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  • Il centrosinistra vince a Genova e Ravenna al primo turno. Taranto e Matera vanno al ballottaggio | Il Corsivo di Martedì 27 Maggio 2025
    Il centrosinistra vince a Genova e Ravenna al primo turno. Taranto e Matera vanno al ballottaggio.
    Genova torna al centrosinistra. Silvia Salis agguanta la vittoria al primo turno e diventa sindaco. La stessa cosa avviene a Ravenna con Alessandro Barattoni. Taranto e Matera vanno al ballottaggio, dove comunque i progressisti sono avanti. Per le amministrative, centoventisei comuni al voto, due milioni di elettori hanno eletto nuovi sindaci e consigli comunali. Non c'è stato un crollo dell'affluenza che rimane stabile l’affluenza, al 56,3%.
    Il metodo Salis.
    Il risultato premia il metodo utilizzato da Silvia Salis durante la campagna elettorale. Ha messo da parte le polemiche, le divisioni, e ha scelto la strada del dialogo con i partiti, con le associazioni del volontariato laico e cattolico, ed è riuscita a ricompattare la coalizione dopo gli anni di Bucci ora Presidente della Regione Liguria. Si tratta della stessa intuizione che ha portato il centrosinistra, in particolare candidate donne, a riprendersi nei mesi scorsi l'Umbria e Perugia, a vincere a Firenze e in molte altre città. I dati delle amministrative dimostrano che quando il centrosinistra è unito e ha candidati credibili si afferma con maggiore convinzione. Ora il tema vero è come trasferire questa pratica a livello nazionale. E' vero che storicamente il maggioritario a doppio turno che prevede i ballottaggi favorisce il centrosinistra, ma è altrettanto confermato che a fare la differenza è un buon candidato che riesce ad unire, non dividere. Questo risultato è più facile ottenerlo in sede locale, nei territori, nel buon governo. I vari leader dell'opposizione nazionale dovrebbero mettere da parte l'individualismo, il protagonismo, il settarismo, la politica del particolare, e adottare invece la lezione genovese. Il metodo Salis.
    "Il Corsivo" a cura di Daniele Biacchessi non è un editoriale, ma un approfondimento sui fatti di maggiore interesse che i quotidiani spesso non raccontano. Un servizio in punta di penna che analizza con un occhio esperto quell'angolo nascosto delle notizie di politica, economia e cronaca.
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    3 min
  • Trump su Harvard: "Vogliamo nomi e Paesi degli studenti stranieri" | Il Corsivo di Lunedì 26 Maggio 2025
    Trump su Harvard: "Vogliamo nomi e Paesi degli studenti stranieri".
    Il presidente americano Donald Trump non recede dalla folle idea di impedire agli studenti stranieri di iscriversi all'Università Harvard, una decisione definita dall’università illegale e sospesa pure da un giudice. Trump vuole sapere chi sono quegli studenti stranieri, da dove provengono, perché l'amministrazione di Washington offre ad Harvard miliardi di dollari. "Harvard ha 52.000.000 di dollari, usateli e smettetela di chiedere al Governo Federale di continuare a concedere soldi a voi!", dice Trump. In realtà quella del tycoon contro Harvard è una vera e propria guerra contro le élite che lui non ha scelto.
    Uno scontro di potere.
    Come negli anni bui del maccartismo nella prima metà degli anni Cinquanta, gli Stati Uniti di Trump sprofondano nel nuovo tempo del sospetto, dove ogni opposizione culturale al pensiero dominante deve essere oggetto di repressione. Per Trump tutto è sospetto: la conoscenza, la scienza, l'informazione, la medicina, l'istruzione, l’intero scrigno della sapienza, il deposito di competenza, la trasmissione generazionale di esperienza. Tutto è sospetto perché non è controllabile. Allontanando quelle differenze l'America di Trump si isola e si scosta dai principi scritti nella sua Costituzione. Nella chiusura d’imperio di Harvard agli studenti di altri Paesi, il governo americano colpisce insieme tre bersagli emblematici di Trump: il mondo accademico, gli “stranieri”, lo spirito autonomo e ribelle delle generazioni studentesche che si succedono, vissute dalla Casa Bianca come focolai d’infezione progressista, di febbre ‘antiamericana’ e di contagio woke.
    "Il Corsivo" a cura di Daniele Biacchessi non è un editoriale, ma un approfondimento sui fatti di maggiore interesse che i quotidiani spesso non raccontano. Un servizio in punta di penna che analizza con un occhio esperto quell'angolo nascosto delle notizie di politica, economia e cronaca.
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    3 min
  • La Corte Costituzionale riconosce le due madri di un figlio nato da Procreazione assistita | Il Corsivo di Venerdì 23 Maggio 2025
    La Corte Costituzionale riconosce le due madri di un figlio nato da Procreazione assistita.
    E' una sentenza destinata a compiere un passo avanti nelle battaglie sui diritti civili nel nostro paese. Il caso è quello di Glenda e Isabella, sposate e mamme di due bambini di tre e due anni: una figlia era stata riconosciuta, l’altro no perchè nato il 3 aprile 2023, un mese dopo la circolare del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, primo caso a Lucca che ne vietava il riconoscimento. Ora la Consulta mette la parola fine a questa vicenda: sostiene che è incostituzionale non riconoscere entrambe le madri di un figlio nato da Procreazione medicalmente assistita (Pma).
    La sentenza.
    Nella sostanza, la Corte costituzionale afferma che il mancato riconoscimento fin dalla nascita, con procreazione medicalmente assistita, dello stato di figlio di entrambi i genitori lede il diritto all’identità personale del minore e pregiudica l’effettività del suo “diritto di essere mantenuto, educato, istruito e assistito moralmente dai genitori, nel rispetto delle sue capacità, delle sue inclinazioni naturali e delle sue aspirazioni”.Non solo. Pregiudica “il suo diritto di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno dei genitori, di ricevere cura, educazione, istruzione e assistenza morale da entrambi e di conservare rapporti significativi con gli ascendenti e con i parenti di ciascun ramo genitoriale”. Quello che è stato stabilito dalla Consulta è un principio di civiltà giuridica nell’interesse di tutti i bambini contro una cultura legata a un unico modello di famiglia. È una sentenza storica che cambia la vita di tutte le donne che, con le compagne o le mogli, vogliono avere un figlio perché non dovranno più sottoporsi alla procedura di adozione.
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    3 min
  • Israele colpisce una delegazione Ue a Jenin | Il Corsivo di Giovedì 22 Maggio 2025
    Israele colpisce una delegazione Ue a Jenin.
    A Jenin, va in scena l'ultimo attacco di Israele contro gli osservatori internazionali nei territori occupati. L’esercito israeliano spara colpi di avvertimento in aria in presenza di una delegazione formata da almeno 30 fra diplomatici arabi, asiatici e dell’Unione Europea in visita in uno dei principali campi profughi palestinesi. Tra i diplomatici, c’era anche il viceconsole italiano Alessandro Tutino, che sta bene ed è già rientrato a Gerusalemme. Il comandante della divisione della Cisgiordania, il generale Yaki Dolf, ha chiesto un'indagine su quanto accaduto e si dice rammaricato. E pure il generale Hisham Ibrahim, capo dell'amministrazione civile della Difesa, ha ordinato ai suoi ufficiali di contattare immediatamente i rappresentanti dei Paesi coinvolti.
    Situazione fuori da ogni controllo.
    Il fatto è gravissimo e non ci sono più scuse. Ormai è chiaro che la macchina militare israeliana si muove al di fuori di ogni accordo umanitario, sopra le leggi, contro ogni controllo internazionale, e la guerra in corso a Gaza e Cisgordania rimane il conflitto personale di Netanyahu e del suo governo di ultradestra che vorrebbe cancellare dalla faccia della terra ogni presenza palestinese. "Le minacce contro i diplomatici sono inaccettabili", dice il ministro degli Esteri Antonio Tajani. “Siamo già in contatto con gli altri paesi colpiti per coordinare congiuntamente una risposta a quanto accaduto", sostiene il governo spagnolo. "Chiediamo a Israele di indagare su questo incidente e di portare davanti alla giustizia i responsabili. Qualsiasi minaccia alla vita dei diplomatici e' inaccettabile", manda a dire l’Alta rappresentante Ue per la Politica estera, Kaja Kallas. Le reazioni dei paesi colpiti da Israele sono dunque modeste, alcune persino imbarazzanti. Pure in Italia la politica rivela il livello modesto del dibattito di ieri con assenze ingiustificate sui banchi di maggioranza e opposizione. Il segno che neppure sotto i colpi del mortaio israeliano il nostro paese ha una politica estera degna d'essere chiamata tale.
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    3 min
  • La morte di Nino Benvenuti e il mito degli anni 60 | Il Corsivo di Mercoledì 21 Maggio 2025
    La morte di Nino Benvenuti e il mito degli anni 60.
    Nino Benvenuti non c'è più, è morto a 87 anni: con lui e i trionfi del pugilato italiano , se ne vanno anche i ricordi di un paese innocente e sognatore, protagonista di una rinascita economica senza precedenti. Negli anni Sessanta, le immagini in bianco e nero dei match vinti da Benvenuti uscivano dal piccolo schermo attraverso i primi apparecchi televisivi, posti in bar e negozi. Il televisore era uno dei simboli del miracolo all'italiana dove tutto è possibile, persino raggiungere il settimo posto tra i Paesi più industrializzati. Crescono i settori tessile, siderurgico, meccanico, chimico, edilizio. Vengono scoperte nuove forme di energia. L’Italia sceglie la ricostruzione a tre punte (automobile, gomme e benzina), e la affida a Vittorio Valletta, alla famiglia Pirelli e a Enrico Mattei. Tutti assumono, tutti comprano, tutti consumano. La televisione, la macchina, la casa in affitto saldata con il mutuo, le vacanze al mare e in montagna, agli italiani pare di essere ricchi. E in mezzo a questa euforia sale la popolarità di Nino Benvenuti.
    Dall'oro olimpico di Roma al mitico Madison Square Garden di New York.
    La carriera di Nino Benvenuti si snoda lungo l'arco di dieci anni. Oro olimpico ai Giochi di Roma 1960, poi campione mondiale dei pesi superwelter e dei medi tra il 1967 e il 1970, quando perde in un match storico contro l’argentino Carlos Monzon. Negli anni precedenti la grande rivalità con Emile Griffith che lo rende celebre in tutto il mondo. La notte del 17 aprile 1967, almeno 18 milioni di italiani restano svegli, lo vedono battere l’americano Emile Griffith negli attimi in cui diventa campione del Mondo dei pesi Medi. Contro Griffith e Monzon, Benvenuti combatte 5 match entrati nella storia della boxe mondiale. Il ko al terzo round, l'8 maggio 1971 a Montecarlo contro Monzon, è stato l’ultimo incontro da professionista di Benvenu
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  • La seconda telefonata tra Trump e Putin e la tecnica degli annunci | Il Corsivo di Martedì 20 Maggio 2025
    La seconda telefonata tra Trump e Putin e la tecnica degli annunci
    Quella andata di ieri è la seconda telefonata ufficiale tra Donald Trump e Vladimir Putin per tentare di fermare il conflitto tra Russia e Ucraina. Nella prima chiamatadel 18 marzo i due leader avevano concordato che il movimento per la pace inizierà con un cessate il fuoco energetico e infrastrutturale, nonché con negoziati tecnici sull'attuazione di un cessate il fuoco marittimo nel Mar Nero, un cessate il fuoco completo e una pace permanente. Le mosse successive non hanno portato un miglioramento della situazione militare, al di là dei cessate il fuoco il 20 aprile nel periodo pasquale e il 9 maggio durante la cerimonia dell'anniversario della vittoria russa sul nazifascismo. I raid di Mosca e le controffensive di Kiev sono proseguiti provocando stragi. Neppure la disponibilità del Vaticano ad avviare una mediazione ha funzionato. L'Europa resta divisa e comunque esclusa dai timidi negoziati, le maggiori organizzazioni mondiali umanitarie non vengono ascoltate.
    Due ore senza raggiungere un accordo
    Due ore è durata la telefonata tra Trump e Putin, ma non c'è un accordo di massima su come procedere con i negoziati. E' la tecnica degli annunci, degli stop and go che Stati Uniti, Russia e Ucraina ci hanno abituato. Mosca si dice pronta a lavorare con l'Ucraina su un memorandum per i futuri colloqui di pace, ma tutto resta etereo, e comunque per i russi un cessate il fuoco sarà possibile solo una volta raggiunti accordi appropriati. Per Putin, alla fine Russia e Ucraina troveranno dei compromessi, ma è necessario eliminare le cause principali della crisi. Nella sostanza, Trump ha espresso la sua posizione sulla cessazione delle ostilità, mentre Putin intende individuare i percorsi più efficaci per raggiungere la pace, Cioè nulla di nuovo.
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    3 min
  • Il Regno Unito si avvicina più all'Europa. Verso la fine dell'isolamento | Il Corsivo di Lunedì 19 Maggio 2025
    Il Regno Unito si avvicina più all'Europa. Verso la fine dell'isolamento.
    E' il primo passo dell'uscita dalla Brexit quello che accade oggi a Londra. Regno Unito ed Unione Europea firmeranno il primo grande accordo post Brexit: si tratta di un sensibile riavvicinamento di Londra all’Ue. Keir Starmer e Ursula von der Leyen siglano due documenti complementari su Difesa, sicurezza, giovani under 30, commercio. Ci sarà una dichiarazione comune sulle sfide del futuro.
    Il patto su difesa e sicurezza.
    Il punto di svolta è un patto su Difesa e Sicurezza. Gran Bretagna e le sue imprese potranno attingere cospicue risorse al fondo Rearm europeo. Si parla di almeno 150 miliardi di euro, ma a diverse condizioni: le imprese britanniche dovranno formare consorzi con quelle europee per i singoli progetti e il Regno Unito dovrà pagare una retta annuale, come quella prevista da Bruxelles dopo esser rientrata nel programma scientifico comunitario di Horizon, per cui Londra accredita circa 2,5 miliardi di euro all’anno sui conti della Ue. Il Regno Unito parteciperà al cosiddetto “Pesc”, ovvero la piattaforma politica estera e di sicurezza comune dell’Unione Europea.
    I rapporti commerciali.
    Verranno poste le basi per controlli fitosanitari, di carne e dei prodotti animali più rapidi, anche per assecondare Starmer e le piccole e medie imprese britanniche del settore che hanno avuto enormi problemi burocratici e finanziari ad esportare in Ue negli ultimi anni.
    La mobilità giovanile.
    I giovani europei e britannici under 30 potranno liberamente studiare e lavorare dall’altra parte della Manica, ma per un periodo limitato di tempo, in base a quote di accessi prestabilite e senza avere accesso al welfare. L’Ue ha chiesto fortemente il ritorno dell’Erasmus e delle rette universitarie ridotte per gli europei, ma su questo tema i britannici non hanno ceduto
    ."Il Corsivo" a cura di Daniele Biacchessi non è un editoriale, ma un approfondimento sui fatti di maggiore interesse che i quotidiani spesso non raccontano. Un servizio in punta di penna che analizza con un occhio esperto quell'angolo nascosto delle notizie di politica, economia e cronaca.
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    3 min
  • Jobs Act | Il Corsivo di Venerdì 16 Maggio 2025
    Il Jobs Act, al momento al centro di un acceso dibattito referendario, rappresenta forse l’elemento più qualificante di tutta l’esperienza governativa di Matteo Renzi. Come è noto, si tratta del provvedimento – risalente al 2014 – attraverso il quale venne introdotta, sul mercato del lavoro, una misura che si poneva un duplice obbiettivo: da un lato quello di favorire la flessibilità per le imprese e dall’altro quello di fornire garanzie e tutele ai lavoratori, cercando di ottimizzare la compatibilità delle due esigenze tra di loro.
    Sui risultati prodotti dal Jobs Act, ci sembra di poter dire che siano stati piuttosto lusinghieri, considerato che, tra il 2015 ed il 2018, al provvedimento dell’esecutivo Renzi è stata attribuita la creazione di oltre un milione di posti di lavoro.
    Perno della riforma è stato l’introduzione del concetto di “tutele crescenti”, ossia di una forma di contratto a tempo indeterminato, con un meccanismo di protezione progressiva per il lavoratore che, sostanzialmente, costituiva un compromesso ragionevole tra flessibilità e garanzie. Tanto è vero che, nei primi due anni di applicazione del Jobs Act, l’adozione del contratto a tutele crescenti è subito aumentata del 36 %, mentre, contestualmente, diminuivano i contratti a termine. Da allora in poi, questa tendenza si è sempre più rinsaldata, rivelandosi un fattore fondamentale per quanto concerne lo sviluppo dell’occupazione industriale, divenuta ormai un fenomeno alimentato essenzialmente da assunzioni a tempo indeterminato.
    Certo, è anche vero che il Jobs Act, ha modificato la disciplina dei licenziamenti, abolendo l’obbligo di reintegro in caso di licenziamento illegittimo per sostituirlo con un indennizzo economico...ma ciò è, pur sempre, avvenuto sulla falsa riga di quanto già da tempo era d’uso nelle altre principali economie europee.
    Ci pare, quindi, di poter parlare di una riforma che diede l’impressione di scaturire da una Sinistra di governo che, sebbene con grave ritardo, aveva finalmente fatto propri i mai tanto rimpianti “meriti e bisogni” di cui Claudio Martelli già parlava al Paese più di quarant’anni fa.
    Francamente, per quanto possa essere mossa da una incontenibile frenesia di cancellare la stagione del riformismo renziano dalla memoria del suo partito, la scelta di Elly Schlein di sottoscrivere – senza neanche un minimo distinguo – le posizioni di Conte e Landini sul referendum del 25/26 maggio prossimi, ci è parsa sorvolare un po’ troppo sulla dignità di tanti parlamentari ed esponenti del PD che, a suo tempo, quella riforma la votarono più che convinti e che oggi devono magari fare buon viso a cattivo gioco per il timore di non essere ricandidati alle prossime elezioni.
    Pertanto, se ad ispirare la leadership di Elly Schlein sono l’estremismo ambientalista o i recenti e confusi orientamenti in politica estera che hanno portato il PD a differenziarsi dal resto della Socialdemocrazia europea, allora ci pare proprio che Giorgia Meloni possa dormire sonni tranquilli e puntare a restare al potere persino più a lungo della regina Elisabetta.
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  • Il Corsivo di Giovedì 15 Maggio 2025
    Oggi il vertice di Istanbul sulla pace in Ucraina.
    E' il giorno della verità. A Istanbul Stati Uniti, Russia e Ucraina si giocano la propria immagine internazionale. L'orologio della Storia ci riporta esattamente all'aprile 2022 quando, proprio in Turchia, si tennero i primi tentativi di negoziati, falliti dopo poche ore senza alcun accordo. Le trattative tra Russia e Ucraina, iniziate subito dopo l’inizio della guerra erano culminate in una dichiarazione congiunta in dieci punti, stilata con la mediazione turca. L’Ucraina si impegnava a restare neutrale e non entrare nella NATO. La Russia cedeva sulle pretese di smilitarizzazione, con l'adozione di una legge specifica e, inoltre, dava il proprio benestare all’ingresso dell’Ucraina nell’Unione Europea. L’Ucraina chiedeva inoltre garanzie sulla propria indipendenza. Nella sostanza, a fine marzo 2022 tutto era pronto per la pace, ma il primo ministro inglese Boris Johnson e la diplomazia americana sono intervenuti presso il governo ucraino per far saltare l’accordo, incitando gli ucraini a continuare la guerra. Nulla è avvenuto di ciò che era scritto nel documento di Istanbul del 2022 e la guerra è arrivata fino ad oggi.
    La diplomazia sospesa tra speranze e incertezze.
    Il vertice di Istanbul parte tra speranze e profonde incertezze, perché le posizioni rimangono distanti e alcune reciproche richieste sono indubbiamente inconciliabili. Il rischio di un flop è altissimo. Sul piano militare i russi stanno avanzando e gli ucraini sono in difficoltà per il rallentamento delle forniture di armi promesse dagli americani e dagli europei. Putin vorrebbe comunque cercare di conseguire la condizione più vantaggiosa possibile prima di iniziare a discutere con i propri avversari. Gli ucraini, pur essendo maggiormente interessati di Mosca all’avvio di un eventuale negoziato, sembrerebbero ancora nutrire la speranza che un ulteriore prolungamento della guerra possa finire per svantaggiare i propri nemici anziché avvantaggiare Mosca. In particolare, Zelensky conta di ricevere maggiori aiuti di carattere militare e di ottenere le nuove sanzioni nei confronti della Federazione Russa nel caso in cui questo tentativo della diplomazia di intraprendere una soluzione negoziale dovesse fallire a causa del Cremlino.
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  • Referendum, eredità della Costituzione, partecipazione | Il Corsivo di Mercoledì 14 Maggio 2025
    Referendum, eredità della Costituzione, partecipazione.
    Un giorno ebbi l'occasione di intervistare Tina Anselmi, prima ministra donna, esponente democristiana, presidente della Commissione P2, staffetta durante gli anni della lotta di Liberazione. Le chiesi qual era la sua eredità politica. Mi rispose così: " Il valore più importante resta la partecipazione. Battersi perché questa libertà permanesse nel tempo, per le generazioni a venire, a futura memoria". Si riferiva alla Resistenza e a quella partecipazione negata dal fascismo e che esponenti politici di Governo e delle istituzioni vorrebbero escludere con la campagna di astensione per il referendum dell'8 e 9 giugno sui diritti del lavoro e sulla cittadinanza.
    L'astensione e il potere del voto.
    In generale penso male dell'astensionismo nelle consultazioni elettorali, anche se rispetto chi, deluso dalla rappresentanza politica, dai partiti, preferisce andare al mare. Ogni volta che preferiamo voltarci da un'altra parte, siamo già sconfitti. Figuriamoci quando a chiamarsi fuori dalla competizione politica sono membri delle istituzioni. Almeno in teoria, l’invito a disertare le urne è in contrasto con l’art. 48 della Costituzione e con l’art. 98 del testo per l’elezione della Camera che vieta di indurre gli elettori all’astensione. I presidenti di Regione Eugenio Giani (Toscana), Michele De Pascale (Emilia-Romagna), Michele Emiliano (Puglia), Stefania Proietti (Umbria) e Alessandra Todde (Sardegna), chiedono, da punti di vista diversi, la partecipazione degli italiani al voto di giugno. Hanno ragione. Comunque la si pensi, qualsiasi sia la propria posizione, non esercitare l'arma del voto è già una sonora sconfitta dello Stato.
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