Lectio: Atti degli Apostoli

Lectio: Atti degli Apostoli

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Lectio: Atti degli Apostoli episodes

  • Lectio degli Atti degli Apostoli di lunedì 16 marzo 2015
    Commento a Atti 24, 1 - 9

    Quest’uomo una peste che suscita insurrezioni dovunque su tutta la terra

    La delegazione di vari membri del Sinedrio giunge da Gerusalemme a Cesarea. La capeggia il sommo sacerdote Anania. Portano con sé un avvocato di professione per formulare l'accusa. È chiaro che c’è bisogno un azzeccagarbugli per riuscire a imbastire un’accusa che non sta in piedi (vv.1-9).
    Paolo fronteggia le autorità giudaiche. Servono il Dio di Israele e usano un avvocato per accusarlo davanti ai pagani. Non ha bisogno di avvocato. Lo Spirito parla e lui. Centro della sua difesa è ancora una volta l’affermazione della risurrezione dei morti, grazie alla quale il lettore comprende che allude alla risurrezione di Cristo, il Signore.
    Paolo, senza bisogno di avvocato – non gli manca la lingua né il cervello -, riprende uno ad un i capi d’accusa e li confuta. Dopo la “captatio benevoletiae”, sobria e molto untuosa, quella di Tertullo, dice di essere stato a Gerusalemme per una dozzina di giorni a compiere i suoi voti al Tempi. Nessuno l’ha trovato a far litigi, crear confusione o fomentare sedizioni né tra il popolo, né in sinagoga o in città.
    Non hanno prove di ciò di cui lo accusano. Il tumulto l’hanno fatto loro tra di loro. La “Via”, che lui segue e che essi chiamano “eresia o setta”, è quanto sta nella legge e nei profeti: la speranza della risurrezione dei morti.
    Paolo è innocente: non è accusabile di sedizioni ed è fedele all’autentico giudaismo. L’unico problema che ha con il giudaismo è la sua fede nella risurrezione che è una pura questione religiosa, dibattuta all’interno dei giudei (vv.10-21).
    La scena « è lo scontro definitivo » tra Paolo e giudaismo. Paolo replica a tutte le accuse. Lui è cristiano. Ma ciò che Tertullo chiama airesis (= eresia) per Paolo è “la via”. La stessa degli antenati: è la fede della legge e dei profeti. Quella dei giudei tutti.
    Per Luca e Paolo è fondamentale: c’è continuità tra la genuina tradizione d’Israele e la fede cristiana. Paolo qui è l’araldo di una teologia della storia, dove i rapporti tra giudaismo e cristianesimo si pongono su di un piano di continuità.
    Felice già era informato sulla “Via”. Rinvia il giudizio all’arrivo del tribuno e nel frattempo mantiene Paolo in prigione (vv.23.27). Qualche giorno dopo Felice, con sua moglie Drusilla, giudea, fa venire Paolo alla sua presenza.
    Paolo gli parla di Cristo, di giustizia e temperanza, del giudizio di Dio. Tema non caro agli orecchi degli ascoltatori. Paolo capisce che ancor di più gli interesserebbe una bustarella per liberarlo. Lo richiamerà quando avrà tempo. Il potente deve sempre fingere di essere impegnato… a mantenere l’altro sotto il suo potere (vv. 22-27).
    Il procuratore Felice tace sulle risposte di Paolo: la teologia non è competenza dell’autorità romana. Essa può essere solo un arbitro neutrale e imparziale. Una neutralità per Luca determinante per il cammino dell’evangelo nel mondo greco-romano.
    A Cesarea, città sede di guarnigione e porto cosmopolita, sommo sacerdote e i membri del sinedrio giocano fuori casa. A Cesarea, città cosmopolita, truppe di origine pagana e il governatore potevano risiedere senza provocare i giudei. La scelta di Cesarea da parte dei romani era segno di rispetto per Gerusalemme, centro religioso giudaico.






    DIVISIONE
    vv. 1-9: accuse contro Paolo

    1 hr 4 min
  • Lectio degli Atti degli Apostoli di lunedì 15 dicembre 2014
    Commento a Atti 23, 22- 35

    Senza alcuna accusa degna di morte o di prigione

    Come si vede bene anche da questo testo, lo stile narrativo di Paolo è quello di un pittore, o meglio di un picture. Somiglia infatti a un accurato copione da film.
    Il tema del racconto è l’innocenza di Paolo. Anche Pilato dichiarò innocente Gesù e voleva liberarlo. Ma la folla inferocita lo costrinse a consegnarlo a morte. Un tribuno, dopo aver tre volte liberato Paolo dalla folla che voleva linciarlo, lo dichiara innocente. Dopo tre giorni che lo frequentiamo nelle pagine di ben tre capitoli del libro (At 21,31-23,35), solo ora ci viene detto il suo nome: Claudio Lisia.
    Questi, per salvarlo dal complotto degli zeloti sicari, nel segreto della notte, lo invia come prigioniero da Felice, governatore della Giudea. Comincia così la sua lunga via crucis, il cui calvario sarà Roma. Né il tribuno, né i governatori Felice e Festo, come Pilato e ogni rappresentante del grande potere mondiale, riusciranno a salvare un giusto. Il potere da sempre è costretto a fare il male anche se non lo vuole e, per lo più, è impossibilitato a fare il bene anche se lo vuole. È schiavo del male, che si identifica con il “possesso” di cose, di persone e di Dio. Il potere deve obbedire al dèmone del possedere, altrimenti perde se stesso.
    Grazie ai giochi traversi e perversi dei potenti, Paolo darà testimonianza del suo Signore, oltre che davanti al Sinedrio, anche davanti a governatori e re. Alla fine giungerà al centro del potere romano, così diverso da quello del Re dei Giudei rivelatosi sul Calvario. Mentre i potenti crocifiggono, Dio è il crocifisso. Il potere dell’uomo è dare la morte a tutti; quello di Dio è dare la vita per tutti. Alla fine il potere del male, che toglie la vita al Giusto, esegue il disegno di Dio: dare la propria vita a chi gliela toglie. È questa la vittoria del bene sul male, trionfo dell’amore sull’egoismo e della vita sulla morte.
    È proprio vero quanto dice a Dio la prima comunità di credenti dopo la prima persecuzione: “Davvero in questa città (Gerusalemme) si riunirono le genti e i popoli di Israele per compiere ciò che la tua mano e la tua volontà avevano predefinito che avvenisse” (Atti 4,27s). Dio non “pre-ordina” (come spesso si traduce), bensì “pre-definisce” il male: gli dà una fine, un limite e un contorno che ingloba nel suo disegno di salvezza universale. Lo stesso Caifa, essendo sommo sacerdote, profetizzò senza volerlo il senso della morte di Gesù: “ È meglio che un solo uomo muoia per il popolo piuttosto che perisca la nazione intera (Gv 11,50). Dio sa riscattare e volgere al bene ogni male (cf. Rm 8,28; 5,20). È come se io facessi uno sgorbio e un odierno Picasso lo completasse in un suo schizzo facendone un’opera d’arte. Quello che è capitato al Maestro,capita anche ai discepoli, assimilati a lui nel suo stesso Spirito. Mentre essi capiscono questo mistero, all’improvviso lo Spirito riempie e scuote il Cenacolo (At 4,22). È un’ulteriore Pentecoste, necessaria per leggere l’azione di un “Dio sempre presente” nelle contraddizioni sempre presenti. Così la nostra storia diventa ogni giorno storia di salvezza. La persecuzione scuote l’albero - l’albero della vita è la croce- per spargerne la semente dappertutto, nel mondo intero.
    La spedizione è preparata senza badare a spese (vv 22-24). I congiurati sono capaci di tutto e bisogna procedere con somma cautela, coperti dalla notte e da una grande scorta. Paolo è trasferito da Gerusalemme a Cesarea “in massima sicurezza”. Allo stesso modo, pure di notte, il suo Maestro era stato condotto dal Getsemani a Gerusalemme (cf Lc 2252;Mc 14 44b; Gv 18,3).
    Il corpo centrale del testo è la lettera a Felice, che espone con precisione la situazione di Paolo (vv. 25-30). Egli ha fatto nulla contro la legge romana. Volevano linciarlo per fanatismo religioso. Con fatica Lisia l’ha liberato e ha poi scoperto che è cittadino romano. Informato del complotto contro di lui, non vuole che il processo abbia luogo nel Sinedrio. Per questo lo invia a Cesarea, dal governatore che potrà liberarlo senza pericolo di tafferugli, che invece con facilità sarebbero esplosi a Gerusalemme.
    L’imponente convoglio militare - è una mezza coorte, come con Gesù (cf.Gv 18,3 e Lc 22,47) - parte subito appena calata la notte (vv. 31-35). Al mattino, giunto fuori pericolo, prosegue con i soli cavalieri fino a Cesarea. Qui consegnano Paolo e la lettera a Felice. Questi ordina di custodirlo in prigione, in attesa di ascoltarlo davanti ai suoi accusatori.
    Paolo vivrà e viaggerà, innocente e prigioniero, in attesa di compiere sino alla fine la sua missione di testimoniare il suo Signore davanti a tutti. Con questo episodio parte il cammino di testimonianza del Vangelo fino alle estremità della terra. Paradossalmente i costi sono a carico del massimo potere mondiale. Sarà però Paolo a pagarne il prezzo con la sua vita. Lui è prigioniero; ma “ la parola del vangelo non è legata” (2 Tm 2,9). La persecuzione stessa è il veicolo che ne dissemina dappertutto la libertà. Chi calpesta un fiore maturo, ne sparge i semi tutto attorno.






    DIVISIONE
    a. vv. 22-24: preparazione della spedizione armata
    b. vv. 25-30: lettera del tribuno al governatore Felice
    c. vv. 31-35: spedizione e consegna di Paolo al governatore romano

    1 hr 8 min
  • Lectio degli Atti degli Apostoli di lunedì 1 dicembre 2014
    Commento a Atti 23, 12- 35

    Il voto a Dio uccidere Paolo

    È l’ultimo giorno di Paolo a Gerusalemme. La sezione da 23,12 a 26,32 racconta la sua lunga vicenda processuale. Tradotto da Gerusalemme a Cesarea, Paolo da qui comincerà il suo viaggio per Roma. Nel non breve frattempo avrà l’occasione di testimoniare davanti a governatori (Felice: At 24,1ss; Festo: At 25,1-12) e a re (Agrippa e Berenice: At 25,13-26-32). Anche l’intera vita pubblica di Gesù fu un costante processo da parte delle autorità, con la condanna a morte già decisa dall’inizio (cf. Mc 2,7; 3,6).
    Nel processo contro Paolo risplende la sua mitezza. Come già aveva fatto prima di lui il suo Maestro, non risponde ad accuse e offese. Ma mentre il Signore taceva, Paolo invece parla. Infatti deve testimoniare con franchezza la salvezza che il silenzio di Gesù ci ha portato.
    All’origine dell’arresto di Paolo c’era l’accusa di profanatore del tempio: vi avrebbe introdotto il pagano Tròfimo. Anche Gesù fu accusato di voler distruggere il tempio (Mc 15,19).
    Nella sua apologia Paolo prova la propria innocenza. Lui risulta miglior giudeo dei rappresentanti ufficiali del giudaismo, sia sul piano personale che teologico. E Dio stesso lo ispira e protegge.
    Inoltre la sua difesa prova che la fede cristiana non ha colpe nei confronti di Israele e tantomeno nei confronti della legge romana.
    Il cristianesimo ha quindi la stessa liceità della religione giudaica- riconosciuta come “religio licita”. Ne è anzi il suo compimento, secondo la promessa fatta ad Abramo e ribadita dai profeti.
    Paolo, come si è “fatto debole con i deboli, per guadagnare i deboli”, sa farsi “tutto a tutti, per salvare ad ogni costo qualcuno” (1Cor 9,22). Infatti anche con i potenti sa trattare alla grande: il governatore Felice si interesserà di Gesù e il re Agrippa dirà quasi quasi di essere convinto a farsi cristiano. Cristo è davvero “il salvatore del mondo” (Gv 4,42).
    Il suo processo davanti al Sinedrio è finito in putiferio, con pericolo di linciaggio. Il giorno dopo più di quaranta “zelanti” fanno voto di ucciderlo e organizzano una trappola. Propongono al tribuno di farlo convocare di nuovo per valutare meglio la sua causa. In questo modo avrebbero avuto l’opportunità di ucciderlo nel tragitto dal pretorio al Sinedrio. Per tre volte in dieci versi si menziona questa congiura. L’ostilità e accanimento dei correligionari contro Paolo fa da contrappunto alla cordialità e correttezza dei Romani, che garantiscono diritto e giustizia. Ovviamente lo scopo di Luca è di ingraziarseli. È meglio non provocare l’inimicizia dei potenti!
    La forte animosità dei Giudei contro Paolo sono una conferma di quanto gli fu detto in estasi dal Signore: “Affrettati ed esci presto da Gerusalemme, perché non accetteranno la tua testimonianza” (22,18).
    I giudeocristiani di Gerusalemme si sono eclissati. Per loro non è prudente esporsi e rompere quella pace, proficua e feconda, con i Giudei. Si può però supporre l’interessamento di Luca e compagni che sono andati con lui a Gerusalemme e lo accompagneranno nel fortunoso viaggio verso Roma (cf. 21,17 e 27,1).
    A venire in aiuto di Paolo sarà un suo nipote di Gerusalemme, che è venuto a sapere della congiura. Per il resto, nel momento decisivo, Paolo è solo. La sua solitudine è come quella di Gesù, catturato e abbandonato da tutti. Il “giovinetto” che informa e poi scompare, ricorda quello di Mc 14,51s (forse firma dell’autore). Tra l’altro Marco stesso fu con Paolo e lo lasciò (At 13,13).
    Il voto a Dio dei quaranta fervorosi farisei di non mangiare né bere finché non avessero ucciso Paolo richiama la connessione strettissima tra violenza e sacro. L’argomento merita una considerazione. Sempre si è ucciso e si ucciderà in nome di dio, patria e famiglia (leggi danaro, potere e valori innegoziabili), oppure in nome dell’ideologia (“divina” anche se sostenuta da atei!) di fraternità, libertà ed eguaglianza.
    La vita, bene supremo e supporto di ogni altro, è inviolabile da parte dell’uomo. Nessuno è padrone della vita propria, tanto meno di quella altrui. Per uccidere si ricorre a una presunta legittimazione di Dio, origine della vita. Le guerre peggiori sono quelle a motivazione religiosa - come quelle dell’Islam che si diffuse (e si diffonde) con guerre sante. Lo stesso vale per la risposta delle crociate o le guerre tra protestanti e cattolici che devastarono l’Europa dal 1559 (pace di Chateau Cambrésis) al 1648 (pace di Westfalia). Non meno disastrose furono quelle a copertura ideologica del nazismo, del fascismo e del comunismo, per tacere dello sterminio sistematico degli indiani dell’America del nord e del colonialismo in genere. La storia, da Caino in poi, è una catena di violenza che ci lega e trascina tutti nella morte. Anche oggi assistiamo in Medio Oriente a una guerra mondiale “a rate”, dove il detonatore della violenza è sempre religioso. Se si guarda più a fondo però la religione è solo il manto di cui si veste la violenza. La sua (ir)realtà viene dal “dio di questo mondo”, il danaro, o meglio la borsa, che promette potere su tutto e tutti.
    Uccidere in nome di Dio è il massimo crimine: nega l’essenza di Dio e dell’uomo. Dio non è “padrone della vita”, con “jus utendi et abutendi” fino a distruggerla. Questo dio in realtà è satana, che proietta la propria immagine su di lui. Dio non può togliere o distruggere la vita. Lui è datore di vita: la dona e la per-dona di continuo, perché Dio è tutto e solo amore. Il dio che distrugge i cattivi è quello che vorrebbe Giona, prototipo di ogni persona “religiosa”. Perché Dio non annienta la grande città di Ninive, simbolo di ogni male? Con mortale angoscia Giona rimprovera Dio di essere “misericordioso e clemente, longanime, di grande amore e che si lascia impietosire” (cf Gn 4,1ss). Pare che il profumo che delizia il “religioso” sia il fumo d’arrosto degli empi.
    Bisogna che tutte le persone “religiose”, anche ciellini e mussulmani, comincino a non disonorare Dio, facendone una maschera diabolica e una siepe che divide dagli altri. Questa siepe di zelo è sempre pronta a incendiarsi per mettere l’altro a ferro e fuoco - fuoco quando possibile, altrimenti ferro Da tale zelo focoso non sono esenti né il profeta Elia con il suo discepolo Eliseo, né l’apostolo Giacomo con suo fratello Giovanni (cf 1 Re 18,40; 1Re 1,10; Lc 9,54). Pietro a sua volta si accontenta di tagliare orecchi (Mc 14,47).
    Paolo stesso, prima di dell’incontro di Damasco, vuole sterminare tutti i cristiani in nome di Dio (At 9,1ss).
    E che dire dei roghi della nefanda, o meglio“Santa”, Inquisizione” con i suoi roghi arcaici e sempre attuali? Ci troviamo davanti alla più grande bestemmia contro il Dio rivelatosi in Gesù. E viene proprio da coloro che dovrebbero conoscerlo e amarlo. Addirittura si usa il nome della Santissima Trinità per condannare fratelli. Nel verdetto del processo contro il “Corvo” si legge: “Sua Santità (omissis) felicemente regnante, in nome della santissima Trinità (omissis) ti condanna (omisssis), ecc. …”. E non siamo in epoca dinosaurica o medievale! Il fatto è di due anni orsono Il tragico è che i suoi autori sono purtroppo in buona fede (?). Anzi, hanno agito a fin di bene, per conservare la sacra, o meglio esecranda, tradizione. Gesù direbbe loro ciò che disse ai farisei: “Siete veramente abili nell’eludere il comandamento di Dio per osservare la vostra tradizione” (leggi Mc 7,1-23).
    La stupidità del potere - anzi dell’amore del potere - è madre di violenza. Si conserva e prospera in perfetta (in)coscienza, spudorata e paludata di sacralità divina.
    Ammiro sant’Ambrogio di Milano soprattutto perché, invece di usare il potere dell’imperatore per arrostire eretici, scomunicò l’imperatore Massimo perché aveva ucciso a Treviri l’eretico Priscilliano.
    “Il nome di Dio è bestemmiato per causa vostra tra i pagani”, dice Paolo ai cristiani di Roma (Rm2,24), citando Isaia 52,5 ed Ezechiele 36,20,22.
    È veramente mirabile come Dio porti avanti il suo disegno utilizzando tutte le contraddizioni al suo disegno (leggi Rm 11,25-36!). Paolo infatti testimonierà a Roma, come il Signore gli ha predetto, grazie a complotti di nemici e a ignavia di giudici.
    A pensarci bene, non solo tutta l’attività di Paolo, ma anche quella del suo Signore è stata segnata da queste caratteristiche. Come è proprio dell’uomo fare il male con il bene, è proprio di Dio indirizzare il nostro male al bene. È quanto dice Giuseppe ai suoi fratelli: “ Se voi avevate pensato del male contro di me, Dio ha pensato di farlo servire a un bene, per compiere quello che oggi si avvera: far vivere un popolo numeroso” (Gen 50,20).
    Nel tessuto della storia la nostra miseria è la trama e la misericordia di Dio l’ordito. La chiave che ne apre il mistero è la croce, dove il massimo male diventa il massimo bene. Il rotolo della vicenda umana, scritto dentro è fuori, è chiuso da sette sigilli che nessuno può aprire. Lo può aprire solo “l’agnello ritto e immolato”, risorto perché crocifisso (Ap 5,1ss). È quanto scopre la chiesa apostolica dopo la prima persecuzione: “Davvero in questa città si radunarono insieme contro il tuo santo servo Gesù che hai unto come Cristo, Erode e Ponzio Pilato con le genti e i popoli di Israele, per compiere ciò che la tua mano e la tua volontà avevano predefinito che avvenisse”(At 4,27s).
    Il male c’è. La storia è un brutto dramma fatto dall’uomo. E Dio non è estraneo: lo vive in prima persona. Ed è Signore sul male perché è “l’Agnello di Dio che porta su di sé il peccato del mondo” (Gv 1,29). Questo ci fa vedere la storia come salvezza dalla perdizione. Infatti il male ci apre gli occhi sull’essenza di Dio e dell’uomo: Dio è amore infinito e l’uomo infinitamente amato.
    Secondo “il grande Hallel” il perché primo e ultimo di tutta la creazione e di tutta la storia è l’eterna misericordia di Dio che si riversa sull’abisso di ogni miseria (leggi Sal 136).Davvero “laddove è abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia”! (Rm 5,20).





    DIVISIONE
    a. vv..12-15: congiura e complotto per uccidere Paolo
    b. vv. 16-17: il nipote informa Paolo del complotto e Paolo il centurione
    c. vv18-21: il centurione introduce il giovinetto dal tribuno
    d. v. 22: resti segreta l’informazione!

    1 hr 14 min
  • Lectio degli Atti degli Apostoli di lunedì 24 novembre 2014
    Commento a Atti 23, 6 - 11

    Bisogna che tu anche in Roma testimoni

    Giustamente si dice che il Vangelo di Marco è un racconto della passione con una lunga introduzione. È dalla fine che si capisce il principio! Questo vale, in modi diversi ,anche per gli altri Vangeli. Sono infatti nati attorno alla mensa eucaristica per farci conoscere quel Gesù che compie la sua missione con il dono della propria vita. Lui stesso è quel “corpo dato per noi”, che siamo invitati a “mangiare” e assimilare nella nostra vita quotidiana.
    Questo vale anche per gli “Atti degli apostoli”, che raccontano come i discepoli continuano a fare e a dire ciò che il Maestro “cominciò a fare e a dire” per vivere di lui ed essere come lui.
    Questi ultimi capitoli ci presentano come Paolo “incarna” Gesù, testimoniandolo nella sua passione. È immagine di tutti i discepoli che, con la loro vita, saranno suoi testimoni“fino all’estremità della terra”. In Paolo - erede diretto del protomartire Stefano! - vediamo il compimento della missione del discepolo diventato simile al suo Maestro.
    Se i racconti della passione/risurrezione di Gesù hanno spazio adeguato nel periodo pasquale, il finale degli Atti è poco letto nella liturgia. Eppure è il culmine della rivelazione di Dio che, compiuta in Gesù, continua a compiersi nella storia dei suoi discepoli. La Chiesa, lungi dall’essere un apparato statico, è il cammino del Vivente che si rivela di continuo in ciò che succede a chi lo segue.
    La storia del Crocifisso risorto non è passata una volta per sempre: apre ora e sempre il nostro presente al suo futuro. La storia del discepolo è un presente in cui il passato di Gesù giunge al compimento del futuro suo e di Dio stesso, che è “tutto in tutte le cose” (1Cor 15,28).
    Questi capitoli degli Atti dovrebbero esserci cari come il mistero della morte e risurrezione del Signore. La Pasqua celebrata nell’eucaristia deve realizzarsi nella quotidianità della nostra vita, unico luogo in cui Dio va creando “cieli nuovi e terra nuova” (2Pt 5,13). Il vero culto spirituale infatti è il nostro corpo stesso che si trasfigura e rinnova a immagine di quello di Gesù (cf. Rm 12,1ss).
    “È proprio nel prendere sul serio i piccoli fatti dell’esistenza che si consuma la vera passione di Paolo, così come, spesso, le nostre. Questo racconto che una volta letto sembra non aver più nulla da dire, in realtà è parola di Dio in cui sostare, così come per Paolo l’andare per tribunali e avvocati, il fare i conti con una burocrazia sciocca e con la corruzione e meschinità dei capi, il pagare cauzioni, e così via, è il modo per stare nella volontà di Dio, è il suo vero martirio. Le vicende di Paolo sono le stesse che leggiamo quotidianamente sui giornali. […] Il mondo va sempre allo stesso modo e non c’è niente di interessante, ma è lì che siamo chiamati a essere testimoni. Bisogna fare i conti con la noia, il vuoto, l’impotenza, lo stare “in gabbia”. Un uomo lanciato a livello internazionale come Paolo, che in pochi anni ha fatto migliaia di chilometri, per terra e per mare, è bloccato da un burocrate che non vuole prendere una decisione, perché ha i suoi piccoli interessi” (PAOLO BIZZETI, Fino ai confini estremi. Meditazioni sugli Atti degli Apostoli, Bologna (EDB) 2008, pp. 355-356).
    In 22,22-30 si prepara la lunga via crucis di Paolo. La folla, per la seconda volta nello stesso giorno, vuol linciarlo. Ma il tribuno interviene per mantenere la legalità. Vuole però torturarlo. La violenza sull’altro è il mezzo usuale per ottenere e mantenere il potere. Si maschera però sempre, travestendosi da mezzo per scoprire la verità. Ma appena il tribuno sa che Paolo è cittadino romano, è preso da paura. Come il Sinedrio consegnò il Maestro nelle mani dei romani, ora il tribuno romano consegna Paolo al Sinedrio.
    Così comincia il suo cammino di prigioniero per Cristo. Come lo testimoniò a Giudei e Greci, ora lo testimonierà davanti al Sinedrio, poi al governatore romano Felice e al re Agrippa, per giungere infine a Roma davanti al tribunale di Cesare.
    In 23,1-11 Paolo si autopresenta al Sinedrio come Giudeo fedele, della setta dei farisei. Il Cristianesimo da lui professato è una “religio licita”. Come tutti i farisei, Paolo crede nella risurrezione dai morti. Questa è la speranza definitiva della promessa di Dio, che lui vede già realizzata in Cristo e anticipata nella vita nuova di chi lo segue (cf. ad esempio Rm 6,1ss.) Qui sta la continuità e la novità tra Cristianesimo e Giudaismo - fanatici a parte.
    Il discorso di Paolo è un confronto tra cristianesimo e giudaismo, che tocca il centro della fede cristiana: la risurrezione di Gesù e nostra in lui. Le differenze tra cristiani e Giudei sono minori di quelli tra farisei e sadducei. Un fariseo coerente accetterebbe la visione di Paolo e quindi anche Cristo.
    Per Paolo il rifiuto a priori di Gesù come Cristo è rifiuto anche della speranza d’Israele. Il vero Giudeo crede alla promessa da Ml 3,1-5, dove l’angelo del Signore viene a purificare il Tempio e i cuori per la venuta del Signore. Inoltre crede che lo Spirito farà risorgere il popolo (cf. Dn 12,2s; 2Mac 7,1ss; Ez 37,1ss), proprietà del Dio vivente (Ml 3, 17; cf. 1Re 8, 51; Sal 32, 12; Is 19, 25). Sull’argomento leggi Mc 11,-27 e 1Cor 15,1ss).
    Paolo gioca la sua vita su questa che è la speranza d’Israele. Ma è disprezzato come tutti i profeti. Il Signore però lo approva: “Abbi coraggio! Come infatti testimoniasti le cose che mi riguardano a Gerusalemme, così ‘bisogna’ che tu anche in Roma testimoni”. Gesù in persona, come aveva predetto la propria passione, predice ora quella di Paolo: il discepolo ‘bisogna’ che sia aggregato al suo mistero di morte e risurrezione.
    Come si vede, Paolo sa cosa gli accadrà. Ma non è passivo o schiacciato: tiene testa ai nemici a testa alta. Come il suo Maestro, sarà ucciso per la verità che afferma con la vita.
    Paolo passerà buona parte del resto della sua vita in prigionia (anni 58-63) e infine subirà l’esecuzione capitale (anno 67), qui già invocata dalla folla. Sarà il periodo più fecondo del suo ministero. Gesù stesso compì tutto il suo ministero sotto l’ipoteca della condanna a morte, già profilatasi fin dall’inizio (cf. Mc 2,7: “costui bestemmia”) e decisa poco dopo da farisei ed erodiani ( Mc 3,6).
    C’è stretta connessione tra il ministero della Parola e la passione di chi la annuncia. Leggi quanto scrive Paolo in 2 Cor 11,1-12,10 ( cf anche Col 1,24: “Completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa” e 2 Cor 4,12: “In noi opera la morte, ma in voi la vita”).
    Anche Gesù non ci ha salvati con la sua azione, ma con la sua passione. È quanto afferma Matteo alla fine della sezione dei miracoli: “Egli ha preso le nostre infermità e si è addossato le nostre malattie ( Mt 8,17= Is 53,4).





    DIVISIONE
    a. vv. 22,22-24: reazione all’apologia di Paolo
    b. vv. 25-29: Paolo cittadino romano si appella alla legalità
    c. v. 30: Paolo è condotto davanti al Sinedrio
    d. vv. 23,1-5: Paolo agisce in coscienza davanti a Dio: per questo è colpito come i profeti
    e. vv. 6-10: l’apologia di Paolo, testimone della risurrezione, spacca in due il Sinedrio
    f. v. 11: ‘bisogna’ che Paolo, come a Gerusalemme, testimoni anche Roma

    1 hr 11 min
  • Lectio degli Atti degli Apostoli di lunedì 17 novembre 2014
    Commento a Atti 22, 30 - 23, 3

    Bisogna che tu anche in Roma testimoni

    Giustamente si dice che il Vangelo di Marco è un racconto della passione con una lunga introduzione. È dalla fine che si capisce il principio! Questo vale, in modi diversi ,anche per gli altri Vangeli. Sono infatti nati attorno alla mensa eucaristica per farci conoscere quel Gesù che compie la sua missione con il dono della propria vita. Lui stesso è quel “corpo dato per noi”, che siamo invitati a “mangiare” e assimilare nella nostra vita quotidiana.
    Questo vale anche per gli “Atti degli apostoli”, che raccontano come i discepoli continuano a fare e a dire ciò che il Maestro “cominciò a fare e a dire” per vivere di lui ed essere come lui.
    Questi ultimi capitoli ci presentano come Paolo “incarna” Gesù, testimoniandolo nella sua passione. È immagine di tutti i discepoli che, con la loro vita, saranno suoi testimoni“fino all’estremità della terra”. In Paolo - erede diretto del protomartire Stefano! - vediamo il compimento della missione del discepolo diventato simile al suo Maestro.
    Se i racconti della passione/risurrezione di Gesù hanno spazio adeguato nel periodo pasquale, il finale degli Atti è poco letto nella liturgia. Eppure è il culmine della rivelazione di Dio che, compiuta in Gesù, continua a compiersi nella storia dei suoi discepoli. La Chiesa, lungi dall’essere un apparato statico, è il cammino del Vivente che si rivela di continuo in ciò che succede a chi lo segue.
    La storia del Crocifisso risorto non è passata una volta per sempre: apre ora e sempre il nostro presente al suo futuro. La storia del discepolo è un presente in cui il passato di Gesù giunge al compimento del futuro suo e di Dio stesso, che è “tutto in tutte le cose” (1Cor 15,28).
    Questi capitoli degli Atti dovrebbero esserci cari come il mistero della morte e risurrezione del Signore. La Pasqua celebrata nell’eucaristia deve realizzarsi nella quotidianità della nostra vita, unico luogo in cui Dio va creando “cieli nuovi e terra nuova” (2Pt 5,13). Il vero culto spirituale infatti è il nostro corpo stesso che si trasfigura e rinnova a immagine di quello di Gesù (cf. Rm 12,1ss).
    “È proprio nel prendere sul serio i piccoli fatti dell’esistenza che si consuma la vera passione di Paolo, così come, spesso, le nostre. Questo racconto che una volta letto sembra non aver più nulla da dire, in realtà è parola di Dio in cui sostare, così come per Paolo l’andare per tribunali e avvocati, il fare i conti con una burocrazia sciocca e con la corruzione e meschinità dei capi, il pagare cauzioni, e così via, è il modo per stare nella volontà di Dio, è il suo vero martirio. Le vicende di Paolo sono le stesse che leggiamo quotidianamente sui giornali. […] Il mondo va sempre allo stesso modo e non c’è niente di interessante, ma è lì che siamo chiamati a essere testimoni. Bisogna fare i conti con la noia, il vuoto, l’impotenza, lo stare “in gabbia”. Un uomo lanciato a livello internazionale come Paolo, che in pochi anni ha fatto migliaia di chilometri, per terra e per mare, è bloccato da un burocrate che non vuole prendere una decisione, perché ha i suoi piccoli interessi” (PAOLO BIZZETI, Fino ai confini estremi. Meditazioni sugli Atti degli Apostoli, Bologna (EDB) 2008, pp. 355-356).
    In 22,22-30 si prepara la lunga via crucis di Paolo. La folla, per la seconda volta nello stesso giorno, vuol linciarlo. Ma il tribuno interviene per mantenere la legalità. Vuole però torturarlo. La violenza sull’altro è il mezzo usuale per ottenere e mantenere il potere. Si maschera però sempre, travestendosi da mezzo per scoprire la verità. Ma appena il tribuno sa che Paolo è cittadino romano, è preso da paura. Come il Sinedrio consegnò il Maestro nelle mani dei romani, ora il tribuno romano consegna Paolo al Sinedrio.
    Così comincia il suo cammino di prigioniero per Cristo. Come lo testimoniò a Giudei e Greci, ora lo testimonierà davanti al Sinedrio, poi al governatore romano Felice e al re Agrippa, per giungere infine a Roma davanti al tribunale di Cesare.
    In 23,1-11 Paolo si autopresenta al Sinedrio come Giudeo fedele, della setta dei farisei. Il Cristianesimo da lui professato è una “religio licita”. Come tutti i farisei, Paolo crede nella risurrezione dai morti. Questa è la speranza definitiva della promessa di Dio, che lui vede già realizzata in Cristo e anticipata nella vita nuova di chi lo segue (cf. ad esempio Rm 6,1ss.) Qui sta la continuità e la novità tra Cristianesimo e Giudaismo - fanatici a parte.
    Il discorso di Paolo è un confronto tra cristianesimo e giudaismo, che tocca il centro della fede cristiana: la risurrezione di Gesù e nostra in lui. Le differenze tra cristiani e Giudei sono minori di quelli tra farisei e sadducei. Un fariseo coerente accetterebbe la visione di Paolo e quindi anche Cristo.
    Per Paolo il rifiuto a priori di Gesù come Cristo è rifiuto anche della speranza d’Israele. Il vero Giudeo crede alla promessa da Ml 3,1-5, dove l’angelo del Signore viene a purificare il Tempio e i cuori per la venuta del Signore. Inoltre crede che lo Spirito farà risorgere il popolo (cf. Dn 12,2s; 2Mac 7,1ss; Ez 37,1ss), proprietà del Dio vivente (Ml 3, 17; cf. 1Re 8, 51; Sal 32, 12; Is 19, 25). Sull’argomento leggi Mc 11,-27 e 1Cor 15,1ss).
    Paolo gioca la sua vita su questa che è la speranza d’Israele. Ma è disprezzato come tutti i profeti. Il Signore però lo approva: “Abbi coraggio! Come infatti testimoniasti le cose che mi riguardano a Gerusalemme, così ‘bisogna’ che tu anche in Roma testimoni”. Gesù in persona, come aveva predetto la propria passione, predice ora quella di Paolo: il discepolo ‘bisogna’ che sia aggregato al suo mistero di morte e risurrezione.
    Come si vede, Paolo sa cosa gli accadrà. Ma non è passivo o schiacciato: tiene testa ai nemici a testa alta. Come il suo Maestro, sarà ucciso per la verità che afferma con la vita.
    Paolo passerà buona parte del resto della sua vita in prigionia (anni 58-63) e infine subirà l’esecuzione capitale (anno 67), qui già invocata dalla folla. Sarà il periodo più fecondo del suo ministero. Gesù stesso compì tutto il suo ministero sotto l’ipoteca della condanna a morte, già profilatasi fin dall’inizio (cf. Mc 2,7: “costui bestemmia”) e decisa poco dopo da farisei ed erodiani ( Mc 3,6).
    C’è stretta connessione tra il ministero della Parola e la passione di chi la annuncia. Leggi quanto scrive Paolo in 2 Cor 11,1-12,10 ( cf anche Col 1,24: “Completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa” e 2 Cor 4,12: “In noi opera la morte, ma in voi la vita”).
    Anche Gesù non ci ha salvati con la sua azione, ma con la sua passione. È quanto afferma Matteo alla fine della sezione dei miracoli: “Egli ha preso le nostre infermità e si è addossato le nostre malattie ( Mt 8,17= Is 53,4).





    DIVISIONE
    a. vv. 22,22-24: reazione all’apologia di Paolo
    b. vv. 25-29: Paolo cittadino romano si appella alla legalità
    c. v. 30: Paolo è condotto davanti al Sinedrio
    d. vv. 23,1-5: Paolo agisce in coscienza davanti a Dio: per questo è colpito come i profeti
    e. vv. 6-10: l’apologia di Paolo, testimone della risurrezione, spacca in due il Sinedrio
    f. v. 11: ‘bisogna’ che Paolo, come a Gerusalemme, testimoni anche Roma

    1 hr 17 min
  • Lectio degli Atti degli Apostoli di lunedì 10 novembre 2014
    Commento a Atti 22, 22-30

    Togli dalla terra costui!

    Giustamente si dice che il Vangelo di Marco è un racconto della passione con una lunga introduzione. È dalla fine che si capisce il principio! Questo vale, in modi diversi, anche per gli altri Vangeli. Sono infatti nati attorno alla mensa eucaristica per farci conoscere quel Gesù che compie la sua missione con il dono della propria vita. Lui stesso è quel “corpo dato per noi”, che siamo invitati a “mangiare” e assimilare nella nostra vita quotidiana.
    Questo vale anche per gli “Atti degli apostoli”, che raccontano come i discepoli continuano a fare e a dire ciò che il Maestro “cominciò a fare e a dire” per vivere di lui ed essere come lui.
    Questi ultimi capitoli ci presentano come Paolo “incarna” Gesù, testimoniandolo nella sua passione. È immagine di tutti i discepoli che, con la loro vita, saranno suoi testimoni “fino all’estremità della terra”. In Paolo - erede diretto del protomartire Stefano! - vediamo il compimento della missione del discepolo diventato simile al suo Maestro.
    Se i racconti della passione/risurrezione di Gesù hanno spazio adeguato nel periodo pasquale, il finale degli Atti è poco letto nella liturgia. Eppure è il culmine della rivelazione di Dio che, compiuta in Gesù, continua a compiersi nella storia dei suoi discepoli. La Chiesa, lungi dall’essere un apparato statico, è il cammino del Vivente che si rivela di continuo in ciò che succede a chi lo segue.
    La storia del Crocifisso risorto non è passata una volta per sempre: apre ora e sempre il nostro presente al suo futuro. La storia del discepolo è un presente in cui il passato di Gesù giunge al compimento del futuro suo e di Dio stesso, che è “tutto in tutte le cose” (1Cor 15,28).
    Questi capitoli degli Atti dovrebbero esserci cari come il mistero della morte e risurrezione del Signore. La Pasqua celebrata nell’eucaristia deve realizzarsi nella quotidianità della nostra vita, unico luogo in cui Dio va creando “cieli nuovi e terra nuova” (2Pt 5,13). Il vero culto spirituale infatti è il nostro corpo stesso che si trasfigura e rinnova a immagine di quello di Gesù (cf. Rm 12,1ss).
    “È proprio nel prendere sul serio i piccoli fatti dell’esistenza che si consuma la vera passione di Paolo, così come, spesso, le nostre. Questo racconto che una volta letto sembra non aver più nulla da dire, in realtà è parola di Dio in cui sostare, così come per Paolo l’andare per tribunali e avvocati, il fare i conti con una burocrazia sciocca e con la corruzione e meschinità dei capi, il pagare cauzioni, e così via, è il modo per stare nella volontà di Dio, è il suo vero martirio. Le vicende di Paolo sono le stesse che leggiamo quotidianamente sui giornali. […] Il mondo va sempre allo stesso modo e non c’è niente di interessante, ma è lì che siamo chiamati a essere testimoni. Bisogna fare i conti con la noia, il vuoto, l’impotenza, lo stare “in gabbia”. Un uomo lanciato a livello internazionale come Paolo, che in pochi anni ha fatto migliaia di chilometri, per terra e per mare, è bloccato da un burocrate che non vuole prendere una decisione, perché ha i suoi piccoli interessi” (Paolo Bizzeti, Fino ai confini estremi. Meditazioni sugli Atti degli Apostoli, Bologna (EDB) 2008, pp. 355-356).
    In 22,22-30 si prepara la lunga via crucis di Paolo. La folla, per la seconda volta nello stesso giorno, vuol linciarlo. Ma il tribuno interviene per mantenere la legalità. Vuole però torturarlo. La violenza sull’altro è il mezzo usuale per ottenere e mantenere il potere. Si maschera però sempre, travestendosi da mezzo per scoprire la verità. Ma appena il tribuno sa che Paolo è cittadino romano, è preso da paura. Come il Sinedrio consegnò il Maestro nelle mani dei romani, ora il tribuno romano consegna Paolo al Sinedrio.
    Così comincia il suo cammino di prigioniero per Cristo. Come lo testimoniò a Giudei e Greci, ora lo testimonierà davanti al Sinedrio, poi al governatore romano Felice e al re Agrippa, per giungere infine a Roma davanti al tribunale di Cesare.
    In 23,1-11 Paolo si autopresenta al Sinedrio come Giudeo fedele, della setta dei farisei. Il Cristianesimo da lui professato è una “religio licita”. Come tutti i farisei, Paolo crede nella risurrezione dai morti.
    Questa è la speranza definitiva della promessa di Dio, che lui vede già realizzata in Cristo e anticipata nella vita nuova di chi lo segue (cf. ad esempio Rm 6,1ss.) Qui sta la continuità e la novità tra Cristianesimo e Giudaismo - fanatici a parte.
    Il discorso di Paolo è un confronto tra cristianesimo e giudaismo, che tocca il centro della fede cristiana: la risurrezione di Gesù e nostra in lui. Le differenze tra cristiani e Giudei sono minori di quelli tra farisei e sadducei. Un fariseo coerente accetterebbe la visione di Paolo e quindi anche Cristo.
    Per Paolo il rifiuto a priori di Gesù come Cristo è rifiuto anche della speranza d’Israele. Il vero Giudeo crede alla promessa da Ml 3,1-5, dove l’angelo del Signore viene a purificare il Tempio e i cuori per la venuta del Signore. Inoltre crede che lo Spirito farà risorgere il popolo, proprietà del Dio vivente (Ml 3, 17; cf. 1Re 8, 51; Sal 32, 12; Is 19, 25).
    Paolo gioca la sua vita su questa che è la speranza d’Israele. Ma è disprezzato come tutti i profeti. Il Signore però lo approva: “Abbi coraggio! Come infatti testimoniasti le cose che mi riguardano a Gerusalemme, così ‘bisogna’ che tu anche in Roma testimoni”. Gesù in persona, come aveva predetto la propria passione, predice ora quella di Paolo: il discepolo ‘bisogna’ che sia aggregato al suo mistero di morte e risurrezione.
    Come si vede, Paolo sa cosa gli accadrà. Ma non è passivo o schiacciato: tiene testa ai nemici a testa alta. Come il suo Maestro, sarà ucciso per la verità che afferma con la vita.
    Paolo passerà buona parte del resto della sua vita in prigionia (anni 58-63) e infine subirà l’esecuzione capitale (anno 67), qui già invocata dalla folla. Sarà il periodo più fecondo del suo ministero. Gesù stesso compì tutto il suo ministero sotto l’ipoteca della condanna a morte, già profilatasi fin dall’inizio (cf. Mc 2,7: “costui bestemmia”) e decisa poco dopo da farisei ed erodiani ( Mc 3,6).
    C’è stretta connessione tra il ministero della Parola e la passione di chi la annuncia. Leggi quanto scrive Paolo in 2Cor 11,1-12,10 ( cf anche Col 1,24: “Completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa” e 2Cor 4,12: “In noi opera la morte, ma in voi la vita”).
    Anche Gesù non ci ha salvati con la sua azione, ma con la sua passione. È quanto afferma Matteo alla fine della sezione dei miracoli: “Egli ha preso le nostre infermità e si è addossato le nostre malattie ( Mt 8,17= Is 53,4).





    DIVISIONE
    a. vv. 22,22-24: reazione all’apologia di Paolo
    b. vv. 25-29: Paolo cittadino romano si appella alla legalità
    c. v. 30: Paolo è condotto davanti al Sinedrio
    d. vv. 23,1-5: Paolo agisce in coscienza davanti a Dio: per questo è colpito come i profeti
    e. vv. 6-10: l’apologia di Paolo, testimone della risurrezione, spacca in due il Sinedrio
    f. v. 11: ‘bisogna’ che Paolo, come a Gerusalemme, testimoni anche Roma

    1 hr 12 min
  • Lectio degli Atti degli Apostoli di lunedì 20 ottobre 2014
    Commento a Atti 21, 37 - 22, 16

    Il Dio dei nostri padri ti ha predestinato

    È la prima delle quattro apologie di Paolo. Questa è davanti alla folla e le altre tre rispettivamente davanti al sinedrio (22,30-23,11), a Felice ( 24,10-21) e al re Agrippa (26,2-23). È anche la prima volta negli Atti che Paolo racconta la sua esperienza di Damasco, già descritta in At 9,1-19. Paolo ha già ampiamente realizzato la sua missione di portare il nome di Gesù tra pagani e Giudei, preconizzata ad Anania in At 9,15. In questa apologia, rivoltai giudei che vogliono ucciderlo, Paolo parla di se stesso come persecutore di cristiani e convertito a Cristo. La sua esperienza è esemplare per chi lo ascolta: il popolo della promessa, che lo perseguita, è chiamato come Paolo a realizzare la sua missione di luce delle genti e accoglienza di tutti i popoli.
    Si tratta di un’autodifesa. Astraendo dalle accuse mossegli, evidentemente false per il lettore, Luca è preoccupato di giustificare attraverso Paolo una Chiesa di expagani, che non osservano la Torah e le sacre istituzioni. “L’apostolo delle genti”, non ha tradito la fede di Israele. Anzi, era zelante, come e più di tutti per la legge. Ma ha ricevuto da Dio l’ordine di estendere a tutti la promessa fatta ad Abramo: “In te saranno benedette tutte le famiglie della terra” (Gen 12,3).
    L’Apostolo si trova innanzi a una folla di Giudei. Pieni di zelo per Dio, vogliono linciarlo. Si rispecchia in loro. Anche lui era presente al martirio di Stefano, custodendo i mantelli di chi lo lapidava. Ciò che vogliono fare a lui è proprio ciò che lui voleva fare a tutti i cristiani: mosso dal loro stesso zelo per Dio, voleva sterminarli tutti.
    Questi Giudei, come Paolo, amano con grande zelo la legge, e in nome di Dio vogliono ammazzare. Qui affiora con chiarezza un iceberg contro il quale si incaglia ogni “religione” di ogni tipo. Il nome di questo iceberg è “l’amore della verità”. In suo nome si uccide l’uomo come si uccise il Figlio dell’uomo. Da qui scaturiscono roghi, condanne, esclusioni e stermini. “L’“ortodossia” di chi ama la verità richiama la fede dei demoni, che “credono e tremano”, dice Gc 2,19.
    “La verità dell’amore” invece fa conoscere Dio e salva l’uomo. “Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore” (1Gv 4,8). Solo l’amore genera comprensione, dono, perdono e apertura verso tutti.
    Se “l’amore della verità” è sotto la sovranità di satana e della morte, “la verità dell’amore” è il regno del Dio della vita.
    Il discorso di Paolo ai suoi “fratelli”trabocca di sapienza e tenerezza. Anche lui era un fervente Giudeo, nato a Tarso e cresciuto a Gerusalemme con il grande maestro Gamaliel, di cui la Mishna (Sot. 9,15) dice: “Da quando è morto Rabban Gamaliel il Vecchio, non c’è stata più venerazione per la legge, e purità e temperanza sono scomparse allo stesso tempo”.
    Anche Saulo ha seguito la legge e le tradizioni dei padri in modo “irreprensibile” (Fil 3,6). Aveva la stessa purità del suo maestro, ma non la sua temperanza. Gamaliel infatti osò difendere i Dodici davanti al Sinedrio (At 5,34). Ma la folgorazione di Damasco gli aprì gli occhi: Gesù è il compimento delle promesse, luce per illuminare le genti e gloria del popolo di Israele (Lc 2,32; Is 42,6; 49,6; cf. Gen 12,3).
    La sua vocazione a evangelizzare tutti gli uomini, predetta a Damasco al pio giudeo Anania, gli fu confermata dal Giusto, sofferente e glorificato. Infatti lo vide mentre era in estasi nel tempio, (v. 18 cf. 15,8) e ricevette da lui l’ordine: “Va’, perché io ti manderò lontano, tra i pagani” (v.31).
    Ciò che fa problema ai Giudei è la convivenza con i pagani. È ciò che fece problema anche a Pietro e ai primi Giudei cristiani (cc.10-11).
    La questione fu affrontata nel c. 15 a Gerusalemme. Si trovò una soluzione che permettesse a cristiani giudei e pagani di sedere alla stessa mensa. Il Giudeo non è tenuto a rinunciare alle sue tradizioni e il pagano non è tenuto ad osservarle – se non in ciò che è necessario per vivere da fratelli. Valore supremo è l’amore. Esso esige l’accettazione, non la soppressione dell’altro nella sua diversità, quand’anche erronea (cf 1 Cor 8,13). Il motivo di carità prevale nell’azione su quello di verità, pur affermando la verità. Chi agisce in nome della verità (che tra l’altro è la libertà dai principi della tradizione) non dimentichi mai 1Cor 8,1ss. Infatti la scienza gonfia,mentre la carità edifica (1Cor 8,2): ci fa passare dall’amore di sé a quello dell’altro.
    Iniziato il suo “viaggio a Gerusalemme”, a partire da Mileto Paolo istruisce non tanto annunciando il Cristo, quanto “testimoniandolo”. Lui stesso è assimilato a Cristo e diventa testimonianza “non a parole né con la lingua, ma con i fatti e nella verità” (1Gv 3,18).
    Dall’alto dei gradini della prigione - “predellino” adeguato davanti alla scalinata che porta al Tempio - Paolo vuol convincere il popolo a fare il passo che anche lui ha fatto: riconoscere nel Giusto perseguitato la Gloria di Dio che salva il mondo.
    Come dal martirio di Stefano è nato Paolo, Paolo spera che pure la sua testimonianza sia feconda. La trasformazione avvenuta in lui, cieco e ostinato persecutore in nome di Dio, può avvenire anche in chi perseguita lui.
    Il cristianesimo non è contro il giudaismo. Ne è uno sviluppo legittimo. È addirittura il suo compimento. Era già prevista l’ora in cui “si dirà di Sion: ‘L’uno e l’altro è nato in essa e l’Altissimo la tiene salda’ ”. Allora tutti danzando canteranno : “Sono in te sono tutte le mie sorgenti”. ( Sal 87,5.7).
    Paolo in questa apologia davanti a Giudei “zelanti” si mostra come un giudeo osservante che ha visto nel Giusto glorificato il compimento delle promesse. Lui non è infedele. Ha obbedito alla sua vocazione, scaturita nel tempio stesso. Non è una vocazione strana: è la vocazione stessa del Servo di Dio ad essere “luce delle genti” (Is 42,6; Lc 2,30-32) e portatore di salvezza da Israele fino agli estremità della terra (Is 49,6; At 1,8).




    DIVISIONE
     a. 21,37-39: Paolo, giudeo, chiede di parlare al popolo
     b. 22,1-21: apologia di Paolo
        I.  vv.1-2: esordio
        II. vv. 3-16: naratio con probatio:
           i.   vv. 3-5 Paolo zelante e persecutore di cristiani
           ii.  vv. 6-11: evento di Damasco
           iii. vv. 12-16: Paolo testimone presso tutti gli uomini
        III. vv. 17-21: refutatio/argomentatio
    1 hr 10 min
  • Lectio degli Atti degli Apostoli di lunedì 20 ottobre 2014
    Commento a Atti 21, 17-36

    A morte! - Principio della passione di Paolo

    Paolo e compagni arrivano a Gerusalemme e sono accolti con piacere dai fratelli che si ritrovano nel Cenacolo. Il Cenacolo, culla del cristianesimo, è la casa di Maria, madre di Giovanni detto anche Marco (12,12). lì Gesù celebrò l’ultima cena (Lc 22,7-38) e apparve Risorto ai discepoli, da lì partì per salire al cielo e lì inviò lo Spirito promesso (Lc 24,33-53= At 1,1-2,1ss). È il luogo reale e simbolico in cui si compie la benedizione di Dio ad Abramo e in lui a tutte le genti (Gen 12,1-3). Da lì parte e lì porta ogni missione. È la Chiesa madre, l’Israele che si apre a tutte le genti.
    Solo il giorno dopo vanno da Giacomo, capo della Chiesa di Gerusalemme. Già da Atti 12,16 sappiamo che Giacomo non sta più nel Cenacolo dove fino allora dimorava anche Pietro. La Chiesa è una, ma nella diversità. Uno può essere perfetto Giudeo e perfetto cristiano, purché accetti i pagani come fratelli e non pretenda di farne dei Giudei. Lo stesso vale per i pagani nei confronti dei Giudei.
    In queste diversità culturali come si può convivere e mangiare insieme? La tentazione è quella che ognuno cerchi di mangiare l’altro per assimilarlo a sé. Il problema, mai risolto, resta un cantiere aperto. Lo è anche oggi e lo sarà sempre, fin che il mondo giunga al suo compimento.
    Comunque il principio del bene e del male non sta e non starà mai in ciò che si mangia. Ognuno faccia come crede meglio. Sappia però che l’unico principio “culturale” valido per Dio, Padre di tutti, è quello di “mangiare con l’altro”invece di “mangiare l’altro”. “Non c’è più né giudeo (=religioso come noi!) né greco (=pagano o laico), non c’è più né schiavo né libero, non c’è più uomo e donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù. E se appartenete a Cristo, allora siete discendenza di Abramo, eredi secondo la promessa” (Gal 3,27-28). Crolla il culto idolatrico e omicida di tutte le regole religiose e culturali che discriminano gli uomini e sono all’origine di ogni male. È nella nostra diversità che siamo tutti fratelli, figli dello stesso Padre. Fin dall’inizio Adamo “uccide” il Padre e Caino uccide il fratello!
    La verità più antica, e più trascurata, è che siamo tutti figli chiamati ad accogliere il fratello nella sua diversità. La nostra identità ci viene dall’altro. Se sopprimiamo l’altro, sopprimiamo noi stessi. Per questo va accolta ogni diversità e differenza. Ognuno deve rispettare l’altro, con attenzione al più debole - che talora pare il più forte (cf 1Cor 8,1ss). L’unico comandamento è l’amore, che davanti al male si fa misericordia e perdono (cf Lc 6,36, leitmotiv di tutto del Vangelo). È la “legge di libertà”, dice Giacomo – aggiungendo che “la misericordia ha sempre la meglio nel giudizio” (Gc 2,12s).
    La nostra libertà non è la schiavitù dell’egoismo che mette le mani sull’altro. È frutto dell’amore, che ci mette nelle mani dell’altro. Il tentativo di dominare sull’altro è vinto dalla disponibilità a servirci l’un l’altro nel reciproco amore (Gal 5,13ss.). La lettera ai Galati è il più limpido e audace testo sulla libertà. In essa Paolo “relativizza” tutte le diversità religiose, sociali e di genere: le “mette”in relazione” invece che in conflitto. Ogni diversità è un limite nei confronti dell’altra. Questo limite, invece di essere un assoluto - un idolo morto che dà morte - è il con-fine con l’altro, luogo dove due finitudini vengono a contatto.
    Chiaramente il mio con-fine è dove finisco io e trovo il mio con-finito. Lì c’è lo scontro tra due finiti per farla finita, oppure l’incontro per aprirsi all’altro. La paura di essere mangiati ci chiude nell’egoismo e fa sì che ci mangiamo reciprocamente, fin che non restano che le code. La fiducia di una sorpresa positiva ci porta ad accoglierci e aprici all’infinito. Il limite diventa comunione e ospitalità reciproca. È l’unico modo per “nutrire il pianeta”.
    E qui nasce la “cosa nuova”, ciò che il nostro cuore da sempre desidera e la paura ci vieta: l’unità d’amore, feconda di novità. In questa comunione tra noi “nasce” Dio in noi e noi in lui. Invece di morire per il veleno dell’egoismo, viviamo del frutto dello Spirito. Davvero “diventiamo come Dio”. Abbiamo la sua stessa vita che è l’amore tra Padre e Figlio. Al contrario dell’egoismo, l’amore germoglia in gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza e libertà. “ Cristo ci ha chiamati a libertà perché restassimo liberi”; dice Paolo. A quanti cercano di togliere questa libertà in nome di venerande tradizioni, addirittura istituite da Dio stesso, come la circoncisione” (Gal 5, 1-26), Paolo dice che non hanno più nulla a che fare con Cristo: sono decaduti dalla grazia. Ai tradizionalisti che vogliono imporre le loro sacrosante credenze, consiglia, invece di circoncidere sé e altri, di tagliarselo tutto (Gal 5,11).
    Sia per motivi logistici che per facilitare la comunione - senza circoncidere altri o mutilare se stessi -, Giacomo si è spostato dal Cenacolo verso un altro luogo.
    Paolo, uscito dal Cenacolo, si reca da lui. Il gesto di comunione è anche pretesto per portargli la “colletta” , che qui non viene nominata. Attorno a lui si riunisce l’assemblea di tutti gli anziani. È un’accoglienza pomposa, che si presenta però come un tribunale cui rendere conto di voci che corrono.
    Paolo parla dettagliatamente di quanto Dio ha operato tra i pagani. Dopo aver magnificato il Signore, Giacomo ha l’opportunità di esporgli il grande progresso della loro chiesa: sono decine di migliaia i Giudei zelanti della legge che hanno aderito a Cristo.
    Viene poi al dunque e, senza mezzi termini, gli dice: “ Sarà mica vero che insegna ai Giudei convertiti l’apostasia dalla legge di Mosè?”. Per smentire queste dicerie e accuse, gli ordina cosa fare: unirsi ad altri cristiani Giudei che devono andare al tempio per un voto. Riguardo poi ai pagani convertiti, bisogna che rispettino le clausole decise insieme a Gerusalemme (cf. At 15,1ss).
    La situazione è delicata. Paolo era venuto con la colletta per significare l’unità fraterna tra le chiese pagane e Gerusalemme. Per amor di pace e segno di comunione fa quanto Giacomo richiede. Interpreta in senso buono la sua intenzione: vivere in armonia con i Giudei. Ma se Giacomo dicesse che la salvezza viene dall’osservanza della circoncisione e dalla legge, gli direbbe quanto scrisse ai Galati: “Non avete più nulla a che fare con Cristo voi che cercate la giustificazione nella legge; siete decaduti dalla grazia”. E, parlando di circoncisione, concluderebbe così: “È dunque annullato lo scandalo della croce? Dovrebbero tagliarselo via coloro che vi turbano” (Gal 5,4.11b). Solo l‘amore infatti è pieno compimento di ogni legge (Rm 13,10). Chi oltre questa legge di “misericordia” crede che ci sia qualcosa di meglio o più perfetto, è semplicemente uno che perverte l’unico vangelo di Cristo (cf. Gal 2,6s). Luca direbbe che è un cieco, giuda di altri ciechi, casa costruita sulla sabbia che crolla su se stessa (Lc 6,39.49).
    Per Paolo è importante la pace e l’unità con la Chiesa di Gerusalemme, come è altrettanto importante che le altre Chiese tengano il collegamento con il popolo della promessa, unico albero in cui tutti siamo inseriti. (cf. Rm 11,1ss).
    Paolo fa quanto dice Giacomo, per non crear problemi a lui e alla sua comunità. Giacomo non sapeva che questa visita al tempio poteva diventare per Paolo una trappola mortale? Non era difficile supporlo, date le voci che circolavano su di lui e le infinite volte che hanno tentato di eliminarlo.
    Ma ognuno vede solo ciò che ha in testa lui. E Dio, che conosce ogni cuore, si serve anche e soprattutto dei nostri errori per realizzare il suo disegno di salvare tutti. Addirittura “laddove è abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia” (Rm 5,20).
    È comunque per lo meno strano che la Chiesa di Gerusalemme non ne abbia preso le difese nel processo che segue. Non lo ritenevano opportuno per il bene comune: temevano ritorsioni. Certamente si ricordano che già prima la Chiesa, perseguitata a Gerusalemme, fu in pace solo quando Paolo fu rispedito a Tarso (At 9,36s).
    Luca qui non accenna più alla colletta (cf. At 24,17). Il viaggio di Paolo a Gerusalemme diventa, come per Gesù, il cammino verso la passione.
    Il ricordo del concilio di Gerusalemme ( vv. 19.25) e la sua attuale venuta a Gerusalemme fanno da inclusione ai suoi viaggi missionari: tutta la sua azione tra i pagani è sotto il segno dell’unità tra la chiesa pagano-cristiana e quella giudeo-cristiana.
    Come si intravvede dal testo, non mancano tensioni. Infatti in questo periodo Paolo scrive ai Romani: “Ora vi esorto, fratelli, per il Signor nostro Gesù Cristo e per l’amore dello Spirito, a lottare con me presso Dio nelle vostre preghiere per me, affinché io sia liberato dagli infedeli della Giudea, perché il mio servizio per Gerusalemme torni gradito ai santi” (Rm 15, 30s). Probabilmente era caduto sotto l’anatema, ossia era escluso dalla comunità e doveva essere eliminato dai Giudei come nemico di Dio.
    Se i cristiani di Gerusalemme non difendano Paolo, Luca parlerà di un suo nipote che accorrerà in suo aiuto (At 23, 6ss).
    La preoccupazione di Giacomo non è più la stessa del Concilio di Gerusalemme: aprire la porta della fede ai pagani. Presto ci sarà la diaspora. Il nuovo problema è un altro: come vivranno i giudeo-cristiani tra le nazioni? Dovranno rinunciare alla loro identità (cf 1Cor 7,1ss)?
    In questa situazione di conflitto e difficoltà oggettive, Paolo mantiene l’unità con i fratelli. Ciò che ci unisce conta più di ogni differenza e sofferenza.
    Come per Gesù, a Gerusalemme e nel tempio, comincia anche per Paolo la lunga passione. Da qui in poi sarà testimone del suo Signore davanti a tribunali e re, fino agli estremi confini della terra. E proprio da prigioniero, perché la Parola non è mai legata! (2Tm 2,9).
    Dopo il grido della folla: “ A morte”, Paolo sarà prigioniero sino alla fine degli Atti. Si avvera quanto lui stesso aveva detto: “Lo Spirito Santo in ogni città mi attesta che mi attendono catene e tribolazioni.” (At 20,23). Si compie anche la profezia di Agabo, che lo vede legato mani e piedi (21,11).
    È l’ultima fase del suo ministero, dove la testimonianza diventa perfetta. La morte che incombe non l’arresta. Anzi, ne è il compimento. Anche Gesù fu accusato di bestemmia e condannato fin dall’inizio del suo ministero come trasgressore della legge (cf. Mc 2,6; 3,6). Ma questo non gli ha impedito di fare tutto ciò che doveva fare. È sempre sufficiente il tempo per vivere ciò che si deve vivere. Non né mai né più né meno di quello che ci vuole.





    DIVISIONE
    a - vv.17-20a: Paolo espone a Giacomo e ai presbiteri il successo del Vangelo presso i pagani
    b - vv. 20b-21: Giacomo espone il successo tra i Giudei zelanti e tira fuori l’accusa
    c - vv. 22- 25: Paolo con un gesto mostri falsa l’accusa e osservi il decreto di Gerusalemme
    d - vv. 26-28: il suo farsi servo diventa trappola mortale per Paolo
    e - vv.29-30: Tròfimo, pagano cristiano, causa equivoco: pensavano che fosse nel tempio
    f - vv. 31-36: Paolo scampato da morte grazie ai romani è portato nella fortezza
    1 hr 17 min
  • Lectio degli Atti degli Apostoli di lunedì 13 ottobre 2014
    Commento a Atti 21, 1-16

    Sia fatta a volontà del Signore

    Dopo il discorso di Mileto, il racconto riprende in prima persona plurale: Luca partecipa direttamente agli eventi.
    L’autore fa un resoconto scarno delle tappe del “viaggio a Gerusalemme”, indicando località toccate e ciò che avviene nelle più o meno brevi soste. Non è semplice cronaca: il principio del “santo viaggio” ne rileva la portata teologica.
    Luca ricalca il cammino di Paolo a Gerusalemme su quello del suo Maestro verso la passione. Il discepolo è condotto dallo Spirito del Figlio dell’uomo che è venuto per dare la sua vita a salvezza di tutti. Come il cammino di Gesù a Gerusalemme rivela il suo “volto” (=identità) di Figlio, che culmina nella “theoria” della croce (Lc 9,51,1-23,48), così il volto di Paolo rispecchia quello del Maestro (Atti 20,1-28,31).
    L’Apostolo sa già il suo destino. Ha detto infatti: “Lo Spirito Santo mi attesta che in ogni città mi attendono catene e tribolazioni” (20,23). Per questo fa come Gesù, che “indurisce il volto” (cf. Lc 9,51ss) e procede risoluto verso Gerusalemme. Ricorda le parole: “ Chi vorrà salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per me, la salverà” (Lc 9,24).
    I cristiani cercano di trattenerlo. Gli vogliono bene e hanno paura di perderlo.
    Anche Paolo, seppure in modo diverso , ha sentito la sofferenza di Gesù nell’orto: “Padre, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà” (Lc 22,42). L’opposizione tra la volontà dell’uomo e quella di Dio - tra la “mia” e la “tua” volontà - è la radice stessa di ogni male. Il Figlio dell’uomo lo ha portato su di sé nella sua crudezza. Per lui la croce è solitudine nera, caduta nell’abisso senza fondo dell’assenza da Dio.
    Solo dopo di lui Paolo può dire con fiducia: “Sia fatta la volontà del Signore”. Per il discepolo infatti la morte significa ormai essere “con lui”, in sua compagnia come i due malfattori (cf. Lc 23,39-43). Paolo, dopo la croce, può affermare: “Questa vita nella carne io la vivo nella fede del Figlio di Dio che mi ha amato e ha dato se stesso per me” (Gal 2,20). Gesù, a differenza di lui, ha fatto nulla di male. È il Giusto che da solo ha sfondato la barriera della perdizione. Il Figlio ha vissuto l’abbandono di Dio per farsi vicino a ogni fratello che ha abbandonato Dio. Il Figlio sperimenta il dramma stesso del Padre, abbandonato dall’uomo che egli ama.
    Dopo Gesù Paolo può dire: “Per me il vivere è Cristo e il morire un guadagno”. Sente addirittura “il desiderio di essere sciolto dal corpo per essere con Cristo” (Fil 1,21.23). Con questi sentimenti di fiducia e amore Paolo affronta il suo viaggio.
    I fratelli lo vogliono trattenere. Sanno dallo Spirito che Paolo sta per andarsene; ma non hanno ancora lo Spirito per lasciarlo andare.
    Pure i discepoli alla fine, non riuscendo a distoglierlo dal suo proposito, lo lasciano andare e trovano pace. È la stessa pace che Cristo ha dato a lui. E tutti dicono. “Sia fatta la volontà del Signore” (v. 14). “ Nella tua volontade è la nostra pace”.
    Gesù ha affrontato la morte con paura e angoscia. Non è l’eroe che disprezza la vita, soprattutto altrui, a rischio anche della propria. Lui è vita e comunione: ha orrore della morte e della divisione. Pure il discepolo, suo testimone, non è come l’eroe. Però davanti a sé non ha l’abisso dell’abbandono, ma l’incontro con Gesù stesso, amore della sua vita. Per questo, superando paura e angoscia, con coraggio e fiducia combatte “la buona battaglia” e porta a termine la corsa (2Tm 4,7).




    DIVISIONE
    vv.1-3: inizio dell’ultimo viaggio: da Mileto a Gerusalemme
    vv 4-7: visita ai cristiani di Tiro e Tolemaide
    vv. 8-9: visita ai cristiani di Cesarea
    vv.10-11: profezia di Agabo
    vv 12-14: sia fatta la volontà del Signore
    vv.15-16: salita a Gerusalemme
    1 hr 11 min
  • Lectio degli Atti degli Apostoli di lunedì 16 dicembre 2013
    Commento a Atti 20, 32-36

    Non vedrete più il mio volto

    Abbiamo già incontrato vari discorsi di Paolo, diversi secondo i destinatari a cui si rivolge. In 13,17-41 parla a Giudei; in 14,15-17 e 17,22-31 parla rispettivamente a pagani devoti e a pagani colti. Incontreremo altri suoi discorsi nel seguito degli Atti. Questo è l’unico di tipo pastorale, rivolto a una comunità di credenti. Quanto qui leggiamo ci fa vedere cosa l’Apostolo diceva a chi già aveva accolto l’annuncio e ricevuto il battesimo. Non faceva discorsi teorici o programmatici, ma proponeva ciò che lui stesso faceva. La sua parola aveva “autorità” perché scaturiva dal suo modo di essere, dallo stile di vita visibile a tutti. Non diceva: “Armiamoci e partite”, ma faceva per primo quanto diceva.
    Paolo sta andando a Gerusalemme e ripartire da lì per Roma, dove compirà la sua missione.
    È un discorso di congedo, simile a quelli di Gesù nell’ultima cena nel vangelo di Giovanni. Lascia il suo testamento ai fratelli che ha generato nella fede come figli del Padre. Chi fa testamento dà in eredità ai suoi cari i propri beni. Non è un discorso missionario come quelli già visti né un discorso apologetico come vedremo in seguito.
    Prima di andarsene, Paolo riflette sul suo ministero e sulla sua testimonianza, esortando i presbiteri di Efeso a imitare il servizio da lui reso alla Parola.
    Luca, scrivendo gli Atti circa 20 anni dopo, rivolge queste parole a ogni comunità. Ciò che è stato al principio, è ciò che si farà anche dopo, con fedeltà duttile e creativa. Così Paolo ci ha insegnato, facendosi sempre “tutto a tutti”, sapendo accogliere le differenze e cogliere le istanze nuove.
    Come i Vangeli, anche gli Atti sono un manuale di “aggiornamento”. Ci danno la spinta per seguire “oggi”, in modo sempre nuovo, l’imprevedibilità del Signore che sarà sempre con noi per eseguire il suo progetto di “ricapitolare tutto in Cristo” ( Ef 1,10). L’acqua della sorgente è sempre nuova ogni istante, come l’azione di Dio. Diversamente l’acqua viva diventa stagno o pantano di morte. Anche le lettere post-paoline portano avanti lo stesso insegnamento, adattandole al mondo giudaizzante-gnostico delle dottrine eterogenee in circolazione alla fine del I.° secolo (cf 1Tim 6,20). La lettura costante della Parola è per noi l’aggiornamento dell’antivirus contro la mondanità che quotidianamente si ripresenta in forme nuove – ma sempre vecchie come la morte.
    I vangeli, presentandoci Gesù, ci mostrano come è chiamato ad essere ogni discepolo di ogni tempo. Gli Atti, presentandoci Paolo, fondatore di comunità, ci mostrano come sempre la chiesa dovrà essere, adattandosi ad ogni cultura e ad ogni tempo. Dio infatti parla nella realtà della storia, non nelle fantasie delle nostre idee. Compie infatti le sue promesse, non le nostre attese. Queste sono in gran parte dettate dai deliri delle nostre paure, che si fanno illusioni di controllo e potere. Ma, nonostante ogni barriera, l’acqua alla fine va sempre dove deve andare.
    La comunità non si costruisce sui nostri progetti: deve radicarsi e crescere sulla roccia, che è il Vangelo di Gesù trasmesso con integrità. Gli anziani (i presbiteri) devono essere specchio di ogni virtù, imitatori di Paolo come lui lo è di Cristo (1Cor 11,1): siano irreprensibili, abbiano cura dei poveri, stiano attenti al pericolo della ricchezza e veglino perché lupi terribili non distruggano la comunità.
    Al centro del discorso c’è il v. 28: “State attenti a voi stessi e a tutto il gregge, in cui lo Spirito Santo vi ha posti come supervisori (= episcopoi) per pascere la chiesa di Dio che si è acquistato con il proprio suo sangue”. È una parola profetica che conferma gli anziani nel loro servizio: essere pastori del popolo della nuova alleanza, opera di Dio stesso, Padre, Figlio e lo Spirito.
    Il testo, ricco di sapienza e sentimenti, rappresenta al vivo l’agire e il sentire di Paolo, modello per la comunità cristiana e i suoi pastori (cf.1Ts 2,1ss!). Tutti siamo chiamati ad essere “la lettera” viva di Cristo, leggibile da tutti ( cf.2Cor 3,1ss); anzi, “il profumo di Cristo” che si effonde nel mondo intero ( 2Cor 2,14).




    DIVISIONE
    a. vv. 18-27: Paolo modello integro di testimonianza evangelica
    1 - vv. 18-21: comportamento di Paolo nel passato
    2 - vv. 22-24: sua situazione presente e futura
    3 - vv. 25-27: Paolo esempio per i presbiteri
    b. vv. 28-35: appello alla vigilanza contro i lupi e all’amore per i poveri
    1 hr 3 min

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Le lectio degli Atti degli Apostoli tenute da Silvano Fausti e dai suoi confratelli della Comunita di Villapizzone (Milano) il lunedi sera.
L'icona è l'opera "Der Morgen am See" di Sieger Köder