Lectio: Atti degli Apostoli

Lectio: Atti degli Apostoli

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Lectio: Atti degli Apostoli episodes

  • Lectio degli Atti degli Apostoli di lunedì 7 maggio 2012
    Commento a Atti 10, 24-33

    Pietro non sa cosa significa la sua visione, né perché lo Spirito gli ha detto di seguire i tre uomini né cosa deve dire di preciso a Cornelio. Come si coniuga ciò che Dio gli ha manifestato e l’evento con cui si deve confrontare? Lo capirà lentamente da ciò che succede.
    Ora Pietro con i suoi di Joppe e Conelio con i suoi familiari, si incontrano. È l’incontro dei due mondi, quello giudeo e quello pagano, preparato con cura da Dio. Da ciò che avviene in questo incontrò Pietro capirà la volontà e l’azione di Dio. Tale incontro è simbolicamente il compimento della benedizione promessa ad Abramo e, nella sua discendenza, a tutti gli uomini (Gen 12,1-3): tutti riconoscono in Gerusalemme il loro luogo di nascita a figli di Dio e a fratelli di tutti (Sal 87). È il mistero stesso di Dio, Padre di tutti, ora rivelato. Sulla croce di Gesù, figlio di Dio e di Abramo, è vinta ogni inimicizia: “Egli infatti è la nostra pace, colui che ha fatto dei due un popolo solo, abbattendo il muro di separazione che era framezzo, cioè l’inimicizia, annullando per mezzo della sua carne la legge fatta di prescrizioni e di decreti, per creare in se stesso dei due un solo uomo nuovo, facendo la pace, per riconciliare tutti e due con Dio in un solo corpo, per mezzo della croce, distruggendo in se stesso l’inimicizia. Egli è venuto perciò ad annunziare pace a voi che eravate lontani e pace a coloro che erano vicini. Per mezzo di lui possiamo presentarci, gli uni gi altri, al Padre in un solo Spirito. Così dunque voi non siete più stranieri né ospiti, ma siete concittadini dei santi e familiari di Dio, edificati sopra il fondamento degli apostoli e dei profeti, e avendo come pietra angolare lo stesso Gesù Cristo. In lui ogni costruzione cresce ben ordinata per essere tempio santo del Signore; in lui anche voi insieme con gli altri venite edificati per diventare dimora di Dio per mezzo dello Spirito (Ef 2,14-21). Si compie l’unificazione tra cielo e terra, tra giudei e non-giudei. Dio finalmente diventa tale sulla terra: “ Il Signore sarà re di tutta la terra in quel giorno e il Signore sarà uno e uno il suo nome” (Zc 14,9). Sulla croce Dio si svela: è tutto e solo amore in sé e per tutti, e tutti noi siamo uno in lui nel medesimo amore. Il ministero di Paolo è realizzare in mezzo ai pagani “la sua Parola, cioè il mistero nascosto da secoli e da generazioni, ma ora manifestato ai suoi santi, ai quali Dio volle far conoscere la gloriosa ricchezza di questo mistero in mezzo (a voi) pagani, cioè Cristo in voi, speranza della gloria” (Col 1,25-27; cf Rm 16,25-27).
    Nell’incontro tra Pietro e i suoi con Cornelio e suoi, è ripetuto – e sarà ulteriormente raccontato – ciò che già sappiamo dal narratore. È importante ricordarlo sempre, perché di questa realtà ci si dimentica sempre, come delle cose ovvie, che sono le più trascurate: il Dio invisibile si rivela con “eventi e parole intimamente connessi tra loro” (Dei Verbum 2). Pietro e tutta la Chiesa dopo di lui è chiamata a cogliere costantemente il nesso tra la parola di Dio e gli eventi della storia dell’uomo. Il nemico, con le sue tentazioni, come con Cristo così anche con la sua Chiesa, fa di tutto per confonderci le idee e distoglierci dalla via di Dio. Per questo dobbiamo costantemente far memoria di ciò che Dio vuole e fa, per non volere e fare il contrario di lui nella pratica di ogni giorno. Enea, guarito dai suoi blocchi, deve alzarsi e rifarsi il letto ( At 9,34): così anche noi ogni giorni dobbiamo alzarci e quotidianamente passare dal pensiero dell’uomo alla libertà del pensiero di Dio, che ci fa alzare dal letto delle nostre pigrizie mentali per amare e servire come lui ama e serve noi tutti.


    Articolazione del testo:
    a. vv. 24-27: l’incontro tra Pietro e i suoi con Cornelio e i suoi
    b. 28-29: Pietro dichiara la sua disponibilità verso loro, su ordine di Dio, e chiede cosa vogliono
    c. vv. 30-33: Cornelio gli narra la sua visione e gli racconta ciò che noi sappiamo.


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    1 hr 14 min
  • Lectio degli Atti degli Apostoli di lunedì 23 aprile 2012
    Commento a Atti 10, 9-23

    L’annuncio dell’angelo a Maria segna l’inizio della salvezza: è la nascita di Gesù. L’annuncio al centurione segna la svolta decisiva, già preparata dal racconto dell’eunuco e della conversione di Paolo: è la nascita del suo corpo totale. At 10,1ss rappresenta simbolicamente il compimento dell’incarnazione del Verbo, quando Dio sarà tutto in tutti. In parallelo all’annuncio a Cornelio c’è la visione di Pietro, che senza la missione e l’ordine del Centurione non si sarebbe mai deciso a questa svolta e neppure avrebbe capito il significato della sua visione. Dio è da sempre all’azione come non sospettiamo e ci chiama là dove noi non vogliamo andare. Dio, che è amore verso tutti i suoi figli, è presente là dove maggiore è il bisogno: proprio attraverso i lontani ci chiama a capire chi è lui e chi siamo noi. Nostro modello è Gesù, il Figlio che conosce l’amore del Padre: è venuto a salvare tutti, cominciando dagli ultimi.
    Da qui nasce una visione di Chiesa che non è autocentrata, ma aperta a tutti. Non sono gli altri a venire a noi, ma noi ad andare da loro; non sono gli altri ad adattarsi a noi, ma noi a loro. La Chiesa non è un ovile o un recinto in cui si tengono chiuse le pecore per mungerle e tosarle, o eventualmente venderle al macello. Gesù le tira fuori da tutti i recinti religiosi – e sono tanti! – per portarle ai pascoli della vita: la libertà dei figli di Dio. Lui è pastore non perché padrone delle pecore, ma perché Agnello, che espone, dispone e depone la propria vita per le pecore (cf. Gv 10,1ss). Solo in questo senso è pastore. Infatti ordina a Pietro di pascere il gregge con lo stesso amore che il suo Signore ha avuto per lui (Gv 21,15ss).
    La riluttanza di Pietro a “mangiare” ciò che Dio gli propone è comprensibile: gli resta sullo stomaco. Non riesce a digerire le differenze culturali. Dio invece le ama. Ci fa tutti diversi perché la diversità sia luogo di comunione e ricchezza di amore: è nell’accettare le diversità che diventiamo come è lui.
    Le resistenze di Pietro sono un monito per la Chiesa: esistono ed esisteranno sempre, ma vanno superate. Guai a noi se ci chiudiamo nelle nostre idee teologiche, nei nostri riti e nelle nostre norme invece di essere come Paolo che si fa “tutto a tutti”. L’importante non è essere giudeo o pagano – leggi “cristiano” o no – perché Dio è Padre di tutti e opera in tutti. Proprio attraverso il mondo pagano ci fa capire la sua identità di Padre e la nostra di suoi figli, inviati a testimoniare il suo amore verso tutti i fratelli.
    Per la Chiesa è costante la tentazione di diventare una setta, che si separa dal “mondo” invece di amarlo. A ben guardare noi consideriamo il mondo come nostro concorrente e lo odiamo perché siamo “mondani” noi stessi. Invece di criticarlo o volerlo ridurre sotto l’etichetta di “cristianità”, andiamogli incontro come il Figlio e mostriamogli nel nostro amore fraterno quanto il Padre lo ama. Se comprendiamo la difficoltà di Pietro giudeo a superare i suoi “tabù” culturali nei confronti di un romano, comprendiamo anche le difficoltà di Roma ad accettare il mondo attuale – che è più diverso dalla Chiesa di quanto un religioso giudeo di allora fosse diverso da un buon pagano romano. I pregiudizi culturali sono più forti di ogni fede. Sono gli occhi stessi con cui vediamo e valutiamo la fede: sono quei valori innegoziabili che Pietro mai avrebbe rinnegato. Ma guai a noi se seguiamo le nostre reazioni e intolleranze culturali invece del comando esplicito del Signore. Quanti tradimenti abbiamo fatto e facciamo al suo mandato in nome delle nostre tradizioni. Abbiamo chiesto perdono di quelli dei nostri padri; faremmo meglio a chiedere perdono dei nostri che continuiamo a fare.


    Articolazione del testo:
    a. vv. 9-10: iniziativa di Dio con Pietro per prepararlo all’incontro
    b. vv. 11- 13: Dio presenta a Pietro il “suo amato” mondo e gli ordina di apprezzarlo
    c. vv. 14-16: rifiuto di Pietro e dichiarazione triplice di Dio
    d. vv. 17-23: Pietro perplesso e arrivo dei “missionari pagani” che gli spiegano e ordinano


    Il prossimo incontro sarà lunedì 7 maggio.


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    1 hr 10 min
  • Lectio degli Atti degli Apostoli di lunedì 16 aprile 2012
    Commento a Atti 10, 1-8

    Continua il percorso della Parola. Testimoniata a Gerusalemme, è uscita per la Giudea e poi nella Samaria, giungendo fino a Damasco. Il racconto di Cornelio, anticipato dal preludio con l’Eunuco, apre la Parola alla sua fase definitiva e senza fine. L’abolizione di ogni separazione religiosa e culturale è il compimento del disegno di Dio: la benedizione di Abramo si estende agli estremi confini della terra. L’umanità intera diventa per la prima volta un’unica famiglia: è la “globalizzazione”. Ma non come omologazione sotto il dominio di un potere politico o tantomeno religioso, bensì nella libertà dei figli di Dio che ci fa tutti fratelli. Questa libertà, uguaglianza e fraternità si fonda nel fatto che nel suo Figlio, discendenza di Abramo, tutti veniamo dall’unico Padre. Questo è il mistero eterno di Dio e dell’uomo, svelato ora a salvezza di tutti, Dio compreso! Le differenze culturali e religiose possono e devono restare, ma non in opposizione tra di loro, bensì in comunione di arricchimento reciproco. I confini non sono più barriere, ma apertura di orizzonti senza fine: il con- fine è il luogo dove due finitudini si mettono l’una-con-l’altra, schiudendosi a ulteriori alterità, sacramento dell’Altro.
    Evidentemente questo suppone la libertà di amare di cui testimonia Paolo in 1Cor 7,1ss. Tale libertà si esprime nel rispetto della coscienza e del cammino altrui, anche se errato e ancora incompleto. Il suo fondamento consiste nel fatto che c’è “uno solo il Signore, Gesù Cristo, in virtù del quale esistono tutte le cose e noi esistiamo per lui” (1Cor 7,6). Salta così ogni categoria culturale e religiosa di “mondo-immondo, lecito-illecito”: bene o male è l’azione (od omissione) che edifica o danneggia il fratello. Per questo dice Paolo: “Pur essendo libero da tutti, mi sono fatto servo di tutti per guadagnare il maggior numero: mi son fatto Giudeo con i Giudei, per guadagnare i Giudei; con coloro che sono sotto la legge sono diventato come uno che è sotto la legge, pur non essendo sotto la legge, allo scopo di guadagnare (alla libertà dei figli) coloro che sono sotto la legge. Con coloro che non hanno legge sono diventato come uno che è senza legge, pur non essendo senza la legge di Dio, anzi essendo nella legge di Cristo, per guadagnare coloro che sono senza legge. Mi sono fatto debole con i deboli, per guadagnare i deboli; mi sono fatto tutto a tutti, per salvare ad ogni costo qualcuno. Tutto io faccio per il Vangelo, per diventarne partecipe con loro” (1Cor 9,19-23). La legge di Cristo ormai è portare gli uni i pesi degli altri (Gal6,2): la libertà è essere servi gli uni degli altri nel reciproco amore (Gal 5,13).
    Questi principi, semplici e chiari, comportano soluzioni pratiche spesso assai complesse: come fare l’eucaristia e la commensalità con le differenze di tabù religiosi e culturali che ci sono? Il “Concilio” di Gerusalemme (At 15,1ss) non definisce verità assolute, ma dà norme pratiche, che poi saranno superate, ma che per ora sono “edificanti”, capaci di costruire comunione tra culture diverse. Se pensiamo a Concili successivi fatti per.. scomunicare altri, c’è una buona differenza. Pensiamo anche ai riti cinesi e all’idiosincrasie della gerarchia cattolica al mondo moderno. Fino ad oggi abbiamo sostenuto monarchie e dittature per imporre con il potere le nostre leggi, spesso discutibili , o semplicemente per avere privilegi.
    Dio, come mandò l’angelo a Maria e a Cornelio, faccia sentire la sua voce anche a Pietro che diversamente non sarebbe disposto ad accogliere “gli apostoli” che, avvisato dall’angelo, Cornelio sempre gli manda. È necessario che Dio stesso prenda in mano la situazione, mandando il suo angelo a un estraneo che riceve l’ordine di pescare il pescatore di uomini alla pesca di Dio. Pietro deve capire che quelli che chiama pagani Dio vuole che diventino suo popolo, senza sottostare alla circoncisione e alle sue prescrizioni religiose.
    Temi di bruciante attualità.
    Già nei Vangeli l’azione dello Spirito si svela con i lontani (cf. la samaritana di Gv 4,1ss, la sirofenicia di Mc 7,27ss e p., il centurione di Lc 7,1ss e pp. e il centurione di Mc 15,39 3 e pp.). La sollecitazione alla chiesa ad essere se stessa la viene sempre dal di fuori: è sempre l’altro che mi appella alla fraternità, che mi conferisce di essere io stesso figlio.

    Articolazione del testo:
    a. vv. 1-2: descrizione di Cornelio
    b. vv. 3-6: apparizione dell’angelo che manda a chiamare Pietro
    c. vv. 7-8: Cornelio manda un suo attendente a chiamare Pietro


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    1 hr 14 min
  • Lectio degli Atti degli Apostoli di lunedì 23 marzo 2012
    Commento a Atti 32-43

    Enea. Alzati e rifatti il letto! Tabità, alzati!
    L’attenzione torna a Pietro: esce da Gerusalemme e visita le comunità. Il suo cammino lo porterà fino a Cornelio, il primo pagano ammesso alla comunità cristiana. L’iconografia presenta Pietro e Paolo per lo più insieme. L’intreccio tra i due sottolinea l’unità e la complementarietà tra loro. Hanno infatti doni diversi. Pietro è il pastore: la sua esperienza di rinnegatore, non rinnegato da Gesù, è testimone del fatto della fede. Testimonia il “quod” della fede: la fedeltà del Signore a lui infedele. Paolo, con la sua formazione eccezionale e la luce di Damasco, ha una comprensione profonda della fede. È il dottore, che ne spiega e dispiega il mistero: è testimone perenne del “quid” della fede. Nella chiesa nessuno ha tutti i carismi: le nostre povertà accoglienti e i nostri doni donati ci mettono in comunione e ci rendono corpo di Cristo, simili a Dio che è comunione d’amore (1Cor cc. 12 e 13).
    I racconti dei miracoli degli Atti (3,1-8; 9,32-35. 36-41; 14,8-18) sono simili quelli di Gesù nei Vangeli: l’incontro del malato con il discepolo o con Gesù, il miracolo della guarigione, segno della presenza di Dio che salva, e la fede in lui, che è il fine del miracolo. Negli Atti si sottolinea la preghiera a Gesù, per indicare che è lui, non il discepolo, a fare il miracolo.
    Tutti i miracoli sono in realtà segno del Crocifisso glorificato e vogliono portare alla fede in lui come Signore. Anche quelli fatti da Gesù sono un anticipo della potenza della croce. Questa è il motivo del segreto messianico, valenza implicita in ogni miracolo. Matteo la esplicita chiaramente alla sera dei primi miracoli, dopo il discorso della montagna. Sono segni della creazione nuova, opera della Parola, che si realizza sulla croce: “Egli ha preso le nostre infermità. si è addossato le nostre malattie” (Mt 8,17). È citazione del quarto canto del servo del Signore” (Is 53,4).
    In Atti 3,1ss c’è il primo miracolo di Pietro, programmatico come quello di Lc 5,17ss: l’uomo è liberato dalla sua paralisi, simbolo del male che lo esclude dal suo cammino verso Dio. In Atti 5,13ss vediamo Pietro che fa opere più grandi di Gesù; in forza di Gesù stesso tornato al Padre (Gv 14,12). Infatti non è lui a compierle, ma la sua ombra. Il Masaccio raffigura la sua mano destra, vicina agli infermi, inerte e come morta. La sinistra invece, quella debole, avvolta nel mantello d’oro della misericordia del suo Signore, proietta l’ombra che, mentre passa per la via, rimette in piedi i malati.
    Questi due miracoli sono nel contesto di Pietro che visita le comunità cristiana. Accostati l’uno all’altro, senza soluzione di continuità, è come se presentassero ai nostri occhi un modello negativo di vita cristiana da curare – l’uomo che sta a letto da 8 anni! – e uno positivo da “risuscitare” e imitare – la donna ricca di buone opere. Il primo ha una certa analogia con la suocera nella casa di Pietro (Lc 4,38s) e l’altro con la figlia di Giairo, dodicenne (Lc 8,40-56).
    Articolazione del testo:
    a. vv. 9,32: Pietro itinerante
    b. vv. 32-35: miracolo e conversione al Signore
    c. vv. 36-37: c’era una discepola
    d. vv. 38-39: vieni da noi senza indugi
    e. vv. 40-41: la risurrezione di Tabità
    f. vv. 42-43: molti credettero e Pietro rimane molti giorni




    1 hr
  • Lectio degli Atti degli Apostoli di lunedì 19 marzo 2012
    Commento a Atti 9, 19b-31

    Costui è il figlio di Dio, costui è il messia.
    “ Il vangelo da me annunziato non è modellato sull’uomo; infatti non l’ho ricevuto né imparato da uomini, ma per rivelazione di Gesù Cristo”. “Quando colui che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia si compiacque di rivelare a me suo Figlio perché lo annunziassi in mezzo ai pagani, subito, senza consultare nessun uomo, senza andare a Gerusalemme da coloro che erano apostoli prima di me, mi recai in Arabia e poi ritornai a Damasco. In seguito, dopo tre anni andai a Gerusalemme per visitare Cefa, e rimasi presso di lui per quindici giorni; e degli apostoli non vidi nessun altro se non Giacomo, il fratello del Signore”. (Gal 1,11s.15-19). Ci torna dopo 14 anni in seguito a una rivelazione, con Barnaba e Tito, per il “Concilio di Gerusalemme” a difendere il vangelo dai giudaizzanti che, con le loro chiusure, avrebbero contraddetto l’essenza del vangelo. A tale scopo ha scritto la lettera i Galati. Poco dopo rimprovererà apertamente Cefa di ipocrisia, perché si comporta in modo ambiguo (Gal 2,1-19). Dopo l’esperienza di Damasco è pienamente illuminato, direttamente dal Risorto, – “se con il corpo o senza corpo non lo so, lo sa solo Dio” – “lo rapì in paradiso e udì parole indicibili” (2 Cor 12,2-4). Come agli altri apostoli, il Risorto apparve da ultimo anche a lui, come a un aborto, costituendolo apostolo (1 Cor 15,8), testimone delle risurrezione ( At 1,22). La sua comprensione del mistero di Gesù è la grande opera del Signore risorto, che fa di lui il vaso eletto del suo vangelo. La teologia che più tardi, e in modo narrativo, maturò nei vangeli, è già anticipata nelle prime lettere di Paolo. Si può pensare che, soprattutto Marco e Luca, abbiano imparato da lui a leggere la storia di Gesù nella giusta chiave. L’apice di tutti i Vangeli è la contemplazione del Crocifisso, che permette di capire il mistero della sua vita, morte e risurrezione. Per questo Paolo ritiene di non sapere altro se non “Gesù Cristo, e questi crocifisso” (1Cor 2,2) e descrive la sua evangelizzazione ai Galati come un “disegnare davanti agli occhi Gesù Cristo crocifisso” (Gal 3,1). È quanto fa anche Marco, il cui vangelo è il racconto della passione preceduto da una lunga introduzione: le opere e le parole di Gesù. Lo stesso schema, ognuno a modo suo, è seguito dagli altri evangelisti, compreso Giovanni.
    L’esperienza di Damasco fa da sfondo a tutti gli scritti paolini: è la luce che gli ha fatto sperimentare la verità del Vangelo e vedere Dio che opera nella storia per rivelare a tutti il suo amore. Le “Lettere” di Paolo sono variazioni su questo tema, comune a tutti gli scritti del Nuovo Testamento.
    Subito dopo Damasco vediamo come Paolo annuncia e vive il Vangelo: il bestemmiatore diventa annunciatore di Cristo e il persecutore perseguitato. Paolo, assimilato al suo Signore, può dire con verità: “Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo,ma Cristo vive in me. Questa vita nella carne io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me” (Gal 2,20): “Per me il vivere è Cristo” (Fil 1,21). Il ritornello costante delle sue lettere è “in Cristo”. Paolo sta di casa nel Figlio che lo ama dello stesso amore del Padre: è “entusiasta” ( = respira in Dio), realmente in-diato (=messo-in-Dio). Vede sé e tutta la realtà per quello che è: attraverso Gesù “Dio è tutto in tutte le cose” (1Cor 15,28). Infatti “Egli è immagine del Dio invisibile, generato prima di ogni creatura…Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui…e tutte sussistono in lui” (leggi Col 1,15-20).
    In questo inizio della sua attività vediamo Paolo, “vaso eletto”, “invasato” dal suo Signore che l’ha conquistato con il suo amore per lui che lo riama dello stesso amore. Ognuno è “vaso” dell’altro: è il dimorare reciproco dell’uno nell’altro di Gv 15,1ss, vita e gioia piena. I due sono uno, come il Padre e il Figlio, nell’unico Spirito. La fecondità del ministero di Paolo è la stessa di Gesù, seme gettato sotto terra che produce frutto. Partecipa alla sua croce, unica cosa di cui si vanta (Gal 6,14): “completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa” (Col 1,24), quel corpo che abbraccia “tutte le cose che stanno sulla terra e quelle nei cieli” (Col 1,20c).
    Articolazione del testo:
    a - vv. 9,19b-20: Paolo subito evangelizza
    b - vv. 21-22: stupore di tutti; Paolo comunica ai Giudei la sua scoperta del messia
    c - vv. 23-25: prima persecuzione di Paolo ex-persecutore
    d - vv. 26-28: a Gerusalemme: diffidenze, fiducia di Barnaba e annuncio
    e - vv. 29-31: persecuzione dagli ellenisti: ritorno a Tarso e pace a Gerusalemme.




    1 hr 13 min
  • Lectio degli Atti degli Apostoli di lunedì 12 marzo 2012
    Commento a Atti 9, 1-19a

    Costui mi è vaso eletto per portare il mio nome davanti a nazioni e re e figli d'Israele.
    Nel martirio di Stefano, primo testimone perfetto, c’è già il preludio di questa sequenza (At 7,58b; 8,1.3). D’ora in poi Paolo, il persecutore, diventerà il prototipo degli apostoli, anzi l’Apostolo per eccellenza, il maestro dell’agape, icona del suo Signore. Sarà lui che a portare il Vangelo agli estremi confini della terra. La chiamata di Saulo è narrata tre volte negli Atti ( 9,1-19a; 22,5-16; 26,9-18, ripresa in Gal 1,12-17). È una ridondanza letteraria: si rivisita a distanza il luogo genetico della sua vocazione divina a rivelare il mistero di Dio nascosto dall’eternità, per capirne meglio la portata. Dio è veramente Padre di tutti e suo Figlio è fratello di ogni uomo. In Gesù, discendenza di Abramo, si compie la benedizione promessa a lui e, in lui, a tutte le genti (Gen 12,3b). In Paolo brilla con chiarezza la verità del Vangelo e la libertà dei figli, tematizzata nella lettera ai Galati: è l’identità cristiana, nella sua continuità e specificità rispetto a Israele. La conversione di Paolo è il culmine della narrazione di Atti 8: Saulo-Paolo è il frutto del martirio di Stefano e della successiva persecuzione – vista come disseminazione dei cristiani. In lui vediamo la fecondità del seme gettato da Gesù, da cui germiniamo anche noi – chiesa delle nazioni. L’azione di Dio, dopo il martirio di Stefano, chiama a conversione Simon mago, ghiotto di Spirito, l’eunuco Etiope escluso dell’alleanza, Saulo il giudeo persecutore e poi Cornelio il pagano impuro. L’avventura di Paolo persecutore continuerà subito con Paolo perseguitato per amore di Colui che perseguitava. (cf At 9,23.29!). La narrazione dell’intervento di Dio su di lui serve ad autenticare per tutti e per sempre che l’apertura delle porte del Regno a tutti è volontà esplicita di Dio.


    DIVISIONE
    a. vv. 1-9: morte e sepoltura del vecchio Saulo
    b. vv.10-19a: nascita di Paolo, uomo nuovo, e sua missione.




    1 hr 13 min
  • Lectio degli Atti degli Apostoli di lunedì 5 marzo 2012
    Commento a Atti 8, 26 - 40

    Cosa impedisce che io sia battezzato?
    Il racconto ha del “magico”. Ma per Dio non è problema fare magie. Più magico di ciò che esiste, non c’è nulla. Sono diverse dalle magie di Simone il mago, frutto di trucchi o doti para-normali o artifici diabolici. Dopo l’attività in Samaria, usciti dalla Giudea, l’orizzonte si apre subito fino agli estremi confini della terra, cominciando dal punto più lontano, la misteriosa e mitica Etiopia, nel cuore dell’Africa. Nessuna l’ha mai vista, se non attraverso i racconti.
    Questa rottura di orizzonte all’infinito, già posto all’inizio dell’uscita dai territori noti, è opera esclusiva di Dio, che indica il futuro, aprendo la missione sempre al di fuori più lontano. È il preludio, anche stilistico, a ciò che segue: la chiamata di Paolo. Segna il grande snodo: “la rivelazione del mistero taciuto per secoli eterni, ma rivelato ora e annunziato mediante le scritture profetiche, per ordine dell’eterno Dio, a tutte le genti” (Rm 16,25s). È il mistero stesso di Dio che è anche quello dell’uomo: lui è madre/padre di tutti. E noi tutti siamo chiamati a riconoscere e accettare l’amore che lui ha per noi (1Gv 4,16), perché possiamo amare noi stessi e tutti gli altre come fratelli. Così partecipiamo della vita stessa del Dio che “è amore” (1Gv 4,8).
    Questo racconto apre lo scenario su Paolo - che porterà avanti l’annuncio di questo mistero a tutte le genti - con l’interludio di Pietro che, nolente, è costretto a battezzare il pagano Cornelio sul quale già è sceso lo Spirito.
    Il racconto è un modello di catechesi: come e chi accostare, cosa dire e cosa fare, quale il risultato. L’evangelizzazione non avviene per un progetto nostro, ma con l’adesione a ciò che lo Spirito indica e a ciò che sta accadendo, con attenzione alle persone, cominciando da ciò che escluderemmo come assurdo, improbabile o impossibile. Lì Dio è più presente. Perché sulla croce si è fatto vicino a ogni possibile e impossibile lontananza.
    Nell’evangelizzazione è determinante la Bibbia e la sua lettura cristiana. Il criterio di lettura della promessa è partire dal suo compimento. Con i discepoli di Emmaus Gesù risorto spiega la sua morte attraverso le scritture; con l’etiope le scritture sono spiegate attraverso la sua morte e risurrezione.
    L’Antico Testamento è comprensibile in pienezza nel suo compimento: “So che deve venire il Messia, cioè il Cristo: quando egli verrà, ci annunzierà ogni cosa”, diceva la samaritana a Gesù. Che gli rispose: “Sono io che parlo con te”(Gv 4,25-26).


    DIVISIONE
    a. vv. 26-27: programmazione apostolica: proposta/ascolto/incontro
    b. vv.29-31: suggerimento Spirito: 1. accostati; 2. ascolta; 3. interroga; 4. accetta invito
    c. vv.32-33: centro annuncio: Is 53: Giusto sofferente/glorificato: problema del male vinto col bene
    d. vv. 34-35: di chi parla? /evangelizzare Gesù
    e. vv.36-38: battesimo
    f. vv. 39-40:scomparsa di Filippo




    1 hr 11 min
  • Lectio degli Atti degli Apostoli di lunedì 20 febbraio 2012
    Commento a Atti 8, 9 - 25

    Il tuo argento vada con te in perdizione
    Giacomo e Giovanni avevano invocato fuoco dal cielo su un villaggio di Samaritani che avevano rifiutato Gesù. Non avevano ancora lo Spirito del Figlio dell’uomo che è venuto a salvare, non a perdere i peccatori (cf Lc 9,54s). Ora un villaggio di Samaritani accoglie la Parola di Dio. Pietro e Giovanni sono inviati dagli apostoli a pregare per loro perché ricevano lo Spirito Santo. L’unico fuoco dal cielo che Dio conosce è quello del Figlio – fuoco che brucia il legno secco per risparmiare quello verde (Lc 23,31). Questo è il fuoco che lui è venuto a portare sulla terra (Lc 12,48). È lo stesso che ha anche Stefano: un amore più forte della morte, che sa dare la vita per chi lo uccide (Lc 23,34; At 7,60). L’unica vendetta di Dio è il perdono.
    Pare strano che il battesimo di Filippo a chi si era convertito a Gesù non avesse conferito lo Spirito Santo. Lo Spirito Santo, protagonista degli Atti, è libero e sovrano: spira come e dove vuole, anche su chi ancora non è battezzato (10,44-48). Quindi non è necessaria l’imposizione delle mani da parte degli apostoli. Ma questa è la prima missione fuori dalla Giudea. Forse Filippo ha atteso che lo Spirito fosse dato per la prima volta dagli apostoli, le colonne della Chiesa di Gerusalemme, per significare l’unico Spirito che anima tutta la Chiesa, al di là delle differenze. Lo Spirito è l’amore: crea comunione nella Chiesa e tra le Chiese. Ed è unico – quello che è stato effuso prima e Gerusalemme per poi diffondersi nel mondo intero, accogliendo e vivificando in sé ogni diversità.
    Qui siamo alla seconda tappa della testimonianza dei discepoli: compiuta a Gerusalemme con Stefano (At 1,8;-8,1), ora raggiunge la Samaria attraverso la Giudea.
    L’episodio di Simone Mago – ha lo stesso nome di Simone detto Pietro! – fa da specchio al pericolo costante della Chiesa. Anche Gesù, all’inizio del suo ministero, smascherò in sé le stesse tre tentazioni in cui cadde Israele (Es 16,2-9: la manna; Es 32: il vitello d’oro; Es 17,1-7: “il Signore è in mezzo a noi sì o no?”). Le sperimentò e combatté, dal Giordano alla croce. Le prime due sono quelle dell’avere e del potere, facendo del possesso di cose e persone il proprio idolo. Qui siamo alla terza, quella fondamentale: possedere Dio, riducendo lui stesso a un idolo (Lc 4,1ss.; 23,35-39). Lo Spirito di amore, vita del Padre e del Figlio, non può essere comperato. È un dono. L’amore o è gratuito o non è! Comprare Dio, con danaro o buone opere, è il peccato che va direttamente contro la sua essenza. Il peccato originale della chiesa di Gerusalemme fu l’ipocrisia religiosa e la fiducia nel danaro, invece che in Dio (At 5,1ss). Ma non si può mentire allo Spirito o servire Dio e Mammona (Lc 16,13). Qui in Samaria emerge il peccato più radicale: interessa possedere non denaro, ma Dio stesso. È istintivo di ogni religione pervertirsi nell’atteggiamento del fariseo al tempio, che sente di avere dei crediti con Dio per le sue buone opere (Lc 18,9ss). Luca scrive il suo Vangelo per Teofilo (Lc 1,1) perché non cada nella perversione della fede e diventi come il fratello maggiore (Lc 15,1ss), che non accetta né il minore né il Padre – o come Pietro, che pensa di essere lui ad amare Gesù e morire per lui, fino a quando scopre che è Gesù ad amarlo come peccatore e a dare la vita per lui. L’amore non può mai essere meritato: sarebbe “meretricio”. Può essere ricevuto gratuitamente e poi corrisposto. L’unica condizione per ricevere il dono è la povertà di Maria che fa cantare il Magnificat.



    DIVISIONE
    a. vv.9-13: continua l’attività di Filippo con i seguaci di Simon Mago e con lo stesso Simone
    b. vv.14-17. missione di Pietro e Giovanni
    c. vv. 18-24: rimprovero di Pietro a Simone
    d. v. 25: ritorno a Gerusalemme evangelizzando villaggi di Samaria




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  • Lectio degli Atti degli Apostoli di lunedì 19 dicembre 2011
    Commento a Atti 8, 1b - 8

    Avvenne una grande persecuzione in quel giorno
    La Chiesa, nata ai piedi della croce del Maestro, si diffonde nel martirio del suo testimone. La stessa persecuzione, invece di arrestarla, è il veicolo veloce della sua disseminazione. I discepoli, messi alle strette dall’ostilità contro di loro, guadagnano orizzonti sempre più ampi. Come la croce di Gesù realizzò il suo disegno di salvezza, così la croce e persecuzione dei discepoli diffonde la salvezza nel mondo intero. Il sangue di Cristo ci salvò e ci comunicò il suo Spirito. Il sangue dei suoi martiri continua la sua testimonianza di un amore più forte della morte e porta ovunque fecondità di vita, fino a quando Dio sia tutto in tutti.
    Non dobbiamo cercare persecuzioni – non siamo masochisti- ma neppure evitarle a tutti i costi. Se siamo perseguitati per la giustizia, beati noi: siamo come Gesù e tutti i profeti, che hanno vinto il male con il bene. Il male che faccio lo pagano gli altri; il bene che faccio, lo pago io. Per questo, anche se ci pare strano, “nessuna buona azione resta impunita”. Così, come dice Paolo, si completa nella nostra carne ciò che ancora manca alla passione di Cristo per la salvezza di tutti ( cf Col 1,24).
    Se manca la persecuzione esterna, non manca però mai quella interna: il nostro egoismo che ci impedisce di amare. Per questo Luca 9,23 dice che per il discepolo c’è una croce da prendersi sulle spalle ogni giorno. Non a caso il primo santo non martire è Martino, che divise con il povero il suo mantello.
    La persecuzione e la dispersione della Chiesa, che già avviene all’inizio, è letta da Luca alla luce della storia di Gesù. La sua croce non è un fallimento – così pensavano, come tutti, i due di Emmaus – ma è e resta sorgete aperta di salvezza e risurrezione per tutti. Questa visione della storia della salvezza, se uno conosce la storia della Chiesa, vede che è sempre stata vera e lo è anche adesso. Quando la Chiesa testimonia l’amore e la giustizia, è perseguitata e prospera: è associata alla vittoria della croce. Quando invece usa la croce per fare le sue varie crociate in cerca di potere o si allea con i potenti, invece di crescere si autodistrugge. È mondana e ha nulla di nuovo e salvifico da dire al mondo. Per questo le chiese furono costruite sul luogo del martirio del fondatore di quella comunità. Ancora adesso nell’altare si mettono le reliquie dei martiri e dei santi – martiri dell’amore nella vita quotidiana. Sanguis martyrum, semen christianorum.
    Luca narra nei cc. 1-5 la testimonianza, fondante, degli apostoli a Gerusalemme, poi quella del diacono Stefano e di seguito quella del diacono Filippo in Samaria. Lentamente, grazie alle persecuzioni, la Chiesa accoglie il mandato di Gesù di essere testimone di Lui “a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino agli estremi confini della terra” (At 18)


    DIVISIONE
    a. v. 1b: persecuzione e disseminazione da Gerusalemme alla Giudea e alla Samaria
    b. vv. 2-3: sepoltura di Stefano e “devastazione” di Saulo
    c. vv. 4: ripresa di 1b.
    d. vv. 5-8: testimonianza di Filippo in Samaria




    1 hr 16 min

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Le lectio degli Atti degli Apostoli tenute da Silvano Fausti e dai suoi confratelli della Comunita di Villapizzone (Milano) il lunedi sera.
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