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IL QUINTO EVANGELO DI BIFFI, UN LIBRO PER RIDERE E PER RIFLETTERE
di Don Stefano Bimbi
"Il quinto evangelo" del cardinale Giacomo Biffi è un piccolo capolavoro di satira teologica scritto nel 1969, quando era ancora parroco. Ha avuto molte edizioni negli anni (la dodicesima nel 2023), segno della sua lungimiranza e perenne attualità.
Nel libretto di poco più di un centinaio di pagine il cardinale finge il ritrovamento di antiche pergamene per smascherare il nuovo catechismo della mentalità dominante: un cristianesimo accomodato, pronto a confermare desideri e abitudini più che a convertirli. Il pretesto narrativo è spassoso: un prete narratore e il suo vecchio amico, il commendator Giovanni Migliavacca, industriale generoso, inciampano in frammenti greci che parrebbero svelare un "quinto" testo evangelico. Attorno al reperto si mobilitano commissioni e dotti d'oltralpe, ma l'autore corre avanti e offre una traduzione rapida, quasi a dimostrare che certi entusiasmi moderni cercano un avallo antico.
Il commendatore, disegnato con gusto e benevola ironia, incarna la buona coscienza del benessere. Lavora sodo, fa beneficenza, pretende efficienza, chiede alla religione di non complicargli la vita. Le sue virtù sono autentiche, ma diventano misura del Vangelo: se la fede consola e arreda, bene; se disturba, è invadenza. Proprio per questo, davanti alle pergamene, è il primo a intuire l'"utilità" del reperto: finalmente un testo che non obbliga troppo, che benedice il quieto vivere, che si adatta al ritmo della produzione e del consumo senza chiedere cambiamenti radicali.
Il libro funziona perché imita con precisione i tic del presente. C'è il culto dell'edizione critica che non finisce mai, la deferenza verso commissioni e comitati, la fretta di ribattezzare ogni trovata come "ritorno alle origini". Se i quattro Vangeli non reggono certi slogan, ecco pronto un quinto, più flessibile e aggiornato. Così vediamo un cristianesimo che scivola dall'annuncio alla comunicazione, dalla testimonianza al marketing. E comprendiamo quanto sia facile invocare l'autorità della Storia per giustificare il presente invece di lasciarsi giudicare da esso.
UNO SPECCHIO DEL MONDO
Il "nuovo vangelo" profilato tra le righe non è una burla gratuita, ma uno specchio. È la rassegna delle nostre scorciatoie spirituali. Il Cristo ne esce ridotto a maestro di buone maniere; la grazia diventa autostima; la misericordia, amnistia universale. La colpa diventa un errore di valutazione; la croce un simbolo estetico; la risurrezione una metafora motivazionale. L'etica si fa situazionale e reversibile: l'importante è "non giudicare", cioè non distinguere. La liturgia scivola nello spettacolo e la comunità nell'associazione di mutuo conforto, dove ci si incoraggia a vicenda a restare come si è.
Il cardinal Biffi sbeffeggia il mondo e così ci invita a riscoprire le nostre domande più profonde. Conosce le aspirazioni nobili del nostro tempo - pace, inclusione, diritti per tutti - ma sa che sono slogan per sganciarsi dalla verità del Vangelo. Pace senza giustizia, inclusione senza conversione, diritti senza doveri: parole splendide che, sciolte dalla croce di Cristo, si svuotano. L'ironia diventa così pastorale: diverte, ma sveglia. Ricorda che l'amore cristiano è più esigente proprio perché è più reale; non si accontenta di emozioni condivise, chiede atti e cambi di rotta.
Notevole anche il tratto letterario. La lingua è tersa, spiritosa, piena di trovate. Dietro il sorriso si sente la serietà del vescovo che difende il tesoro della fede dall'abbraccio soffocante del conformismo culturale. Non nostalgia, ma custodia intelligente di ciò che salva. Il cardinale dimostra con questo libretto che per voler bene a una persona non si deve addomesticare la verità. Il libro non umilia chi lo legge: lo accompagna e lo provoca con delicatezza. Nel farlo mostra come il cristianesimo non sia disprezzo dell'umano, ma elevazione: la concretezza, il gusto dell'efficacia, la generosità spontanea sono beni da salvare, purché non si sostituiscano al Vangelo vero. La santità, suggerisce il cardinale, non è l'anticamera del moralismo: è la pienezza della vita che prende sul serio la grazia.
"Il quinto evangelo" ha un valore apologetico. Aiuta a riconoscere le parole svuotate - misericordia, dialogo, coscienza, libertà - e le rimette al loro posto. Mostra come diventino slogan quando perdono il riferimento a Cristo e alla sua Pasqua. È un esercizio di discernimento che non pretende di chiudere i problemi, ma di purificare lo sguardo. Ci consegna un criterio semplice: il Vangelo autentico non teme di chiedere conversione, non rinuncia alla verità per paura del conflitto, non separa l'amore dalla giustizia e la tenerezza dalla chiarezza.
ESTRATTI DA IL QUINTO EVANGELO
Perché leggerlo oggi? Perché siamo immersi in una spiritualità "light", dove il bene coincide con il consenso, la fede con l'emozione, la speranza con l'ottimismo. Il cardinal Biffi invita la Chiesa e i cristiani al coraggio. La Chiesa deve essere madre e maestra, non ufficio stampa delle mode. È un appello che riguarda anche i laici: smettere di usare Dio come garanzia della propria rispettabilità e lasciarsi finalmente convertire, perché la gioia cristiana non è una decorazione, ma una vita che ricomincia.
Ecco alcuni estratti da Il Quinto Evangelo.
«In quel tempo passò tutta la notte a presiedere la discussione dell'assemblea dei discepoli per la scelta dei dodici apostoli. Diceva infatti: Nessuno può veramente rappresentare gli altri uomini, se non è eletto da loro. Poi chiamò a sé coloro che l'assemblea aveva indicato». (Frammento 8)
«Ti ringrazio o Padre perché hai voluto rivelare i misteri del Regno ai dotti e agli intelligenti, che così li potranno spiegare ai semplici». (Frammento 11)
«Che giova all'uomo salvare la propria anima, se poi non riesce a conquistare il mondo?». (Frammento 21)
«Se il mondo vi odia, è segno che non lo capite. Conformatevi al mondo e il mondo vi salverà». (Frammento 22)
«E Gesù disse a Maria, sorella di Lazzaro: Un profumo di trecento denari non poteva essere venduto per aiutare i poveri? Giuda mormorò: Guarda! proprio quello che volevo dire io». (Frammento 26)
Si chiude il libro più allegri e anche più inquieti. Allegri, perché l'intelligenza che sorride è già un atto di libertà. Inquieti, perché ci accorgiamo di quante volte cerchiamo una fondazione nobile alle nostre scorciatoie. Il pregio maggiore di queste pagine è proprio questo: costringono a tornare ai quattro Vangeli senza alibi, per non inventarne uno di comodo ogni volta che conviene.
LA BELLA, LA BESTIA E IL CAVALIERE
Dopo "Il quinto evangelo", dove il cardinal Biffi smascherava con il sorriso l'istinto di fabbricarci un cristianesimo su misura, "La Bella, la Bestia e il Cavaliere" porta la stessa lucidità su un terreno più ampio: il destino dell'Occidente. Se prima la satira denunciava il "vangelo" conforme alla mentalità corrente, qui l'allegoria svela la trama culturale che rende possibile quel falso vangelo. Cambia il registro - dal falso documento alla fiaba morale - ma resta l'urgenza: tornare a Cristo per non perdere l'umano.
"La Bella" è la civiltà quando riconosce la propria origine nella verità e nella bellezza che vengono da Dio. Non è estetismo: è l'armonia tra ragione e fede, tra libertà e verità, tra diritto e bene. È la memoria delle radici cristiane che hanno dato all'Europa arte, diritto, università, ospedali. Quando la cultura resta ancorata a questo respiro, l'uomo fiorisce e la società diventa casa.
"La Bestia" è l'Occidente quando recide le radici. Assume molti volti: il relativismo che dissolve la verità, l'ideologia che pretende di rifare l'uomo, il tecnicismo che misura tutto e non adora più nulla, l'emotivismo che scambia il sentimento per criterio. La Bestia promette libertà facile e lascia dietro di sé smarrimento. È la caricatura della misericordia e la negazione della giustizia. Il cardinale non si limita a deplorare: mostra il meccanismo che, negando Dio, finisce per negare l'uomo.
Il "Cavaliere" è la Chiesa e, dentro di essa, ogni battezzato chiamato a vegliare sulla Bella e a combattere la Bestia. Il Cavaliere coltiva la ragione, ama la liturgia, serve i poveri, educa le coscienze. Sa che la verità alla fine vince, ma va difesa e annunciata. Il suo armamentario è da duemila anni sempre lo stesso: dottrina, Sacra Scrittura, sacramenti, opere di carità, istruzione. La sua strategia è antica e sempre nuova: conversione personale, comunità viva, missione permanente.
Il compianto cardinale di Bologna scrive con la sua inconfondibile ironia: battute affilate, immagini limpide, zero compiacimenti. Ma la leggerezza non attenua la diagnosi. L'Occidente è stanco perché ha smarrito il centro. Quando la verità è opzionale, la politica diventa amministrazione del consenso; quando la persona è senza trascendenza, l'etica scivola nel calcolo; quando la Chiesa rincorre il plauso, perde la voce. Per questo l'autore insiste sul primato di Dio: è la condizione per salvare l'umano, non un orpello da tempi andati.
Che cosa propone, in concreto, il Cavaliere? Tre mosse essenziali. Primo: ricostruire l'unità tra fede e ragione, contro l'alternativa falsa che ci vuole o devoti senza cervello o scettici senza cuore. Secondo: restituire spessore alla coscienza, educandola alla verità e non al gusto del momento. Terzo: riaccendere la missione, non come una delle tante prop