Lectio: Atti degli Apostoli

Lectio: Atti degli Apostoli

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Lectio: Atti degli Apostoli episodes

  • Lectio degli Atti degli Apostoli di lunedì 12 dicembre 2011
    Commento a Atti 7, 51 ÷ 8, 1a

    Contemplo i cieli spalancati e il figlio dell'uomo che sta in piedi alla destra di Dio
    Testimonianza di Stefano
    Il martirio di Stefano è la fine, anzi il fine del mondo: in esso si compie il ritorno del Signore e il suo giudizio di salvezza per tutti. Il testimone appartiene già alla creazione nuova, associato alla croce e alla gloria del suo Signore.
    Stefano ha narrato la storia della salvezza come fedeltà indefettibile di Dio al suo popolo di ostinata infedeltà. È quanto hanno detto i profeti ( leggi in sintesi Ez 16,1ss). La luce per comprendere questa storia è quanto Giuseppe, figura di Gesù, dice ai suoi fratelli che alla morte del padre Isacco temevano la sua vendetta: “Se voi avete pensato del male contro di me, Dio ha pensato di farlo servire a un bene, per compiere quello che oggi si avvera: far vivere un popolo numeroso” (Gen 50,20; leggi il mirabile testo di Rm 11,1-32 e lo stupore di Paolo in Rm 11,33-36).
    L’invettiva con cui Stefano termina il suo discorso è la denuncia profetica del male e della perdizione perché ne prendiamo coscienza e accettiamo l’offerta di grazia e salvezza (vv. 51-53)
    La reazione è negativa, come hanno fatto i nostri padri a quella dei profeti e a quella di Gesù. Ma qui sta il mistero di salvezza. Gesù è Dio perché amore assoluto: dà la sua vita a chi gliela toglie. Il suo discepolo è come lui. Nel martire si compie lo stesso mistero di salvezza di Cristo. È come lui, testimone perfetto dell’amore del Padre. In lui finisce il mondo vecchio e inizia il mondo nuovo: il ritorno del Figlio dell’uomo è ormai il venire alla luce dei suoi testimoni, che portano avanti nel mondo e per il mondo la stessa unica salvezza – che è l’amore sempre fedele di Dio e sei suoi inviati (vv. 54-56).
    Alla fine la sua morte è un dare la vita come Gesù. Stefano, a differenza del profeta Zaccaria, ucciso tra l’altare e il santuario (Lc 1151), non dice: “Il Signore lo veda e ne tenga conto” ( 2 Cr 24,20-23). In lui si compie, come in Gesù, la nuova alleanza ed eterna alleanza, fondata sul perdono di chi dà la vita per chi lo uccide: lì tutti riconosceranno chi è il Signore (Ger 31,31ss). Come con Gesù, così con Stefano e tutto il nugolo di testimoni che seguiranno, il Regno di Dio viene in mezzo a noi, in attesa di entrare in noi se lo accogliamo come loro (cf. Lc 17,21). Il sangue del discepolo, come quello del Maestro, è “il sangue della nuova ed eterna alleanza, versato per tutti”, cominciando dai nemici non è morte, ma seme di vita per tutti (vv. 57-8,1a).
    Con Stefano si compie a Gerusalemme la prima tappa della testimonianza, per espandersi subito dopo in Giudea, Samaria e fino agli estremi confini della terra (At 1,8).

    NB: leggere Luca 6,27-36 e 23,33-48!

    DIVISIONE
    a. 7,51-53: invettiva profetica di Stefano
    b. 7,54-56: la venuta del Figlio dell’uomo
    c. 7,57-8,1a il testimone perfetto del Figlio uguale al Padre




    1 hr 4 min
  • Lectio degli Atti degli Apostoli di lunedì 28 novembre 2011
    Commento a Atti 7, 35-51

    Memoria dell’alleanza del Dio fedele e infedeltà dei nostri padri:
    Stefano ha parlato fin qui della fedeltà di Dio attraverso le figure di Abramo, Giuseppe e Mosè. Ora sottolinea come Mosè fu osteggiato dai suoi fratelli per ben 80 anni. Dall’inizio alla fine del suo interessamento per loro, i nostri padri non obbedirono alle parole viventi che egli ricevette e ci diede (vv. 35-39). Proprio mentre lui è sul Sinai per ricevere le Dieci Parole di libertà, essi regrediscono alla schiavitù d’Egitto: si fanno un vitello d’oro e si danno all’idolatria. Per questo finiranno in esilio (vv. 39b-43). La tenda della Presenza che Mosè fece costruire e che guidò il popolo attraverso il deserto, finì nel tempio di Salomone (poi distrutto e ricostruito). Ma Dio non abita in una casa fatta da mani d’uomo (vv.44-50), bensì nel cuore umile e contrito di chi ascolta la sua parola (cf Is 66,1-2).
    Il testo termina con l’inizio della controaccusa di Stefano (v.51), che vedremo la volta prossima.
    Il ricordo della fedeltà di Dio e dell’infedeltà nostra è il richiamo più potente a convertirci. L‘accusa costante dei profeti contro la nostra infedeltà è per noi l’appello accorato della fedeltà di Dio. Alla nostra infedeltà estrema lui risponde dalla croce con la sua fedeltà estrema. Lì infatti il Figlio, suo testimone ultimo e definitivo, lo rivela amore più forte di ogni male e della stessa morte. Nell’alleanza con Abramo passò lui solo tra le vittime squartate (Gen 15): è lui che paga le nostre infedeltà. E con lui tutti i suoi inviati - da Mosè (Es 32, 31s) a Gesù (Lc 23,34), da Stefano (v.60) a Paolo (Rm 9,3) e a tutta la schiera dei martiri, antichi e attuali. Essi testimoniano a noi che “Dio è amore” e “chi non ama non ha conosciuto Dio” (1Gv 4,8). L’accusa di Stefano al Sinedrio vale anche per noi e per la nostra Chiesa, cominciando dal sommo sacerdote all’ultimo dei credenti. “Chi crede di stare in piedi, guardi di non cadere” (1 Cor 10,12). La durezza di cuore, come si vede dai vangeli, vale tanto per i discepoli ( Mc 6,52; 8,17ss!) quanto per i nemici di Gesù (Mc 3,5s). Nulla è cambiato, se non che dobbiamo sempre cambiare il nostro cuore. Leggi cosa dice Paolo in 1Cor 10,1-12 e Rm 11,11-35. Comunque da lui (Cristo), per mezzo di lui e per lui sono tutte le cose. A lui la gloria nei secoli. Amen! (Rom 11,36).

    Divisione del testo:
    a. vv. 35-39: Mosè osteggiato e non ascoltato dall’inizio alla fine
    b. vv. 40-43: idolatria nel deserto e nella terra, causa dell’esilio
    c. vv. 44-50: la tenda dell’arca diventa tempio e idolo (1 Sam 4,1ss; Is 1,10ss; Ger 7,1ss)
    d. vv. 51 (52s): accusa profetica di Stefano ai suoi accusatori: resistono allo Spirito Santo!

    NB.: nota le somiglianze tra Mosè e Gesù:
    At 7,22= Lc24,19: potente in parole e in opere
    At 7,35=At 5,31: rinnegato…costituito capo e liberatore
    At 7,36=At 2,22: prodigi e segni
    At 7,37: Mosè ha parlato di Gesù: Dt 8,15: trasfigurazione/risurrezione (Lc 9,30s; 24,27)




    1 hr 13 min
  • Lectio degli Atti degli Apostoli di lunedì 21 novembre 2011
    Commento a Atti 7, 17-34

    Dopo Abramo padre nella fede, perché crede al Padre della vita, e Giuseppe, padre della fraternità, perché ha per i fratelli lo stesso amore che il padre ha per lui, ora vediamo Mosè, padre del popolo. Sono le tre figure che tracciano il nostro DNA di uomini nuovi, a immagine del Figlio e del Padre. Infatti ancora e sempre in un cammino di liberazione. In Abramo vediamo la liberazione dalla sfiducia nel Padre e la libertà della fede che ci fa figli. In Giuseppe la liberazione dall’invidia che ci dà la libertà di essere fratelli. In Mosè vediamo il cammino di un popolo, liberato dalla schiavitù dell’Egitto – esterno e interiore – per giungere ad essere un popolo libero, dove ognuno vive l’amore di Dio come Padre e dell’altro come fratello. Tutta la storia è un processo di salvezza, per “abitare la terra”, dono del Padre ai suoi figli.
    In questa terza figura Stefano delinea le caratteristiche di Mosè, sempre nell’ottica di rispondere al Sinedrio che lo accusa di bestemmia, come Gesù. In realtà questa bestemmia è il compimento della Parola del Dio creatore e salvatore, come si è rivelato ai nostri padri. L’epopea dell’Esodo, il cui eroe e Mosè - con la rivelazione del Nome e il passaggio dalla schiavitù alla libertà, con la pasqua e il passaggio del mar Rosso, con il dono della Legge e il cammino tortuoso verso la terra Promessa -, è il testo fondante della fede di Israele. La Genesi, recuperando tradizioni più antiche, è stato scritto in epoca posteriore, durante l’esilio, per dire che è ( sempre, anche oggi!) possibile un nuovo esodo come uscita dalle nuove schiavitù, colpevoli o meno.
    Con Mosè si completa la mappatura delle nostre caratteristiche di fondo: oltre la fiducia di Abramo nel Padre e di Giuseppe nei fratelli, c’è la sete di giustizia e libertà di Mosè. Questa sete è il suo “roveto ardente” inestinguibile. Qui gli si rivela “il Nome”, principio e fine di ogni nome. Giustizia e libertà sono un binomio inscindibile per vivere in pace. La nostra storia va male perché dove c’è giustizia manca libertà e dove c’è libertà manca giustizia. Radice del male è che noi consideriamo libero il potente che fa ingiustizia. Per questo il povero giusto è schiavo dell’ingiustizia altrui. Nella scoperta del vero nome di Dio giustizia e libertà stanno insieme: la sua libertà infatti non è essere padrone, ma servo di tutti. Solo un Dio amore, che si manifesta nel processo di liberazione, ci apre l’orizzonte a un futuro sempre nuovo. Dio è Colui che è ciò che sarà; e l’uomo è chiamato a diventare come lui.

    NB.: leggi l’inizio della storia di Mosè: Esodo cc. 1-3

    Divisione del testo:
    a. si avvicina il tempo della liberazione promessa: nascita di Mosè (17-22)
    b. Mosè compie 40 anni : Mosè giustiziere/ paciere /fuggiasco in Madian (23-29)
    c. Mosè compie altri 40 anni: roveto ardente e invio al popolo x liberarlo (30-34).




    1 hr 12 min
  • Lectio degli Atti degli Apostoli di lunedì 14 novembre 2011
    Commento a Atti 7, 13-16

    Le parole di Stefano su Giuseppe le abbiamo fatte al rallentatore. Per due motivi. Il primo è cogliere il percorso fatto dai giudei cristiani per capire la “bestemmia” di Gesù come compimento di ciò che la Bibbia ha da sempre detto. Infatti ogni versetto richiama alla memoria una storia nota a tutti. Il secondo motivo è perché la storia di Giuseppe è una miniera inesauribile. Nessun testo letterario è così analitico e fine, con essenzialità senza sbavature, nel descrivere il cuore dell’uomo nelle sfumature e complessità delle relazioni tra fratelli e con il padre.
    Cercare i fratelli è il senso della storia umana. È l’opera che può fare chi si sente amato dal padre e sa che il padre ama anche gli altri come lui. Tutti siamo prediletti. Ma la predilezione di uno non è esclusione: è da estendere a tutti. L’amore non diminuisce se si dà a più persone: anzi, cresce.
    La storia nostra, sempre uguale a quella di tutti – tutti siamo fratelli! – è riscattata da chi, sentendosi amato, ama dona e perdona gli altri con lo stesso amore del Padre.
    È un lento cammino per far emergere l’invidia e il male rimosso e nascosto, riconoscibile quando in qualche modo lo riviviamo sulla nostra pelle.
    Nel primo viaggio dei fratelli in Egitto Giuseppe fa compiere ai fratelli la prima tappa per ricostruire la fraternità: fa venire alla luce la colpa sepolta e surgelata per 20 anni nel loro cuore. Se la portano a casa e ne sono cucinati per un tempo imprecisato. Il padre non vuol affidare Beniamino ai fratelli. Così anche lui ha la colpa di abbandonare il Figlio Simeone. Ma alla fine cede per fame, la miglior consigliera. I fratelli tornano in Egitto per la seconda volta con Beniamino. Si ritrovano finalmente tutti, senza padre. E qui c’è la seconda tappa di ricostruzione e riconoscimento della fraternità- sempre incerta. I fratelli, pur riconoscendo la loro colpa, non riescono ad accettare il perdono di Giuseppe. È lungo il cammino per uscire dalla colpa e accettare che si vive della grazia dell’altro che ci perdona. Anche alla morte del padre, avvenuta 17 anni dopo, non sarà compiuto questo cammino. Non bastano 20+ 17 anni! È il cammino della vita. C’è da accettare, come dice Giuseppe - il figlio amato e mediatore di questa grazia - che tutta la storia di male è positivamente assunta da Dio per fare il bene nostro e di tutti (Gen 50,20).




    56 min
  • Lectio degli Atti degli Apostoli di lunedì 7 novembre 2011
    Commento a Atti 7, 11-12

    Dall’inizio, da quando aveva 17 anni Giuseppe è inviato dal padre, per vedere come stanno i fratelli.
    Lui, che si sa amato dal padre – e per questo può sognare e fare i sogni di Dio - , all’uomo che gli chiese: “Che cerchi?”, rispose: “Cerco i miei fratelli!” (Gen 37,15s).
    Abbiamo visto la relazione che i suoi fratelli hanno con lui. Escluso il primogenito, Ruben – c’è sempre un’eccezione, indicazione della salvezza possibile per tutti - tutti lo invidiano e lo vogliono morto. Dalla cisterna vuota d’acqua, dove è destinato ad affogare nell’odio dei fratelli, da dove Ruben voleva toglierlo e non ci riuscì – è venduto per 20 sicli d’argento, su suggerimento di Giuda, ai Madianiti: un’eliminazione elegante, senza spargimento di sangue, con meno sensi di colpa e un po’ di vantaggio economico.
    Possiamo solo immaginare la tragedia di Giacobbe-Israele, inconsolabile: “Io voglio scendere in lutto dal figlio mio nella tomba” (Gen 37,35). Ma anche il dramma di colpa degli 11 patriarchi. Ruben sa e non può/deve denunciare i fratelli: ucciderebbe il padre che di un colpo li perderebbe tutti – tranne lui, l’unico giusto sopravvissuto. La scelta di Ruben è come quella di Gesù, che si fa solidale con i malfattori, per amore del padre e anche di loro – perché il padre li ama. Giuseppe invece è l’agnello di Dio che porta su di sé il male del mondo. Intanto Giuda si sposa. E Giuseppe è in Egitto. La sua vita è una serie di peripezie, sempre assistito da Dio: “Dio era con lui!”. Lo avverte nelle sorti che mutano, nel suo cuore che non muta in amarezza e custodisce l’amore del padre e dei fratelli. Dopo la sua discesa in Egitto subito c’è la sua ascesa con Putifar che lo fa capo su tutto – tranne la moglie.
    Messo in prigione con dolo, subito il capo-carceriere lo mette a capo del carcere. Deve essere un uomo saggio questo ragazzo, amato dal padre. L’amore non lo fa un debosciato. Cosciente di essere amato dal padre – non ha rancore con i fratelli – sa sognare e realizzare. Oltre le sue capacità organizzative e di capo, gli viene utile anche l’interpretazione dei sogni. E dalla prigione passa ad essere il vice faraone d’Egitto, provvedendo pane perché tutto il popolo viva. Tutto questo non è che la preparazione della vera opera di Giuseppe, lo cosa che più sta a cuore a Dio e in vista della quale muove tutta la storia recuperare i fratelli alla fraternità.
    La carestia e la sua posizione di dispensatore di pane-vita per tutti, è l’occasione che conduce in Egitto i fratelli. Ora vediamo i vari passi che egli compie e con che finezza li compie.



    1 hr 12 min
  • Lectio degli Atti degli Apostoli di lunedì 24 ottobre 2011
    Commento a Atti 7, 9-10

    Stefano, davanti al Sinedrio, racconta la storia della salvezza. Mostra che la bestemmia, di cui lo accusano, è la verità di cui parla Bibbia.
    Abramo ci dà la prima caratteristica del nostro patrimonio genetico: la fede. Egli è il nuovo Adamo che crede alla promessa di Dio. Credere alla sua Parola è radice di ogni giustizia. Tale fiducia restituisce all’uomo la sua identità di figlio e a Dio quella di Padre. Se la fede del padre Abramo è vittoria sul male del padre Adamo, il perdono ai fratelli di Giuseppe è vittoria di Abele sull’odio di Caino. Nasce un nuovo modo di rapportarsi con i fratelli, basato sull’amore invece che sulla violenza. La storia avventurosa di Giuseppe è la più lunga della Genesi: va dal cap. 37 al cap. 50. Essa conclude il primo libro della Bibbia con una grande luce: la possibilità di una società nuova. Il libro fondante del “Principio”, quando tutto era bello, molto bello, narra anche il brutto e l’ambiguità della storia. Essa torna alla sua bontà originaria con Giuseppe, che cerca i suoi fratelli (Gen 37,16). Cercare i fratelli è l’apice della Bibbia, il progetto di Dio Padre sull’umanità. La fede in Dio, propria di Abramo, diventa in Giuseppe amore verso i fratelli. La sua è una storia di passione e risurrezione, che riscatta da ogni malvagità. Emblema del modo di agire di Dio sono le parole di Giuseppe ai fratelli: “ Se voi avete pensato di fare del male contro di me, Dio ha pensato di farlo servire a un bene, per compiere quello che oggi si avvera: far vivere un popolo numeroso” (Gen 50,20). Dio agisce rispettando la libertà dell’uomo di fare il male; ma rispetta anche la propria libertà di liberare la libertà dell’uomo, schiava del male.
    La storia è sinergia tra il male di chi odia e il bene del Giusto che lo porta su di sé per amore. Il Giusto che si fa fratello degli ingiusti è “l’agnello di Dio che porta su di sé e toglie il peccato del mondo” (Gv 1,29). Nella prima persecuzione anche i discepoli dicono a Dio: “Davvero in questa città si riunirono contro il tuo santo servo Gesù, che hai unto come Cristo, Erode e Ponzio Pilato e le genti e i popoli di Israele, per compiere ciò che la tua mano e la tua volontà avevano preordinato che avvenisse”, ossi fare di lui, pietra scartata, il Nome nel quale c’è salvezza per tutti (At 4,27s. 11s). È la stessa meraviglia che esplode dalla bocca di Paolo quando vede ogni male riscattato dalla misericordia: “O profondità della ricchezza, della sapienza e della scienza di Dio! Come son imperscrutabili i suoi giudizi e inaccessibili le sue vie!” (Rm 11, 32s).
    Giuseppe è il figlio amato e considerato morto dal padre: i fratelli l’anno odiato per invidia e venduto agli egiziani. È immagine di Gesù: ai fratelli che lo uccidono, rivela l’amore infinito del Padre per loro.

    Leggi la storia di Giuseppe: Genesi dal cap. 27 al cap. 50.




    1 hr 17 min
  • Lectio degli Atti degli Apostoli di lunedì 17 ottobre 2011
    Commento a Atti 7, 1-8

    Memoria dell’alleanza di Dio con i padri e sua fedeltà.
    Alla trasfigurazione di Gesù segue il racconto del suo cammino verso Gerusalemme dove compie l’Esodo di cui parlavano con lui Mosè ed Elia (Lc 9,30s). Alla trasfigurazione di Stefano segue il racconto di quelli che hanno testimoniato la fedeltà di Dio nell’AT (At 7,1-34) e del suo popolo che li rifiuta (At 7,35-43). Il tutto si conclude con la presenza di un Dio assente dal tempio fatto da mai d’uomo e presente in tutto l’universo (At 7, 44-50). Il c. 7 è un compendio di storia della salvezza. È analogo alla parabola allegorica dei vignaioli omicidi, dove lo scontro tra la fedeltà di Dio e l’infedeltà nostra culmina nella cosa “mirabile ai nostri occhi” (Sal 118,23; Mc 12,11): “La pietra che i costruttori hanno scartata è diventata testata d’angolo” (Sal 118,22; Lc 20,17).
    La storia qui narrata è paradigma di ogni storia: gli inviati di Dio come testimoni della sua fedeltà sono rifiutati, da Giuseppe a Mosè, dai profeti al Battista, da Gesù a Stefano e tutti quelli che seguiranno. La storia della salvezza passa sempre e per tutti attraverso di loro e da chi è come loro. Il come lo vedremo nel finale del martirio di Stefano, identico a quello del suo Signore. La loro non è morte; è testimonianza di un volto trasfigurato da un amore che ha già vinto la morte: è la potenza del Dio dei vivi, sempre fedele.
    Ci fermiamo sulla prima parte del discorso che fa memoria e racconta la fedeltà di Dio con i padri, centrandola sulle tre figure di spicco: Abramo (vv. 2-8), Giuseppe (vv. 9-16) e Mosè (17-34), nostri padri nelle fede.
    È il 5° e il più lungo discorso di At. Manca l’annuncio Kerygmatco di Cristo morto e risorto. Ma nella vicenda dei nostri Padri e di Stefano si vede in filigrana il volto di Cristo. È una chiara lettura cristologica della storia d’Israele con il suo Dio, che rivive in pienezza in Stefano e in quanti dopo di lui saranno testimoni di Gesù. Probabilmente il discorso viene da un abbozzo di storia della salvezza nata in ambito giudeo-ellenisitco, che considera l’azione di Dio legata alla promessa universale fatta ad Abramo e alla fede più che al tempio e alla terra. Tale discorso, ripreso da ellenisti cristiani, fu adattato da Luca alla situazione di Stefano, mostrando il cammino esemplare che lui stesso ha compiuto. Tutta la storia si comprende alla luce di Gesù, il Figlio dell’uomo, che è l’unica theoria di Dio (Lc 23,48): “Dio nessuno mai ha visto: l’Unigenito Dio, che è verso l’utero del Padre, lui l’ha esplicato” ( Gv 1,18); “Chi ha visto me, ha visto il Padre” (Gv 14,9) “Dio nessuno mai ha visto: l’Unigenito Dio, che è verso l’utero del Padre, lui l’ha esplicato” ( Gv 1,18); “Chi ha visto me, ha visto il Padre” (Gv 14,9). Gesù aveva detto: “Il Figlio da sé non può fare nulla se non ciò che vede fare dal Padre; quello che egli fa, anche il Figlio lo fa. Il Padre infatti ama il Figlio, gli manifesta tutto quello che fa e gli manifesterà opere ancora più grandi di queste, e voi ne resterete meravigliati.” (Gv 5, 19ss).
    Dio è costantemente all’opera nei suoi testimoni, che riproducono quel volto che nel Figlio ci è totalmente svelato. Dalla carne di Gesù conosciamo Dio e la sua azione nella storia, prima e dopo di lui: lui è il centro del tempo. La Parola di Dio è sempre viva e operante. Per questo non si può scambiare Dio con un’istituzione, una norma o un luogo, sia prima che dopo il Messia. Dio è Signore e salvatore di ogni storia (inni cristologici di Ef 1,3ss e Col 1,12-20). Questa linea è già presente in Is 1,10-17 e Ger 7,1-15, con critica radicale al tempio e alle istituzioni sacrificali: la linea profetica postesilica sposta l’accento dalla terra alla fedeltà alla parola.



    1 hr 4 min
  • Lectio degli Atti degli Apostoli di lunedì 10 ottobre 2011
    Commento a Atti 6, 8-15

    Stefano è uno dei sette diaconi scelti per servire alle mense per le vedove degli ellenisti. Già questa prima “istituzione” della chiesa nascente non è fissa, ma fluida. Oltre il servizio per cui sono scelti, i diaconi affiancano gli apostoli anche nel servizio della Parola. D’altra parte chiunque ha fatto esperienza del Signore Gesù, come l’ex-indemoniato di Gerasa, è inviato da lui ad annunciare ciò che il Signore ha fatto per lui e la misericordia che gli ha usato (Mc 5,19). Chiunque nel Figlio ha fatto esperienza dell’amore del Padre, diventa testimone di questo amore per i fratelli che ancora non lo conoscono. Ogni credente in Gesù è spinto dal suo stesso amore verso gli altri, per i quali lui ha dato la vita (cf 2Cor 5,14).
    Stefano è il primo nel quale si compie il mistero del Figlio: dare la vita per il fratelli. In questo precede gli stessi apostoli. Se il martirio del Battista è narrato in differita, quello di Stefano, come quello di Gesù, è l’unico raccontato in diretta. Siamo al cuore del vangelo: essere testimoni dell’amore del Figlio come il Figlio è testimone dell’amore del Padre. Nel suo processo e nella sua uccisione si riproduce e continua la vicenda di Gesù. Ne è il testimone perfetto: in lui vive pienamente Gesù e la sua storia. Il suo volto è trasfigurato dalla stessa Parola che incarna: ne è l’angelo, primo testimone della risurrezione. Il cap. 7 sarà tutto dedicato a lui e alla sua bella testimonianza – modello per tutti: “Chi vuol salvare la propria vita, la perderà; chi invece perderà la sua vita per me, la salverà” (Lc 9,24).
    La storia di Stefano (At 6,8-8,3) è al centro, in senso anche aritmetico, della prima parte degli Atti (Atti 1-12): a) At 1,1-6,7 ( fondazione della chiesa e missione a Gerusalemme: 185 versetti), b) At 6,8-8,3. storia di Stefano (72 versetti), c) At 8,4-12,25 (il Vangelo da Gerusalemme passa in Giudea, Samaria e Aniochia (183 versetti). Segue poi la seconda parte più ampia (cc. 14-28), che racconta la missione ai pagani, fino agli estremi confini della terra, ossia Roma, centro del potere idolatrico.
    Il martirio di Stefano è la svolta decisiva nelle storia della Chiesa e nella trama degli Atti: in lui si compie idealmente la testimonianza a Gerusalemme e si apre il cammino verso i pagani.
    È il terzo episodio di persecuzione: dopo la minaccia di 4,1-21 e la fustigazione di 5,17-41, ora segue l’uccisione. Noi associamo martirio a uccisione. Per sé è la testimonianza di Gesù (At 1,8), che alla fine ci rende come lui capaci di un amore più forte della morte.




    1 hr 16 min
  • Lectio degli Atti degli Apostoli di lunedì 30 maggio 2011
    Commento a Atti 6, 1-7

    Inizia una nuova sezione che va da 6,1 a 15,35 e presenta il diffondersi dell’annuncio oltre Gerusalemme (Samaria, eunuco etiope, Cornelio, Antiochia…).
    Per il cristiani, come si vede dai primi capitoli, le persecuzioni sono opportunità di testimonianza – e presto anche causa di diffusione. Le crisi interne invece, che cominciano a nascere, sono opportunità per capire meglio la vocazione specifica di ciascuno e per strutturarsi in modo articolato e più funzionale alla diffusione del Vangelo.
    Come ha appena detto Gamaliele, le cose di Dio vanno avanti nonostante, anzi grazie a ogni difficoltà esterna e interna (At 5,39).
    La comunità “unanime” non è un frullato dove tutti sono simili. Siamo tutti uguali, ma diversi: ognuno è quello che è, nella sua unicità. I nostri limiti e i nostri doni però non sono luogo di difesa e aggressione, ma di comunione nel reciproco scambio di ricevere e dare.
    Solo le dittature, anche e soprattutto quelle anonime del mercato, hanno bisogno di cancellare la persona e omologarla, identificandola con il proprio prodotto (questo vale anche per il “mercato religioso” di molti movimenti che non rispettano la persona umana).
    Il testo presenta un problema tutt’altro che marginale. Crescendo il numero dei discepoli, aumentano le differenze. Qui sono differenze “razziali”: si privilegia l’assistenza alle vedove locali, trascurando le altre. Questo non è giusto, anche se comprensibile. Questa situazione negativa aiuta gli apostoli a capire che non sono in grado di soddisfare ogni bisogno della comunità. Non solo perché sono in 12, ma perché ci sono bisogni specifici che non sono di loro competenza. Capiscono che la loro funzione prima è “fondare” la comunità con “la preghiera” e “il servizio della parola”. Altri servizi di organizzare e dirigere la comunità, spettano ad altri. Nessuno è chiamato o capace di fare tutto.
    Ci sono diversi doni, e ognuno è responsabile di mettere il proprio a servizio degli altri. Per il facile insorgere di conflittualità tra i vari carismi vedi 1Cor 12 ,1ss – e la relativa soluzione in 1Cor 13,1ss. In questo racconto emergono i tre aspetti di fondo della comunità dei discepoli di Gesù: la preghiera e il servizio della Parola, che si incarna poi nel servizio ai fratelli bisognosi: ciò che facciamo all’ultimo di loro, lo facciamo al Signore stesso (Mt 25,40). I 7 affiancano i 12; ma in realtà ognuno è cristiano in quanto prega, serve la Parola e i fratelli.


    Il prossimo incontro degli Atti sarà lunedì 10 ottobre



    1 hr 2 min
  • Lectio degli Atti degli Apostoli di lunedì 23 maggio 2011
    Commento a Atti 5, 34-42

    Non tutti sono allineati con i capi e con il loro delirio che nega la realtà. Ci sono dappertutto persone sagge e coraggiose, che cercano la verità.
    Per questo, sia nella Chiesa che nella società, non bisogna mai dare il potere a chi vuol dominare. Se Nicodemo difese Gesù (Gv 7,50ss), ora il grande maestro Gamaliele difende i suoi apostoli. E non solo per rispetto della legalità, che chi sta a capo dovrebbe avere più di tutti (purtroppo chi ama il potere, quando è debole e sta per perdere, fa come i bari: cambia le regole del gioco, pur di sopravvivere!).
    Grazie a Dio ci sono sempre delle persone libere, amanti di ciò che è giusto e vero – aperte alle novità che Dio opera. Le parole di Gamaliele suggeriscono una sana teologia della storia: il male comunque finisce male e il bene non si può arrestare. Il tempo è galantuomo!
    Bisogna però stare attenti a non porsi contro Dio, che agisce nelle novità della storia che lui vuol portare a salvezza. Più le reprimi, come una molla compressa, acquistano forza.
    I capi seguono per ora il consiglio di Gamaliele. Rilasciano gli apostoli. Ma prima fanno loro assaggiare l’antipasto di ciò che tocca a chi non si sottomette al loro controllo: li flagellano con i 40 colpi meno uno.
    E questa è per loro perfetta letizia (cf Lc 6,22s): sono stimati degni di essere come il loro Maestro.



    1 hr 9 min

About Lectio: Atti degli Apostoli

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Le lectio degli Atti degli Apostoli tenute da Silvano Fausti e dai suoi confratelli della Comunita di Villapizzone (Milano) il lunedi sera.
L'icona è l'opera "Der Morgen am See" di Sieger Köder