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E’ in libreria ormai da qualche settimana “Cina, la società armoniosa” un saggio edito da Jaca Book di cui caldeggiamo vivamente la lettura. Il testo, che si compone di sette articoli frutto del lavoro di ricerca di Pun Ngai e di altri sociologi cinesi è introdotto da un elaborato di Ferruccio Gambino e Devi Sacchetto e vanta a nostro avviso più di un merito. . Ogni pagina del libro è la dimostrazione pratica di quale potenziale possegga ancora oggi il lavoro di inchiesta come strumento di indagine della realtà. Parliamo di anni di interviste e osservazione partecipata fuori dalle fabbriche del “miracolo” cinese, dagli stabilimenti della Foxconn, dai cantieri edili dove regna il subappalto e dai dormitori in cui sono ammassati migliaia di operai. Uno stile di lavoro ormai abbandonato da troppa sinistra, cosa che ha spesso contribuito a far prendere, sempre alla suddetta sinistra, abbagli clamorosi. E qui veniamo al secondo punto di estremo interesse del libro, ovvero la confutazione empirica oltre che teorica dell’estinzione del lavoro salariato e della scomparsa della classe. Pun Ngai descrive in maniera estremamente vivida il processo di proletarizzazione “incompiuta” di oltre 200 milioni di operai-contadini (nongmingong) che dalle campagne si sono riversati nelle città per sperimentare sulla propria pelle il dagong, ovvero il lavoro di fabbrica sotto padrone.
Qualche anno fa ci sobbarcammo il tentativo di organizzare un seminario sulla nuova composizione sociale che le trasformazioni produttive del capitalismo andavano producendo. Un seminario che non servisse solo da analisi di una determinata situazione, ma che ponesse subito sul terreno delle proposte pratiche di un possibile processo di ricomposizione, lontano sia dal settarismo di una certa sinistra (micro)comunista, sia dalle smentite teorie post-marxiste di moda in questi ultimi anni. Le date simboliche del 14 dicembre 2010 e del 15 ottobre 2011 erano passate apparentemente invano, fulmini a ciel sereno che non trovarono, e non trovano ancora adesso, nella sinistra antagonista quelle soggettività politiche capaci di intercettare, almeno in parte, la nuova composizione sociale che si era espressa in quelle giornate. E che ancora, in maniera scollegata e spontanea, si va esprimendo da diverso tempo senza che però questa sia in grado di produrre un qualsiasi avanzamento del panorama politico di movimento.
Fra il modello para-concertativo del cittadinismo riformista e a-conflittuale, e l’estemporanea estetica della violenza di piazza, saltuaria ed effimera, crediamo sia necessario discutere di come rimettere al centro il conflitto di classe, costruire un’ipotesi politica che sia credibile e concreta, ripartendo dal lavoro sporco dell’inchiesta e dell’internità nei luoghi di lavoro e di produzione (che produzione? Quali luoghi di lavoro? Che tipo di nuova inchiesta sociale?).
Le analisi e le proposte di quel seminario sono poi divenuti una pubblicazione, con l’importante contributo dei collettivi che organizzarono quel momento di confronto, che aprono il libro con una densa introduzione sui molti perché del seminario, nonché sugli obiettivi che ci siamo proposti con un tentativo del genere. Motivi e obiettivi che da due anni sono lì ancora inesplorati, o potremmo dire ignorati, da chi invece dovrebbe avere il coraggio di occuparsene.
Passati alcuni (troppi) mesi dal 15 ottobre 2011, continua a rimanere inevasa la domanda di organizzazione politica che quelle giornate avevano palesato. La sinistra, variamente intesa, ha preferito girarsi dall’altra parte, lasciando cadere il compito che dovrebbe – storicamente – contraddistinguerla: tentare di organizzare il conflitto. Non è cosa facile e nessuno ha la soluzione in tasca. La frammentazione a cui è andato incontro il tessuto storico a cui si rivolgevano la sinistra storica e i nuovi movimenti non lo scopriamo certo oggi o l’anno scorso, e insieme al tessuto sociale sono venuti meno tutti quegli strumenti che la classe si era dotata per organizzarsi, ricomporsi, unirsi e difendersi dall’attacco di un capitalismo sempre più in crisi, che non riesce più a creare ricchezza e consenso, e che si limita a bloccare ogni tentativo di alternativa possibile della situazione.
A fronte di tutto ciò, però, il minimo che avremmo dovuto fare era avviare un profondo ripensamento dei nostri obiettivi, dei nostri referenti sociali, delle nostre pratiche, al fine di tentare di ricomporre quello che il 15 ottobre (e il 14 dicembre) si è espresso in tutta la sua spontaneità e disorganizzazione. Il 15 ottobre si è espressa una contraddizione, e invece di interrogarci su dove veniva, cosa voleva, chi era e cosa rappresentava ci siamo fermati al feticismo dell’evento. Alla critica dell’immediato.
Queste, e molte altre ragioni, stanno alla base del nostro tentativo di capire e dotarci di strumenti politici che possano consentirci un avvicinamento a contraddizioni con cui dovremmo sempre più fare i conti. Il seminario che promuoviamo sabato ha esattamente questo come obiettivo: analizzare la nuova composizione di classe, e capire come intervenire politicamente su questo nuovo tessuto eterogeneo e frammentato, ma non per questo meno potente e meno sfruttato. Il proletariato diffuso – e meticcio – delle metropoli industrializzate sta attraversando il paradosso di essere sempre più studiato dal capitale e sempre meno organizzato dalla sinistra. Capire gli strumenti possibili su come organizzarlo, questo riteniamo essere uno degli obiettivi strategici per gli anni a venire.
Dopo aver presentato lo scorso Novembre il libro sul pensiero strategico di Lenin, ci troviamo di nuovo al Sally Brown Rude Pub di San Lorenzo (Roma) per discutere con Emilio Quadrelli e Francesco Piccioni il nuovo libro di Emilio Quadrelli e Giulia Bausano: “Per Lenin. Materialismo storico e politica rivoluzionaria. Una guida per l’azione ad uso di una nuova generazione di militanti.”
Il volume raccoglie due saggi di teoria marxista. Nel primo viene analizzato, attraverso un excursus storico compreso tra il 1914 e l’era post ’89, il nesso tra forma-stato e forma-guerra. Il testo prova a leggere le trasformazioni statuali che hanno caratterizzato l’intero Novecento mostrando quanto la forma-guerra e il suo “paradigma industriale” abbiano inciso sulla costituzione di una forma-stato declinata in chiave sociale. A partire dalle trasformazioni intervenute nella forma-guerra (il passaggio dalla “guerra industriale” alla “guerra asimmetrica”), il saggio chiude ponendo al centro della riflessione la crisi che attualmente attraversa il Welfare State. Il secondo testo introduce il pensiero politico di Lenin provando a discuterne l’attualità. Al centro vi è il metodo leniniano e la sua applicazione nel contesto storico “concreto” a cui, il politico, necessariamente obbliga.
Il Collettivo Militant, Emilio Quadrelli (autore del libro) e Francesco Piccioni (giornalista de Il Manifesto), nei dintorni del 94esimo anniversario della Rivoluzione d’Ottobre presentano nello storico “Sally Brown – Rude Pub” nel quartiere San Lorenzo di Roma un'antologia degli scritti di Lenin, curata e introdotta da Emilio Quadrelli. Tutta l’attualità del pensiero leniniano nel pieno della crisi del sistema capitalistico.
Presentazione del libro. Lenin. Il pensiero strategico (ed. Casa Usher) con: Emilio Quadrelli (Autore); Francesco Piccioni (Giornalista de Il Manifesto)
Il 19 aprile 2011 Wu Ming 1 è intervenuto all’ incontro “Conflitto, rivoluzione, potere, immaginario”, organizzato a Roma dal collettivo Militant.
Wu Ming 1 ha approfittato dell’occasione per radunare una massa di appunti presi durante le ricerche per il nuovo romanzo e per “Siamo tutti il febbraio del 1917”, ma rimasti inutilizzati. Praticamente, l’intervento romano è… il “terzo intervento americano”. Si va dal concetto di “byt” in Majakovskij alla diffusione dell’orologio, dal calendario rivoluzionario francese alla necessità di un momento utopico, fino a una critica a Hardt & Negri che non getta il bimbo con l’acqua sporca. In questo post ne proponiamo la registrazione, dura 50 minuti e 55 secondi.
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