grossi prevede danni molto ingenti all'impianto. Considerando la potenza esplosiva utilizzata e l'estrema sensibilità alle vibrazioni delle centrifughe, le conseguenze possono essere di grande entità. AIEA ha anche richiesto l'accesso ai siti nucleari iraniani per determinare la sorte delle scorte di uranio arricchito a un livello prossimo alla soglia di progettazione per una bomba atomica. La verità è che il rischio ambientale dei raid statunitensi contro l’uranio arricchito è limitato. I rischi maggiori derivano dalle bombe sulle centrali nucleari civili. L’Aiea era pronta a collaborare con l’Iran quando Israele ha iniziato a bombardare.
    "Il Corsivo" a cura di Daniele Biacchessi non è un editoriale, ma un approfondimento sui fatti di maggiore interesse che i quotidiani spesso non raccontano. Un servizio in punta di penna che analizza con un occhio esperto quell'angolo nascosto delle notizie di politica, economia e cronaca.
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    3 min
  • Gli Stati Uniti attaccano l'Iran che organizza ritorsioni | Il Corsivo di Lunedì 23 Giugno 2025
    Gli Stati Uniti attaccano l'Iran che organizza ritorsioni.
    Donald Trump rompe gli indugi, non attende l'eventuale evoluzione diplomatica della crisi con l'Iran, anticipa l'attacco contro tre siti nucleari, inclusi Fordow, Natanz e Esfahan, e si infila in uno dei conflitti più pericolosi della storia contemporanea, con conseguenze e sviluppi imprevedibili. L'azione americana era pronta da settimane, da quando lo stesso Trump aveva annunciato un colpo al cuore del sistema nucleare iraiano proprio per questo fine settimana, distogliendo poi l'attenzione internazionale parlando di uno spostamento del piano di quindici giorni, facendo credere di aver avviato una trattativa con Teheran. Ma si è trattato di un depistaggio.
    Ad un passo dalla guerra nucleare.
    L'annuncio di Trump è un mix di profezie religiose, di esaltazione militare, di crociate moderne, una narrazione molto cara al suo elettorato, alla pancia del movimento Maga, ma il presidente americano con questo atto solitario, non autorizzato dal parlamento e da nessuna organizzazione internazionale, ci porta dritti ad un passo dalla guerra nucleare. L'Iran fa sapere che il sito di Fordow non ha subito gravi danni, contrariamente a quanto ha raccontato Trump, e che la maggior parte dell'uranio precedentemente stoccato presso l'impianto di arricchimento di Fordow era stato trasferito in un'altra sede. Ora l'amministrazione Trump si sta preparando a potenziali ritorsioni da parte dell'Iran e i prossimi giorni saranno particolarmente preoccupanti, secondo quanto hanno raccontato anonimi funzionari del Pentagono e della Casa Bianca. Non è chiaro se le ritorsioni riguarderanno località all'estero o nazionali, o entrambe, di certo l'Iran non starà a guardare.
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    3 min
  • La ribellione dello spagnolo Sanchez contro il 5% del pil per spese militari | Il Corsivo di Venerdì 20 Giugno 2025
    La ribellione dello spagnolo Sanchez contro il 5% del pil per spese militari.
    Due giorni fa, il segretario della Nato Mark Rutte aveva inviato una lettera agli Stati membri in vista del vertice dell’Alleanza atlantica, in programma a l'Aia a fine mese. Nella missiva, Rutte comunicava la richiesta di aumentare fino al 5% del Pil le spese militari, ma il premier spagnolo Pedro Sanchez respinge al mittente la proposta in quanto irricevibile. “Per la Spagna impegnarsi all’obiettivo del 5% sarebbe non solo irragionevole, ma anche controproducente: allontanerebbe la Spagna dalla spesa ottimale e ostacolerebbe gli sforzi dell’Ue per rafforzare il suo ecosistema di sicurezza e difesa”, scrive Sánchez in risposta a Rutte.
    Accordo a rischio.
    L’opposizione di Madrid rischia di far saltare l’accordo, che richiede un voto all’unanimità: si prospettano dunque momenti di tensione al vertice dell’Aja. La linea del governo spagnolo e di altri Paesi Nato, è che l’obiettivo non va stabilito in termini di percentuale fissa di spesa, ma di raggiungimento di determinate capacità. Non si può escludere che l’Europa raggiunga un giorno la soglia del 5% di fronte alla militarizzazione espansionistica della Russia, fissare ora questo target è assolutamente prematuro. La scelta di Sanchez dimostra il coraggio della politica. Per la Spagna, rispettare il target implicherebbe un aumento delle spese per la difesa di ottanta miliardi di euro all’anno, quasi la metà delle uscite per le pensioni. E così funzionerebbe anche per gran parte degli stati che aderiscono all'Alleanza Atlantica.
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    3 min
  • Aiea smentisce Israele e Stati Uniti: nessuno sforzo in Iran per un'arma nucleare | Il Corsivo di Giovedì 19 Giugno 2025
    Aiea smentisce Israele e Stati Uniti: nessuno sforzo in Iran per un'arma nucleare.
    In Iran non esiste alcun sforzo sistematico per la costruzione di un'arma nucleare. A pochi giorni dalla presentazione del suo rapporto, Rafael Grossi, il direttore dell'Agenzia internazionale per l'energia atomica (Aiea), conferma che l'Iran sta certamente arricchendo l'uranio al 60%, unico Paese al mondo a farlo, ma non sta costruendo un'arma nucleare. Dunque, Aiea smentisce senza indugio la principale narrazione di Israele e Stati Uniti, secondo cui l'attacco contro Teheran previene la possibilità che gli ayatollah possano intraprendere un'attività finalizzata alla ideazione di un ordigno nucleare. Allora perché si fa questa guerra? Perché Netanyahu ha sferrato un attacco aeronautico senza precedenti contro l?iran? Perché in poche settimane Trump è passato da una posizione diplomatica ad una possibile azione militare?
    Gli interessi economici.
    L’attacco di Israele all’Iran mette in difficoltà il debito federale americano e il dollaro, e favorisce le Big Three, il monopolio finanziario in aperto contrasto con Donald Trump. Dopo l'avvio dell'azione contro Teheran, il dollaro infatti sta continuando a perdere terreno e prosegue la vendita dei titoli di Stato americani, costretti a pagare rendimenti crescenti. La tenuta dei conti di un paese come gli Stati Uniti, che ha un debito di 36 mila miliardi di dollari, paga 1200 miliardi di interessi e ha una posizione finanziaria netta negativa di 24 mila miliardi, sta deteriorandosi rapidamente in seguito all’apertura del fronte di guerra iraniano. Non solo. Ieri la Fed di Jerome Powell ha lasciato invariato i tassi d'interesse in una forbice che va dal 4,25 al 4,5%, lo stesso livello al quale sono dallo scorso dicembre, contro la richiesta di Trump.
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    3 min
  • La guerra di Trump contro l'Iran: sappiamo dov'è Khamenei, ci vuole una resa incondizionata | Il Corsivo di Mercoledì 18 Giugno 2025
    La guerra di Trump contro l'Iran: sappiamo dov'è Khamenei, ci vuole una resa incondizionata.
    Durante la sua campagna elettorale, e nei primi mesi del secondo mandato, Donald Trump aveva annunciato di chiudere i conflitti tra Russia e Ucraina e in Medio Oriente in poche ore, con accordi di pace duraturi. Non solo non è riuscito a chiudere in modo diplomatico le due guerre, ma ora gli Stati Uniti appoggiano sul piano militare l'offensiva israeliana e si trovano sempre più al centro dello scontro con l'Iran. Le ultime dichiarazioni di Trump, dettate nei minuti in cui riuniva il consiglio di sicurezza alla Casa Bianca, sono eloquenti. "Sappiamo dov'è Khamenei, urge una immediata resa incondizionata". Nella sostanza, Trump considera probabile l'ipotesi di lanciare un attacco contro le strutture nucleari iraniane, in particolare contro l'impianto sotterraneo di arricchimento dell'uranio a Fordow. E' una delle opzioni prese in considerazione nel vertice con il suo mediatore, Steve Witkoff, il capo di stato maggiore aggiunto Dan Caine, e altri leader militari.
    La strategia di Israele.
    L’ultimo dei vertici militari iraniani a cadere è il nuovo capo di stato maggiore Ali Shadmani, nominato solo quattro giorni fa.
    Israele colpisce i siti di arricchimento dell'uranio e gli scienziati nucleari, e tenta di impedire al suo avversario di avvicinarsi alla costruzione di un'arma atomica che Teheran non possiede e che con ogni probabilità non avrà mai. Per compiere questa nuova azione appoggiata da Trump, gli israeliani hanno ucciso almeno 224 persone da venerdì scorso. L'Iran ha risposto lanciando più di 370 missili e centinaia di dron. Finora si registrano decine di vittime e di feriti in Israele. Ma l'eventuale attacco americano potrebbe unire gli storici amici di Teheran in un'alleanza militare convergente dagli esiti imprevedibili, davanti agli occhi impotenti del mondo e della diplomazia..
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  • La confusione diplomatica allarga Il conflitto tra Israele e Iran | Il Corsivo di Martedì 17 Giugno 2025
    La confusione diplomatica allarga Il conflitto tra Israele e Iran.
    Israele scatena la guerra contro l'Iran perché sospetta che Teheran intende proseguire gli investimenti sul nucleare. Questa è la versione ufficiale. Sarà così? Lo stato maggiore iraniano minaccia di utilizzare 2.000 missili nei suoi prossimi attacchi contro Israele ma, con ogni probabilità, i numeri sono diversi. US Central Command valuta 3mila missili balistici iraniani, in parte utilizzati negli scontri degli ultimi 20 mesi o ceduti a milizie alleate (come gli Houthi). Non si può escludere che la produzione sia stata potenziata anche per rifornire la Russia impegnata nella guerra in Ucraina, così come non si può affermare che Israele sia davvero riuscito a distruggere un gran numero di rampe, missili balistici e un deposito sotterraneo nella regione di Kermanshah, nell’Iran Occidentale. In realtà Netanyahu è sempre più in calo di consenso, e il genocidio di Gaza lo ha reso sempre più isolato sul piano politico internazionale. Il nuovo fronte con l'Iran tende a riconquistare una sua credibilità contro il nemico di sempre.
    Il ruolo degli Stati Uniti.
    Sono almeno 30 anni che statunitensi e israeliani lanciano l’allarme per la bomba atomica che l’Iran potrebbe possedere “in pochi mesi” ed evocano e compiono attacchi al programma nucleare. L’ambiguità, se non l’imbarazzo, di Trump e della sua amministrazione sono evidenti. Si è dissociato dagli attacchi alla vigilia di un nuovo round di negoziati tra USA e Iran sul programma nucleare di Teheran. Poi ha difeso la decisione di Netanyahu negando un ruolo militare americano nell’operazione. Successivamente Trump ha plaudito ai raid israeliani e all'eliminazione dei vertici militari iraniani. Infine è emerso che lo US Central Command statunitense, responsabile per l’area mediorientale, avrebbe fornito supporto di intelligence, aerei radar e da rifornimento in volo ai velivoli da combattimento israeliani. Infine la portaerei Nimitz è in rotta per il Medio Oriente.
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    3 min
  • Il dottor Stranamore a un passo dalla terza guerra mondiale | Il Corsivo di Lunedì 16 Giugno 2025
    Il dottor Stranamore ad un passo dalla terza guerra mondiale
    I nostri ascoltatori ricorderanno la trama di un film di Stanley Kubrick del lontano 1964, Il dottor Stranamore. La pellicola racconta la possibilità di un imminente attacco nucleare all’Unione Sovietica voluto dal folle Jack D. Ripper . Da una base il generale americano impartisce l’ordine, l’aereo prosegue la sua missione (il bombardamento con armi atomiche di varie città russe), i vertici statunitensi cercano di fermarlo. Viene coinvolto il dottor Stranamore, uno scienziato ex nazista naturalizzato americano e direttore per lo sviluppo delle armi nucleari, che spiega al presidente il funzionamento dell’ordigno, aggiungendo che l’effetto deterrente viene meno nel momento in cui il nemico non ne è a conoscenza.
    La guerra totale
    Il dottor Stranamore è naturalmente figlio della guerra fredda, ma in questo nuovo conflitto totale che può portarci dritti alla terza guerra mondiale, quanti altri dottori Stranamore dominano la scena internazionale? Ci sono certamente il premier isfraeliano Benjamin Netanyahu, il ministro di estrema destra Itamar Ben Gvir, il presidente americano Donald Trump, il suo omologo russo Vladimir Putin, il presidente iraniano Masoud Pezeshkian, il capo di stato maggiore militare Houthi, Muhammad Al-Ghamari, i leader di Hezbollah e di Hamas. Ognuno pretende uno spazio sul piano economico, politico, militare, e ognuno afferma il potere di chi riesce a fermare i conflitti in cambio di una pace condizionata, e chi invece si cimenta nella continua costruzione di un nemico da abbattere. Perché un dittatore che non ha nemici se li crea. Vi ricordate il film di Kubrick? Gli aspetti comici si concentrano sull’incompetenza degli uomini in comando e la satira sui complessi sistemi politici e militari vulnerabili alle debolezze di chi li controlla. Ed è proprio quello che sta accadendo in queste ore. La guerra incontrollata guidata da personaggi malati di psicopatie gravi.
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    3 min
  • Una riflessione sul caso Pieroni | Il Corsivo di Venerdì 13 Giugno 2025
    La morte assistita dello scrittore e musicista, Daniele Pieroni, resa possibile da una legge della regione Toscana attualmente impugnata dal Governo presso la Corte Costituzionale, invita a riflettere su una questione che in Italia, nonostante la sua particolare delicatezza, sul piano legislativo resta ancora, inspiegabilmente, affidata al caso e all’improvvisazione. Di fatto, appare piuttosto evidente come da noi si possa morire, in una maniera o nell’altra, a seconda della regione in cui si risiede... Pieroni, ad esempio, era nato in Abruzzo e se non si fosse trasferito da anni in provincia di Siena, per nessun motivo avrebbe potuto fruire altrove di una opportunità analoga a quella offertagli dalla Toscana. Ci chiediamo come sia possibile che una materia che, in fondo, proprio per la sua indiscutibile trasversalità – ci si ammala e si muore, infatti, sia a destra, che a sinistra – dovrebbe essere regolata da una legge dello Stato, sia rimasta invece, fino ad oggi, disciplinata in ordine sparso su tutto il territorio nazionale...quasi come se si trattasse di un problema da inserire nell’ambito di quella “autonomia differenziata”, di cui si è tanto discusso lo scorso anno. E’ vero che in tema di sanità le Regioni dispongono di poteri molto ampi, ma quello di legiferare sul suicidio assistito, almeno a nostro avviso, dovrebbe esulare da questi. Tuttavia, per il momento, non possiamo fare altro che prendere atto del fatto che, sebbene più volte sollecitato dalla Consulta ad intervenire attraverso una normativa nazionale, il nostro Parlamento ha finora colpevolmente evitato di farlo.
    I partiti stentano, evidentemente, a trovare un’intesa, incapaci di individuare quale sia il modello di fine vita meno divisivo da adottare: quello più radicale che considera il suicidio assistito come un diritto assolutamente acquisito, oppure quello preferito dalle forze politiche e culturali più conservatrici che lo ammetterebbero solo in casi eccezionali?
    Sono, purtroppo, ormai passati sei anni e quattro governi dal giorno in cui, per la prima volta, la Corte ha chiesto a Camera e Senato di dare certezze e chiarezza agli Italiani, a prescindere dai loro luoghi di residenza. Nel frattempo, al problema irrisolto del fine vita, nei nostri ospedali, viene spesso concretamente data una risposta dai tanti medici che - mossi a compassione dinanzi a certe situazioni irreversibili - ricorrono al metodo della sedazione profonda, intesa come uso di farmaci che inducono all’ incoscienza fino a che non sopraggiunga la morte.
    Sappiamo che il prossimo 17 luglio, a colmare questo logorante vuoto legislativo, dovrebbe, finalmente, arrivare in Senato una proposta unitaria da parte della maggioranza: speriamo bene...
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  • Dalla parte di Fido. Sempre e ovunque | Il Corsivo di Giovedì 12 Giugno 2025
    Continua a non essere certamente ideale, in Iran, il quadro normativo all’interno del quale sono costretti a muoversi i cinofili ed i loro fedeli compagni a quattro zampe. Apprendiamo, infatti, proprio in queste ore, che gli effetti restrittivi e penalizzanti di una direttiva di polizia del 2019 riguardanti, inizialmente, la sola capitale Teheran, saranno adesso estesi anche alle altre 17 città più importanti del Paese. E si tratta di limitazioni a portare i cani a spasso o in macchina per motivi di salute pubblica, ordine sociale e sicurezza: e a sentire certe cose, viene spontaneo pensare che, evidentemente, il miglior amico dell’uomo sia anche uno dei peggiori nemici della Repubblica islamica…Sappiamo che, a partire dalla rivoluzione del 1979, il possesso di cani è stato caldamente osteggiato sia dalle autorità religiose (che li considerano animali “impuri”), che da quelle politiche e amministrative, per le quali rappresentano un simbolo dell’influenza culturale occidentale. Da appassionati sostenitori dei diritti degli animali, non abbiamo certo scordato il momento in cui – era il 2014 – nel parlamento iraniano venne presentato un disegno di legge, in base al quale chiunque avesse condotto un cane in luogo pubblico sarebbe stato sanzionato con una multa da 10 a 100 rial (e cioè da 300 a 3.000 dollari), oppure con l’esecuzione di ben 74 frustate.
    Per fortuna, non ci risulta che questo crudele disegno sia poi sfociato concretamente in una legge dello Stato, ma l’esempio sta, comunque, ad indicare che tipo di aria tiri da quelle parti nei confronti di chi, nonostante tutto l’ostracismo teologico possibile e immaginabile, si ostina, tuttavia, ad amare ed a rispettare anche creature viventi che non siano umane (e musulmane). Nel 2017, la guida suprema iraniana, l’Ayatollah Ali Khamenei, ci aveva già spiegato che “tenere cani per motivi diversi dalla pastorizia, dalla caccia e dalla guardia” è da considerarsi una cosa riprovevole, poiché questa pratica, adottata dagli infedeli, “promuove la loro cultura, causa danni e disturbi ai vicini e va, quindi, considerata come proibita”. Ed anche un altro grande ayatollah, Nasser Shirazi, ha sentenziato che, secondo gli hadith (ossia i detti del profeta Maometto), il cane è un animale immondo, il cui possesso è peccato e viene, appunto, ammesso esclusivamente per attività come la caccia o la pastorizia. Pertanto, a giudizio dell’autorevole chierico, “i rapporti amichevoli con questi animali sono una cieca imitazione dei costumi occidentali, che amano i propri cani più delle mogli e dei bambini”. Infine, sempre secondo la tradizione islamica, gli angeli non entrerebbero mai in una casa abitata da un cane. Può darsi che sia vero, ma, in tal caso, la scelta dipende dal fatto che tra angeli ci si intende e si evita, quindi, di entrare in una casa dove uno di essi è già presente e sta donando tutta la nobile protezione del suo sconfinato amore.
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  • L’ Israele che se va | Il Corsivo di Mercoledì 11 Giugno 2025
    Greta Thunberg che pensavamo si fosse finalmente decisa a riprendere il suo percorso scolastico precocemente interrotto quando aveva tredici anni, ha invece nuovamente trovato il modo di riapparire sulla scena mediatica, mettendosi al timone di uno yacht alla volta di Gaza, dove intendeva portare alla popolazione locale il preziosissimo – e chissà quanto agognato - contributo della sua solidarietà politica. L’imbarcazione è stata inevitabilmente intercettata dalla marina israeliana, sulla base però – cosa che forse, in Italia, non tutti sanno – non di un atto di pirateria, ma di un blocco navale autorizzato dalle Nazioni Unite. Aggiungiamo che la supponente ragazzotta svedese adesso dichiara di essere stata addirittura “rapita e tenuta in ostaggio”: tuttavia, dalle immagini che un po’ tutti abbiamo avuto modo di vedere, pare abbastanza chiaro che si sia, comunque, trattato di un rapimento a base di bibite, dolci e panini imbottiti per rifocillarsi...Un tipo di trattamento abbastanza diverso, quindi, da quello subito dalla ragazza israeliana che, il 7 ottobre, venne rapita sul serio dai militanti di Hamas per poi essere esposta, con le gambe spezzate, nelle strade di Gaza, onde consentire alla folla festante di bastonarla e di sputarle addosso. Detto questo, vogliamo anche aggiungere – e lo facciamo da ormai imbarazzatissimi filo israeliani della prima ora - che, blocco navale più o meno legale, questo episodio dei croceristi fermati nella loro velleitaria iniziativa “umanitaria”, Israele se lo sarebbe potuto proprio risparmiare...Neanche il Gianni Rivera dei tempi migliori avrebbe infatti fornito, su un piatto d’argento, un assist così ben riuscito a tutti coloro che, di professione, fanno gli odiatori dello Stato ebraico. Il fatto è che, purtroppo, come tragicamente dimostra anche la spietata azione militare che da troppo tempo viene esercitata sulla Striscia, in un Paese che, fino ad una ventina di anni fa, veniva definito (come si diceva allora) l’ unico “faro di democrazia in Medio Oriente”, sembra adesso essere intervenuta una sorta di mutazione genetica che lo sta portando ad infischiarsene beatamente sia del diritto alla sopravvivenza delle popolazioni arabe, che del giudizio delle opinioni pubbliche a livello internazionale. Prima accennavamo al nostro attuale imbarazzo di fronte a scelte del governo Netanyahu che, oltre ad esasperare ulteriormente (ed in maniera irresponsabile) gli animi in Terra Santa, conducono anche, inspiegabilmente, Israele verso l’isolamento mondiale. Vuole davvero l’eterno Bibi ridurre il suo Paese alla stregua di uno “stato paria” come la Corea del Nord? Vuole proprio andare incontro a sanzioni politiche e commerciali che mettano in ginocchio un’economia tradizionalmente piuttosto brillante?
    Ci siamo chiesti cosa mai abbia potuto portare ad un cambiamento di indirizzo così radicale nella politica israeliana e pensiamo di aver trovato una risposta soprattutto a livello demografico.
    Israele è un Paese giovane, con una popolazione in crescita continua e che è composta da quattro gruppi fondamentali: gli ebrei laici (in genere di origine europea), gli arabi con cittadinanza israeliana, gli ebrei ultra-ortodossi e gli ebrei nazional-religiosi. Il primo gruppo, in passato rappresentativo di una netta maggioranza culturale e politica, ora è in fase calante; il secondo è rimasto costante, mantenendosi nella percentuale di circa il 20%. Gli altri due - che prima erano minoritari – stanno adesso, al contrario, prendendo il sopravvento numerico: ecco, dunque, da dove deriva l’affermarsi di un nuovo ordine sociale e di certe idee che prima erano marginali, ma che oggi cominciano, invece, sciaguratamente, a prevalere.
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"Il Corsivo" a cura di Daniele Biacchessi non è un editoriale, ma un approfondimento sui fatti di maggiore interesse che i quotidiani spesso non raccontano. Un servizio in punta di penna che analizza con un occhio esperto quell'angolo nascosto delle notizie di politica, economia e cronaca.

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