Il Corsivo

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  • Putin annuncia tre giorni di tregua, ma Trump vuole un cessate il fuoco permanente | ll Corsivo di Martedì 29 Aprile 2025
    Putin annuncia tre giorni di tregua, ma Trump vuole un cessate il fuoco permanente.
    Putin adotta la tecnica della strategia della tensione in Ucraina, attacca e poi rallenta i raid, tanto che annuncia una tregua provvisoria di 3 giorni, dall’8 al 10 maggio, per le festività” del Giorno della Vittoria russa sul nazifascismo. Ma il presidente americano Trump vorrebbe un cessate il fuoco permanente e gli ucraini chiedono a Putin lo stop sia immediato e per almeno 30 giorni. Per Mosca, Kiev deve riconoscere la Crimea ai russi, compresi i territori conquistati. Secondo Trump, Zelensky sarebbe pronto a fare queste concessioni. Mosca dichiara la sua disponibilità a negoziati di pace senza precondizioni, miranti ad eliminare le cause di fondo della crisi ucraina e all'interazione costruttiva con i partner internazionali, ma questa volontà è sulla carta, non nei fatti. Intanto Ucraina e Stati Uniti stanno facendo progressi relativamente all'accordo sulle terre rare, anche se l'accordo definitivo, più volte dichiarato, non è mai stato raggiunto. Ora pare si possa giungere alla firma nei prossimi giorni, ma i vari aspetti del contratto restano ancorati allo scenario più globale su una pace duratura.
    Una tregua limitata e inesistente.
    La tregua imposta da Putin resta limitata ai soli tre giorni di maggio ed è nei fatti inesistente, come avvenuto a Pasqua, perché con ogni probabilità gli attacchi andranno avanti anche durante la breve sosta. Il Wall Street Journal rivela che in realtà il presidente russo sta espandendo basi e truppe ai confini Nato. A circa 160 chilometri dal confine con la Finlandia, nella città russa di Petrozavodsk, gli ingegneri militari russi stanno allargando gli spazi delle basi militari: Mosca prevede di creare un nuovo quartier generale dell'esercito per supervisionare decine di migliaia di soldati nei prossimi anni. Il Cremlino sta ampliando il reclutamento militare, rafforzando la produzione di armi e potenziando le linee ferroviarie nelle zone di confine. E' una guerra di lunga durata e i venti di pace sono lontani.
    "Il Corsivo" a cura di Daniele Biacchessi non è un editoriale, ma un approfondimento sui fatti di maggiore interesse che i quotidiani spesso non raccontano. Un servizio in punta di penna che analizza con un occhio esperto quell'angolo nascosto delle notizie di politica, economia e cronaca.
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    3 min
  • Il Conclave e lo scontro all'interno della Chiesa | Il Corsivo di Lunedì 28 Aprile 2025
    Il Conclave e lo scontro all'interno della Chiesa.
    Da oggi le congregazioni generali della Chiesa cattolica affronteranno il nodo della successione di Francesco. Dovranno scegliere in primo luogo la data di inizio Conclave. Non si tratta solo di applicare le rigide norme procedurali che determinano la nomina di un nuovo Papa, ma anche di intrecciare calcoli politici e sensibilità ecclesiali delle varie correnti. I cardinali già presenti a Roma nei giorni tra la morte di Francesco e i suoi funerali hanno già avuto modo di confrontarsi sul futuro della Chiesa, ma il progressivo ingrossarsi delle file di porporati internazionali potrebbe orientare in modo diverso il voto.
    Il percorso del Conclave.
    Il Conclave può iniziare tra i quindici e i venti giorni dopo l’inizio della sede vacante. Bergoglio è morto il 21 aprile e la finestra di avvio del Conclave dovrebbe essere dal 5 al 9 maggio. Così prevedono le norme emendate da Joseph Ratzinger in anni ormai lontani, che avevano dato al collegio cardinalizio la facoltà di anticipare l’inizio del Conclave se consta della presenza di tutti i Cardinali elettori.
    Lo scontro tra continuità con Francesco e conservazione.
    Di certo non sarà facile scegliere tra un Papa in continuità con Francesco e un candidato espressione della parte più conservatrice che vorrebbe riportare la Chiesa ad una fase pre rivoluzionaria. Non è una questione di nazioni, lingue, culture, ma di annunciare il Vangelo al mondo di oggi, magari non esattamente come papa Francesco, ma nella sua linea teologica. Le istituzioni ecclesiali dovranno anche valutare con attenzione il caso del cardinale sardo Becciu a cui Francesco aveva tolto i diritti. Potrà comunque entrare in Conclave? I cardinali possono intervenire su una materia sulla quale si è espresso il Papa? Ai cardinali lontani da Roma non interessa granchè il caso, piuttosto pare più propensi a formare un gruppo di moderati per influenzare la decisione finale.
    "Il Corsivo" a cura di Daniele Biacchessi non è un editoriale, ma un approfondimento sui fatti di maggiore interesse che i quotidiani spesso non raccontano. Un servizio in punta di penna che analizza con un occhio esperto quell'angolo nascosto delle notizie di politica, economia e cronaca.
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    3 min
  • Il popolo di Francesco invade San Pietro | Il Corsivo di Venerdì 25 Aprile 2025
    Il popolo di Francesco invade San Pietro.
    Camminano per ore in fila, attendono il loro turno ordinati, giovani e vecchi, volti di gente comune. E' il popolo di Francesco che invade la basilica e piazza San Pietro. Alcuni hanno compiuto lunghi viaggi in aereo, altri ancora hanno preso i treni, altri hanno solo attraversato il centro di Roma. Quello che conta è essere lì a testimoniare per essere responsabili. C'è la suora venuta da lontano accanto all'operaio di Torino, l'imprenditore della bassa padana vicino al pensionato spagnolo, i clochard Paolo, Mario e Angelo che avevano descritto al Papa la loro situazione a fianco di Teresa 16 anni, secondo cui Francesco "gli piaceva il calcio, era contro la guerra, difendeva i poveri", la ristoratrice veneta e lo studente universitario napoletano, il prete di strada genovese e il precario milanese.
    Un popolo che si identifica nella figura di Francesco.
    Uno di noi, si sente dire durante questo omaggio a Francesco. Quella apparsa a Roma in questi giorni, in forma spontanea o organizzata, è certamente una massa variegata, impossibile da quantificare, che attraversa ogni ceto sociale, identità religiosa o non credente, che mette insieme dialetti e lingue diverse, accomunati da due parole che da sole sarebbero un manifesto politico: solidarietà e pace. Uno di noi, significa anche l'identificazione di un popolo nella figura di Francesco. E questo, nella storia della chiesa, è accaduto ben poche volte. Ci vorrà tempo per comprendere anche sul piano sociologico questo fenomeno straordinario. Certo è che, in un mondo pieno di leader che assomigliano più a piccoli dittatorelli in cerca di un posto nel mondo, nella Storia Francesco ci era finito molto prima della sua morte terrena, nonostante fosse uno di noi.
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    3 min
  • Le nuove minacce di Trump a Zelensky: accordo o perdere il paese | Il Corsivo di Giovedì 24 Aprile 2025
    Le nuove minacce di Trump a Zelensky: accordo o perdere il paese.
    Il presidente statunitense Trump parla di un accordo vicino con Putin sul conflitto tra Mosca e Kiev, ma intende imporre la sua pace al leader ucraino Zelensky che però non accetta gli aut aut. Allora Trump lo minaccia: o firmi l'accordo oppure perdi il paese. "La situazione per l'Ucraina è disastrosa: può ottenere la pace o può combattere per altri tre anni prima di perdere l'intero Paese", sostiene Trump". Il tono è quello che Trump ci ha abituato da quando è entrato alla Casa Bianca. In particolare, Trump critica Zelensky per quella che definisce una posizione "incendiaria" sulla Crimea che mette a repentaglio i colloqui di pace: l'Ucraina non riconoscerà l'annessione russa della Crimea. Le conseguenze sono immediate. Fallisce il vertice di Londra sul cessate il fuoco dopo il forfait del segretario Usa Rubio forfait. Trump manda avanti Vance e specifica la posizione americana: “Mosca e Kiev trovino un accordo sullo scambio di territori o ci ritiriamo”. Ma per Zelensky il primo obiettivo è quello di fermare le uccisioni.
    I negoziati restano ad un punto fermo.
    La narrazione trumpiana sostiene che l'accordo è vicino, ma quale idea di pace ha in mente? I nodi da sciogliere sono molteplici e di difficile soluzione, a meno di un ripensamento dei vari negoziatori sul piano geopolitico. Qualcosa potrebbe muoversi tra venerdì e sabato a Roma intorno alle esequie di Francesco. Zelensky ha chiesto a Trump un bilaterale. Stessa cosa potrebbe avvenire tra il presidente americano e Macron e con Starmer. Sarebbe un'occasione importante, forse unica, ma è una corsa contro il tempo che potrebbe rimanere per molti una desiderata.
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    3 min
  • 80esimo della Liberazione in un paese smemorato | Il Corsivo di Mercoledì 23 Aprile 2025
    80esimo della Liberazione in un paese smemorato.
    Ottant'anni fa, proprio in queste ore, venivano impartiti gli ordini delle insurrezioni popolari delle città di Genova, Torino e Milano organizzate dai comitati di liberazione territoriali. Gli Alleati sono sulle rive del Po. Bologna e la Romagna sono libere. Genova, Torino, Milano si preparano all'insurrezione generale. Berlino è accerchiata dall'Armata Rossa. 25mila tra cannoni e mortai sono pronti ad aprire il fuoco. Le poche avanguardie partigiane del 1943, due anni dopo sono diventate un esercito con armi, munizioni, artiglieria leggera e pesante. La Resistenza non è più la somma della forza e del coraggio di partiti e movimenti antifascisti (comunisti, socialisti, democristiani, liberali, repubblicani, anarchici, monarchici), ma il progetto politico di una nazione che intende voltar pagina, cacciare i nazisti occupanti e i fascisti che li avevano serviti fino in quel momento. Almeno 250mila tra effettivi, staffette, fiancheggiatori. Oggi restano in vita ben pochi di quei partigiani protagonisti delle pagine epiche della Resistenza.
    Una memoria non sempre condivisa.
    Dai primi degli anni Novanta,ha preso forza il fenomeno del revisionismo, o peggio ancora del rovescismo dove i liberatori diventano carnefici e i veri carnefici si trasformano in vincitori. A questa operazione di maquillage hanno contribuito politici di centrodestra e centrosinistra, giornalisti, ricercatori, storici. Prima l'equiparazione tra i ragazzi di Salò e i resistenti dell'allora presidente della Camera Luciano Violante. Poi i libri del giornalista di sinistra Giampaolo Pansa intrisi di notizie vere, verosimili, visibilmente false, comunque non verificate. Fino ad arrivare ai nazisti del Reggimento Bozen uccisi dai gappisti in via Rasella in un atto di guerra contro un nemico occupante, trasformati in una banda musicale di semi pensionati, secondo il presidente del Senato Ignazio La Russa, e la lettura acritica del manifesto di Ventotene da parte della premier Giorgia Meloni. Il 25 aprile è scomodo e ancora divisivo perché, per un pezzo di italiani, il fascismo rimane una opzione possibile.
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    3 min
  • L'eredità di Francesco, un papa rivoluzionario | Il Corsivo di Martedì 22 Aprile 2025
    L'eredità di Francesco, un papa rivoluzionario.
    Un papa rivoluzionario sul piano spirituale, culturale, politico. Così dovrebbe essere ricordato Francesco, la cui eredità difficilmente potrà essere contesa a breve, al di là dall'esito del Conclave dei primi di maggio. E' vero, il 70% dei cardinali nominati da Francesco porteranno anche nel segreto dell'urna il concetto di continuità, ma è altrettanto chiaro che un pezzo consistente del sistema ecclesiale si era cimentato in una strenua opposizione alle idee del papa durante il suo pontificato. A quella Chiesa tradizionale, conservatrice, non piaceva la visione del mondo di Francesco: la forte critica verso il capitalismo consumistico e globalizzato, senza etica; il richiamo alla manutenzione del Creato, alla bellezza, al rapporto tra uomo e ambiente; la lotta alla povertà, alle disuguaglianze; l'appello continuo alla pace tra i popoli e al disarmo mondiale.
    Una vita dedicata alla difesa degli ultimi e dei diseredati.
    Francesco ha vissuto lungo la linea sottile tra pace e militanza, lui che era giunto alla guida della Chiesa provenendo dal cono Sud dell’America, quello più povero, dei quartieri più degradati delle megalopoli come Buenos Aires. Quei gesti di comprensione per gli ultimi della Terra rimangono l’ultimo sforzo d’un uomo consumato dalla sua missione di fratellanza. Francesco era soprattutto un poeta, uno scrittore, un comunicatore, una persona dotata di una inarrestabile umanità.Un combattente fino all’ultimo, un uomo che non voleva morire nel letto di un ospedale, ma sul campo, in battaglia. E così è avvenuto.
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    3 min
  • La tregua di Putin pasquale non ferma la guerra | Il Corsivo di Lunedì 21 Aprile 2025
    La tregua di Putin pasquale non ferma la guerra
    Quella decisa da Putin, alla quale ha aderito anche Zelensky, è una tregua di immagine, solo apparente. Solo dopo l’annuncio del leader russo si sono contati almeno 64 attacchi di Mosca in varie parti dell’Ucraina, e Kiev ha violato la tregua colpendo le città di Donetsk e di Gorlovka. Non c’è la volontà da parte russa e ucraina di porre fine al conflitto, e nemmeno esistono le condizioni politiche e militari per allungare di altri trenta giorni la tregua più volte annunciata da Trump.
    Una pace lontanissima
    Le azioni diplomatiche e le trattative di Riad restano soltanto sogni e promesse elettorali, e i documenti elaborati sono carta straccia. I soldati restano in trincea in attesa di nuovi ordini: la Casa Bianca incassa il segnale di tregua ma tace; Francia e Regno Unito non si fidano e proseguono il progetto dei 30mila cosiddetti volenterosi; l’Europa pensa a come neutralizzare Trump sui dazi commerciali, ma è sempre più divisa, con il nuovo asse del dissenso che corre lungo la linea Parigi, Madrid, Varsavia. La strategia russa è quella di tirare dritto con l’offensiva verso Zaporizhya. Per Kiev i margini sono ridotti all’osso: il Kursk è perso, gli aiuti militari americani sono nei fatti bloccati, il piano di riarmo europeo è solo sulla carta in attesa di una definizione della situazione della guerra commerciale. In ogni caso finché il cessate il fuoco non sarà formalizzato e non diventerà una condizione obbligatoria per i negoziati, la leadership russa manterrà la capacità di interrompere o continuare il conflitto, appendendo la situazione al filo sottile della propria scelta."Il Corsivo" a cura di Daniele Biacchessi non è un editoriale, ma un approfondimento sui fatti di maggiore interesse che i quotidiani spesso non raccontano. Un servizio in punta di penna che analizza con un occhio esperto quell'angolo nascosto delle notizie di politica, economia e cronaca.
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    3 min
  • Tra Trump e Meloni molta stima, ma solo annunci e pochi fatti | Il Corsivo di Venerdì 18 Aprile 2025
    Tra Trump e Meloni molta stima, ma solo annunci e pochi fatti.
    La premier Giorgia Meloni incassa la stima personale e politica di Donald Trump ("è una persona eccezionale, l'Italia è il principale alleato americano finchè resta lei"), ha detto il tycoon, ottiene dal presidente americano il via libera alla trattativa sui dazi su scala europea con un vertice a Roma, conferma la soglia del 2% delle spese militari e l'investimento di 10 miliardi da parte delle imprese italiane negli Stati Uniti. Il resto rimangono annunci spray e buoni propositi, tanta comunicazione e propaganda, ma fatti intorno allo zero.
    Un incontro in linea con l'atlantismo italiano.
    Chi pensava l'incontro tra Trump e Meloni come un D-Day oggi si deve ricredere. Certo, Meloni è la prima leader europea a parlare con Trump dopo la guerra commerciale, ma la nostra premier non aveva alcun mandato europeo per trattare sui dazi, anche se aveva concordato con la presidente della Commissione Ursula von der Leyen alcune indicazioni da seguire, quindi si è mossa esattamente come avevano fatto tutti gli altri presidenti del consiglio italiani nel corso della Storia, seguendo la linea atlantista nel senso più ortodosso. Non poteva che andare così. Del resto l'Italia è un paese a sovranità limitata e controllata dagli Stati Uniti, e chiunque governi a Washington, democratici o repubblicani, a Roma va bene. Così è avvenuto nel passato, così abbiamo visto in queste ore nello studio ovale della Casa Bianca.
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  • Oggi l'incontro tra Meloni e Trump. Una partita complicata e delicata | Il Corsivo di Giovedì 17 Aprile 2025
    Oggi l'incontro tra Meloni e Trump. Una partita complicata e delicata
    Con il viaggio a Washington e l'incontro con Donald Trump, Giorgia Meloni si gioca la sua immagine di leader internazionale che pazientemente si è cucita addosso dal 2022, quando ha vinto le elezioni politiche. Ma questa volta la partita è complessa e delicata perché la situazione resta instabile, e sarà difficile convincere Trump in un ripensamento della guerra commerciale. Con il presidente americano Meloni parlerà essenzialmente di dazi, spese militari, ruolo della Nato, Ucraina e Medio Oriente. La premier è consapevole di non avere un mandato formale e pieno dall'Unione Europea, ma di avere concordato il suo viaggio con Ursula von der Leyen. Secondo la portavoce della Commissione europea Arianna Podestà, "i contatti con l'amministrazione Trump sono estremamente positivi e quindi la presidente e la premier si sono coordinate".
    La scelta tra simpatia ideologica e interesse del paese
    La missione di Giorgia Meloni avviene in un periodo differente dalla sua recente visita a Mar-a-Lago, quando aveva rafforzato il legame con Trump e Musk. Ma si Sto arrivando!, il mondo cambia di giorno in giorno, e ora dovrà scegliere tra le simpatie ideologiche di destra che la accomunano con Trump e i suoi seguaci, e gli interessi del suo paese e dell'Unione Europea, quest'ultima reduce dal sostanziale fallimento della trattativa sui dazi. Si tratta di un bivio che oggi Meloni non può ignorare. Se dovesse optare per la seconda ipotesi metterebbe finalmente da parte la perenne propaganda elettorale per tentare la strada della riduzione dei danni che i dazi, applicati alla lettera, potrebbero provocare all'Italia. Giudicheremo dai risultati che riuscirà a portare a casa, al netto delle dichiarazioni di facciata.
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  • Il fallimento degli accordi di pace tra Stati Uniti, Russia e Ucraina | Il Corsivo di Mercoledì 16 Aprile 2025
    Il fallimento degli accordi di pace tra Stati Uniti, Russia e Ucraina.
    Lo scorso 25 marzo Stati Uniti, Russia e Ucraina annunciavano a Riad, con dichiarazioni separate, di aver raggiunto un accordo complessivo per garantire la sicurezza della navigazione, eliminare l'uso della forza e impedire l'uso di navi commerciali per scopi militari nel Mar Nero, per vietare gli attacchi contro le strutture energetiche di Russia e Ucraina, per il raggiungimento di una pace duratura e sostenibile. A distanza di 23 giorni nulla di ciò che è stato scritto e comunicato è stato raggiunto. Anzi in questi ultimi giorni l'offensiva russa contro l'Ucraina si è fatta più marcata con la strage di Sumy, i bombardamenti di Kharkiv e di altre città.
    Una trattativa complicata.
    Le posizioni non sono mai state così distanti come ora. Il capo dei servizi segreti esteri russi, Sergei Naryshkin, ha ribadito le condizioni poste da Mosca per porre fine alla guerra in Ucraina: Kiev dovrà rinunciare all'adesione alla Nato, accettare lo status di Paese neutrale e privo di armamenti nucleari, oltre a cedere i territori occupati e annessi da Mosca. Il leader ucraino Zelensky segna sulla cartina del suo paese una linea rossa oltre la quale non intende andare, e si rivolge direttamente a Witkoff, l'inviato di Trump: "Tutti i territori appartengono allo Stato unitario dell'Ucraina. Pertanto, ancora una volta, solo il popolo ucraino può parlare dei territori del nostro Stato". L'ultima mossa di Trump è il rifiuto di sostenere un comunicato di condanna del G7 all'attacco russo a Sumy citando il desiderio di continuare le trattative con Mosca. Per l'eccidio di Sumy, il presidente americano Donald Trump ha parlato di un errore, ma con le sue parole nasconde un fallimento politico, diplomatico, militare e anche di immagine fin troppo evidente.
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