Lectio: Atti degli Apostoli

Lectio: Atti degli Apostoli

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Lectio: Atti degli Apostoli episodes

  • Lectio degli Atti degli Apostoli di lunedì 10 Dicembre 2012
    Commento a Atti 13, 44-52

    Noi ci voltiamo ai pagani

    Siamo il sabato dopo il racconto precedente, ancora ad Antiochia di Pisidia. Città di traffico, che collega Efeso alla Cilicia, ha una forte e antica presenza di Ebrei. Sotto Augusto divenne una colonia romana della Galazia. Pare che le donne avessero un certo influsso più che altrove. Accedevano anche a cariche pubbliche.
    La scena è preparata dalla sospensione di una settimana di attesa. In sei giorni Dio ha fatto il mondo. Tra un sabato e l’altro cosa può succedere!? Luca è un raffinato scrittore, anzi pittore, che cura i dettagli e vivacizza la scena. Quando occorre, come in questo caso, sa essere sublimemente stilizzato. Con poche e bevi pennellate – in realtà ogni riga è un quadro essenziale e solenne - presenta il senso di ciò che Paolo, “rematore della Parola”, farà nel seguito del libro. Innanzitutto nella sinagoga conviene “quasi tutta la città”. È una “visione” della sua missione futura, che vuol portare alla conoscenza della verità tutti gli uomini, senza escludere nessuno. Lo “zelo” che Paolo aveva per difendere la tradizione dai cristiani (Fil 3,6), ora ce l’hanno contro di lui i suoi connazionali. Ciò che dà fastidio è il successo dei nuovi missionari: se il sabato precedente già “molti” giudei e proseliti avevano seguito Paolo e Barnaba, ora c’è “quasi tutta la città”. Cosa verrà fuori da questa contaminazione di massa, senza il filtro e il criterio della legge di Mosè, ossia della “legge naturale”, come diciamo noi (cf. v.39 sulla giustificazione mediante la fede e non le opere della legge!)?
    Sarà il tema delle sue lettere e il senso del mistero taciuto per secoli eterni e ora rivelato (Rm 16,25; Ef 3,1ss): nel Figlio Dio si rivela Padre di tutti e a tutti manifesta il suo amore e dona salvezza. In questo testo avviene la svolta epocale del cristianesimo. La promessa ad Israele di diventare “luce dei pagani e salvezza degli estremi confini della terra” (Is 49,6), si compie ora nella discendenza di Abramo, nella quale saranno benedetti tutti i popoli della terra (Gen 12,3).
    Ma questa benedizione viene non mediante l’assimilazione di tutti alla legge, bensì mediante la grazia di Cristo che “ci ha riscattati dalla maledizione della legge”. Si è fatto “lui stesso maledizione” (Gal 3,13) per aprire a tutti la via della fraternità propria dei figli di Dio.
    Questo passaggio dalla legge al Vangelo non è mai compiuto una volta per tutte. È un cantiere che deve restare sempre aperto nella storia personale. Se lo chiudiamo e non ci convertiamo quotidianamente alla grazia, ci areniamo nell’autosufficienza religiosa e incorriamo nel rimprovero di Paolo ai Galati: “Non avete più nulla a che fare con Cristo voi che cercate la giustificazione nella legge; siete caduti dalla grazia” (Gal 5,4). È una svolta mai compiuta anche nella storia della Chiesa. Non certo per cattiveria, ma certo per inganno e grave danno. Oggi questo è chiaro a tutti, tranne che a quelli che ne sono vittime.
    Più di vent’anni fa è morto un mio caro amico gesuita, P. Tomaso Beck. Era ebreo e fu battezzato dopo il 1945. Egli ripeteva che i preti e i religiosi di qualsiasi rango, invece di leggere i documenti fatti da loro, devono leggersi almeno una volta alla settimana la lettera ai Galati. Altrimenti decadono, automaticamente e a fin di bene, dalla grazia di Dio alle norme stabilite da loro. Ancora oggi che difficoltà uscire dalla religiosità della legge per schiudere a tutti la figliolanza di Dio! Sembra che la Chiesa, invece di aprirsi alla fraternità con tutti, si trinceri di siepi e cavalli di frisia. Infatti cerca la propria identità in se stessa, invece che nel Padre di tutti e nel Figlio che si fa fratello di tutti, cominciando dagli esclusi. È proprio dell’egoista chiudersi in se stesso, producendo divisione; è proprio di chi ama aprirsi all’altro, creando relazione. Il cristianesimo non si diffonde “mangiando” gli altri, per assimilarli a sé. Dobbiamo avere lo spirito di Paolo, che si fa “tutto a tutti”.
    L’attuale scristianizzazione dell’occidente è dovuta non al laicismo, ma al clericalismo di chi vuol omologare tutti alle proprie leggi. Sembra che si voglia fare un “frullato di cuori e cervella”, invece di fare comunione nella diversità. Lo stesso Concilio Vaticano II°, ultimo atto di suprema autorità della Chiesa cattolica, è addirittura omologato a un povero catechismo. C’è il rischio di essere in molti con mentalità settaria, mentre la prima Chiesa erano in pochi con mentalità universalistica.
    Rimane ancora e sempre vero quanto scrive Paolo ai romani di allora: “Il nome di Dio è bestemmiato per causa vostra tra i pagani, come è scritto” (Rm 2,24; Is 52,2). È costante questa tentazione “antropofagica e antropoemica” – così lontana da Gesù e così umana per noi, come lo fu anche per Pietro e compagni. Solo un po’ alla volta e con grandi resistenze (basta leggere i cc. 10-15 degli Atti) la prima Chiesa si apre al mondo pagano. Queste resistenze oggi “impediscono” l’azione di Dio che salva il mondo (cf. At 10,47; 11,17). Non ci si accorge che, con molta devozione, si tradisce la Tradizione: alla grazia si sostituisce surrettiziamente la legge della discriminazione. L’appartenenza a una monocultura è diventata ormai nostro feticcio, chiamato l’irrinunciabile, il valore non negoziabile ( cf. At 10,14!).
    Per questo motivo Paolo, nel resto degli Atti, sarà scacciato e perseguitato da molti zelanti correligionari ebrei e, a quanto pare, anche cristiani (cf. 2Tm 4,16.11 “Nella mia prima difesa in tribunale nessuno mi ha assistito; tutti mi hanno abbandonato”, tranne Luca).
    Ma proprio questo suo essere “scacciato” lo renderà testimone della “pietra scartata” sino agli estremi confini della terra. D’ora in poi gli Atti presenteranno la corsa della Parola di grazia che si va disseminando in tutto il mondo grazie a Paolo e compagni che la testimoniano con franchezza.


    DIVISIONE
    a. v. 44: quasi tutta la città si riunisce per ascoltare la Parola
    b. v. 45: la gelosia…
    c. v. 46: la frase programmatica della seconda parte degli Atti: ecco, noi ci rivolgiamo ai pagani
    d. v. 47: motivazione dalla Scrittura per questa svolta torica
    e. v. 48: i pagani ascoltano e si fanno credenti
    f. v. 49: il messaggio si diffonde
    g. vv.50-51: i messaggeri sono scacciati e scuotono la polvere
    h. v.52: la neonata comunità, perseguitata nei capi, è piena di gioia e Spirito Santo.
    1 hr 8 min
  • Lectio degli Atti degli Apostoli di lunedì 3 Dicembre 2012
    Commento a Atti 13, 26-43

    La promessa fatta ai nostri padri Dio l'ha compiuta per noi, loro figli

    Continua il discorso di Paolo ai Giudei di Antiochia in Pisidia. Nella prima parte (13,16b-25) ha rivisitato per sommi capi l’opera di Dio nell’A.T. per attuare la promessa fatta “ai nostri padri”. Essa si compie in Gesù e culmina nel lungo appello del Battista ad accoglierlo come il Salvatore promesso. In lui, discendenza di Abramo, saranno benedette tutte le genti (Gen 12,1ss) e Israele diventa luce delle nazioni (Lc 2,32; Is 42,6; 49,9; 46,13). L’apertura stessa ai pagani, avvenuta in Antiochia, è segno del compimento del disegno di Dio su Israele.
    Questa seconda parte (13,26-37) presenta il nocciolo dell’annuncio cristiano. Paolo mostra come la parola di salvezza si è realizzata in Gesù e si realizza oggi negli ascoltatori che lo accolgono. Il racconto della sua crocifissione, sepoltura e risurrezione è interpretato alla luce delle Scritture, che in lui trovano il pieno compimento.
    Il ricordo del passato serve per aprire gli occhi sul presente: Dio, come ha agito allora, agisce ancora e sempre. Ciò che Paolo dice, vale non solo per i suoi ascoltatori di allora, ma anche per noi cristiani di oggi. Se non sappiamo leggere l’azione di Dio “oggi”, siamo “praticamente atei”. Riduciamo la storia della salvezza a reperto fossile: un fatto del passato, senza significato per il presente. Chiudere Dio nelle nostre dottrine e spiegazioni sul passato, senza la sorpresa di scoprirlo oggi sempre all’opera nella nostra vita, significa negare che sia Signore della creazione (continua!) e della storia.
    I vv. 27-28 contengono i dati fondamentali dell’annuncio su Gesù. I vv. 32-37 provano dalla Scrittura che in lui Dio compie per noi la promessa fatta ai nostri padri. L’appello alla fede è il punto d’arrivo (13,38-41). Attenti a non cadere nell’incredulità di fronte all’ “opera” che Dio compie nei nostri giorni! Dobbiamo accogliere “oggi” la sua salvezza, che non viene dalla legge, ma dalla fede.
    La Scrittura infatti si compie “oggi nei vostri orecchi”, dice Gesù a chi lo ascolta (Lc 4,21). La fede è ricordo di ciò che Dio ha fatto allora per aprirci gli occhi su ciò che fa ancora. Egli è colui che è. Ed è e sarà sempre quello che già è stato: amore che si prende cura dei suoi figli, da sempre e per sempre.
    La storia è un “con-certo”, una lotta, un canto e un controcanto, un contrapporsi di note. Ognuno fa la sua parte, amici e nemici, Dio e uomo, bene e male. Alla fine esce un’armonia sorprendente e bella, che è al di là delle singole note, ma che le comprende tutte e le armonizza. Alla fine tutto sarà bene ( Rm 8,28). È una sinfonia umano divina.
    Veramente la storia è una “Divina commedia” tutta umana o, se si preferisce, una “Commedia umana” tutta divina.
    Nel finale (vv. 42-43) c’è l’invito a tornare il sabato successivo. Molti giudei e proseliti accolgono l’invito.

    NB. Qui Paolo sta parlando ad Ebrei. “Evangelizza Gesù” partendo da ciò che è loro noto: le promesse di Dio nella Scrittura. È utile notare che ogni promessa è tale se corrisponde ai desideri di vita “bella e buona” insiti nel cuore dell’uomo. Altrimenti non è una promessa, bensì una minaccia. Siccome questa è efficace, molte religioni dicono: “Se non fai questo, Dio ti punisce!”. Ma questa è l’immagine satanica di Dio che il serpente ha suggerito ad Eva! Ovviamente Paolo, quando parla ad Atene, non parte dalla Scrittura, ma da un loro poeta e dal loro desiderio di “conoscere l’ignoto”. Davvero Paolo si fa tutto a tutti. Non per fanatismo religioso, ma per amore dell’uomo che Dio stesso ama. È davvero necessaria la rivelazione di un Dio per scoprire ciò che già c’è nel cuore dell’uomo! È infatti a sua immagine e somiglianza, desiderio senza limite di conoscenza e di amore. Per questo i Vangeli, raccontando la storia di Gesù, esplicitano i desideri più profondi di ogni uomo e di ogni cultura. Infatti non contengono dottrine, leggi o idee astratte. Narrano fatti concreti, comprensibili a tutti, che realizzano il riscatto dalla schiavitù all’ignoranza e all’ingiustizia, ai vari mali e alla stessa morte. Presentano il passaggio da un’esistenza fallimentare a un’esistenza nella piena libertà di un amore ricevuto e dato senza condizioni. Offrono al lettore quella felicità alla quale ognuno aspira. Altrimenti si sente perduto, dannato all’inferno di una vita morta.
    C’è stato il Sinodo sull’evangelizzazione. Purtroppo è stato come la favola del monte che, tra grande doglie, partorisce un topolino. Infatti è stato auto centrato, come ha osservato una persona autorevole. Non ha tenuto presente la storia dell’evangelizzazione, di come è stata, di come è riuscita o fallita, e perché. Soprattutto ha dimenticato due cose: il Vangelo stesso e l’azione di Dio nel cuore degli uomini. P. Adolfo Nicolás, generale dei gesuiti, ricorda uno studio di K. Rahner e J. Ratzinger sul concetto di rivelazione nel Concilio di Trento. Secondo loro, quando il Concilio parlava di Scrittura, intendeva l’Antico Testamento; quando parlava di Spirito, intendeva che esso fosse presente sia nel Nuovo Testamento che nel cuore dei fedeli. E di ogni uomo, possiamo aggiungere. Anche il più lontano.
    Purtroppo molti pensano che evangelizzare sia insegnare il catechismo di Pio X o i comandamenti o i principi innegoziabili, ovviamente da imporre con leggi adeguate. Secondo loro bisognerebbe “insegnare l’alfabeto” della fede alla gente. Ma la fede cristiana non è una dottrina, bensì una persona, Gesù. La fede non è questione di alfabeto. È la storia elementare di Gesù: il suo essere figlio dell’uomo e fratello di tutti, lo rivela Figlio di Dio e salvatore dell’uomo. Questa storia è raccontabile e da raccontare in ogni alfabeto, perché l’uomo raggiunga la propria salvezza di figlio amato che ama i fratelli. Allora ogni lingua proclamerà che il Signore è Gesù, a gloria di Dio Padre (Fil 2,11).
    Il cristianesimo va al di là di ogni lingua, razza e religione. La nuova legge è la libertà dei figli di Dio, da testimoniare a tutti. Siamo noi, cristiani (?) d’oggi, che dobbiamo ascoltare e imparare l’alfabeto delle varie culture, per parlare il loro linguaggio. Non siamo chiamati insegnare loro il nostro alfabeto e la nostra strana lingua “teologica”(?), possibilmente in latino. Che stupidità e profanazione!
    Giustamente si sottolinea l’importanza del linguaggio. Il linguaggio proprio della “Buona notizia” è il racconto di Gesù e di ciò che fa. Dottrine e leggi non sono notizie, ma idee e ordini – spesso non ottimi, quando non cattivi! Teniamo inoltre presente che il primo linguaggio visibile è il vestito, poi il volto e, più di tutto, lo stile di vita. È necessario, per predicare “degnamente” il Vangelo ai poveri, avere bardature medievali o rinascimentali, vesti firmate, ecc.?
    Oggi è la festa di S. Francesco Saverio. Mi piace leggere a proposito un breve racconto. Il re Giovanni III di Portogallo raccomanda al conte di Castanheira di fornire a Francesco Saverio [che era anche Nunzio apostolico di tutto l’oriente] abiti e libri per il viaggio. Francesco accetta. Non vuole però domestici. «“Accettate almeno un domestico, insisteva il conte, altrimenti, vedendovi in mare mescolato agli altri, occupato a lavare la biancheria a bordo della nave, o a cucinare, il vostro credito e la vostra autorità ne sarebbero diminuite presso le persone che voi dovete istruire!”. Ma il Padre Francesco rispondeva: “Signor Conte, ricercare credito e autorità con i mezzi che voi mi indicate, hanno trascinato la Chiesa nella situazione in cui la vedete adesso. Il mezzo per acquistarsi credito e autorità è lavare la biancheria, cucinare i propri pasti, semplicemente, e, oltre a questo, servire le anime del prossimo”» ( MONUMENTA XAVERIANA II, 837).


    DIVISIONE
    a. vv. 26-31: annuncio centrale su Gesù
    b. vv. 32-37: prova scritturistica della risurrezione di Gesù
    c. vv. 38-41: appello alla conversione e perdono dei peccati: giustificazione dalla fede
    d. vv. 42-43: invito per il sabato dopo e buona accoglienza di molti
    1 hr 8 min
  • Lectio degli Atti degli Apostoli di lunedì 26 novembre 2012
    Commento a Atti 13, 13 - 25

    Secondo la promessa, Dio trasse a Israele un salvatore, Gesù

    Siamo a metà del racconto degli Atti. Continua il primo dei viaggi apostolici di Paolo, che occuperanno tutta la seconda parte del libro. Il c. 13 contiene in sintesi l’annuncio di Paolo ai Giudei di Antiochia di Pisidia, di lingua greca ed ellenizzanti. Pur con differenze dovute a tempo, luogo e persone diverse, è analogo a quello di Pietro a Pentecoste e di Stefano davanti al Sinedrio. Mostra infatti Gesù come compimento della promessa ad Israele.
    La prima parte (13,16b-25) racconta la storia dei padri nella fede. Ne risulta come una grande pagina di collage con le foto di famiglia. Rivisitando a volo d’aquila l’AT, ne tocca le tappe e relative figure fondamentali: l’elezione dei padri e la nascita del popolo in Egitto (Genesi), la liberazione dall’Egitto e il cammino nel deserto con il dono della legge (Esodo, Levitico, Numeri, Deuteronomio), l’occupazione della terra (Giosuè, Giudici e Rut), il regno di Saul e la promessa a David di un discendente che sarà il Messia salvatore (1-2 Samuele): costui è Gesù, di cui il Battista, ultimo dei profeti, ha parlato.
    A differenza del discorso di Stefano (7,2-53) lungo il doppio di questo, Paolo non sottolinea la durezza di cuore del popolo che ha crocifisso il Messia. In questa prima parte evidenzia come Dio guida la storia, portandola dall’elezione di Israele a Gesù, germoglio di Davide. C’è continuità di disegno tra Israele e chiesa. Non c’è contrapposizione tra i due: non c’è lotta tra albero e rami, tra rami e frutti. La riconciliazione tra madri/padri e figlie/figli è la condizione perché la vita continui. Questa riconciliazione è implicita nel v. 24. Infatti la missione del Battista è quella dell’Elia redivivo: è mandato “davanti al volto” del Signore per preparane l’accoglienza attraverso la conversione del cuore dei padri verso i figli e dei figli verso i padri (cf. Ml 3,1.23s).
    Anche i quattro Vangeli presentano la croce come il luogo di conciliazione tra Dio e uomo e degli uomini tra loro (cf. anche Ef 2,11-22; Col 2,13-15).
    La seconda parte (13,26-37) sarà la proclamazione ai presenti di Gesù, argomentata dalla Scrittura. La terza parte (vv. 38-41) sarà l’invito conclusivo alla conversione: in Gesù c’è il perdono e la giustificazione mediante la fede in lui. La reazione immediata di molti Giudei e proseliti è l’accoglienza. Quella della maggioranza sarà un rimando al sabato successivo, quando ci sarà un netto rifiuto. Per questo l’annuncio passerà ai pagani (13,41-51), come si racconterà nel seguito della narrazione (cc.14-26). Il rifiuto, come la persecuzione, non arrestano la Parola, ma la dilatano e portano sempre oltre.
    È in questa stessa storia la linfa vitale di Gesù e dei suoi discepoli. È pazzesco pensare a cosa abbiamo combinato. Se alcuni contemporanei di Gesù hanno ucciso il Messia, i nostri contemporanei hanno puntato all’eliminazione di tutto il popolo messianico – risultato osceno di una lunga storia di fraintendimenti.


    DIVISIONE
    a. vv. 13-14: partenza da Cipro e defezione di Marco
    b. vv. 15-16a: invito a parlare in sinagoga
    c. vv. 16b-17: elezione dei Padri e formazione del popolo in Egitto
    d. vv. 18-20: cammino nel deserto, ingresso in terra e periodo dei Giudici
    e. v. 21: Saul, primo re
    f. vv. 22-23: Davide e promessa del Salvatore, Gesù
    g. vv. 24-25: proclamazione del Battista
    1 hr 19 min
  • Lectio degli Atti degli Apostoli di lunedì 19 novembre 2012
    Commento a Atti 12, 24 - 13, 12

    … il proconsole credette

    Da qui in poi il racconto dell’avventura della Parola si stacca da Gerusalemme. La nascita di Pietro e il suo andarsene da Gerusalemme è il momento in cui Sion diventa Chiesa Madre. Per questo l’attenzione si sposta sulle figlie. Ora Israele è davvero luce delle genti. Se prima si parlava di “Saulo”, nome ebraico, ora si parla di “Paolo”, nome romano. Guai a sequestrare il Risorto e rinchiudere il Salvatore del mondo in uno spazio determinato. Finora la Chiesa Madre era “gestante”. Ora è madre fecona: da lei nascono i figli – figli che saranno più numerosi delle stelle del cielo e della sabbia del mare (Gen 15,5, 22,17). Lo Spirito, attraverso la Parola. vuole illuminare e vivificare tutto, perché Dio sia tutto in tutti (1Cor 15,29).
    Questa “opera” avviene non per scelte o decisioni di uomini, ma per azione di Dio. Egli direttamente lavora nel cuore dei suoi figli e anonimamente agisce nella libertà della storia, per eseguire il suo disegno. Noi, come Pietro e Paolo, lo comprendiamo a posteriori, in obbedienza alla Parola e in ascolto intelligente di ciò che capita.
    Dio parla non nelle nostre idee, ma nei fatti, sia quelli positivi come la Pentecoste, l’’Eunuco, Saulo e Cornelio (At 2,1ss.; 8,26ss.; 9,1ss; 10,1ss), sia quelli negativi come le persecuzioni (At 8,14;11,19; 12,1). È lo Spirito che guida e vivifica la storia: la Parola, dove arriva, lo risveglia nel cuore degli uomini. A noi spetta non ostacolarlo e fare come Barnaba, inviato ad Antiochia per controllare la situazione Egli, quando giunse e “vide la grazia del Signore, si rallegrò e, da uomo virtuoso qual era e pieno di Spirito Santo e di fede, esortava tutti a perseverare con cuore risoluto nel Signore.”(At 11,22s).
    Se la “nascita” di Pietro è dell’anno 41 e la morte di Erode del 44, la missione sistematica che qui inizia fuori Israele si situa circa dal 45 al 49. È il primo viaggio apostolico di Paolo che occupa i cc13-14, con partenza e ritorno ad Antiochia. L’itinerario passa da Cipro all’altipiano anatolico, visitando alcune città della Galazia meridionale ( Antiochia di Pisidia, Iconio, Listra e Derbe). Autore della missione è lo Spirito santo stesso. Barnaba e Saulo sono gli inviati, i “rematori della Parola” (Lc 1,2) Le fanno attraversare i mari per raggiungere tutti i figli di Dio dispersi, sino agli estremi confini della terra.
    Il racconto della conversione del proconsole romano fa da “portale d’ingresso” alla missione verso i pagani, inaugurata dalla chiesa di Antiochia. Nessuno ostacolo ferma la Parola. Le difficoltà e le arti magiche mostrano come l’evangelizzazione è la lotta che detronizza Satana, antagonista del Vangelo di Verità.
    Paolo è presentato con le stesse credenziali di Pietro, che sono le stesse di Gesù: il potere della Parola è accompagnato da segni e miracoli. In 13,9 Saulo, per la prima volta, è chiamato Paolo. D’ora in poi questo sarà il nome del “più piccolo” degli apostoli(1Cor 15,9), che porterà il nome di Cristo a tutte le genti. Ora la Chiesa, nata a Gerusalemme, ha come suo centro gli estremi confini della terra. È come il Dio-amore, che ha il suo centro fuori di sé.
    La cecità temporanea di Elimas, falso profeta giudeo, non è un “miracolo di punizione”. Dio non punisce! La sua cecità è temporanea. Serve solo a rivelargli quella cecità che Gesù, luce del mondo, è venuto a guarire (cf. Gv 9,1ss). È simile alla cecità di Saulo sulla via di Damasco.
    La magia consiste nel voler mettere le mani su Dio, per averlo in proprio favore. Saulo, ingannato dal suo zelo non illuminato (come Giona e tanti bravi cristiani, o cristiani “bravi” in senso manzoniano!), perseguitava la chiesa credendo di piacere a Dio. Ma Dio non si compra né con il danaro come voleva Simon Mago (At 8,9ss.), né con inganni a fini malvagi come Elimas, né con le buone opere come faceva Saulo. Dio è amore e grazia che gratuitamente si dona a tutti, come l’aria e la vita.


    DIVISIONE
    a. vv. 12,24: la Parola cresce e si moltiplica
    b. v. 25: Barnaba, Saulo e Giovanni detto Marco
    c. v. 13,1: la chiesa locale di Antiochia
    d. vv.2-5: lo Spirito invia Barnaba e Saulo, che si associano Giovanni detto Marco
    e. 6-12: il mago Elimas e la conversione del proconsole
    1 hr 17 min
  • Lectio degli Atti degli Apostoli di lunedì 12 novembre 2012
    Commento a Atti 12, 18-23

    Roso dai vermi, si sfiatò

    Dopo la nascita di Pietro, uomo nuovo, segue la morte di Erode, l’uomo vecchio. Nascere e morire sono due facce d’un solo mistero, un “colpo” dell’angelo del Signore della vita. Per sé Dio non uccide nessuno. Ma la vita è amore; e l’amore è come il respiro: chi lo dà lo riceve, chi lo trattiene, soffoca. Per questo chi vuol salvare se stesso, si perde; mentre chi perde se stesso, è salvo. C’è una morte viva, propria di chi ama, e una vita morta, propria di chi si chiude nell’egoismo. Per chi ama, la stessa morte è porta alla risurrezione; per chi è chiuso nell’egoismo, la stessa sua vita è sepolcro e seme di morte. La sua morte fisica sarà solo la fine del suo male; resterà di lui il bene, ossia l’amore che ha vissuto ( cf 1Cor 3,10-17).
    Il giusto perseguitato è liberato dalla morte prodigiosamente. Il persecutore, che dà la morte, muore spaventosamente. È il capovolgimento della storia, come nel racconto di Ester e nella parabola del ricco epulone. È ciò che canta il magnificat di Maria: il raddrizzamento del mondo storto.
    Farsi Dio è il peccato originale. Non perché Dio sia geloso: ci ha fatti uguali a lui. Il male è la falsa immagine che abbiamo di lui. Dio è esattamente il contrario di ciò che pensiamo di lui. In ogni cultura il re è un essere divino: ricco, forte, potente e libero … libero di dare la morte a chi non si sottomette ( cf. apologo di Iotam: Gdc 9,7ss). Dio invece è libero solo di dare la vita: suo potere è amare, sua forza è servire, sua ricchezza è dare tutto, sino a dare se stesso.
    La morte di Erode, roso vivo dai vermi, non è punizione divina. È semplice visibilizzazione di ciò che è stata la sua esistenza: un pullulare di vermi al pascolo. Ciò che ammiriamo come un dio, è un semplice essere putrido di morte.
    Erode è il re, il modello di uomo riuscito. Rappresenta ciò che ognuno vorrebbe essere e imita il più possibile. La sua morte serve per farci venire schifo e nausea di ciò che tanto ammiriamo ed è la causa di ogni male personale e sociale. Ci vuol suscitare la stessa sensazione del banchetto dell’altro Erode, suo parente, la cui ultima portata è un vassoio con la testa mozzata del Battista.
    Il male, fin dall’inizio, si presenta sempre buono da mangiare, bello da vedere e desiderabile per acquistare saggezza (Gen 3,6). È seducente, ma ingannevole: non mantiene la promessa. Infatti, quando lo compiamo, non siamo soddisfatti: ci scopriamo nudi, piena di paura e in fuga da noi stessi. È importante che il male appaia cattivo, brutto e indesiderabile. Noi sempre desideriamo ciò che sembra buono e bello. Quando il bene sarà bello, vivremo nella pienezza di gioia.
    Questo testo ci fornisce elementi per datare la storia della prima comunità: Erode Agrippa I è morto il 5/10 marzo del 44 d.C., più di tre settimane prima di Pasqua (2 aprile del 44). Fu nominatore re della Samaria e della Giudea dall’imperatore Claudio che salì al trono il 25 gennaio del 41. Siccome la navigazione venne ripresa quell’anno il 7 febbraio e il viaggio durava da quattro a sei settimane, il re poté essere a Gerusalemme verso la fine di marzo (il re si mise in viaggio tachista = con fretta Giuseppe Flavio, Antichità Giudauche, 19,293)– la pasqua era il 5 aprile nel 41. Per far subito bella figura davanti al popolo è probabile che abbia anche organizzato la persecuzione contro i capi cristiani: uccisione di Giacomo e poi quella di Pietro, fallita e sostituita… La tradizione cristiana, secondo Clemente Alessandrino (Stromata, VI, 5, 43) ed Eusebio (Hist. Eccl. V,”8,!4), dice che Pietro rimase a Gerusalemme 12 anni e ne passò 25 anni a Roma, dove arrivò nel secondo anno dell’impero di Claudio, quindi prima del 25 gennaio del 43 d.C. ( Pietro si dilegua dopo la liberazione dal carcere e va a Roma partendo una prima volta da Antiochia per fare un temporaneo ritorno per il “Concilio di Gerusalemme” dopo la morte di Erode (Atti, 15). Giacomo, fratello del Signore (cf. Mc 6,3; Mt 1,55; At 12,17; 15,13; 21,18; 1 Cor 15,17; Gal 1,19; 2,9.12; Gc 1,1; Gd 1), essendo un Giudeo cristiano più ligio alla tradizione, è potuto restare più a lungo a Gerusalemme.
    Come la morte di Giuda e poi di Anania e Saffira, così anche questa di Erode è spesso intesa come punizione divina. In realtà non è così: è la morte dell’empio, che svela e distrugge la sua empietà. Il Signore è morto per i peccatori e vuol salvar tutti, portandoli alla conoscenza della verità (cf Rm 5,6-11; 1Tm1,15; 2,4). E ci riesce con la sua croce, facendosi lui stesso maledizione e peccato, agnello di Dio che porta su di sé il male del mondo (Gal 3,13: 2Cor 5,21; Gv 1,29). Per questo nulla ci può separare dall’amore che Dio ha per noi (Rm 8,35ss). È chiaro però che tutto ciò che facciamo di male non può sussistere, se non bruciato nel fuoco della misericordia: il legno verde che brucia invece del legno secco (cf Lc 23,31). Dio dà la vita e desidera che sia buona e felice; alla fine vuol dare a tutti non la morte, ma se stesso, sorgente di amore e vita. L’esistenza terrena però è affidata alla nostra respons-abilità personale e comunitaria: siamo chiamati tutti a rispondere all’amore con l’amore. Che colpa ha Dio se un casa costruita sulla sabbia o senza fondamenta vicino a un torrente crolla? Sta a noi costruire sapientemente con buone fondamenta sulla roccia dell’amore, usando pietre e non paglia. Tutto ciò che è male, alla fine brucerà nel rogo della misericordia della croce. Di noi resterà nulla di ciò che abbiamo fatto di male: resterà la nostra risposta d’amore e soprattutto il nostro essere figli di Dio, nostra vera casa, e la vastità preziosa della sua infinita misericordia sulle nostre miserie (cf 1Cor 3,10-16). Che il traditore precipiti dall’alto e si squarci nel mezzo effondendo le sue viscere, è segno visibile della rottura che l’ha lacerato dal di dentro – male per il quale il suo amico e maestro è morto. Che Anania e Saffira muoiano all’istante per la loro menzogna, visibilizza che la menzogna uccide all’istante la verità e ogni relazione; che Erode sia roso dai vermi visibilizza la sintesi della sua vita: strisciò come verme davanti a più imperatori per avere il Tetrarcato di Palestina e davanti al popolo per essere gradito.

    DIVISIONE
    a. vv. 18- 19: alle guardie tocca la sorte di Pietro
    b. vv. 20-22: lo splendore del re, acclamato come dio
    c. v. 23: fine dell’empio che si autoesalta
    1 hr 16 min
  • Lectio degli Atti degli Apostoli di lunedì 29 ottobre 2012
    Commento a Atti 12, 1-17

    Il c. 12 è un crinale narrativo, che chiude il racconto del viaggio della Parola a Gerusalemme. Da qui è partita e si è diffusa nella Giudea e in Samaria. La persecuzione contro gli ellenisti l’ha disseminata nella Fenicia, a Cipro e ad Antiochia. L‘annuncio ai pagani di Antiochia le apre il cammino fino agli estremi confini della terra. In questo capitolo Luca ribadisce ciò che gli sta a cuore: la fecondità della persecuzione. Inoltre, con la morte di Giacomo di Zebedeo e la partenza di Pietro, si conclude il periodo dei Dodici a Gerusalemme.
    Cambia anche il rapporto tra Chiesa e Giudei. Per la prima volta ci sono ostilità. La causa non è certo la cattiveria. È piuttosto la tensione che vediamo anche tra i discepoli di Gesù: quelli che vengono dal paganesimo, a differenza dei Giudei e degli ellenisti, sono liberi dall’osservanza delle tradizioni religiose d’Israele. La diversità di culture e tradizioni è certo una ricchezza, ma crea difficoltà di convivenza. Quando si accetterà cordialmente ogni differenza, sarà il regno di Dio Il parto della Chiesa è traumatico e doloroso. Luca ripete spesso che Dio raduna un popolo nuovo costituito da Giudei e da pagani, contro il quale si solleva l’ostilità dei Giudei non cristiani (At 13, 48-49; 14, 1-2.19; 17, 4-5.13; 18, 9-12 ecc.). Rom 11,ss. presenta il superamento delle divisioni come compimento del suo disegno.
    Pietro fin qui è stato il personaggio principale. Ora passa le consegne della comunità di Gerusalemme a Giacomo (cf. Gal 1,19) e dell’evangelizzazione ai pagani a Paolo. Paolo, nel prossimo capitolo, comincerà i suoi viaggi missionari. Si conclude in gloria l’epoca di Pietro e dei Dodici, i patriarchi del nuovo popolo: Giacomo è martire, Pietro è come risuscitato da morte e il nemico sarà roso dai vermi.
    Giacomo, a differenza di Giuda Iscariota, non sarà sostituito. Anche i vocaboli “Dodici” e “apostoli” scompaiono dagli Atti. Ci saranno i Vescovi, che non fanno parte dei Dodici né sono chiamati apostoli. Questi sono le fondamenta, che sempre restano. La casa di Dio cresce su di esse, ma non si confonde con esse. I discendenti vengono dai padri; ma non si identificano con loro. Il figlio, pur essendo uguale al padre, è altro da lui. La comunità di Gerusalemme, ora perseguitata e senza il favore del popolo, reagisce pregando il Padre e cementando la fraternità.


    DIVISIONE
    a. v. 1-2: Erode uccide Giacomo
    b. vv.: 3-6: Erode imprigiona Pietro e la chiesa prega
    c. vv. 7-11: liberazione di Pietro
    d. vv. 12-16: Pietro va dalla comunità
    1 hr 11 min
  • Lectio degli Atti degli Apostoli di lunedì 22 ottobre 2012
    Commento a Atti 11, 19-30

    I cc. 10-15 degli Atti armonizzano i due temi del cristianesimo nascente: l’apertura a tutti e il rispetto della diversità di ciascuno. È la grande sinfonia di Dio che agisce con sapienza e pazienza per accordare tra loro le singole voci dei suoi figli nel Figlio. Qui c’è un nuovo sviluppo, annunciato nel preludio dell’Eunuco e nel “largo” di Cornelio. Se gli apostoli si rivolgono a tutti gli abitanti di Gerusalemme, gli ellenisti (giudei vissuti fuori dalla Palestina) ampliano l’orizzonte alla Giudea e alla Samaria. Ora, grazie alla persecuzione di Stefano, gli ellenisti sono “disseminati” nella Fenicia, a Cipro e ad Antiochia. Anche qui si rivolgono sempre ai loro correligionari. Però alcuni ellenisti di Cipro e di Cirene sono i primi che prendono l’iniziativa di rivolgersi direttamente ai greci, ossia ai pagani. Questi, a differenza dell’Eunuco e di Cornelio, proseliti o simpatizzanti, non hanno dimestichezza con la tradizione giudaica.
    La nuova tappa parte da Giudeocristiani che, abituati a vivere in ambiente pagano, vanno ad Antiochia; e, fuori dalla loro casa, osano per la prima volta annunciare il Vangelo ai pagani. E li, per la prima volta, i credenti in Gesù “sono nominati cristiani”. È una svolta nella storia. Si può dire che il cristianesimo, dopo la gestazione in ambito giudeo, viene alla luce ad Antiochia, Essere “nominato” significa anche essere chiamato alla propria funzione. Qui per la prima volta i discepoli di Gesù assumono la funzione di “cristiani”: testimoniano a tutti il nome del Cristo, salvezza dei giudei prima, e poi di tutte le genti, fino agli estremi confini della terra. Il suo nome è benedizione per tutte le stirpi della terra, secondo la promessa di Dio ad Abramo (Gen 12,3). Se Adamo è il padre di tutti quelli che mancano di fede nel Padre, Abramo è il nuovo Adamo, padre di tutti quelli che credono alla Parola. Questo gli è accreditato a giustizia (Gen 156). Le fede è la medicina che guarisce dalla sfiducia di Adamo nei confronti del padre, radice di ogni ingiustizia. Infatti chi accetta di essere figlio, ristabilisce la relazione vitale con il padre e i fratelli.
    Ad Antochia, dopo il capo, costituito dai discendenti di Abramo, viene alla luce il corpo intero di Cristo, nelle sue varie membra, costituito da tutti gli uomini. Ora il Cristo, che viene dai Giudei, è veramente “luce delle genti” (Lc 2,32 ; cf Is 42,6-9) e “salvatore del mondo” (49,6; Gv 4,42).
    Ma il compimento di questa promessa crea nuovi problemi. Per persone fuori dall’orizzonte culturale e religioso d’Israele, cosa significa accedere alla promessa mediante la fede in Gesù Cristo? Non c’è il pericolo di perdere le radici stesse del germoglio di Davide, così “incarnate” in Israele? Soprattutto come si fa a “mangiare insieme” senza mangiarsi gli uni gli altri? Proprio nel cibo e nello stare insieme emerge la difficoltà di far comunione nella diversità. Sarà l’argomento del dibattito nel “Concilio di Gerusalemme”, lo “scandalo” costante da superare per accogliere altre culture e il mutare stesso di ogni cultura nel confronto con l’altra. In questo perenne cammino di corsa ad ostacoli, la chiesa può progredire e crescere oppure bloccarsi e impedire il disegno di Dio.
    Il progetto del Padre è che ogni popolo, nella sua differenza, possa dire di Sion: “Sono in te tutte le mie sorgenti!” (Sal 87,7). Tutti, giudei e pagani, siamo “uno” in Cristo: “Non c’è più né giudeo né greco, né schiavo né ibero, né maschio e femmina, poiché tutti voi siete uno in Cristo. E se appartenete Cristo, allora siete discendenti di Abramo, eredi secondo la promessa” (Gal 3,28s). Siamo tutti figli di Abramo nella nostre differenze, anche senza quella differenza, la circoncisione, che è segno dell’alleanza. L’amore del Padre e dei fratelli è la vera circoncisione del cuore.
    Come fare comunione non nell’omogeneità ma nell’eterogeneità è un problema teorico e pratico mai risolto. C’è sempre il pericolo di cannibalismo culturale o religioso. Fino a questo punto i credenti in Gesù erano ebrei o simpatizzanti. Da qui innanzi chiunque può essere “cristiano” (=messianico), senza altro vincolo che la fede nel Figlio dell’uomo, che fa di ogni uomo suo fratello, figlio dello stesso unico Padre. In questo senso il cristianesimo cessa di essere una religione con la sua cultura, i suoi riti, la sua lingua, le sue leggi. Unica legge è “conoscere e credere all’amore che Dio ha per noi” (1Gv 4,16) e amarci da fratelli gli uni gli altri come il Padre e il Figlio ci amano. “Chi ama il suo simile ha adempiuto la legge”; “qualsiasi altro comandamento si riassume in queste parole: amerai il prossimo tu come te stesso. L’amore non fa nessun male al prossimo: pieno compimento della legge è l’amore” (Rm 13, 8-10).
    Nel nostro mondo globalizzato torna di estrema attualità il “De pace fidei” di Nicola Cusano. Il principio “cuius regio, eius et religio”, inventato più tardi per evitare massacri tra cristiani, può diventare principio di peggiori massacri per occupare altre regioni. Ovviamente a fin di bene: dare potenza e gloria al proprio dio. Ma questo in realtà è un idolo, perché c’è “un solo Dio, Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, agisce per mezzo di tutti ed è presente in tutti” (Ef 4,6) e che a ciascuno fa doni diversi (Ef 4,7). Non tutti abbiamo tutto: abbiamo dei doni e dei limiti. Viverli non come aggressione o difesa, ma come comunione fraterna, ci rende tutti figli e fratelli tra di noi (1Cor 12,1-13,13). Così conserviamo l’unità dello Spirito e formiamo un unico corpo,ecc. (Ef 4,1ss). L’unica condizione richiesta è quella di essere uomo e accettare ogni altro come se stesso – anzi come proprio Dio e Signore.
    Ciò che divide, è dal maligno. Anche se fosse giusto, è fuori posto e non viene da Dio. Bisogna passare da una religione che vuol difendere il proprio dio (che dio è se necessita di difesa?) a una libertà che accetta ogni uomo in nome del Padre. Questo ci ha insegnato il Figlio. Per questo fu ed è costantemente ucciso in nome del dio che ognuno vuol difendere per averlo in proprietà.
    Luca si è particolarmente interessato del diffondersi del cristianesimo ad Antiochia. Si è informato e ha esposto con cura come furono superati gli ostacoli per portare la promessa a ogni uomo. Questo è e rimane il modo in cui la chiesa deve inculturarsi nella storia, per non ostacolare la corsa del Vangelo e “impedire” l’azione di Dio.


    DIVISIONE
    a. v19: gli ellenisti della Palestina riservavano la Parola ai giudei
    b. vv 20: la svolta di Ciprioti e Cirenei ellenisti, che si rivolgono ai pagani
    c. vv 21: la mano del Signore era con loro
    d. vv 22-24: invio di Barbaba per controllare, ma lui riconosce l’opera di Dio
    e. vv 25-26: Barnaba ripesca Paolo scomparso: sono nominati cristiani
    f. vv 27-30: i profeti predicono la carestia. Missione di aiuto a Gerusalemme
    1 hr 10 min
  • Lectio degli Atti degli Apostoli di lunedì 15 ottobre 2012
    Commento a Atti 11, 1-18

    Gli Atti, come i Vangeli, sono sempre attuali come sempre uguali sono i problemi dell’uomo e della chiesa. Ogni epoca è chiamata a viverli in prima persona. Grave errore è non riconoscerli o far finta che non ci siano. La chiesa dura nel tempo perché la Parola di Dio la chiama a conversione ogni giorno.
    Dio continua nel mondo la sua opera di creatore perché, grazie alla libertà dell’uomo, ci siano cieli nuovi e terra nuova (2Pt 3,13). Allora lui sarà tutto in tutti (1Cor 15,28). A noi però la novità fa paura, perché ci chiede un passo in avanti verso l’ignoto. La realtà non è problematica, se non per chi la vuol negare. Sta a noi cogliere i problemi come occasione di crescita.
    Negli Atti degli apostoli vediamo le fatiche e le gioie della prima comunità che, con sorpresa, scopre lentamente che gli ostacoli interni (le crisi) e quelli esterni (le persecuzioni) sono momenti di crescita. Il corso della storia è una corsa agli ostacoli. Chi si blocca, si sottrae all’opera di Dio e alla propria di suo collaboratore. Qui vediamo l’ostacolo per eccellenza, che è lo scandalo, qualcosa contro cui s’inciampa, con pericolo di cadere.
    Pietro scandalizza i suoi fratelli tradizionalisti che lo contestano. Anche lui, si è scandalizzato di Gesù quando lo chiamò satana (Mc 8,33pp.), come si è scandalizzato alla voce dal cielo che gli dice di mangiare cibo immondo…
    Gesù infatti è pietra di scandalo per tutti (Mc 14,28pp.). Il suo è lo scandalo della croce (1Cor 1,23), salvezza di ogni perduto; per questo scandalizza proprio quelli che sono causa di perdizione. Gesù ha detto di non scandalizzare i piccoli e i perduti; ma dall’inizio alla fine ha scandalizzato i (sommi) sacerdoti, gli scribi e i farisei. Entrò con la frusta nel tempio (Gv 2,13pp.), fu bollato come bestemmiatore (Mc 2,6pp.), pazzo (3,21), indemoniato, alleato di Beelzebul (Mc 3,22) e samaritano (Gv 8,48). Tra le persona religiose ha sempre scandalizzato, oltre che i suoi parenti e i suoi discepoli, anche tutti i potenti, i sapienti e i giusti. Il Vangelo è eterno: così era allora, così è oggi e sarà sempre – fino a quando vedremo Dio faccia a faccia.
    Oggi sembra che la chiesa abbia solo la preoccupazione di non scandalizzare gli ipercredenti, i tradizionalisti che vanno contro la tradizione. Infatti tradiscono il Vangelo perché non lo trasmettono ai poveri, ai piccoli e agli esclusi. Proprio con questi ultimi il Figlio dell’uomo si è identificato, sino a farsi maledizione e peccato ( Gal 3,113; 2Cor 5,21) per salvare tutti. E noi siamo salvati da ciò che facciamo a loro (Mt 25,31ss).
    Se Pietro non supera questo scandalo, interno prima a lui e poi ai credenti più vicini, non adempie il suo compito di testimoniare il Vangelo a tutte le genti e a tutte le culture. Anche noi oggi pretendiamo di insegnare a tutti la nostra legge e il nostro linguaggio. Così scandalizziamo i piccoli e i lontani, per non incomodare noi stessi. Come Gesù e Paolo – con fatica lo fa anche Pietro – dobbiamo imparare a farci “tutto a tutti, per salvare a ogni costo qualcuno” (1Cor 9,22). Invece di insegnare agli altri il nostro alfabeto – cioè la nostra cultura - dobbiamo noi inculturarci agli altri, imparando il loro alfabeto. Paolo si sente debitore del Vangelo ai greci (=pagani) e ai barbari; per questo lo annuncia sino a… Roma (Rm 1,15). Roma infatti è il cuore della paganità, dove convivono schiavi da tutto il mondo.
    Gesù parlava con semplicità alla gente del Regno di Dio, perché tutti potessero capire. Ma parlava con durezza contro le tradizioni che ci inventiamo e tramandiamo noi, annullando la Parola di Dio (cf. Mc 7,1ss). Nostra “tradizione” fondamentale da trasmettere a tutti è l’eucaristia: il corpo di Gesù, consegnato nelle mani di noi peccatori per farsi nostro cibo di vita nuova (cf. 1Cor 11,23ss).
    Se la chiesa è solo preoccupata di non scandalizzare i potenti e quelli che si ritengono nel giusto, tradisce il Vangelo: è dimissionaria dalla sua missione. C’è purtroppo uno scisma grave della chiesa dal mondo al quale è inviata. E questo dipende dalla nostra mondanità: invece di essere a servizio degli altri, vogliamo che gli altri servano a noi, alle nostre idee e alla nostre istituzioni. Ci siamo costruito il nostro “piccolo mondo antico” e da esso non ci vogliamo smuovere, contrabbandandolo come Regno di Dio. Così inganniamo noi stessi e scandalizzando i piccoli a cui siamo inviati.
    La chiesa di Gerusalemme è scandalizzata e contesta Pietro perché è entrato dai pagani e ha mangiato con loro. Pietro si difende confessando il suo stesso scandalo alla voce di Dio e raccontando la visione di Cornelio, l’incontro con lui e la discesa dello Spirito su tutti loro, come già sugli apostoli.
    Dio stesso ha condotto tutta la storia, scandalizzando i credenti per aprirli ai fratelli. Pietro conclude dicendo: “Chi ero io per impedire Dio?”. Lui, come loro, ha cercato di ostacolarlo, ma non è riuscito a impedirgli di compiere il suo disegno…
    Quando capiremo questo? Ogni volta che Dio agisce, è per noi uno scandalo. È veramente scandaloso e “paradossale” quanto egli fa e si fa per noi: muore in croce per noi che lo uccidiamo!
    L’azione di Dio con Cornelio e Pietro è raccontata tre volte: descritta prima in diretta, è poi narrata altre due volte. È la storia continua della fedeltà di Dio e delle nostre resistenze ad essa. Ostinato lui ad agire per aprirci alla sua grazia, ostinati noi a reagire per chiuderci ad essa!

    N.B. I suoi fratelli accusano Pietro di essere “entrato” dai non circoncisi e aver “mangiato con loro”. Il tema, sviluppato con sapiente progressione, occupa i cc. 10-15 degli Atti. La trasgressione di Pietro è l’essenza del cristianesimo, aperto a ogni uomo, prescindendo da appartenenze religiose, razziali e culturali. Infatti Dio si è rivelato nella carne del Figlio dell’uomo che si è fatto fratello di ogni uomo. Per questo è figlio di Dio, e in lui Dio di manifesta Padre di ogni uomo. “Entrare” e “mangiare”, essere ospiti e vivere insieme da fratelli che si accolgono l’un l‘altro, è l’unica legge che compie ogni legge (Rm 13,8-19), senza discriminare alcuno e unendoci tutti. Ma non è un’unione “antropofagica”, dove uno mangia l’altro – come fa ogni religione: “Chi non è come noi, è altro da noi, potenzialmente contro di noi!”. Infatti si mangia “con” l’altro, creando comunione d’amore – che suppone alterità e valorizza limiti e differenze. Solo così si genera altri e continua la vita sulla terra. “Ospitarsi” reciprocamente e “mangiare insieme” invece di mangiarsi l’un l’altro, è il nocciolo di ogni relazione: di coppia, di famiglia, di comunità, di stato e di nazioni. Oggi il mondo è ormai un villaggio globale. Ora l’uomo è finalmente costretto a ospitare ogni altro come fratello, altrimenti è impossibile la vita sulla terra.
    Con la morte in croce del Figlio dell’uomo – ucciso dalla religione, dai potenti e, simbolicamente, anche dai discepoli che lo abbandonano – Dio ha fatto unità tra tutti i suoi figli dispersi nel mondo (Gv 11,52; 1Gv 2,2; Ef 3,13-18). La libertà dei figli di Dio, frutto della croce del Figlio dell’uomo, è il centro della lettera ai Galati. È il manifesto del cristianesimo: Dio è per l’uomo, perché ogni uomo, facendosi fratello di ogni figlio d’uomo, diventi come Dio. In questa comunione ogni differenza si relativizza per entrare in relazione con l’altro. Anche quella differenza che ci differenzia dagli altri – ossia la circoncisione, segno di appartenenza al “noi” dell’alleanza – è mantenuta, ma non discrimina più: va mantenuta come segno dell’ “lalterità” che si apre a ogni altro, come all’Altro. Così il figlio maggiore si apre al minore e si sana la ferita di Caino – radice di ogni fraternità negata e negazione della stessa Paternità. Ora l’alleanza, come fu promesso ad Abramo, si estende a ogni uomo (Gen 12,3), a ogni “carne” (Gl 3,1).


    DIVISIONE
    a. v. 1: la novità del fatto: i pagani sono come gli apostoli e i fratelli giudei!
    b. vv. 2-3 : i circoncisi accusano Pietro per esser entrato e aver mangiato da un pagano
    c. vv. 4-12: Pietro capisce il loro scandalo e confessa il suo scandalo alla voce di Dio
    d. vv. 13-14: racconta la visione di Cornelio
    e. vv. 15-17: racconta il dono dello Spirito: chi sono io per contestare Dio?
    f. v. 18: si acquietarono e glorificavano Dio per i pagani
    1 hr 7 min
  • Lectio degli Atti degli Apostoli di lunedì 8 ottobre 2012
    Commento a Atti 10, 44-48

    Un giovane zelante denunciò a Mosè Elad e Medad che profetavano. Allora Giosuè disse a Mosè “Mosè, signore mio, impediscili”. Ma Mosè gli rispose: “Sei tu geloso per me? Fossero tutti profeti nel popolo del Signore e volesse il Signore dare a loro il suo spirito” !” (Nm 11,28s). Impedire l’acqua e lo Spirito è lo sport preferito delle persone di chiesa buone e zelanti.
    In questo racconto, nonostante tutte le resistenze di Pietro, con sorpresa e probabile disappunto da parte sua, lo Spirito si effonde non solo sul popolo di Dio, ma sui pagani, dei quali Cornelio e famiglia sono le primizie.
    L’acqua va sempre dove deve andare. Se il vapore sale dalla terra al cielo, l’acqua scenda dal cielo sulla terra, e va sempre più in basso, fino a raggiungere il mare. L’acqua, come la vita, non può essere negata a nessuno. Così Dio non nega a nessuno il suo Spirito: vuol comunicarsi a ogni carne.
    Si conclude con il sigillo dello Spirito l’incontro tra Cornelio e Pietro, che poi lo battezza. Nonostante che Dio disponga di visioni ed estasi per agire nel cuore degli uomini – e qui le ha usate – non era chiaro a nessuno dei due cosa sarebbe successo: è diventato chiaro dall’obbedienza di ambedue alla voce del Signore che porta l’uno a incontrare l’altro.
    È in ciò che capita negli spostamenti e nei dubbi, nelle paure e negli incontri tra i due – descritti al rallenty per mostrare come sono lunghi e faticosi – che Dio rivela ciò che vuole.
    La storia di salvezza non viene solo dalla sua parola, ma dalla storia concreta che questa mette in moto chi l’ascolta. Se Cornelio o Pietro non avessero ascoltato e eseguito la Parola, non sarebbe successo niente.
    Ma lo stesso vale da sempre. Per questo Dio si rivela negli eventi di chi ascolta la Parola, e non nelle idee che uno ne può dedurre. La Parola è Atto puro! Pietro, con i suoi ragionamenti e resistenze, non si sarebbe mai mosso. Al massimo avrebbe potuto far scrivere da Silvano, suo fedele scrivano (1Pt 5,12), una lettera apostolica sul puro e sull’impuro, mischiandovi i suoi distingue e le sue idee.
    L’umiltà di Pietro, che si affida con paura a chi viene a prenderlo, ha fatto scaturire la rivelazione: la salvezza viene dalla Parola ma si realizza nei fatti.
    Qui vediamo lo Spirito che viene mentre Pietro parla di Gesù ai pagani, ancora prima che lui li battezzi e imponga le mani. Per lui e i suoi condiscepoli non sono bastati i tre anni con Gesù: ci vogliono ancora quaranta giorni dopo la risurrezione e altri dieci dopo l’ascensione. Dato che la loro testimonianza è fondante anche per noi, dovevano “diventare” ciò per cui sono scelti attraverso un lungo cammino di esperienza.
    Lo Spirito è sovrano: agisce dove e come vuole nel mondo, anche e soprattutto fuori dai nostri schemi. Non ha la privativa né Simon Mago ma neppure Simon Pietro. L’azione di Dio ci anticipa nella storia con il suo Spirito che muove il cuore delle persone.
    Per questo la Parola è efficace: evoca e fa ri-cordare ciò che già Dio ha messo nel cuore di ogni uomo. Siamo fatti da lui, per lui e in lui sussistiamo (Col 1,16s); in lui siamo e respiriamo: di lui stirpe noi siamo (At 17,28). Realmente lui è in noi più intimo a noi di noi stessi. La sua parola bussa al nostro cuore Ap 3,20); noi gli apriamo perché è la Parola stessa è l’essere del nostro essere che in essa si riconosce. La Parola che ci dà la possibilità di diventare figli di Dio è principio e fine di tutto, dandoci la Gloria che ci svela (Gv 1,1ss).
    Questo capitolo non segna solo l’ingresso del non-giudeo alla fede cristiana: i cc. 10-15 sono un esempio grandioso del discernimento davanti a Dio e delle sue dinamiche che comporta l’apertura del cristianesimo all’ “uomo”, di qualunque razza e cultura.
    La storia dei figli di Abramo non avrebbe mai avuto la sua caratteristica di universalità senza lo stuolo di profeti che l’hanno di continuo scritta e attualizzata. Così anche il cristianesimo non sarebbe una religione universale, ma una semplice eresia giudaica senza Paolo e quelli come lui venuti dopo di lui.
    Ultimo di questi è stato P. Carlo Maria Martini: la sua capacità di vedere lo Spirito di Dio che agisce nella storia, ne ha fatto un profeta del nostro tempo, per impedire che il cristianesimo diventi una setta religiosa chiusa in se stessa, nelle sue idee, nei suoi riti, nei suoi paramenti, nelle sue norme e leggi. E come i profeti, ha sofferto e fu osteggiato in tutti i modi. Ringraziamo Dio che in questi tempi ci ha dato questa “luce, che brilla davanti a tutti gli uomini” – tranne che ai credenti nelle proprie idee invece che in Dio e nella sua opera.

    DIVISIONE
    a. v. 44: l’effusione dello Spirito sovrana e libera, come sugli apostoli
    b. v. 45: stupore dei giudeo-cristiani
    c. v. 46. parlare in lingue a magnificare Dio
    d. v. 47: conclusione di Pietro: non impedire l’azione di Dio
    e. v. 48: battesimo nel nome di Gesù
    1 hr 13 min
  • Lectio degli Atti degli Apostoli di lunedì 14 maggio 2012
    Commento a Atti 10, 34-43

    Pietro, dopo il lungo cammino fatto grazie agli inviati di Cornelio, che lo fanno venire a Cesarea , dopo la triplice rivelazione che Dio gli fa dicendogli che nulla è impuro ai suoi occhi e dopo l’incontro con Cornelio che gli chiede di dirgli ciò che Dio gli ha ordinato di dire, capisce cosa dire e lo proclama.
    Capisce che tutti gli uomini sono suoi fratelli, amati dal Padre e riscattati dall’amore del Figlio. Questo è il Vangelo che Dio gli ordina di proclamare. Dirà Paolo:“Guai a me se non evangelizzo” (1Cor 9,16). Se non testimonio l’amore del Padre ai fratelli, non sono figlio io: non ho ancora l’amore di Cristo, che mi spinge verso tutti al pensiero lui ha dato la vita per tutti, affinché ciascuno diventi creatura nuova: “Le cose vecchie sono passate, ne sono nate di nuove” (2Cor 5,14ss).
    Della nuova creazione tutti fanno parte: ci sono cieli nuovi e terra nuova, perché tutti gli uomini sono figli e fratelli, senza nessuna distinzione di razza, cultura e religione. Gesù, il Figlio, è il Signore di tutti e ha salvato tutti rivelandoci il mistero dell’identità nostra e di Dio: Dio è Padre, che ama e serve i suoi figli, e noi, se siamo figli, dobbiamo amarci e servirci reciprocamente come Gesù ci ha insegnato.
    In questo discorso abbiamo il “Credo apostolico”, fondamento della nostra fede. Non è un’insieme di dottrine e leggi, ma un racconto di fatti: i dogmi non sono idee, ma ciò che Gesù ha fatto e fa per ridarci la nostra vita, che è la sua stessa di Figlio di Dio.
    È l’ultimo discorso di Pietro negli Atti: capisce che la conversione a Cristo dei pagani è volontà e opera di Dio, al di à delle sue resistenze. Con queste sue parole il cristianesimo si apre alla sua missione universale, sino all’estremità della terra: Gesù, il Figlio crocifisso e risorto, è il sovrano universale, giudice del mondo. In lui si compiono tutte le promesse fatte da Dio ad Abramo e, nella sua discendenza, a tutte le stirpi della terra.
    DIVISIONE
    a. vv.34-5: l’illuminazione di Pietro: tutti uguali davanti a Dio;
    b. vv. 36-38: sintesi vita di Gesù, Parola inviata da Dio
    c. vv.: 39-43: testimonianza apostolica: credo apostolico salvezza di ogni uomo


    COMUNICAZIONE IMPORTANTE: sul sito www.gesuiti-villapizzone.it stiamo pubblicando le trascrizioni delle Lectio.



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Le lectio degli Atti degli Apostoli tenute da Silvano Fausti e dai suoi confratelli della Comunita di Villapizzone (Milano) il lunedi sera.
L'icona è l'opera "Der Morgen am See" di Sieger Köder