È un incontro prezioso quello che Vladimir Jurovskij, nel suo splendido italiano, ci regala: dalla sua casa di Berlino riflette su come ricostruire la musica. Facendo riferimento soprattutto al tessuto umano, quello che teme di più si possa essere disgregato nella paura del contagio. Il tessuto di chi va ai concerti, di chi crede nel valore di ascoltare la musica dal vivo, ora che tutto si è spostato on line. «Perché la musica viva sostiene la vita, e fa male vedere che in questi giorni si sia dovuta azzittire... ci avrebbe potuto aiutare e sollevare». Poi ci racconta di aver riletto le lettere di Sergej Prokofiev ai tempi della "spagnola": «Un secolo fa era tutto diverso, si poteva morire in poche ore da quando iniziava la tosse... e se pure avevi paura di essere contagiato, niente si era fermato e anche i concerti andavano avanti». Vladimir ovviamente sostiene la politica della quarantena, malgrado abbia dovuto fare i conti con pesanti rinunce: «Stavo lavorando a Covent Garden quando hanno fermato tutto, a una settimana dalla messa in scena di Jenufa». Un altro passaggio indimenticabile del nostro TÈ DELLE CINQUE in Casa Curci viene dal suo potente invito: «Dobbiamo riconsiderarci come un organismo unico», parole che suonano simili alla straordinaria poesia «nove marzo 2020» di Mariangela Gualtieri che anche Jurovskij conosce, «e questa terribile punizione in un certo senso ce la siamo guadagnata. Ora dobbiamo imparare ad ascoltare in modo nuovo noi stessi, gli altri e la natura».