Lectio: Atti degli Apostoli

Lectio: Atti degli Apostoli

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Lectio: Atti degli Apostoli episodes

  • Lectio degli Atti degli Apostoli di lunedì 9 dicembre 2013
    Commento a Atti 20, 25-28

    Non vedrete più il mio volto

    Abbiamo già incontrato vari discorsi di Paolo, diversi secondo i destinatari a cui si rivolge. In 13,17-41 parla a Giudei; in 14,15-17 e 17,22-31 parla rispettivamente a pagani devoti e a pagani colti. Incontreremo altri suoi discorsi nel seguito degli Atti. Questo è l’unico di tipo pastorale, rivolto a una comunità di credenti. Quanto qui leggiamo ci fa vedere cosa l’Apostolo diceva a chi già aveva accolto l’annuncio e ricevuto il battesimo. Non faceva discorsi teorici o programmatici, ma proponeva ciò che lui stesso faceva. La sua parola aveva “autorità” perché scaturiva dal suo modo di essere, dallo stile di vita visibile a tutti. Non diceva: “Armiamoci e partite”, ma faceva per primo quanto diceva.
    Paolo sta andando a Gerusalemme e ripartire da lì per Roma, dove compirà la sua missione.
    È un discorso di congedo, simile a quelli di Gesù nell’ultima cena nel vangelo di Giovanni. Lascia il suo testamento ai fratelli che ha generato nella fede come figli del Padre. Chi fa testamento dà in eredità ai suoi cari i propri beni. Non è un discorso missionario come quelli già visti né un discorso apologetico come vedremo in seguito.
    Prima di andarsene, Paolo riflette sul suo ministero e sulla sua testimonianza, esortando i presbiteri di Efeso a imitare il servizio da lui reso alla Parola.
    Luca, scrivendo gli Atti circa 20 anni dopo, rivolge queste parole a ogni comunità. Ciò che è stato al principio, è ciò che si farà anche dopo, con fedeltà duttile e creativa. Così Paolo ci ha insegnato, facendosi sempre “tutto a tutti”, sapendo accogliere le differenze e cogliere le istanze nuove.
    Come i Vangeli, anche gli Atti sono un manuale di “aggiornamento”. Ci danno la spinta per seguire “oggi”, in modo sempre nuovo, l’imprevedibilità del Signore che sarà sempre con noi per eseguire il suo progetto di “ricapitolare tutto in Cristo” ( Ef 1,10). L’acqua della sorgente è sempre nuova ogni istante, come l’azione di Dio. Diversamente l’acqua viva diventa stagno o pantano di morte. Anche le lettere post-paoline portano avanti lo stesso insegnamento, adattandole al mondo giudaizzante-gnostico delle dottrine eterogenee in circolazione alla fine del I.° secolo (cf 1Tim 6,20). La lettura costante della Parola è per noi l’aggiornamento dell’antivirus contro la mondanità che quotidianamente si ripresenta in forme nuove – ma sempre vecchie come la morte.
    I vangeli, presentandoci Gesù, ci mostrano come è chiamato ad essere ogni discepolo di ogni tempo. Gli Atti, presentandoci Paolo, fondatore di comunità, ci mostrano come sempre la chiesa dovrà essere, adattandosi ad ogni cultura e ad ogni tempo. Dio infatti parla nella realtà della storia, non nelle fantasie delle nostre idee. Compie infatti le sue promesse, non le nostre attese. Queste sono in gran parte dettate dai deliri delle nostre paure, che si fanno illusioni di controllo e potere. Ma, nonostante ogni barriera, l’acqua alla fine va sempre dove deve andare.
    La comunità non si costruisce sui nostri progetti: deve radicarsi e crescere sulla roccia, che è il Vangelo di Gesù trasmesso con integrità. Gli anziani (i presbiteri) devono essere specchio di ogni virtù, imitatori di Paolo come lui lo è di Cristo (1Cor 11,1): siano irreprensibili, abbiano cura dei poveri, stiano attenti al pericolo della ricchezza e veglino perché lupi terribili non distruggano la comunità.
    Al centro del discorso c’è il v. 28: “State attenti a voi stessi e a tutto il gregge, in cui lo Spirito Santo vi ha posti come supervisori (= episcopoi) per pascere la chiesa di Dio che si è acquistato con il proprio suo sangue”. È una parola profetica che conferma gli anziani nel loro servizio: essere pastori del popolo della nuova alleanza, opera di Dio stesso, Padre, Figlio e lo Spirito.
    Il testo, ricco di sapienza e sentimenti, rappresenta al vivo l’agire e il sentire di Paolo, modello per la comunità cristiana e i suoi pastori (cf.1Ts 2,1ss!). Tutti siamo chiamati ad essere “la lettera” viva di Cristo, leggibile da tutti ( cf.2Cor 3,1ss); anzi, “il profumo di Cristo” che si effonde nel mondo intero ( 2Cor 2,14).




    DIVISIONE
    a. vv. 18-27: Paolo modello integro di testimonianza evangelica
    1 - vv. 18-21: comportamento di Paolo nel passato
    2 - vv. 22-24: sua situazione presente e futura
    3 - vv. 25-27: Paolo esempio per i presbiteri
    b. vv. 28-35: appello alla vigilanza contro i lupi e all’amore per i poveri
    1 hr 20 min
  • Lectio degli Atti degli Apostoli di lunedì 2 dicembre 2013
    Commento a Atti 20, 22-24

    Non vedrete più il mio volto

    Abbiamo già incontrato vari discorsi di Paolo, diversi secondo i destinatari a cui si rivolge. In 13,17-41 parla a Giudei; in 14,15-17 e 17,22-31 parla rispettivamente a pagani devoti e a pagani colti. Incontreremo altri suoi discorsi nel seguito degli Atti. Questo è l’unico di tipo pastorale, rivolto a una comunità di credenti. Quanto qui leggiamo ci fa vedere cosa l’Apostolo diceva a chi già aveva accolto l’annuncio e ricevuto il battesimo. Non faceva discorsi teorici o programmatici, ma proponeva ciò che lui stesso faceva. La sua parola aveva “autorità” perché scaturiva dal suo modo di essere, dallo stile di vita visibile a tutti. Non diceva: “Armiamoci e partite”, ma faceva per primo quanto diceva.
    Paolo sta andando a Gerusalemme e ripartire da lì per Roma, dove compirà la sua missione.
    È un discorso di congedo, simile a quelli di Gesù nell’ultima cena nel vangelo di Giovanni. Lascia il suo testamento ai fratelli che ha generato nella fede come figli del Padre. Chi fa testamento dà in eredità ai suoi cari i propri beni. Non è un discorso missionario come quelli già visti né un discorso apologetico come vedremo in seguito.
    Prima di andarsene, Paolo riflette sul suo ministero e sulla sua testimonianza, esortando i presbiteri di Efeso a imitare il servizio da lui reso alla Parola.
    Luca, scrivendo gli Atti circa 20 anni dopo, rivolge queste parole a ogni comunità. Ciò che è stato al principio, è ciò che si farà anche dopo, con fedeltà duttile e creativa. Così Paolo ci ha insegnato, facendosi sempre “tutto a tutti”, sapendo accogliere le differenze e cogliere le istanze nuove.
    Come i Vangeli, anche gli Atti sono un manuale di “aggiornamento”. Ci danno la spinta per seguire “oggi”, in modo sempre nuovo, l’imprevedibilità del Signore che sarà sempre con noi per eseguire il suo progetto di “ricapitolare tutto in Cristo” ( Ef 1,10). L’acqua della sorgente è sempre nuova ogni istante, come l’azione di Dio. Diversamente l’acqua viva diventa stagno o pantano di morte. Anche le lettere post-paoline portano avanti lo stesso insegnamento, adattandole al mondo giudaizzante-gnostico delle dottrine eterogenee in circolazione alla fine del I.° secolo (cf 1Tim 6,20). La lettura costante della Parola è per noi l’aggiornamento dell’antivirus contro la mondanità che quotidianamente si ripresenta in forme nuove – ma sempre vecchie come la morte.
    I vangeli, presentandoci Gesù, ci mostrano come è chiamato ad essere ogni discepolo di ogni tempo. Gli Atti, presentandoci Paolo, fondatore di comunità, ci mostrano come sempre la chiesa dovrà essere, adattandosi ad ogni cultura e ad ogni tempo. Dio infatti parla nella realtà della storia, non nelle fantasie delle nostre idee. Compie infatti le sue promesse, non le nostre attese. Queste sono in gran parte dettate dai deliri delle nostre paure, che si fanno illusioni di controllo e potere. Ma, nonostante ogni barriera, l’acqua alla fine va sempre dove deve andare.
    La comunità non si costruisce sui nostri progetti: deve radicarsi e crescere sulla roccia, che è il Vangelo di Gesù trasmesso con integrità. Gli anziani (i presbiteri) devono essere specchio di ogni virtù, imitatori di Paolo come lui lo è di Cristo (1Cor 11,1): siano irreprensibili, abbiano cura dei poveri, stiano attenti al pericolo della ricchezza e veglino perché lupi terribili non distruggano la comunità.
    Al centro del discorso c’è il v. 28: “State attenti a voi stessi e a tutto il gregge, in cui lo Spirito Santo vi ha posti come supervisori (= episcopoi) per pascere la chiesa di Dio che si è acquistato con il proprio suo sangue”. È una parola profetica che conferma gli anziani nel loro servizio: essere pastori del popolo della nuova alleanza, opera di Dio stesso, Padre, Figlio e lo Spirito.
    Il testo, ricco di sapienza e sentimenti, rappresenta al vivo l’agire e il sentire di Paolo, modello per la comunità cristiana e i suoi pastori (cf.1Ts 2,1ss!). Tutti siamo chiamati ad essere “la lettera” viva di Cristo, leggibile da tutti ( cf.2Cor 3,1ss); anzi, “il profumo di Cristo” che si effonde nel mondo intero ( 2Cor 2,14).




    DIVISIONE
    a. vv. 18-27: Paolo modello integro di testimonianza evangelica
    1 - vv. 18-21: comportamento di Paolo nel passato
    2 - vv. 22-24: sua situazione presente e futura
    3 - vv. 25-27: Paolo esempio per i presbiteri
    b. vv. 28-35: appello alla vigilanza contro i lupi e all’amore per i poveri
    1 hr 8 min
  • Lectio degli Atti degli Apostoli di lunedì 25 novembre 2013
    Commento a Atti 20, 17-21

    Non vedrete più il mio volto

    Abbiamo già incontrato vari discorsi di Paolo, diversi secondo i destinatari a cui si rivolge. In 13,17-41 parla a Giudei; in 14,15-17 e 17,22-31 parla rispettivamente a pagani devoti e a pagani colti. Incontreremo altri suoi discorsi nel seguito degli Atti. Questo è l’unico di tipo pastorale, rivolto a una comunità di credenti. Quanto qui leggiamo ci fa vedere cosa l’Apostolo diceva a chi già aveva accolto l’annuncio e ricevuto il battesimo. Non faceva discorsi teorici o programmatici, ma proponeva ciò che lui stesso faceva. La sua parola aveva “autorità” perché scaturiva dal suo modo di essere, dallo stile di vita visibile a tutti. Non diceva: “Armiamoci e partite”, ma faceva per primo quanto diceva.
    Paolo sta andando a Gerusalemme e ripartire da lì per Roma, dove compirà la sua missione.
    È un discorso di congedo, simile a quelli di Gesù nell’ultima cena nel vangelo di Giovanni. Lascia il suo testamento ai fratelli che ha generato nella fede come figli del Padre. Chi fa testamento dà in eredità ai suoi cari i propri beni. Non è un discorso missionario come quelli già visti né un discorso apologetico come vedremo in seguito.
    Prima di andarsene, Paolo riflette sul suo ministero e sulla sua testimonianza, esortando i presbiteri di Efeso a imitare il servizio da lui reso alla Parola.
    Luca, scrivendo gli Atti circa 20 anni dopo, rivolge queste parole a ogni comunità. Ciò che è stato al principio, è ciò che si farà anche dopo, con fedeltà duttile e creativa. Così Paolo ci ha insegnato, facendosi sempre “tutto a tutti”, sapendo accogliere le differenze e cogliere le istanze nuove.
    Come i Vangeli, anche gli Atti sono un manuale di “aggiornamento”. Ci danno la spinta per seguire “oggi”, in modo sempre nuovo, l’imprevedibilità del Signore che sarà sempre con noi per eseguire il suo progetto di “ricapitolare tutto in Cristo” ( Ef 1,10). L’acqua della sorgente è sempre nuova ogni istante, come l’azione di Dio. Diversamente l’acqua viva diventa stagno o pantano di morte. Anche le lettere post-paoline portano avanti lo stesso insegnamento, adattandole al mondo giudaizzante-gnostico delle dottrine eterogenee in circolazione alla fine del I.° secolo (cf 1Tim 6,20). La lettura costante della Parola è per noi l’aggiornamento dell’antivirus contro la mondanità che quotidianamente si ripresenta in forme nuove – ma sempre vecchie come la morte.
    I vangeli, presentandoci Gesù, ci mostrano come è chiamato ad essere ogni discepolo di ogni tempo. Gli Atti, presentandoci Paolo, fondatore di comunità, ci mostrano come sempre la chiesa dovrà essere, adattandosi ad ogni cultura e ad ogni tempo. Dio infatti parla nella realtà della storia, non nelle fantasie delle nostre idee. Compie infatti le sue promesse, non le nostre attese. Queste sono in gran parte dettate dai deliri delle nostre paure, che si fanno illusioni di controllo e potere. Ma, nonostante ogni barriera, l’acqua alla fine va sempre dove deve andare.
    La comunità non si costruisce sui nostri progetti: deve radicarsi e crescere sulla roccia, che è il Vangelo di Gesù trasmesso con integrità. Gli anziani (i presbiteri) devono essere specchio di ogni virtù, imitatori di Paolo come lui lo è di Cristo (1Cor 11,1): siano irreprensibili, abbiano cura dei poveri, stiano attenti al pericolo della ricchezza e veglino perché lupi terribili non distruggano la comunità.
    Al centro del discorso c’è il v. 28: “State attenti a voi stessi e a tutto il gregge, in cui lo Spirito Santo vi ha posti come supervisori (= episcopoi) per pascere la chiesa di Dio che si è acquistato con il proprio suo sangue”. È una parola profetica che conferma gli anziani nel loro servizio: essere pastori del popolo della nuova alleanza, opera di Dio stesso, Padre, Figlio e lo Spirito.
    Il testo, ricco di sapienza e sentimenti, rappresenta al vivo l’agire e il sentire di Paolo, modello per la comunità cristiana e i suoi pastori (cf.1Ts 2,1ss!). Tutti siamo chiamati ad essere “la lettera” viva di Cristo, leggibile da tutti ( cf.2Cor 3,1ss); anzi, “il profumo di Cristo” che si effonde nel mondo intero ( 2Cor 2,14).




    DIVISIONE
    a. vv. 18-27: Paolo modello integro di testimonianza evangelica
    1 - vv. 18-21: comportamento di Paolo nel passato
    2 - vv. 22-24: sua situazione presente e futura
    3 - vv. 25-27: Paolo esempio per i presbiteri
    b. vv. 28-35: appello alla vigilanza contro i lupi e all’amore per i poveri
    1 hr 22 min
  • Lectio degli Atti degli Apostoli di lunedì 11 novembre 2013
    Commento a Atti 20, 11-16

    Cadde giù dal terzo piano

    Nella seconda parte degli Atti abbiamo visto come l’evangelizzatore Paolo si faccia un punto d’onore di annunciare il vangelo dove ancora nessuno è arrivato (Rm 15,20). Ne sono prova i continui e lunghi viaggi, con pericoli, prigioni e percosse. “Oltre a questo” vediamo ora il suo “assillo quotidiano: la preoccupazione per tutte le Chiese” (2Cor 5,28). Paolo, non è solo evangelizzatore, ma anche pastore premuroso. La madre, anche se dal grembo consegna i figli a vita e libertà, rimane sempre madre!
    È quanto mostrano sinteticamente i vv. 1-6 e 14-16: un moltiplicarsi di spostamenti, un incessante viaggiare intervallato da soste più o meno brevi. In questa fase del suo terzo viaggio apostolico Paolo ha fretta di giungere a Gerusalemme per Pentecoste e poi vedere Roma (At 19,21).
    Roma è per lui ciò che Gerusalemme fu per il suo Maestro: il termine corsa, luogo del compimento della sua testimonianza.
    Paolo evangelizzatore è sempre in cammino: sua meta è andare ovunque si apra una strada o una porta. Indugia tanto quanto basta per annunciare il Vangelo e fondare una Chiesa. Il tempo necessario allo scopo è scandito dalla persecuzione che, prima o poi, immancabilmente viene … al momento giusto. La persecuzione infatti, anche se avviene dopo tre settimane come a Tessalonica o dopo un anno e mezzo o due come a Corinto o a Efeso, è comunque il compimento del mistero della croce - albero fecondo dal quale cade il seme da cui germogliano i figli di Dio.
    Ora Paolo da annunciatore si fa pellegrino verso Gerusalemme. Approfitta però del “santo viaggio” per visitare le comunità e rafforzarle nella consolazione.
    Il pellegrino ha una meta determinata: la destinazione alla quale il suo desiderio lo chiama. Per questo il suo cammino verso Gerusalemme è sotto il segno dell’urgenza.
    L’itinerario prestabilito è deviato però da un complotto. Paolo rinuncia a imbarcarsi dal porto di Corinto per la Siria e torna verso la Macedonia, ripercorrendo quasi 500 km a piedi. Nel ritorno da quest’ultimo giro apostolico stanno con lui e Luca altri sette (!) compagni. Oltre i collaboratori ci sono anche gli incaricati della colletta. Paolo non è un apostolo solitario. Luca, tacendo i motivi del suo viaggio a Gerusalemme (colletta e segno di unità con la Chiesa-madre), lo assimila a quello di Gesù con i Dodici.
    Da Filippi, dove si sono fermati per la Pasqua, Paolo e compagni arrivano a Troade. Qui raggiungono Tìchico e Tròfimo i quali, essendo asiatici, li hanno preceduti per organizzare il seguito del viaggio.
    I vv. 7-11 sono una finestra su quanto faceva Paolo in ogni comunità che visitava: istruiva, spezzava il pane e consolava. Questi versetti, insieme a 1Cor 11,17ss (cf. anche Atti 27,33ss!), sono le due più antiche descrizioni dell’eucaristia. Avviene nel giorno del Signore (domenica). Si celebra dalla sera, finito il lavoro, all’alba.
    Il luogo della celebrazione è chiamato “stanza superiore”, come “il Cenacolo” dove gli apostoli mangiarono l’ultima pasqua con il Maestro e fu istituita l’eucaristia. Lì incontrarono anche il Risorto per 40 giorni e ricevettero lo Spirito. È la Chiesa madre di tutte le altre. Fino ad Atti 12,12 resta il punto di partenza e d’arrivo della missione di Pietro e compagni.
    Anche Troade ha il suo Cenacolo. Sta in alto, al terzo piano. Lì c’è abbondanza di luce e di Parola a cui segue lo spezzar del Pane. L’eucaristia, sorgente di vita nuova, è presenza del Signore che ci dà il suo Spirito. Fuori è tenebra.
    Il giovane Èutico ( significa fortunato!) è sulla finestra, soglia tra la luce interna e le tenebre esteriori. Invece di ascoltare la Parola e vigilare, cade in un sonno profondo, che lo afferra e lo tira giù dal terzo piano nella notte. Lo raccolgono morto.
    Anche Paolo scende nella notte, si getta su di lui, lo abbraccia e dice di non turbarsi perché “la sua anima è in lui”. Sì, la sua anima è in lui grazie alla discesa di Paolo nella notte. Per questo, come il Maestro, risale dal buio, spezza il pane di vita. La luce della Parola giunge fino all’alba. Quando sorge il sole, il ragazzo - che non ha ascoltato la Parola né gustato il Pane! - è ricondotto vivo nella casa.
    Parola e Pane gustato dai fratelli “in alto” restituisce vita anche a chi è caduto in basso. Ciò che avviene al giovane Èutico illustra il passaggio da morte a vita che nell’eucaristia tutti rivivono, a consolazione di chi sta dentro e a vantaggio di chi sta fuori. L’eucaristia, memoriale di Cristo morto e risorto, è salvezza del mondo intero. Il dono che Gesù fece la sera di Pasqua è “per tutti”, non solo per i discepoli. Il racconto richiama Atti 27, 33ss.
    Il miracolo di risurrezione, inserito nel viaggio verso Gerusalemme, indica la partecipazione di Paolo al mistero del Maestro, che ci ha dato vita mediante la sua morte (Col 1,24!). Ma è anche segno di ciò che Parola e Pane operano nel mondo: “quelli che stanno nelle tenebre e nell’ombra di morte” (Lc 1,79) passano alla luce della vita.
    Proprio in questo modo giunge tra noi il Regno di Dio. E beato chi non si scandalizza perché viene in forza della croce di Gesù e di chi lo segue (cf. Lc 7,22).
    Nei vv. 13-16 riprende il viaggio. Tutti si imbarcano per Asso. Tranne Paolo che ha deciso di andarvi da solo e a piedi. Ad Asso lo prendono sulla nave e sbarcano a Mileto. Qui farà venire gli anziani di Efeso, senza visitare quella comunità. Ha fretta di giungere a Gerusalemme.




    DIVISIONE
    a. vv. 1-6: da Efeso in Macedonia e in Grecia e viceversa per il ritorno
    b. vv. 7-12: a Troade: risurrezione di un giovane
    c. vv.13-16: da Troade a Mileto
    1 hr 22 min
  • Lectio degli Atti degli Apostoli di lunedì 4 novembre 2013
    Commento a Atti 19, 23-41

    Uomini, sapete che da questo lavoro viene il nostro benessere

    Quando Luca compone gli Atti degli apostoli (70 d.C.) la comunità di Efeso è, forse, seconda solo a Roma. Quella di Gerusalemme già si era dispersa nella distruzione della città santa.
    Paolo, oltre che evangelizzatore, si è mostrato pastore e responsabile di comunità. Nei racconti di Efeso Luca tramanda ai suoi lettori, gli elementi fondamentali del cristianesimo: la fede nel Signore Gesù, il Battesimo nel suo nome, lo Spirito Santo con la liberazione da spiriti cattivi, l’inserimento nella comunità (19,1-7) insieme alla rottura con la magia e le usanze devozionali/religiose pagane (19,12-20).
    C’è stato anche il distacco pubblico dalla sinagoga e un luogo “laico” in cui ascoltare la Parola (19, 8-11). Il cristianesimo, come è stato contro il feticismo del tempio di Gerusalemme fatto da mani d’uomo (cf. il discorso di Stefano al cap. 7), è ora contro il tempio della dea che tutta l’Asia e il mondo intero adorano, fatto anch’esso da mani d’uomo (cf. 19, 25-27). Vero e unico tempio del Dio creatore è l’uomo stesso, suo figlio (17, 26-29).
    La corsa della Parola distrugge l’idolatria e minaccia il paganesimo in generale (v. 26). Il quadro, che può sembrare esagerato, è attendibile in quelle regioni dell’Asia vent’anni dopo, quando Luca scrive gli Atti. La lettera di Plinio a Traiano dice: “Non è soltanto nelle città, ma anche nelle borgate e nelle campagne che si è propagato il contagio di questa superstizione … Mi risulta senza dubbio che i templi, ormai quasi disertati …” (Ep. 10, 96, 9-10)].
    L’intento di Luca è anche apologetico: difende il cristianesimo dall’accusa di profanare la religione del popolo e di offendere il culto pubblico. I cristiani non hanno un comportamento che va contro i limite della legalità - accusa spesso rivolta anche ai Giudei.
    Luca smaschera ciò che spinge a insorgere contro la Via: non sono le convinzioni religiose, ma gli interessi materiali. È l’antitesi irriducibile tra Dio e mammona (cf. At 5,1-11; At 16, 16-19 e At 19, 19).
    Il motivo delle persecuzioni è economico prima che ideologico. È ciò che denuncia anche Friedrich von Spee nei processi contro le streghe nel suo libro:”Cautio criminalis”.
    Il denaro è il vero dio di questo mondo. È l’onnipotente che dal nulla crea il mercato e la borsa, le cui regole liturgiche garantiscono di realizzare ogni desiderio. Il danaro - la più grande invenzione umana - è la scimmia di Dio. A chi ha fede in lui, promette tutto e procura tutto. Compresa la dannazione e l’esclusione dalla felicità. Come lo Spirito è principio di ogni dono, il denaro assicura d’avere in mano qualsiasi cosa e persona, perfino … dio.
    Oggi non ci sono più regni da ambire. L’ex-re Faruk diceva che al mondo c’erano solo 5 re: i quattro delle carte e la regina d’Inghilterra. Dimenticava però un quinto re, più potente di tutti. È il divino danaro, sovrano assoluto su tutto. Manovrato dal diavolo, seduce ancora tutti come e più dei re di una volta. Seduce anche noi cristiani. Quanto allegramente cediamo alla promessa che satana fece a Cristo quando gli promise tutti i regni della terra: “ Se ti prostri dinnanzi a me, tutto sarà tuo” (Lc 4,7).
    Questo racconto richiama At 16,16ss, dove il fattore “economico” sta all’origine della persecuzione. Richiama anche At 18,12ss per il tipo di accuse e per la dichiarazione dell’innocenza di Paolo, con il ribaltamento a sorpresa in cui gli accusatori prendono il posto dell’accusato.




    DIVISIONE
    a. vv. 23-25a: il tumulto di Demetrio e degli argentieri
    b. vv. 25b-27: discorso di Demetrio “religioso-economico” contro Paolo
    c. vv. 28-29: la piazza infiammata e inferocita
    d. vv. 30-32: Paolo dissuaso dal presentarsi e descrizione della folla
    e. vv. 33-34: l’intervento di Alessandro e le grida della piazza
    f. vv. 35-41: interevento del cancelliere: dichiara sedizioso l’assembramento
    1 hr 20 min
  • Lectio degli Atti degli Apostoli di lunedì 28 ottobre 2013
    Commento a Atti 19, 8-22

    Quando queste cose furono compiute Paolo propose nello Spirito ... di andare a Gerusalemme

    Il testo è una sequenza di scene che descrivono le caratteristiche del ministero di Paolo ad Efeso. I tre anni (52 al 55 d.C.) che vi trascorse rappresentano l’apice del suo lavoro apostolico. Il successo è grande. Luca potrà dire che “tutti gli abitanti dell'Asia, giudei e greci, udirono la Parola del Signore” (v.10). Efeso resterà fino al terzo secolo la Chiesa più significativa d’oriente.
    Proprio qui avvengono due “separazioni” o distacchi, determinanti per Luca.
    Il primo è il distacco dalla sinagoga - per altro non voluto ma subìto (vv. 8-10) -, che non vuol essere definitivo (cf. Rm11,1ss,). Destinatari della promessa sono e restano i figli di Abramo, nella cui discendenza saranno benedetti tutti i popoli della terra (Gen 12,3).
    Il secondo è il distacco dal mondo della magia, di cui Efeso era la capitale. Infatti i testi magici, anche se in gran parte composti in Egitto, erano chiamati da Plutarco “ ta ephesia grammata (scritti Efesini)”.
    Dopo aver battezzato 12 discepoli di Giovanni Battista, per tre mesi continua liberamente il suo lavoro nella sinagoga. Ma per l’opposizione di chi non vuol credere e sparla della “Via”, la comunità cristiana è costretta a separarsi dalla sinagoga e trasloca nella “scuola di Tiranno” (vv. 8-9). Da Efeso, luogo di transito dell’Asia minore, e partendo da questa scuola la Parola si diffonde tra tutti gli abitanti dell’Asia – non solo pagani, ma anche giudei (v.10).
    La prima comunità di Efeso, come quella di Gerusalemme, è ricca di portenti straordinari, con guarigioni ed esorcismi. Paolo, come Pietro e gli altri apostoli, liberano gli uomini da malattie del corpo e dello spirito. Il vero prodigio però è il nuovo stile di vita di una comunità fondata sull’amore invece che sull’interesse: è l’opera dello Spirito, che ci rende figli di Dio e fratelli di tutti (vv.11-12).
    La storia dei sette figli di Sceva è istruttiva. Il nome di “quel Gesù che Paolo annuncia”, opera solo mediante chi ha fede nella sua Parola, ossia attraverso le mani di chi lo conosce, ama e segue. Non può essere usato in modo magico (vv. 13-17). Molti, vedendo ciò che è accaduto ai sette figli di Sceva, passano dalla magia alla fede in Gesù e bruciano una quantità impressionante di libri di magia.
    La magia è più comune di quanto si creda tra le persone religiose di ogni credenza. Il rafforzarsi della Parola del Signore vince il male e sbugiarda la magia. Questa è la perversione della fede: invece della relazione di fiducia con Dio, cerca di averlo in mano, mediante il potere “magico” di formule, riti, parole, osservanze, oroscopi, amuleti, santini… (vv. 18-20).
    Compiute queste cose, sorge nel cuore di Paolo il proposito di salire a Gerusalemme (v.21; cf. Lc 9,51!)). E’ lo snodo fondamentale della sua attività che, come per Gesù, si compirà nella passione. Per il Maestro sarà a Gerusalemme e per lui a Roma, dove da Gerusalemme arriverà in catene.
    Il Maestro testimonierà l’amore del Padre nel punto più lontano da Dio: sulla croce dei malfattori. Il discepolo testimonierà l’amore del Figlio “agli estremi confini della terra”: a Roma, centro del potere mondano e cuore del mondo pagano.
    Paolo vede nel viaggio da Gerusalemme a Roma la realizzazione simbolica del mandato di Gesù ai suoi apostoli (vv. 21-22): testimoniarlo da Gerusalemme agli estremi confini della terra. Il movimento da espansione dal centro (Gerusalemme) alle estreme periferie del mondo (Roma!) è il programma che Gesù ci ha lasciato (cf.At 1,8). Paolo lo ha esemplarmente realizzato.
    Il suo cammino resta il modello perenne della Chiesa che, in forza dello Spirito, incarna il Figlio nel mondo, fino a quando Dio sarà “tutto in tutti” (1Cor 15,28). Questa è la nostra attesa ! Ma quando verrà il regno di Dio, quando tornerà il Signore? Quando lo riconosceremo nell’ultimo degli uomini (cf. Mt 25,31ss).
    Grazie alla testimonianza della Parola, giorno dopo giorno “nascono cieli nuovi e terra nuova (Is 66,22), nei quali avrà stabile dimora la giustizia” (2Pt 3,13). La Parola ci offre di nuovo ciò che tutti abbiamo perso e nel profondo desideriamo: la verità nostra e di Dio. Il Dio nuovo è tutto e solo amore per tutti; l’uomo nuovo è ciascuno di noi, suoi figli a sua immagine e somiglianza.
    Questo è anche il programma che si propone il vescovo di Roma: come gli apostoli uscirono da Gerusalemme, bisogna che noi usciamo dalle varie chiese e sacrestie verso tutte le periferie del mondo, per giungere alla Gerusalemme celeste.



    DIVISIONE
    a. vv.8-9: separazione dalla sinagoga e trasloco nella scuola di Tiranno
    b. v.10: in due anni tutti gli abitanti dell’Asia udirono la Parola
    c. vv.11s: portenti straordinari e guarigioni
    d. vv.13-17: la storia dei sette figli di Sceva
    e. vv. 18-20: fine della magia e crescita della Parola
    f. vv. 21s: Bisogna che io vada anche a Roma
    1 hr 33 min
  • Lectio degli Atti degli Apostoli di lunedì 21 ottobre 2013
    Commento a Atti 19, 1-7

    Riceveste lo Spirito Santo?

    Questo racconto è da leggere insieme al precedente. Apollo, ammaestrato nelle Scritture, conosce con precisione la via del Signore e parla di Gesù. Egli ha la sana dottrina ed è fervoroso in essa. Però ha ricevuto solo il battesimo di Giovanni, quello nell’acqua, non quello nello Spirito.
    Ma nell’acqua della legge si muore; è solo nello Spirito d’amore che si respira e si vive. Apollo è come molti teologi e persone di chiesa: sanno tutto, sono zelanti nell’esporre la dottrina. Ma una cosa è sapere e parlare, altra cosa è capire e vivere ciò che si sa e si dice. Anche i ciechi possono parlare con esattezza di colori che non hanno mai visto. Sappiamo tante cose che non comprendiamo. L’illuminazione dello Spirito è capire ciò che si conosce: solo chi ama capisce. Per sé il fine di ogni capire è amare. Per questo tutto svanirà e “l’amore non avrà mai fine” (1Cor 13,8). La sola “scienza gonfia, mentre “l’amore edifica” (1Cor 8,2).
    Un sapere e un annunciare senza amare, è la fede tipica dei diavoli in tutti gli esorcismi dei Vangelo. Vedi ad esempio il primo esorcismo di Marco: “Io so chi tu sei: il Santo di Dio” (Mc 1,24). Vedi anche Atti 16,17 dove Paolo scaccia da una schiava il demonio che fa propaganda per lui e per Cristo. Il diavolo ci vuol rendere come lui, sapere senza amare: “Anche i demoni credono, ma tremano” (Gc 2,19). È la pena della dannazione.
    Anche molti cristiani scambiano la testimonianza per propaganda: se non abbiamo lo stile di Gesù, ciò che facciamo scredita ciò che diciamo. È il pericolo dei movimenti e della pastorale ”dei gradi eventi”. Tuttavia hanno sempre successo perché ci portano a sentirci grandi e potenti. Cristo invece è piccolo: “ fu crocifisso per la sua debolezza” e ci ha “arricchito con la sua povertà” (2Cor 13,4; 8,9).
    Non basta “conoscere e parlare con precisione” di Gesù - ma quanta ignoranza e sommarietà tra cristiani, anche responsabili, nei riguardi della Parola di Dio! Terribile il nuovo lezionario ambrosiano, che impedisce di conoscere il Vangelo: fa del corpo di Gesù uno spezzatino cucinato su ricetta, più o meno supposta, gallo-carolingia in salsa meneghina, con il contorno di esuberanti ghirigogori di aggettivi che “si insublimano nel mistero arcano” oppure si inarcanano in sublimità misteriose. Per tacere dei prefazi, soprattutto mariani, autentici compendi di casta ginecologia.
    Oltre la conoscenza delle Scritture, è necessario qualcos’altro. Bisogna “testimoniare Gesù”, ossia ri-cordarlo (=averlo-nel-cuore) e viverlo. È lui “la mia vita” (Fil 1,21): “vivo io, non più io, ma Cristo vive in me”. La mia vita infatti è risposta d’amore all’amore del Figlio di Dio “che mi ha amato e ha dato se stesso per me” (Gal 2,20). E l’amore fa dei due uno, pur restando due!
    Chi testimonia Gesù conoscendolo con precisione, ne può parlare in modo efficace. La sua parola ha la stessa “exousìa” del suo Maestro: scaturisce dal suo “essere”. Ciò che sei parla di più di ciò che dici. Se parliamo senza testimoniarlo riduciamo il messaggio a parola vuota che riempie di vanità noi e di vacuità gli altri. Le parole di Gesù invece sono “Spirito e vita” (Gv 6,63).
    Quanti credenti sono formati sul catechismo e l’osservanza delle regole, invece che sulla conoscenza di Gesù! Essi vivono con impegno la “loro religiosità”: digiunano, osservano comandamenti e praticano molte devozioni nell’attesa che venga il Signore. Non hanno però la gioia del Vangelo. Ignorano che “Lo Sposo è con loro”. Il loro cristianesimo è una toppa di tessuto nuovo su abito vecchio (cf. Mc 2,18-22): manca il vino nuovo, lo Spirito. Ignorano le prime parole di Gesù, programma e chiave di lettura del Vangelo: egli proclama che il tempo dell’attesa è finito, perché il regno di Dio è già qui. Il regno è lui stesso, il Messia, lo Sposo, il Figlio amato: basta con-vertirsi a lui, amarlo e seguirlo (cf. Mc 1,16ss). Ormai possiamo vederlo e amarlo in ogni creatura, perché “tutto sussiste in lui” (Col 1,17). “ In lui infatti noi siamo, ci muoviamo ed esistiamo (…) di lui stirpe noi siamo” (At 1,28). Anzi, di più: siamo figli amati ciascuno dal Padre come il Figlio unico e amati dal Figlio con il medesimo amore con cui lui è amato dal Padre (Gv 17,23; 15,9). Questo è il motivo perenne della nostra gioia: ogni realtà è segno dell’amore di Dio che in essa ci dona se stesso. Per questo “facciamo eucaristia di ogni cosa. Questa è infatti la volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi” (1Ts 5,18), perché Lui è “tutto in tutte le cose” (1Cor 15,28).
    Ricordo che Karl Rahner, in una conversazione amichevole con un gruppo di giovani gesuiti a Münster, alla nostra domanda sull’essenza del cristianesimo, rispose: “ È quello che diceva mia nonna: ‘Bisogna amare il buon Gesù!’”. Quel buon Gesù che vediamo in tutti gli uomini, cominciando di quelli che escludiamo come “cattivi”: gli affamati, assetati, immigrati, nudi, malati e carcerati (Mt 25,31ss). Molti invece, e si credono pii, vivono di “precetti quali non prendere, non gustare, non toccare: sono infatti prescrizioni e insegnamenti di uomini, che hanno parvenza di sapienza, con la loro affettata religiosità e umiltà e austerità riguardo al corpo, ma in realtà non servono che per soddisfare la carne” (Col 2, 20ss).
    Luca inoltre (cf anche Gv 17,20-26!) è preoccupato, come tutti gli apostoli dell’unità dei credenti, “Siamo stati battezzati in un solo Spirito per formare un solo corpo, Giudei o Greci, schiavi o liberi; e tutti ci siamo abbeverati all’unico Spirito” (1Cor 12,13). Spirito significa respiro, vita. La vita di Dio è l’amore tra Padre e Figlio; e tutti noi, “battezzati”, ossia immersi nello Spirito, viviamo con tutta la creazione nell’amore reciproco tra Padre e Figlio. L’unità di comunione, frutto d’amore, è principio di vita. La divisione, separazione causata dall’egoismo, è principio di morte.
    Come Apollo, anche questi di Efeso non hanno ricevuto lo Spirito. Conoscono solo il battesimo di Giovanni, ma non quello di Gesù. Apollo però conosceva bene anche Gesù, pur senza averne lo Spirito. Questi 12 di Efeso invece hanno conosciuto solo il Battista. Rispetto al Giudaismo, i “battistini” e i “cristiani” hanno in comune il battesimo. Ma c’è battesimo e battesimo, quello nell’acqua della legge e quello nello Spirito di vita.
    Oggi questi 12 (!) sono figura dei tanti cristiani che vivono sotto il “dovere” della legge, ma non hanno la libertà dei figli: ignorano il “piacere” di amare Dio e i fratelli.
    Sono quelli che sovvertono l’unico Vangelo, proponendone un altro che non esiste, direbbe Paolo (Gal 1,6-9). Pervertono il Vangelo in legge che uccide. Se il primo “segno” della Gloria fu per Gesù mutare l’acqua della legge nel vino dell’amore (Gv 2,1ss), costoro mutano il vino in acqua, l’amore in legge. Ma la legge uccide, mentre lo Spirito dà vita (2Cor 3,6). La legge stessa, che prescrive il bene, ci condanna come trasgressori; solo “l’amore è pieno compimento della legge”, perché “l’amore non fa male a nessuno” (Rm 1310).
    Per Luca lo Spirito è il principio della vita di Gesù e delle vita della Chiesa. Il suo Vangelo inizia con lo Spirito che, al sì di Maria, incarna in lei la Paola e termina nell’attesa dello Spirito che scenderà sugli apostoli (Lc, 1,35;24,49): Gli Atti, a loro volta, iniziano con il dono dello Spirito, principio dell’annuncio e della testimonianza dei discepoli (At 2,1ss). Lo Spirito, vita stessa di Dio, come ha formato il corpo di Gesù, così forma “la chiesa, che è suo corpo, la pienezza di colui che si realizza interamente in tutte le cose” (Ef 1,22s).
    Luca è particolarmente attento allo Spirito: è l’amore tra Padre e Figlio, che Gesù ci ha donato dalla croce per diventare anche noi figli di Dio e fratelli di tutti gli uomini. Per questo nel Vangelo, dove racconta ciò che Gesù fece e disse, nomina lo Spirito per ben 35 volte; negli Atti invece, dove racconta ciò che gli apostoli fanno e dicono per testimoniare Gesù, lo nomina 70 volte. Esattamente il doppio! È puro caso o è la “reduplicazione” della risposta d’amore, dove il suo Spirito è anche nostro e il nostro è anche suo?



    DIVISIONE
    a. vv. 19,1-2: riceveste lo Spirito Santo?
    b. vv.3-4: in cosa foste battezzati?
    c. vv.5-7: battezzati nel nome di Gesù…
    1 hr 14 min
  • Lectio degli Atti degli Apostoli di lunedì 14 ottobre 2013
    Commento a Atti 18, 18-28

    Congedatosi dai fratelli (di Corinto) salpò verso la Siria.....trascorso del tempo (ad Antiochia) partì...

    Il testo, assai articolato e con vari personaggi e relativi spostamenti, ci presenta la conclusione del secondo viaggio di Paolo e l’inizio del terzo (rispettivamente vv. 22-23). Luca approfitta di questo interludio per dare informazioni sulle caratteristiche di Paolo, apostolo evangelizzatore. L’intrusione poi di Apollo fa vedere chi è il dottore, chiamato anche lui a conoscere bene la storia di Gesù. I Vangeli infatti sono nati per capire le parole di Gesù che risuonano nell’eucaristia: “Questo è il mio corpo dato per voi”. Il suo “corpo” infatti è protagonista unico di tutti i Vangeli. Il Cristiano deve conoscerlo per capire, assimilare e vivere ciò che celebra. Deve imparare con “precisione” e “per ordine” “le cose riguardanti Gesù”, ossia quanto “Gesù cominciò a fare e dire”, per testimoniarlo agendo e parlando come lui. Il senso di queste parole dell’inizio del Vangelo e degli Atti (cf Lc 1,1ss; At 1,1ss) affiorano anche qui dove si parla di Apollo. Si può ipotizzare che Luca abbia deciso di scrivere il Vangelo e gli Atti dopo conosciuto Apollo ed essersi riconosciuto in lui. L’eco di queste parole risuona pure nel finale degli Atti (At 28,31), facendone un unico libro con il Vangelo.
    Dopo l’esito favorevole del processo intentato contro di lui, Paolo rimane ancora molti giorni a Corinto. Ormai il suo secondo viaggio apostolico volge al termine. Dopo un anno e mezzo di annuncio a tempo pieno, si congeda dai fratelli di Corinto. Riprende la via del ritorno: s’imbarca per Efeso, dove fa una sosta con promessa di tornare. Arrivato a Cesarea, va a salutare quelli di Gerusalemme e torna ad Antiochia. Da lì riparte il suo terzo viaggio per “confermare tutti i discepoli” (v.23). Alla fine di questo viaggio Paolo maturerà il proposito di andare a Roma (At 19,21). In queste poche righe c’è la sintesi del suo viaggiare senza sosta per annunciare a “tutta l’Asia” Minore il Vangelo. Percorrerà, via mare e via terra, più di 4.000 kilometri!
    A Corinto ha fondato e formato una comunità fiorente, ricca di doni, capace di camminare sulle proprie gambe, senza puntelli. Ma non l’abbandona a se stessa. Restano Sila e Timoteo. All’occorrenza si fa vivo anche lui con lettere splendide, per incoraggiare, puntualizzare e correggere, ricordando e spiegando il Vangelo. La lettera è presenza, sempre disponibile, di un assente. Non solo per i destinatari, ma anche per noi e tutte le chiese. L’apostolo, via lettera, si dilata nello spazio e nel tempo: la Parola viaggia e si dissemina sia dalla bocca di chi parla che dallo scritto in chi lo legge e ascolta. Il lettore della lettera diventa a sua volta una lettera di Cristo: ”È evidente che voi siete una lettera di Cristo, servita da noi, scritta, non con inchiostro, ma con lo Spirito del Dio vivente, non su tavole di pietra, ma sulle tavole di carne dei vostri cuori” (2Cor 3,3). Chi ascolta la Parola, diventa Parola: essa ci “dà il potere di diventare figli di Dio” (Gv 1,12).
    Paolo non è un pastore: è un apostolo, inviato ad evangelizzare. Scrive ai Romani: “Mi sono fatto un punto d’onore di non annunziare il Vangelo se non dove ancora non era giunto il nome di Cristo, per non costruire su un fondamento altrui, ma come sta scritto: ‘Lo vedranno coloro ai quali non è stato annunziato e coloro che non ne avevano sentito parlare, comprenderanno’ ” ( Rm 16,20s; Is 52,15).
    Questo atteggiamento non è causato da sua instabilità o insofferenza nelle relazioni. Paolo, come padre/madre che ama i suoi figli, non vuol legarli a sé. Li vuole liberi e adulti, capaci di amare come sono amati. Li considera fratelli. Infatti terrà sempre con loro un rapporto di vera amicizia fraterna. Sono uguali a lui, suoi pari: “ Diventate imitatori miei, come io lo sono di Cristo “(1Cor 4,16; 11,1). Quando però sono fragili o perduti, non esita a tornare madre che partorisce di nuovo i suoi figli (1Ts 2,7s; Gal 4,19s). E torna anche ad essere padre, che si preoccupa, incoraggia e stimola (1Ts 2,11s). Dice a quelli di Corinto, divisi tra loro in fazioni di appartenenza ad uno o all’altro maestro: “Potreste anche avere diecimila pedagoghi in Cristo, ma non certo molti padri, perché sono io che vi ho generato in Cristo Gesù, mediante il vangelo” (1Cor 4,14s).
    La sua mobilità è la stessa del Figlio, amato dal Padre, che vuol svelare a tutti il suo amore, perché possano essere salvati e condurre una vita nell’amore di Dio e del prossimo. Confessa infatti a quelli di Corinto: “L’amore di Cristo ci spinge, al pensiero che uno è morto per tutti e quindi tutti sono morti. Ed egli è morto per tutti, perché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risuscitato per loro” (2Cor 5,14s).
    Dimora dell’apostolo è il cammino per le vie del mondo. Con lo stesso amore del Padre e del Figlio vuol arrivare sino agli estremi confini della terra. È sempre in cerca dei fratelli perduti, che ama con lo stesso amore di Gesù, il Figlio che ama tutti e ciascuno come il Padre. Splendida è la sua apologia di “apostolo” in 2Cor 2,14-7,18; 10,1-13,13, dove descrive le peripezie del suo ministero e la sua sollecitudine per tutti.
    Ora Paolo parte verso la Siria. Prende con sé Priscilla e Aquila. I suoi datori di lavoro sono diventati suoi collaboratori nell’annuncio. Sono persone preparate, in grado di istruire anche un retore di fama. Priscilla e Aquila ad Efeso istruiscono infatti Apollo, che poi va in Grecia a continuare il suo lavoro di “dottore” nelle comunità fondate da Paolo.
    Paolo, arrivato ad Antiochia di Siria, da dove era partito, riparte per visitare e rafforzare nella fede le comunità da poco evangelizzate. È il suo terzo viaggio apostolico (18,23-20,38). Questo viaggio si svolgerà negli anni 54-58.
    Per capire meglio la differenza tra apostolo, dottore è utile citare Paolo stesso: “ Io ho piantato, Apollo ha irrigato, ma è Dio che ha fatto crescere” (1Cor 3,6-9). L’apostolo è quello che pianta il seme della Parola, il dottore quello che irriga spiegandola, Dio è il sole che fa crescere, anzi il seme stesso che cresce in noi. L’uomo infatti è humus, il campo di Dio.



    DIVISIONE
    a.a. vv. 18-21: partenza da Corinto, voto a Cencre e arrivo ad Efeso dove lascia Aquila e Piscilla
    b. vv. 21b-22: Paolo salpa per Cesarea, va a Gerusalemme e scende ad Aniochia: fine del 2° viaggio

    c. 23: da Antiochia parte per il 3° viaggio, attraversando Galizia e Frigia
    d. vv. 24-26: nel frattempo Apollo ad Efeso è istruito da Priscilla e Aquila
    e. vv. 27-28: a Corinto Apollo, “dottore”, aiuta nella fede quelli che hanno creduto.
    1 hr 26 min
  • Lectio degli Atti degli Apostoli di lunedì 27 maggio 2013
    Commento a Atti 18, 7-17

    Un popolo numeroso c'è per me in questa città

    Paolo abbandona Atene. Dal piccolo centro culturale, si trasferisce a Corinto. La vecchia città, distrutta dai romani nel 146 a.C., rimase deserta per un secolo. Si cominciò a ricostruirla nel 44 a.C. e divenne colonia Romana. Ai tempi di Paolo era diventata una grande città in espansione, con 300.000 abitanti e uno stadio con 18.000 posti a sedere. Due terzi della popolazione era di schiavi.
    Posta a Km 60 da Atene, si trova sul Mar Ionio, dove c’è ora il canale che mette in comunicazione l’Ionio con l’Egeo. Allora, per non fare il giro del Peloponneso, c’era un sistema di rulli per trasferire le imbarcazioni piccole via terra al porto di Cencre, sul mar Egeo.
    Porta di passaggio tra occidente ed oriente, era la capitale dell’Acaia. Lì si incontravano popolazioni greche, fenice, asiatiche, romane, ebree ed egizie. La gente, dedita al lavoro e al commercio, era ricca e famosa anche per il piacere e il vizio commercializzato. “Corintizzare” significava vivere una vita licenziosa. “Non a tutti è lecito vivere alla corinzia”, scriveva Strabone. Tutti i culti vi erano presenti. Il più noto era quello ad Afrodite, protettrice della città, con mille prostitute sacre addette al servizio.
    Corinto può sembrare il luogo meno adatto per annunciare il Vangelo. Non è gente religiosa come quelli di Atene. È una città corrotta e ricca, con un’accozzaglia di tutte le religioni, dove l’una vale l’altra. Proprio lì, grazie a Paolo e compagni, nasce una comunità numerosa, una delle più importanti del primo secolo. Composta per lo più di schiavi e di gente povera, è vivace e ricca di doni. Sono pochi i ricchi e i potenti, che possono “corintizzare” (1Cor 1,26ss). Gli schiavi, provenienti dal mediterraneo orientale, erano religiose, e in crisi d’identità perché fuori dal loro contesto religiose. Per questo oggi può essere più facile annunciare il vangelo agli immigrati in Italia più che ai residenti nelle loro nazioni.
    Le due lettere ai Corinzi ce la fanno conoscere meglio di ogni altra comunità. Paolo lì si ferma un anno e mezzo e si rivolge decisamente ai pagani. Il testo comincia con un’attività tranquilla (vv.1-4). C’è un crescendo con l’arrivo dei due compagni (vv.5-7). La conversione del capo della sinagoga dà inizio al “popolo numeroso” (vv. 8-11). Culmine del testo è l’episodio di Gallione, governatore romano (vv. 12-17). Con lui c’è il primo riconoscimento ufficiale del cristianesimo: la nuova religione non è un crimine (adìkema) né un’azione malvagia radioùrgema (azione facile, leggera).
    Paolo resterà a Corinto per 18 mesi. Partirà pochi giorni dopo il buon esito del processo intentato contro di lui davanti al proconsole Gallione, fratello del famoso Seneca. Paolo non ha il carisma del pastore ma quello dell’apostolo: fondata una fiorente comunità, va ad evangelizzare altrove. In questo cammino fonda nuove comunità e approfitta per visitare e rafforzare nella fede quelle già ci sono.
    Ad Atene Paolo si è confrontato con la cultura greca. Oltre che nella sinagoga, parlava nella piazza principale, come i filosofi epicurei e stoici. Ha completato la sua testimonianza all’Aeròpago. Il discorso, che lì ha tenuto, è una vera miniera di indicazioni sull’inculturazione. Paolo, partendo dalla critica agli idoli, giunge a parlare del Dio ignoto per introdurre il nocciolo del messaggio cristiano.
    Il suo compito a Corinto è più semplice. Lavorando manualmente alle dipendenze di Aquila, è in contatto con gli schiavi che vengono da tutte le parti del mondo. In Grecia solo gli schiavi lavoravano, per servire i ricchi. I poveri sono più disposti ad accettare il messaggio di libertà. I ricchi invece credono di averla già e ignorano di essere schiavi dell’egoismo.

    NOTA sul lavoro manuale e la comprensione del vangelo.
    Paolo, dopo l’esperienza di Atene, è arrivato a Corinto “in debolezza e con timore e tremore” (1Cor 2,3). Dato che Dio parla mediante la realtà, la luce e la salvezza gli viene dalla nuova situazione in cui si trova. Vive in un mondo di schiavi e padroni, dove solo gli schiavi lavorano. Lui stesso lavora, come Gesù e ogni maestro in Israele. In Gen 1,1ss Dio crea con la parola: “dice e avviene ciò che dice”. In Gen 2,4bss invece “lavora” per creare. I due racconti sono complementari, come per l’uomo il dire e il fare – se non s’inganna e non nganna. Nel secondo racconto Dio lavora a tutti i livelli: “fa” cielo e terra. Ma questa è arida prima che lui faccia l’impianto idrico per la pioggia dall’alto e che l’uomo la canalizzi dal basso. Allora Dio plasma l’uomo come l’artista che lavora argilla. Ma gli soffia dentro il suo respiro, la sua vita. Ne fa così l’anello di congiunzione tra creato e Creatore. Infatti è impastato di terra e insieme “invasato” da ispirazione divina. Fatto l’uomo, Dio pianta personalmente ogni albero bello e buono. Fa un giardino, pone l’uomo nel mezzo, ordinandogli di lavorare come lui e di custodirlo.
    In Gen 3,1ss. c’è lo sconvolgimento del peccato. La menzogna di satana gli presenta un Dio padrone di tutto invece di un Dio operaio, che lavora e serve. Per questo la relazione che l’uomo ha con sé, con l’altro, con le cose e con Dio, è quella del padrone che domina su tutto e distrugge tutto, invece di un Dio che serve tutti e fa tutto per amore.
    È qui che Paolo capisce con chiarezza che il Messia promesso è “Gesù crocifisso”, ucciso dal potere religioso come bestemmiatore e da quello civile come schiavo ribelle.
    I Giudei cercano la potenza di Dio nei portenti e i Greci la sapienza di Dio nella loro sapienza mondana, che è giustificazione del potere dell’uomo sull’uomo. La croce, scandalo e follia di Dio, evidenza la perversione della religione e la stupidità del mondo. Per questo la croce è potenza e sapienza di Dio, che salva l’uomo dalla schiavitù del potere religioso e civile.
    L’uomo libero non è il padrone che opprime e uccide. Questa è impotenza e insipienza di morte. L’uomo libero è chi, per amore, si fa servo dell’altro. Questa è potenza e sapienza di vita. I veri schiavi sono i padroni che schiavizzano gli altri.
    Da qui in avanti Paolo sa di non sapere altro se non “Gesù, e questi crocifisso”, potenza e sapienza di Dio, che nessuno dei padroni di questo mondo è capace di intendere, altrimenti “non avrebbero crocifisso il Signore della gloria” (1Cor 2,2.6-10).
    Tutti i Vangeli sono scritti per far riconoscere Dio nella croce. Una conoscenza di Gesù come Figlio prima della croce è sempre e solo demoniaca. Anche Pietro fu chiamato satana perché non voleva accettare che il “figlio di Dio” fosse il crocifisso (cf. Mc 8,27-33 testi paralleli in Matteo e Luca). In Giovanni la croce è la stessa Gloria.
    Paolo lavora per annunciare gratuitamente il vangelo. Preferisce morire piuttosto che far diversamente. Infatti non lo fa di sua iniziativa: non è padrone della Parola, ma schiavo della Parola di Gesù (1Cor 9,15ss), che lo tiene stretto a sé (cf At 185).
    È sempre in agguato la tentazione del potere, sia per che evangelizza che per il pastore. L’evangelizzatore può rendersi padrone della Parola e il pastore padrone del gregge. Rinasce così la casta clericale degli scribi e dei sacerdoti, che, come hanno ucciso Cristo, ancora crocifiggono i poveri cristi.
    Grande maestro di vita è il lavoro manuale! Secondo S. Tommaso d’Aquino serve per quattro cose: per vivere, per evitare l’ozio, per vincere la concupiscenza e per le elemosine. Inoltre è utile per altre tre cose:: contro il furto, contro la cupidigia dei beni altrui e contro i turpi imbrogli per procurarsi da vivere.



    DIVISIONE
    a. vv.1-4: da Atene a Corinto: incontro con Aquila
    b. vv.5-6: arrivo di Sila e Timoteo e decisione di dedicarsi ai pagani
    c. vv.7-8: Paolo ospite di un pagano e conversione del capo della sinagoga
    d. vv. 9-11: un popolo numeroso c'è per me in questa città
    e. vv.12-13: accuse contro Paolo, accusato di un culto contro la legge romana
    f. vv. 14-15: disinteresse di Gallione su questioni religiose
    g. vv. 16-17: scacciati dal tribunale, se la prendono con il capo sinagoga “traditore”
    1 hr 22 min
  • Lectio degli Atti degli Apostoli di lunedì 20 maggio 2013
    Commento a Atti 18, 1-17

    Un popolo numeroso c'è per me in questa città

    Paolo abbandona Atene. Dal piccolo centro culturale, si trasferisce a Corinto. La vecchia città, distrutta dai romani nel 146 a.C., rimase deserta per un secolo. Si cominciò a ricostruirla nel 44 a.C. e divenne colonia Romana. Ai tempi di Paolo era diventata una grande città in espansione, con 300.000 abitanti e uno stadio con 18.000 posti a sedere. Due terzi della popolazione era di schiavi.
    Posta a Km 60 da Atene, si trova sul Mar Ionio, dove c’è ora il canale che mette in comunicazione l’Ionio con l’Egeo. Allora, per non fare il giro del Peloponneso, c’era un sistema di rulli per trasferire le imbarcazioni piccole via terra al porto di Cencre, sul mar Egeo.
    Porta di passaggio tra occidente ed oriente, era la capitale dell’Acaia. Lì si incontravano popolazioni greche, fenice, asiatiche, romane, ebree ed egizie. La gente, dedita al lavoro e al commercio, era ricca e famosa anche per il piacere e il vizio commercializzato. “Corintizzare” significava vivere una vita licenziosa. “Non a tutti è lecito vivere alla corinzia”, scriveva Strabone. Tutti i culti vi erano presenti. Il più noto era quello ad Afrodite, protettrice della città, con mille prostitute sacre addette al servizio.
    Corinto può sembrare il luogo meno adatto per annunciare il Vangelo. Non è gente religiosa come quelli di Atene. È una città corrotta e ricca, con un’accozzaglia di tutte le religioni, dove l’una vale l’altra. Proprio lì, grazie a Paolo e compagni, nasce una comunità numerosa, una delle più importanti del primo secolo. Composta per lo più di schiavi e di gente povera, è vivace e ricca di doni. Sono pochi i ricchi e i potenti, che possono “corintizzare” (1Cor 1,26ss). Gli schiavi, provenienti dal mediterraneo orientale, erano religiose, e in crisi d’identità perché fuori dal loro contesto religiose. Per questo oggi può essere più facile annunciare il vangelo agli immigrati in Italia più che ai residenti nelle loro nazioni.
    Le due lettere ai Corinzi ce la fanno conoscere meglio di ogni altra comunità. Paolo lì si ferma un anno e mezzo e si rivolge decisamente ai pagani. Il testo comincia con un’attività tranquilla (vv.1-4). C’è un crescendo con l’arrivo dei due compagni (vv.5-7). La conversione del capo della sinagoga dà inizio al “popolo numeroso” (vv. 8-11). Culmine del testo è l’episodio di Gallione, governatore romano (vv. 12-17). Con lui c’è il primo riconoscimento ufficiale del cristianesimo: la nuova religione non è un crimine (adìkema) né un’azione malvagia radioùrgema (azione facile, leggera).
    Paolo resterà a Corinto per 18 mesi. Partirà pochi giorni dopo il buon esito del processo intentato contro di lui davanti al proconsole Gallione, fratello del famoso Seneca. Paolo non ha il carisma del pastore ma quello dell’apostolo: fondata una fiorente comunità, va ad evangelizzare altrove. In questo cammino fonda nuove comunità e approfitta per visitare e rafforzare nella fede quelle già ci sono.
    Ad Atene Paolo si è confrontato con la cultura greca. Oltre che nella sinagoga, parlava nella piazza principale, come i filosofi epicurei e stoici. Ha completato la sua testimonianza all’Aeròpago. Il discorso, che lì ha tenuto, è una vera miniera di indicazioni sull’inculturazione. Paolo, partendo dalla critica agli idoli, giunge a parlare del Dio ignoto per introdurre il nocciolo del messaggio cristiano.
    Il suo compito a Corinto è più semplice. Lavorando manualmente alle dipendenze di Aquila, è in contatto con gli schiavi che vengono da tutte le parti del mondo. In Grecia solo gli schiavi lavoravano, per servire i ricchi. I poveri sono più disposti ad accettare il messaggio di libertà. I ricchi invece credono di averla già e ignorano di essere schiavi dell’egoismo.



    DIVISIONE
    a. vv.1-4: da Atene a Corinto: incontro con Aquila
    b. vv.5-6: arrivo di Sila e Timoteo e decisione di dedicarsi ai pagani
    c. vv.7-8: Paolo ospite di un pagano e conversione del capo della sinagoga
    d. vv. 9-11: un popolo numeroso c'è per me in questa città
    e. vv.12-13: accuse contro Paolo, accusato di un culto contro la legge romana
    f. vv. 14-15: disinteresse di Gallione su questioni religiose
    g. vv. 16-17: scacciati dal tribunale, se la prendono con il capo sinagoga “traditore”
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About Lectio: Atti degli Apostoli

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Le lectio degli Atti degli Apostoli tenute da Silvano Fausti e dai suoi confratelli della Comunita di Villapizzone (Milano) il lunedi sera.
L'icona è l'opera "Der Morgen am See" di Sieger Köder