Lectio: Atti degli Apostoli

Lectio: Atti degli Apostoli

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Lectio: Atti degli Apostoli episodes

  • Lectio degli Atti degli Apostoli di lunedì 13 maggio 2013
    Commento a Atti 17, 16-34

    Un Dio ignoto

    Ai tempi di Paolo la grande e splendida Atene era ormai diventata una piccola città. Fuori dalle grandi vie di comunicazione, era senza importanza commerciale e militare. Però, anche se ridotta a circa 5.000 abitanti, dal punto di vista culturale e filosofico rappresentava ancora il centro del mondo. Per l’impero romano era un po’ come Firenze per l’Italia.
    Il confronto di Paolo con gli ateniesi all’Areopago ha un valore simbolico eccezionale. È un modello di “inculturazione”: il messaggio evangelico entra in dialogo con la filosofia greca. Il suo insuccesso indica che è una via da non percorrere o una via da percorrere, per quanto sia ardua? Certamente il cristianesimo non può escludere il dialogo con nessuna cultura. Anche se il lavoro è difficile e di scarsi risultati immediati, bisogna “farsi tutto a tutti” (1Cor 9,22). È quanto fece Paolo, seguito da tanti altri pionieri, come P. Roberto de Nobili in India e P. Matteo Ricci in Cina.
    Il dialogo culturale non deve però svendere la fede cristiana. Un discorso sapiente può svuotare la sapienza della croce: “Infatti la parola della croce è stoltezza per coloro che si perdono, ma per noi salvati è potenza di Dio” (1Cor 1,17s). Oggi come allora, bisogna tener presente che c’è sapienza e sapienza. C’è infatti la sapienza dell’egoismo, con relazioni di potere, che portano al proprio interesse (presunto) e alla morte. È la sapienza dei potenti di questo mondo, che lo dominano e lo distruggono. Ma c’è anche la sapienza dell’amore, con relazioni di solidarietà e servizio, che portano alla vita. È la sapienza di Dio e dei poveri, che edifica un mondo umano.
    Questa distinzione critica tra sapienza e sapienza (leggi 1Cor 1,7-2,16!) – delle quali una sembra follia all’altra – è il più bel contributo della tradizione ebraico cristiana alla cultura mondiale: è la salvezza stessa di ogni cultura. Il Logos greco ha trovato con Paolo la distinzione fondamentale: c’è il logos della croce, che è la parola di amore, dono e perdono, che è diverso dal logos dei potenti, che è la parola dell’egoismo, del possesso e della violenza. Ciò che di più bello c’è nella cultura mondiale – i diritti dell’uomo con l’ideale di giustizia come libertà, uguaglianza e fraternità – è frutto dell’impatto della cultura ebraico-cristiana con quella occidentale.
    Il confronto culturale è comunque necessario. Non solo per parlare una lingua comune con cui ci si possa intendere, ma anche perché qualsiasi cultura ha valori da comunicare alle altre.
    Il punto di partenza del discorso di Paolo è sempre attuale. In ogni cultura, anzi in ogni persona, c’è un sacrario “al Dio ignoto”. Ignoto non perché Dio si nasconda, ma perché è diverso da ogni nostra rappresentazione. Questo un ebreo lo sa bene; il cristiano rischia spesso di ignorarlo. Molti credono di conoscerlo e riducono il mistero di Dio a un “pacchetto” di idee in formato tascabile, sempre utili ad ogni evenienza. Ci si dimentica che Gesù, anche se è “normalmente” usato dai cristiani per puntare al potere, fu ucciso come bestemmiatore e sovversivo dal potere religioso-politico.
    Per questo dobbiamo mantenere sempre la dimensione del Dio ignoto - il “Deus semper maior” o, forse meglio, il “Deus semper minor”. Solo in questo modo possiamo andare incontro a ogni uomo, vero “sacrario di Dio”. Lui è intimo a noi più di noi stessi. Se non abbiamo questo atteggiamento, non possiamo annunciare il Vangelo: possiamo solo “immolare e mangiare” gli altri, per assimilarli a noi.
    Questo “Dio ignoto”si rivela nel desiderio, comune a tutti, di essere amati e amare, di passare da un’esistenza vuota a una vita felice, bella e buona. È il desiderio di vincere ciò che è triste, brutto e ingiusto, tutto ciò che sa di morte. Tale desiderio innato è il sigillo del Dio vivente, la nostra somiglianza con lui, impressa in ogni figlio d’uomo – massimo comun divisore di ogni uomo.
    Siamo chiamati ad essere ciò che siamo:”come Dio”. Non però come il dio dei potenti, che è follia di morte, bensì come il Dio di ogni figlio d’uomo, che è sapienza di vita.
    L’uomo, come ogni animale, ovunque e da sempre, preferisce una carezza a una pedata.
    Comune ad ogni uomo è pure il desiderio degli Ateniesi, sottolineato da Luca, di conoscere le ultime novità. Tale desiderio però resta sterile se le idee nuove non si traducono in una vita nuova. Dio è sì presente nella novità. Ma non tanto nella novità delle idee, quanto nella novità della realtà.
    Dio è amore. E l’amore si manifesta nei fatti, più che nelle parole.
    NB. Dopo il primo viaggio apostolico e il “Concilio” di Gerusalemme, che apre le porte ai pagani, Paolo ha via libera. Ora siamo al secondo viaggio, nel quale tutto è chiaro: compagno sarà il collaudato Barnaba, mèta sarà rivisitare le comunità già fondate, durata sarà il tempo necessario.
    Ma tutto salta per imprevisti a catena. Compagno non sarà Barnaba, per via del litigio a causa di Marco; sarà invece Sila che, per caso, non è ancora rientrato a Gerusalemme. Ai due si aggregheranno per strada gli sconosciuti Timoteo e Luca. Meta prima non sarà Cipro, verso dove si è imbarcato Barnaba con Marco. Paolo passerà via terra per la Siria, confortando le comunità. Sua intento è ampliare l’annuncio della Parola in Asia; ma lo Spirito lo vieta e impedisce. Giunto a Troade, una visione notturna lo dirotta in Macedonia, dove passerà da Filippi a Tessalonica e a Berea, per salpare infine verso Atene. È così che il cristianesimo passa dall’Asia all’Europa. Durata di ogni tappa sarà il tempo determinato dai nemici che, in ogni luogo, scatenano persecuzione. Alla fine si può dire che la persecuzione è il motore stesso dell’evangelizzazione, oltre che la sua autenticazione e garanzia di fecondità. “Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto” (Gv 12,24).



    DIVISIONE
    a. v. 16: irritazione di Paolo contro l’idolatria
    b. v. 17: Paolo in sinagoga con giudei e al mercato con tutti
    c. vv. 18-21: Paolo con i filosofi che lo portano all’Aeropago
    d. vv.22-23: captatio benevolentiae e partenza dal dio ignoto
    e. vv. 24-29: unicità di Dio e vanità degli idoli
    f. vv. 30-31: annuncio del giudizio di Dio attraverso Gesù resuscitato dai morti
    g. vv.32-34: reazioni negative di tutti, tranne alcuni
    1 hr 9 min
  • Lectio degli Atti degli Apostoli di lunedì 6 maggio 2013
    Commento a Atti 17, 1-15

    Arrivarono a Tessalonica .... a Berea ..... ad Atene

    Filippi è la “porta tra l’Europa e l’Asia”. Lì Paolo e compagni sono approdati, passando da un continente all’altro. Da lì Paolo e Sila, usciti di prigione, seguendo la “Via Egnatia”, vanno a Tessalonica, capitale della Macedonia. Siamo verso l’estate dell’anno 50. Si fermano tre settimane annunciando il Vangelo e discutendo di sabato nella sinagoga. Il successo è buono con i greci e non poche donne dell’aristocrazia, ma è scarso con i giudei. Anzi, molti di questi, per santo zelo, sobillano la piazza e mettono in subbuglio la città. La comunità di Tessalonica è stata fondata in sole tre settimane. Paolo si sentirà in dovere di scrivere ad essa - la lettera è presenza di un assente! - per sostenerla e completarne l’istruzione. Le prime due lettere di Paolo, scritte pochi mesi dopo a Corinto, sono destinate ai Tessalonicesi.
    I fratelli di Tessalonica, nottetempo, fanno partire Paolo e Sila per Berea, altra città della Macedonia. Anche qui, come al solito, vanno in sinagoga. Ma i giudei di Berea sono molto bendisposti. Lo ascoltano e discorrono con lui ogni giorno, non solo di sabato. Però i nemici di Tessalonica, informati, inseguono Paolo anche a Berea. Allora i fratelli della nuova comunità lo fanno partire subito, scortandolo fino ad Atene. Paolo li rimanda a Berea e resta da solo, in attesa che lo raggiungano Sila e Timoteo.
    L’evangelizzazione d’Europa, iniziata così bene in riva al fiume e nella casa di Lidia, diventa subito un cammino di ostacoli e persecuzioni. Non è una novità. È ciò che Paolo, come Gesù, ha incontrato ovunque andava. Per questo nel primo viaggio apostolico confortava i fratelli nella fede dicendo: “È necessario attraversare molte tribolazioni per entrare nel regno i Dio” (At 12,22).
    Non a caso, nel racconto della sua chiamata, la voce dall’alto gli dice: “Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?”. E alla sua domanda: “Chi sei, Signore?”, la voce risponde: “Io-Sono Gesù, che tu perseguiti”. Questo evento, narrato tre volte negli Atti (At 9,4s.; 22,3s; 26,14s), contiene per Paolo tutta la rivelazione di Dio e dell’uomo. Gesù Nazareno, il crocifisso, è il Signore; ed è lo stesso che Saulo perseguita nei suoi discepoli. Il Figlio dell’uomo, condannato a morte come bestemmiatore, è l’Agnello di Dio che porta su di sé il male del mondo - è il Servo sofferente, “il Figlio di Dio che mi ha amato e ha dato se stesso per me” (Gal 2,20), colui che è “venuto nel mondo per salvare i peccatori e di questi io sono il primo (1Tm 1,15). Egli è il Vivente che si identifica con ogni figlio d’uomo che noi perseguitiamo. Ora anche Paolo è pienamente assimilato a lui.
    I racconti di ciò che succede a Tessalonica e a Berea sono simili: Paolo entra in sinagoga, prova dalle Scritture che Gesù morto e risorto è il Messia, ottiene conversioni - poche a Tessalonica e molte a Berea - e in tutte e due aderiscono non poche donne della nobiltà. Il tutto comunque termina, come al solito, con una persecuzione. Questa, secondo il libro degli Atti, è motore, autenticazione e garanzia di fecondità della missione stessa.
    In Giudea l’Apostolo poteva trovare ovunque persone informate su Gesù e quindi preparate in qualche modo ad accogliere il Vangelo. Altrove, come già anche in Asia, ma soprattutto in Europa, la gente sa nulla di Gesù o di come lui realizzi le promesse fatte ad Abramo. Per questo Paolo ovunque va, entra sempre, se possibile, nelle sinagoghe. Qui, oltre i Giudei che conoscono le promesse e sono da tempo inculturati in ambiente pagano, Paolo ha possibilità di conoscere numerosi proseliti e simpatizzanti. Nelle sinagoghe, insieme alle persecuzioni, trova un terreno dissodato e preparato per accogliere il sema della Parola.
    Solo più tardi, a Atene, Paolo affronterà la “piazza” dei pagani. La promessa è e resta comunque prima per i giudei e poi, in loro e grazie a loro, si estende a tutti i popoli della terra.



    DIVISIONE
    a. vv. 1-3: viaggio e predicazione in sinagoga a Tessalonica
    b. v.4: esito discreto, soprattutto con i pagani
    c. vv. 5-9: invidia persecuzione
    d. v.10: fuga-viaggio e predicazione in sinagoga a Berea
    e. vv. 11-12: esito molto positivo
    f. vv. 13-15: persecuzione e partenza coatta di Paolo, portato ad Atene
    1 hr 7 min
  • Lectio degli Atti degli Apostoli di lunedì 22 aprile 2013
    Commento a Atti 16, 16-40

    Si rallegrò tutta la casa avendo creduto in Dio

    Il primo incontro di Paolo con il mondo pagano a Filippi è una sequenza di “peripezie”. Nuovi aspetti dell’evangelizzazione si incastrano con quelli usuali. Nuovo è il contesto: un mondo di schiavi e padroni, di dèmoni, o demoni, e magistrati. Usuali sono la persecuzione, le battiture e il carcere per chi fa il bene. È il mistero della croce del Giusto che continua, a salvezza di tutti. Ma insieme c’è anche quello della risurrezione, con la liberazione di tutti e la nascita della seconda chiesa d’ Europa. La prima è stata la casa della giudea Lidia, commerciante di porpora; la seconda la casa di un pagano anonimo, carceriere della città.
    Paolo e Sila vanno alla preghiera con gli ebrei e i simpatizzanti della casa di Lidia. Ora ad evangelizzare c’è addirittura lo “spirito di divinazione”, che per i greci era una cosa buona e per i giudei uno spirito malvagio. Infatti anche nei Vangeli i primi a proclamare Gesù come Cristo e Figlio di Dio sono i demoni. Dopo la falsa immagine di Dio suggerita dal serpente in Gen 3,1ss, i demoni sono “alleati” del dio da loro inventato per dominare l’uomo mediante la religione. Gesù è venuto a rompere quest’alleanza sull’albero della croce, che rivela un Dio opposto a quello incontrato sull’albero del bene e del male.
    Paolo libera la giovane schiava dallo spirito immondo. Per questo è accusato come un giudeo che turba l’ordine pubblico. Paolo e Sila subiscono le bastonature e sono incarcerati.
    Il testo è un gioco di liberazioni e di salvezze. Paolo libera la donna dallo spirito immondo e tutti i carcerati sono miracolosamente sciolti da catene e ceppi. Il carceriere, a sua volta, liberato da morte, è salvato e diventa cristiano, con tutta la sua casa.
    La liberazione della schiava dallo spirito del male costa cara a Paolo e Sila. Sono battuti e gettati nel più profondo del carcere, come in un sepolcro. Anche il trionfo di Cristo su satana e le “reti e catene” con cui imprigiona tutti, avviene sul legno della croce. Da questo trono Gesù si rivela come Figlio di Dio e sovrano universale che libera tutti portando, su di sé i loro mali (Lc 23,25-43). Il terremoto notturno che apre tutte le porte e scioglie ceppi e catene, è una scena di risurrezione generale.
    L’esorcismo della giovane, schiava di un demone, mostra il trionfo di Cristo sul paganesimo. La successiva liberazione di tutti quelli che sono in carcere – in questo mondo siamo un po’ tutti carcerieri e carcerati! - mostra che il Dio Altissimo del cristianesimo intende liberare ogni uomo dalle sue schiavitù.
    La liberazione dal carcere di Paolo è parallela a quella di Pietro descritta in Atti 12,3-17. La missione verso i pagani è guidata e realizzata da Dio: né battiture, né ceppi, né catene, né carcere la possono arrestare. Gli stessi spirito immondi, involontariamente, la favoriscono. Davanti al bene il male esce allo scoperto ed è dissolto come la tenebra davanti alla luce.
    L’ambiente di Filippi, “colonia romana”, dipinto da Luca con brevi tratti significativi, è presentato come lo “scenario tipo” del confronto tra Vangelo e mondo pagano. Già da tempo i giudei si sono “acclimatati” nelle cultura locale. Ma non senza difficoltà. Sono visti sempre con sospetto dai locali. La tendenza antigiudaica è antica. Essendo i giudei disseminati in tutto il mondo, ovunque arrivano mettono implicitamente in crisi le culture locali. Pur essendo il giudaismo una “religio licita”, tuttavia l’antigiudaismo è diffuso e tocca anche i giudeocristiani Paolo e Sila. Oggi siamo a 1.700 anni dall’editto di Costantino! Da allora la religione cristiana, diventata religione di stato, ha ereditato l’antigiudaismo tipico di tutti i potenti che hanno paura di chi si sente libero.
    A Filippi, in Europa, la chiesa comincia con persone semplici e comuni: una commerciante ebrea con la sua famiglia e un carceriere pagano con la sua famiglia. Dio si rivela ai poveri e ai semplici, non ai sapienti, ai ricchi e ai potenti. “Dio ha scelto ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre a nulla le cose che sono” (1Cor 1,28). Il messaggio cristiano ha attirato a sé tutti, perché presenta Gesù Crocifisso. Egli è “il figlio dell’uomo”, massimo comun divisore di ogni uomo, nel quale ognuno può riconoscersi, anche Dio. Infatti se togli a ogni uomo ciò che ha, resta ciò che è: è semplicemente uomo. E solo per questo è immagine e somiglianza di Dio.



    DIVISIONE
    a. vv.: 16-18: incontro tra Paolo e lo spirito del male
    b. vv.19-24: accuse antigiudaiche contro Paolo e Sila con battiture e carcere
    c. vv 25-26: liberazione notturna di tutti i prigionieri vv. 27-34: salvezza del carceriere
    d. vv.35-40: liberazione di Paolo e Sila con scuse da parte dell’autorità
    1 hr 16 min
  • Lectio degli Atti degli Apostoli di lunedì 15 aprile 2013
    Commento a Atti 16, 1-15

    Passa in Macedonia e aiuta noi

    Siamo all’ultima e definitiva svolta degli Atti: la corsa della Parola, cominciata a Gerusalemme con Giudei, Ellenisti e Proseliti, si è diffusa per la Giudea e la Samaria. Dopo la svolta dell’incontro di Pietro con il pagano Cornelio, degli Ellenisti di Cipro e di Cirene evangelizzano dei pagani ad Antiochia. Qui, per la prima volta, i seguaci di Gesù sono chiamati “cristiani”. Nel c. 14 c’è l’incontro diretto, non più in sinagoga ma in piazza, di Paolo e Barnaba con il mondo pagano. I due concludono il loro primo viaggio apostolico tornando ad Antiochia. Ma subito devono andare a Gerusalemme (c. 15), dove si approva che i pagani non debbano sottostare alla legge. Devono solo osservare norme pratiche che rendono possibile le commensalità con i giudei.
    Fino ad ora il campo d’azione restava sempre l’Asia Minore, con caratteristiche culturali comuni anche a Paolo e ai giudei. L’annuncio del Vangelo era facilitato dal clima popolare di ricerca religiosa: la sete di salvezza e i culti misterici, con la loro ricerca di relazione tra uomo e Dio, costituivano un terreno propizio per il Vangelo. Bastava esplicitare e correggere il loro desiderio, perché si aprisse a Cristo Gesù.
    Ora c’è il salto qualitativo ultimo: “lo Spirito” impedisce e non permette di predicare nella provincia di Asia. La visione notturna di un Macedone, che appare a Paolo, dirotta il suo cammino verso l’Europa, in Grecia. Paolo e Sila, che si aggregano come compagni anche Timoteo e Luca, attraversano il Bosforo e si incontrano con il mondo greco-romano. Dovranno confrontarsi con un mondo culturale e religioso diverso da quello dell’Asia Minore. Paolo non può usare schemi già collaudati da Giudei ed Ellenisti in Asia. Deve trovare e sperimenta approcci nuovi. Non a caso però inizia cercando dei giudei già inculturati e radicati sul territorio. Questi hanno in qualche modo già assimilato la cultura locale. Il processo di inculturazione è per loro cominciato presto, sia a causa del commercio, dell’esilio, della diaspora e (perché no?) dalla loro curiosità intellettuale e dal loro zelo per la Parola. Le traduzioni in greco della Bibbia e la scrittura diretta di testi, per noi canonici, direttamente in greco, testimoniano dell’intento di Israele di entrare nella cultura ellenistica.
    A Filippi nasce la prima comunità cristiana d’Europa: è tutta al femminile. Questa chiesa rimase la più cara a Paolo, come testimonia la sua lettera ai Filippesi. È il seme che si diffonderà da qui agli estremi confini della terra.



    DIVISIONE
    a. vv. 1-3: Timoteo compagno di Paolo e Sila
    b. vv. 4-5: rispetto delle regole stabilite a Gerusalemme
    c. vv.6-8: lo spirito Santo impedisce e non permette di evangelizzare in Asia
    d. vv. 9-10: visione e missione in Macedonia
    e. vv 11-16: sbarco a Filippi e prima comunità in Europa
    1 hr 10 min
  • Lectio degli Atti degli Apostoli di lunedì 8 aprile 2013
    Commento a Atti 15, 30-41

    Si rallegrarono per la consolazione

    Il “Concilio” di Gerusalemme è stata la prima assemblea generale convocata per risolvere i conflitti della chiesa nascente. La volontà di Dio si rivela in ciò che succede. Gli eventi hanno reso chiaro, al di là di ogni paura e incertezza, il principio fondamentale: è la grazia del Signore Gesù che salva (At 15,11). Non c’è discriminazione tra Giudei e pagani. Lo Spirito è concesso a tutti e i cuori di tutti sono purificati dalla fede, non dall’osservanza del giogo della legge - che ci condanna tutti come trasgressori (At 15,8ss).
    Rimane da capire una cosa pratica e ugualmente fondamentale: come si possa vivere insieme, da fratelli, con culture e tradizioni diverse. Non è questione di banali “risse di potere”, che pure capitano più del previsto, come si vede già nei Vangeli (cf Mc 9,33ss; 10,35-45; Lc 22,24ss!). Non sono neppure risse per divergenze e differenze caratteriali, come quella tra Paolo e Barnaba, che vedremo alla fine di questo testo.
    Si tratta effettivamente del problema cruciale per il cristianesimo (e per ogni religione): come si può conciliare la veneranda tradizione ricevuta dai padri e la novità operata direttamente dallo Spirito di Dio, che va al di là gli schemi di ogni tradizione?
    La soluzione, concordata nel “Concilio” di Gerusalemme, è recata per lettera da Paolo e compagni, che la spiegheranno ai destinatari di Antiochia e delle altre comunità.
    Anche oggi la Chiesa, se vuole aprirsi all’opera di Dio, deve rivedere le sue belle tradizioni bimillenarie. La storia è un cammino di novità in novità, verso il suo compimento, che sta sempre oltre. Il compimento dell’uomo è Dio stesso! Per questo egli è presente e in azione qui e ora, nel mondo e in ogni persona. Attende solo di essere da noi incontrato e accolto.
    La prima chiesa non ha rifiutato la tradizione: riconosce Israele come suo grembo materno. Anche le chiese di origine pagana non rinnegano la chiesa madre, che è giudeo-cristiana. Il problema, attuale ora come allora, è come un credente debba aprirsi agli altri perché la benedizione promessa ad Abramo si estenda a tutti. Solo così Dio è veramente “uno”, Padre di tutti, e noi tutti siamo fratelli.
    La fraternità non deve sopprimere le differenze tra i figli. Altrimenti diventiamo come Caino. Il primogenito accetti i fratelli e ognuno di questi accetti il primogenito e ogni altro.
    Il salto di qualità non è mai compiuto. Come ogni figlio, così ogni generazione è chiamata a compierlo. Se rinunciamo a questo, ci opponiamo al disegno di Dio e “tradiamo la tradizione”. Invece di trasmetterla a tutti, la precludiamo a tutti. Spegnere la Parola di speranza, che il Figlio ha acceso per tutti i fratelli, è il peggior male che possiamo fare.
    La lettera inviata dalla chiesa madre di Gerusalemme a quella di Antiochia porta gioia e consolazione. Questa gioia e consolazione, segno della presenza di Dio, è però sempre insidiata da dissensi e valutazioni concrete divergenti. La chiesa non è mai perfetta. Anche Paolo e Barnaba si dividono per via di Giovanni, detto Marco. Paolo non lo vuole perché ha già disertato il primo viaggio. Barnaba lo prende con sé e vanno insieme a Cipro. Paolo prende con sé Sila e inizia con lui il suo secondo viaggio apostolico, più ampio del primo - sempre con Antiochia come punto di partenza e di ritorno.
    Anche le nostre vicende personali e il nostro carattere, compresi i difetti, fanno parte della storia di salvezza. Differenze di vedute e allergie personali rimangono. Non siamo una setta di perfetti. Ammettere tra noi la varietà di doni significa anche accettare la varietà di difetti. Le nostre manchevolezze e fragilità non rompono la comunione: ci fanno capire che siamo peccatori. Abbiamo costantemente bisogno di misericordia, ricevuta e accordata; prima ricevuta e poi accordata. La comunità si cementa meglio con i buchi dei nostri limiti accolti e riempiti di misericordia che con la perfezione levigata dei nostri doni.


    NB. I vv. 30-35 concludono la parte centrale degli Atti. Il “concilio” di Gerusalemme è un punto d’arrivo: riconosce la libertà dalla legge. È quindi anche il punto di partenza: la Parola può essere annunciata a tutti e accolta da tutti, senza riserve.
    D’ora in poi cambiano i protagonisti e i luoghi. Il protagonista sarà Paolo e il luogo sarà il cammino della Parola sino alle estremità della terra. Questo cammino, come i precedenti, sarà guidato, più che dai propositi dell’apostolo, dagli ostacoli degli uomini e dalle deviazioni che Dio mette in atto per condurre tutto al fine desiderato.



    DIVISIONE
    a. vv.30-35: ambasciata di Gerusalemme ad Antiochia
    b. v. 36: proposta secondo viaggio
    c. vv. 37-39: dissenso e separazione tra Barnaba e Paolo per via di Marco
    d. vv. 40-41: Paolo parte con Sila per il secondo viaggio.
    1 hr 6 min
  • Lectio degli Atti degli Apostoli di lunedì 18 marzo 2013
    Commento a Atti 15, 13-29

    È parso (bene) allo Spirito Santo e a noi di imporvi nessun peso in più eccetto queste cose

    Siamo al cuore del libro degli Atti. È tematizzata la continuità del cristianesimo con il Giudaismo, ma anche la sua novità.
    I vv. 1-5 pongono il problema della salvezza: è necessaria anche la circoncisione e dall’osservanza della legge Mosaica o basta la sola fede? La risposta di Pietro, data dalla sua esperienza descritta nel c.10, è chiara. I pagani non sono tenuti a diventare giudei per essere eredi della promessa di Abramo.
    Che i Giudeocristiani osservino la legge, non fa problema. Che i pagani approdati al cristianesimo non osservassero la legge, anche se a Pietro faceva problema, Dio l’ha persuaso del contrario nell’incontro con Cornelio.
    La novità portata dalla croce di Cristo è il crollo del muro di separazione tra Giudei e pagani (Ef 2,14-22). Il Cristo ha creato in se stesso di tutti i popoli un solo uomo nuovo (Ef 2,15). Senza o con la legge (Rm 1,16-3,22), Giudei e pagani, “tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, ma sono stati tutti giustificati gratuitamente per la sua grazia, in virtù della redenzione realizzata da Cristo Gesù” (cf. Rm 3,23s). Per questo Paolo scrive: “Non mi vergogno del Vangelo, poiché è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede, del Giudeo prima e poi del Greco. È in esso che si rivela la giustizia di Dio di fede in fede, come sta scritto: “Il giusto vivrà mediante la fede’ ” (Rm 1,16s; cf Ab 2,4).
    I cc. 1-8 raccontano la missione ad Israele, con anticipi della missione universale; il c. 15 conclude la prima tappa della missione a popoli sempre più al margine del giudaismo, iniziata con la conversione di Paolo al c. 9. In At 16,4 si menzioneranno per l’ultima volta “gli apostoli”, DANDO inizio alla seconda fase della chiesa. Non è la soppressione della Chiesa-madre, ma la sua proliferazione tra i pagani. Il “Concilio” di Gerusalemme è lo svincolo teologico del cristianesimo: la salvezza viene dalla fede, non dalla legge. Si apre la possibilità di essere cristiani prescindendo dalle differenze di religione, condizione sociale e di genere.
    Insieme a tale questione di fondo, Luca pone anche un secondo problema pratico, sorto ad Antiochia. In questa città convivono cristiani di origine giudaica e pagana. Ovviamente sono in comunione, anche nei pasti. Ma come mangiare insieme, rispettando le varie culture con i loro diversi tabù?
    È un problema, più che di fede, di convenienza e di rispetto verso l’altro. È analogo a quello dei pagani neoconvertiti, che non vogliono mangiare la carne comperata al macello se è stata sacrificata agli idoli. Vedi l’atteggiamento di libertà e rispetto di Paolo nei loro confronti (1Cor 8,1-10,33). Le norme che si danno al “Concilio” di Gerusalemme servono solo per render possibile la commensalità tra cristiani giudei e non giudei .
    Luca pone in un solo documento la soluzione dei due problemi, anche se forse sono stati affrontati e risolti in tempi diversi. Per la Chiesa questo documento è essenziale. Stabilisce con chiarezza la verità del Vangelo: siamo salvati tutti per grazia di Dio e dobbiamo usare grazia agli uomini. La salvezza è l’amore del Padre nel Figlio che ci fa amare i fratelli. Insieme anche si cerca un modus vivendi pratico tra religioni e culture diverse. È indifferente essere Giudeo o Greco, perché siamo tutti figli nel Figlio. Ma non è indifferente rispettare allo stesso modo l’uno e l’altro. Per stare insieme, si trovano compromessi, anche provvisori, che tutti possono accettare senza ripugnanza.
    È il problema, sempre aperto, dell’inculturazione. Questa presenta oggi un nuovo aspetto. Non solo bisogna inculturarsi con tutte le culture e religioni. Bisogna che ci inculturiamo tutti alla contemporaneità, per vivere in Dio la nostra storia attuale, che tende al compimento della libertà. Altrimenti tutte le religioni cadono nel rigore e nella violenza del fondamentalismo. Le religioni sono tra di loro concorrenti, ma hanno un nemico comune: la contemporaneità.



    DIVISIONE
    a. vv.13-14: Giacomo, che presiede la comunità Giudeocristiana, è d’accordo con Pietro
    b. vv. 15-18: Giacomo prova con la Scrittura che ciò è conforme alla promessa di Dio
    c. vv. 19-21: Giacomo tira la conclusione di non gravare di tutta legge giudaica gli ex pagani
    d. vv. 22-23a: invio di Giuda Barsabba e Sila con la lettera delle clausole per “mangiare insieme”
    e. vv. 23b-29: contenuto della lettera di comunione, con disposizioni pratiche
    1 hr 25 min
  • Lectio degli Atti degli Apostoli di lunedì 11 marzo 2013
    Commento a Atti 15, 1-12

    Noi crediamo che per grazia siano salvati allo stesso modo anche i pagani

    È la svolta storica del cristianesimo. È il superamento di ogni barriera religiosa-culturale, sociale e di genere. Scrive Paolo in Gal 3,28s. “Non c’è più né giudeo né greco (=pagano), né schiavo né libero, né maschio e femmina, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù. E se appartenete a Cristo, allora siete discendenza di Abramo, eredi secondo la promessa”. È il mistero eterno di Dio, Padre di tutti, che ci fa tutti fratelli nelle nostre diversità. È il mistero, “taciuto per secoli eterni” (Rm 16,25-27), e rivelato dal Figlio, che sulla croce ha abbattuto ogni separazione della legge e distrutto nella sua carne ogni inimicizia, creando in sé di tutti “un solo uomo nuovo” (Ef 2,11-21). In lui siamo una creazione nuova. Siamo figli nel Figlio e abbiamo tutti accesso allo Spirito. L’amore del Padre e del Figlio si effonde su tutto l’universo, perché “Dio sia tutto in tutti” (1Cor 15,28).
    Questa è la novità del Vangelo. La prima riflessione sistematica sull’argomento è la lettera ai Galati, approfondita poi nella lettera ai Romani e in tutte le altre lettere paoline.
    C’è voluto del tempo – il tempo dell’esperienza ampia descritta nei primi 15 capitoli degli Atti – perché il seme del Vangelo attecchisse, crescesse e maturasse nel cuore dei discepoli. È stata una storia di iniziative, equivoci e (in)comprensioni successive, che il Signore stesso ha portato avanti in prima persona. Dio è Signore della storia. Sua fatica è aprirci gli occhi perché vediamo la realtà invece delle nostre idee, ossia dei nostri idoli.
    Il cammino è stato lungo e graduale. La prima Chiesa è tutta di Giudei, uguali agli altri, che però credono Gesù come l’inviato di Dio. Ad essi sono assimilati i proseliti. I primi pagani convertiti probabilmente si facevano anche circoncidere. Successivamente, proprio ad Antiochia, non si impose più la circoncisione e l’assimilazione culturale ad Israele. Sono “giustificati mediante la fede in Gesù Cristo” (Gal 2,16; at 13,39): “Dio purifica i loro cuori mediante la fede” (at 15,9).
    Il Concilio di Gerusalemme toccherà due problemi, sempre attuali. Il primo è dogmatico: la salvezza, per tutti, giudei e non, è dalla fede e non dalla circoncisione o dall’osservanza della legge ad essa connessa (Gal 5,3). Per tutti la porta alla salvezza è la grazia di Cristo. A questa i Giudei arrivano con la loro tradizione: sono i primi eredi della promessa e dell’alleanza. Gli altri vi accedono solamente per la fede. Non sono due vie “parallele” di salvezza: sono due vie che convergono nella stessa promessa fatta ad Abramo, padre dei credenti.
    Il secondo problema è pratico: a quali condizioni i cristiani non circoncisi e circoncisi – giudei o proseliti – possono mangiare insieme.

    NB.: Il c.15 di Luca, in continuità con lo stile della Chiesa primitiva nelle scelte di Mattia e dei diaconi ( at 1,15ss ; 6,1ss), è un modello di come agisce la Chiesa nelle scelte importanti. Nel concilio di Gerusalemme si descrive bene come nascono e si affrontano i conflitti.
    Contestazioni e crisi sono inevitabili. La Chiesa è un corpo unico, di cui tutti siamo membra, nella nostra diversità. Come ogni corpo sano, cresce e crescerà sino alla sua “statura piena” (cf Ef4,14). E ogni crescita, come con l’adolescente, comporta difficoltà per accettare la nuova identità e conflitti con quella vecchia. Come si procede?
    Anche la nostra epoca post-moderna impone alla Chiesa un salto di qualità. Non è una semplice confronto tra progressisti e tradizionalisti, come non lo fu quello tra Antiochia e gli zelanti di Gerusalemme. È in gioco la fede stessa: la salvezza è per tutti ed è mediante la fede, a prescindere di tutte le leggi sacrosante della tradizione. C’è sempre pericolo di tradire la Tradizione in nome del tradizionalismo che impedisce che sia trasmessa al mondo d’oggi. La tradizione deve sempre restare viva e adattarsi a tutte le situazioni, perché nessuno sia escluso. Diversamente è una mummia, imbalsamata e venerata, ma comunque morta e incapace di generare vita.

    1. I vecchi da Gerusalemme vengono per criticare e condannare la novità. È normale. Essi hanno la tradizione. Il frutto, anche se viene dal seme, è diverso dal seme.
    2. I sostenitori del nuovo insorgono vivacemente. E giustamente. Dio, come ha parlato ai tempi antichi, ancora continua a parlare nel tempo presente.
    3. La comunità nuova non rompe, ma invia i suoi rappresentanti e Gerusalemme per mantenere l’unità.
    4. Paolo è sicuro che il Vangelo è unico (Gal 1,1ss), antico e sempre nuovo, come la vita. La porta della salvezza è una sola: la grazia della fede in Gesù, che realizza la promessa ad Abramo, anche se ognuno vi accede per la sua via.
    5. Paolo, Barnaba e quelli con loro, partiti da Antiochia – dove è nato il nome “cristiano” –, vanno a Gerusalemme e nel viaggio raccontano alle altre Chiese la conversione dei pagani. Tutti li ascoltano con grande gioia.
    6. A Gerusalemme Pietro prende la Parola e difende Paolo raccontando la sua esperienza con Cornelio, tutta opera di Dio.
    7. Si risolve il problema non condannando qualcuno o facendo teorie, ma partendo dall’esperienza e cercando come stare insieme.
    8. Si comprende meglio che il vangelo è per tutti e bisogna aver misericordia anche per chi non capisce la novità o non può accettarla per sé. Non deve però negare gli altri.
    9. È da notare che i tradizionalisti sono chiamati “setta” ( in greco “airesis”, ossia eresia), perché “sceglie” una parte e pone una siepe che esclude l’altra. La loro tentazione è negare “la cosa nuova che Dio fa” e negare Dio stesso, che è Padre di tutti.
    10. I “novatori” non sono una setta perché accettano la posizione dei tradizionalisti come legittima per loro, secondo la loro cultura e la loro tradizione.
    11. Molti movimenti tradizionalisti, se si chiudono al nuovo, non sono né cattolici né cristiani sono “eretici”.
    12. Oggi il salto culturale da compiere per la Chiesa è maggiore di quello che si è compiuto nel passaggio tra Gerusalemme e Antiochia. Se non facciamo questo salto e torniamo indietro, Paolo ci direbbe come ai Galati: “Mi meraviglio che così in fretta da colui che vi ha chiamati con la grazia di Cristo passiate a un altro Vangelo. In realtà però non ce n’è un altro; solo che vi sono alcuni che vi turbano e vogliono sovvertire il Vangelo di Cristo” (Gal 6,1ss).
    13. Nella Chiesa oggi è necessario più coraggio. Si rischia di chiamare progressisti persone che vanno in direzione contraria a quella richiesta dalla situazione. A meno che si voglia guidare in retromarcia.



    DIVISIONE
    a. v. 1: alcuni vogliono imporre ai cristiani di Antiochia la circoncisione
    b. vv. 2-4: insurrezione e non piccola controversia di Paolo e Barnaba
    c. vv.5-6: la setta dei farisei vuol imporre la circoncisione e la legge
    d. vv. 7-11: Pietro racconta la sua esperienza e si oppone
    e. v. 12: Paolo e Barnaba raccontano la loro esperienza
    1 hr 10 min
  • Lectio degli Atti degli Apostoli di lunedì 4 marzo 2013
    Commento a Atti 14, 20b-28

    Dio aprì ai pagani la porta della fede

    Perorazione a un futuro Papa per aprire “ai pagani la porta della fede”.

    Paolo, alla fine del suo primo viaggio apostolico, capisce l’opera di Dio: aprire ai pagani la porta della fede. Ma già verso metà viaggio, ad Antiochia di Pisidia, disse ai suoi correligionari: “ Da ora in poi io andrò dai pagani” (At 18,6; cf. 13,46). Transit salus in gentes! È come se dicesse: “Voi da 2.000 anni osservate le vostre sante tradizioni e aspettate che Dio compia le promesse. Non vi accorgete che Dio già le ha compiute e le compie ancora e sempre? Aspettate la venuta del Signore. Ma lui è venuto, viene e verrà. La sua attesa è solo che voi lo accogliate. Invece lo rifiutate per restare attaccati alle vostre attese, che rischiano di diventare i vostri idoli”.
    Spero che presto o tardi – meglio presto che tardi! –, dopo tanti ‘Pietro II’ venga un Papa Paolo VII che dica ai cristiani di Roma: “Inizia il terzo millennio per voi che osservate le vostre sante tradizioni e aspettate che Dio compia le promesse. Non vi accorgete che Dio già le ha compiute e le sta compiendo adesso? Aspettate la venuta del Signore. Ma lui è venuto, viene e verrà allo stesso modo in cui è venuto: sulla croce. La sua attesa è solo che voi lo accogliate per risorgere anche nei vostri cuori. Invece lo rifiutate per restare attaccati alle vostre sante tradizioni. Anzi, di più, vi servite di lui per avere privilegi e potere sugli altri. O, peggio ancora, usate privilegi e potere credendo di servirlo. Così il bel ‘nome di Dio è bestemmiato per causa vostra’ (Rm 1,24; Is 52,5).
    Lui invece viene in quelle situazioni di maledizione che abbiamo sotto gli occhi. È l’affamato, l’assetato, l’immigrato, il nudo, il malato e il carcerato. Viene nel più piccolo dei nostri fratelli. Noi, da grandi o piccoli inquisitori, lo mandiamo via, perché non rovini la nostra buonafede. Gli facciamo anche l’elemosina, per mandarlo via in fretta senza sentirci in colpa. Sto confessandomi! Fate/facciamo di tutto per non convertirci… Bene! Il Vangelo è per i poveri. Il vangelo sono i poveri, che salvano noi se li accogliamo. In loro accogliamo il nostro Re, il Crocifisso che viene a salvarci. Quando apriremo gli occhi e piangeremo o almeno rideremo della nostra infinta stoltezza?
    Siamo nel terzo millennio. Da troppo tempo la nostra situazione è uguale a quella dei Giudei nei confronti di Gesù. Ebbene”, concluderà finalmente un futuro Papa Paolo VII: “io esco da S. Pietro e scuoto per voi la polvere del Vaticano. Vi dico che d’ora in poi mi rivolgerò a pagani e non credenti. Che il vostro rifiuto diventi salvezza per tutti; e che la salvezza di tutti muova la vostra gelosia e salvi anche voi” (cf. Rm 11,1ss).
    Ogni generazione e ogni persona ha bisogno di questa parola chiara di Paolo. Dio voglia che apriamo la porta della salvezza ai pagani, ossia a tutte le genti, a questo nostro mondo postmoderno, che Dio ama di amore eterno e per il quale ha dato il suo Figlio unigenito (Gv 3,16).
    Ma perché il mondo creda, ha bisogno di vedere l’unità dei cristiani, fondata non sul potere e sul prestigio, né su leggi e siepi di codici, ma nell’amore. L’amore accoglie ciascuno nella sua diversità e situazione particolare. Parlando della sua gloria imminente che si rivela dalla croce, Gesù prega per noi il Padre dicendo: “La gloria che tu hai dato a me, io l’ho data a loro, perché siano come noi una cosa sola. Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell’unità e il mondo sappia che tu mi inciasti e li amasti come amasti me” (Gv 17,22s).


    Dio aprì ai pagani la porta della fede
    È l’ultima tappa del primo viaggio apostolico di Barnaba e Paolo, iniziato in 13,1ss. Ora l’annuncio della fede si apre a tutti. La salvezza, che viene dai Giudei, finora è stata accolta da Ellenisti e pagani simpatizzanti. Ora è proclamata direttamente a tutti i popoli, in piazza, fuori dalla sinagoga. La peripezia che ha scambiato Paolo e Barnaba per Hermes e Zeus, fa entrare il cristianesimo direttamente nel paganesimo. E ci entra attraverso la croce: Paolo è lapidato come Stefano. E dal suo sangue germoglia la salvezza per i pagani.
    In questo viaggio, anche con ciò che è capitato a Listri, dove si sono visti venire incontro i sacerdoti pagani, Paolo e Barnaba hanno capito l’opera alla quale Dio li aveva riservati (13,2.46): “Dio aprì ai pagani la porta della fede” (14,27). È la rivelazione del mistero nascosto dai secoli eterni, (Rm 16,25ss.), il disegno di “ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle del cielo come quelle della terra” (Ef 1,9ss). È il compimento dell’opera della creazione nuova, che apre a tutti l’accesso alla benedizione a cui Dio aveva destinato tutte le sue creature. Ora è chiaro che Dio “vuole che tutti gli uomini siano salvi e giungano alla conoscenza della verità (1 Tm 2,4).
    Arrivati a questo punto, nascono i problemi di inculturazione. Questa rimane un cantiere aperto, oggi come allora. Come far comunione nella diversità, senza fare come Pietro e come sempre si fa: “Uccidi e mangia!” (10,13). In realtà spesso uccidiamo l’altro, per mangiarlo e assimilarlo a noi. Invece siamo noi che dobbiamo essere simili a Dio, che fa tutti diversi e ama tutti per quello che sono e si dà da mangiare a tutti. Solo ciò che è contro l’amore è contro Dio!



    DIVISIONE
    a - vv.20b-21a: uscita da Listra ed evangelizzazione di Derbe
    b - vv. 21b-26: il ritorno ad Antiochia rivisitando le comunità di Listra e Iconio
    c - vv. 27-28: il racconto dell’opera compiuta alla comunità che li aveva inviati
    1 hr 15 min
  • Lectio degli Atti degli Apostoli di lunedì 25 Febbraio 2013
    Commento a Atti 14, 8-20a

    Alzati sui tuoi piedi, diritto!

    È il primo incontro diretto che Luca ci descrive tra Paolo e il mondo pagano, con tutti gli equivoci e le avventure del caso. Paolo qui rivive in prima persona la vicenda di morte e risurrezione di quel Gesù che prima perseguitava (At 9,4). Gesù “passò beneficando e risanando tutti”, e contro di lui si riunirono pagani e connazionali per compiere il disegno di Dio (At 10,38; 4,27s). Lo stesso accade ora a lui, che completa nella “sua carne quello che manca ai patimenti di Cristo a favore del suo corpo” (Col 1,24).
    Come nel primo miracolo pubblico di Gesù e nei primi due di Pietro, anche qui c’è la guarigione di un paralitico. È un “segno” programmatico. L’attività di Gesù è far “camminare l’uomo” bloccato dalle sue colpe mediante il perdono (Mc 2,1ss).
    Il primo miracolo di Pietro è guarire un giudeo, storpio dalla nascita, che sta “fuori”dalla “porta bella” del tempio per entrare danzando e lodando Dio (At 3,1ss). Il secondo è far alzare Enea, cristiano e paralitico da otto anni, che se ne sta nel suo lettuccio: “Enea, Gesù Cristo ti guarisce; sorgi e rifatti il letto” (At 10,32-35.34). Forse rappresenta Pietro, assopito nel “tepore” della prima comunità, chiamato a portare il Vangelo a tutti.
    Paolo guarisce un pagano, incapace di stare in piedi, zoppo dal ventre di sua madre, il quale non aveva mai camminato. Rappresenta ogni uomo, che da Adamo in poi è fuggito da casa ed è incapace di ritorno. L’uomo è “Viator”: è sempre in cammino, perché di sua natura è ciò che diventa. Dio gli ha proposto di diventare come lui. Il serpente l’ha ingannato. Da allora l’uomo è diventato come i propri idoli, che hanno piedi e non camminano, idoli morti che danno morte. Ognuno di noi, giudeo, cristiano o pagano, ha le sue paralisi, che gli impediscono il cammino verso la felicità che desidera.
    La vita dell’apostolo è una peripezia costante: da Antiochia di Pisidia sono scacciati (13,50), da Iconio debbono fuggire perché vogliono lapidarli. Qui, dopo aver persuaso le folle di non adorarli come dèi, sono inseguiti dai giudei zelanti di Antiochia e di Iconio, che persuadono le folle a lapidarli (14,19). I nemici si sono organizzati per estirpare “l’eresia cristiana”: fanno esattamente con Paolo quello che lui voleva fare con discepoli di Gesù. Gli apostoli, come Gesù, sono costantemente bloccati ed esposti a morte. Ma ad ogni blocco si apre una nuova via. La loro stessa esposizione a morte è un dare la vita, alla sequela del loro Signore.
    Paolo è associato pienamente al suo mistero di morte risurrezione. “ Sempre infatti, noi che siamo vivi, veniamo esposti alla morte a causa di Gesù, perché la vita di Gesù sia manifesta nella nostra carne mortale. Di modo che in noi opera la morte, ma in voi la vita” (2Cor 4,11s), scrive Paolo a quelli di Corinto. Leggi sull’argomento 2 Cor 4,7-5,10; 11,12,10! “È necessario attraversare molte tribolazioni per entrare nel Regno dei cieli (At 14,22). “So soltanto che lo Spirito Santo in ogni città mi attesta che mi attendono catene e tribolazioni. Non ritengo tuttavia la mia vita meritevole di nulla, purché conduca a termine la mia corsa e il servizio che mi fu affidato al Signore Gesù, di rendere testimonianza al messaggio della grazia di Dio” (At 20,23s).
    Qui Paolo fa in prima persona l’esperienza, da lui approvata, di Stefano, il primo martire. Come dal sangue di Stefano germoglia l’apostolo Paolo, così dal sangue di Paolo la porta della fede sarà aperta, non solo ai giudei e ai pagani, loro proseliti o simpatizzanti, ma a tutti.



    DIVISIONE
    a. vv. 9-10: guarigione del paralitico
    b. vv. 11-13: entusiasmo della folla
    c. vv. 14-18: reazione efficace di Paolo contro la loro divinizzazione
    d. vv. 19-20: lapidazione
    1 hr
  • Lectio degli Atti degli Apostoli di lunedì 17 Dicembre 2012
    Commento a Atti 14, 1-7

    Quando ci fu l'assalto per aggredirli e lapidarli, fuggirono verso le città della Licaonia

    Paolo e Barnaba, appena scacciati da Antiochia di Pisidia, vanno verso Iconio, città importante del centro dell’attuale Turchia. Era il capoluogo della provincia romana di Galazia. Pure qui, come al solito, predicano nella sinagoga. La scena, quasi un doppione della precedente, mostra lo stile normale dell’evangelizzazione. Molti giudei e pagani credono. I giudei rimasti increduli si danno da fare per farli eliminare. L’annuncio non lascia indifferenti: o lo si accoglie o ci si oppone. La persecuzione fa parte integrante della missione. L’annuncio, nonostante i segni, non si impone. La fede è sempre un atto di libertà nostro, che non dipende da Dio. La fede e l’incredulità è per il Signore stesso oggetto di sorpresa. È l’unica cosa di cui si meraviglia. In Mc 6,6 si meraviglia dell’incredulità dei suoi di Nazareth e in Lc 7,9 si meraviglia della fede del centurione pagano.
    Il cammino della Parola è inarrestabile, come quello della verità e dell’amore. Ma subisce necessariamente l’opposizione dell’incomprensione e del rifiuto. Solo la croce di chi non maledice i nemici, anzi dà per loro la vita, testimonia un amore più forte della morte. Questa è la verità di Dio, sempre fedele, che vince il male con il bene (Rm 12,21). Per questo la persecuzione fa parte della missione. Il male si oppone al bene, anche con violenza mortale. L’arma vincente è “amate i vostri nemici, ecc.” (Lc 6,27ss). Gesù stesso prega il Padre per coloro che lo uccidono ( Lc 23,34). La sua vittoria infallibile è dare la vita a chi gliela toglie. Questa è l’unica dimostrazione della verità dell’amore che vince la menzogna. La “ecclesia pressa” è marchio di libertà e autenticità della Sposa di Cristo. La chiesa, alleata con lo stato, che opprime e si impone, è marchio di schiavitù e adulterio.
    La città si spacca in due. Giudei e pagani, nemici tra loro, si fanno amici contro i “fratelli”, come si allearono contro il Figlio. Il male però non impedisce il bene. Inconsapevolmente lo realizza (cf. At 4,27-28). Paolo e Barnaba restano nella città il tempo sufficiente per consolidare i fratelli nella fede. Il Signore li assiste con segni e prodigi. Quando però stanno per assaltarli e lapidarli, fuggono e continuano a portare altrove la Parola.
    Ognuno di noi nasce e vive di accoglienza altrui. L’amore è il sigillo di Dio in noi, fatti a sua immagine e somiglianza. Dio è amore. È sempre ospite: entra, nasce e vive in chi l’accoglie. L’amore non si impone. Rispetta la libertà. Però è sempre disposto a proporsi, esporsi e deporsi nelle nostre mani. Tra otto giorni è Natale. Il “segno” del nostro “Salvatore, Re e Signore” è ben diverso da quello dell’imperatore Cesare Augusto. Costui ha in mano il mondo, del quale fa il primo censimento. Il suo censimento “ingloba” anche Dio. È un fragile neonato, fasciato, adagiato nella mangiatoia – come lo sarà nel sepolcro. Dio si è fatto piccolo figlio dell’uomo, ultimo di tutti, per mettersi nelle mani degli uomini (Lc 9,44). Noi lo accogliamo, anzi “concepiamo” (Lc 22,54), nelle nostre mani di peccatori che, appendendolo alla croce, lo riveleranno come Dio. Cosa avviene della tenebra che cattura la luce? Grande mistero della Gloria!



    DIVISIONE
    a. v.1: annuncio e successo nella sinagoga
    b. vv.2-3: opposizione dei disobbedienti e favore del Signore
    c. v. 4: la città si spacca in due: pro o contro i fratelli
    d. vv. 5-6a: assalto e fuga
    e. vv.6b-7: disseminazione della Parola nella regione
    1 hr 7 min

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Le lectio degli Atti degli Apostoli tenute da Silvano Fausti e dai suoi confratelli della Comunita di Villapizzone (Milano) il lunedi sera.
L'icona è l'opera "Der Morgen am See" di Sieger Köder