Ciao matti!
L'altro giorno, sistemando degli scatoloni post-trasloco, mi è capitato tra le mani un libro di quelli che, una decina di anni fa, mi avevano "cambiato tutto" (parlo di La sottile arte di fare quello che ti pare di Mark Manson).
Ci ho rimesso il naso dentro e mi è partita una riflessione bella grossa che trovate nella newsletter di oggi.
Siamo tutti bravissimi a fare la guerra alle credenze installate nell'infanzia. Iniziamo a sentire la pressione, riconosciamo le ansie ereditate dai nostri genitori o dall'ambiente, e pian piano facciamo i conti. Fa schifo, ci vuole tempo per smontarle, ma almeno il nemico ha una faccia chiara.
Ma c'è una fregatura molto più sottile, e riguarda le credenze che crediamo di aver scelto noi. Quelle robe tipo "lavorare per sé stessi è libertà", "il lavoro deve avere senso", o altri mantra che abbiamo assorbito da adulti (magari verso i venticinque anni) guardando i video di creator americani col loft a Brooklyn.
Nella mail di oggi cerchiamo di capire insieme perché le convinzioni più pericolose non sono quelle che avete ereditato, ma quelle che vi siete costruiti da soli. Ragioniamo sulla differenza che c'è tra "cercare" una credenza perché in un determinato momento vi fa comodo, ed "esaminarla" a fondo per capire se è vera.
È un lavoro che spaventa, perché quando mettete in discussione le cose che avete scelto in autonomia, traballano le colonne portanti della vostra identità. Ma illudersi di poter stare fermi senza aggiornare il proprio software è impossibile. È come stare sul Tagadà (e se siete troppo giovani per sapere cos'è il Tagadà... c'avete l'internet, cercatevelo!).