LIBRI GARANTITI - Scelti per voi

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LIBRI GARANTITI - Scelti per voi episodes

  • Il romanzo di Giulio Verne sulla Vandea che l'editore rifiutò
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=5597

    IL ROMANZO DI GIULIO VERNE SULLA VANDEA CHE L'EDITORE RIFIUTO' di Rino Cammilleri
    Dire Giulio Verne è dire uno dei romanzieri "classici" più saccheggiato dal cinema. Sono poche, infatti, le sue opere che non hanno avuto un adattamento cinematografico. Alcuni film tratti da suoi libri, anzi, sono stati pure premiati con l'Oscar. Si pensi a Il giro del mondo in 80 giorni del 1956 con David Niven e Shirley MacLaine o a Ventimila leghe sotto i mari del 1954 con Kirk Douglas e James Mason.
    Il francese Jules Verne è stato, con l'italiano Emilio Salgari, l'autore di avventure più letto dai ragazzi fino, almeno, alla mia generazione. Alcuni lo considerano, non a torto, l'inventore della fantascienza. Desta perciò qualche meraviglia apprendere che, nel 1863, Verne pubblicò a puntate su una rivista parigina un romanzo di guerra. Quando, da lì a poco, divenne celebre, volle raccogliere quelle puntate in volume. Ma l'editore rifiutò. Perché? Perché Verne aveva ambientato quel suo lavoro nella guerra di Vandea e, per giunta, aveva tifato apertamente per i vandeani. Verne era bretone e la «Vandea militare» aveva avuto in Bretagna uno dei suoi epicentri. Dunque, era cresciuto con nelle orecchie i racconti degli anziani, i cui padri avevano versato il sangue per Dio e per il Re nell'Armée Catholique.
    Ma la Francia in cui viveva era figlia della Rivoluzione, dei giacobini e della ghigliottina. Perciò, non si poteva parlar bene degli insorgenti vandeani. Il romanzo di Verne fu pubblicato in Italia dopo molti anni; in Francia vide la luce solo alla fine del XX secolo. Ora lo ripubblica Solfanelli, con una prefazione di Gianandrea de Antonellis: Il conte di Chanteleine (pp. 128, € 12). «Un tempo, prima della Rivoluzione, i preti erano in grande venerazione in tutta la Bretagna; essi non erano incorsi negli eccessi né in quegli abusi di potere che caratterizzarono il clero delle altre province più "culturalmente avanzate"». Poi arrivarono i preti «giurati» e il popolo li rifiutò, preferendo assistere alle funzioni clandestine dei «refrattari» (cioè i sacerdoti che avevano rigettato la Costituzione civile del clero di matrice rivoluzionaria).
    Dice il protagonista: «Io ho visto da vicino questi ministri del cielo! Io li ho visti benedire ed assolvere un esercito intero inginocchiato prima della battaglia! (...) io li ho visti poi gettarsi nella mischia con il crocifisso in mano, soccorrere, consolare, assolvere i feriti fin sotto il fuoco dei cannoni repubblicani». E quando arrivarono i preti «costituzionali» il popolo si indignò: «Ci fu lotta e battaglia in più di un luogo; i contadini scacciarono i preti giurati e parecchie prese di possesso di parrocchie furono bagnate dal sangue».
    Venne la «legge dei sospetti» del 1793 che così recitava:
    «Sono reputati sospetti:
    1) coloro che sia con la condotta sia con le loro relazioni, con parole o con scritti, si mostrarono partigiani della tirannia, del federalismo e nemici della libertà;
    2) coloro che non potranno giustificare il loro modo di esistere e l'acquisto dei loro diritti civici;
    3) coloro a cui furono rifiutati certificati di civismo;
    4) i funzionari pubblici sospesi o destituiti dalle loro funzioni;
    5) coloro fra gli ex nobili, tutt'insieme mariti, mogli, padri, madri, figli o figlie, fratelli e sorelle, e agenti di emigrati, che non manifestarono costantemente il loro attaccamento alla rivoluzione».
    Insomma, tutti.
    La goccia che fece traboccare il vaso fu l'introduzione della leva obbligatoria che, togliendo le migliori braccia al lavoro dei campi, avrebbe affamato il popolo di una civiltà contadina. I nobili fecero il loro dovere, assumendosi la guida degli insorti. Molti rimasero sul campo: il generale vandeano d'Elbée, malato, fu fucilato sulla sua poltrona; a Henri de la Rochejaquelein, ventunenne, fu fatale la misericordia: sorpresi due bleus isolati, ne chiese la resa facendo loro grazia della vita, ma uno di quelli gli sparò in fronte. E fu il primo genocidio, scientifico e pianificato, della storia. Verne lo sapeva: «Durante quel tempo i più sanguinari agenti del Comitato furono inviati nelle province. Carrier a Nantes, dopo l'8 ottobre, immaginò quei mezzi che chiamava "deportazioni verticali" e il 22 gennaio inaugurò i battelli da affondare nella Loira carichi di prigionieri dell'esercito della Vandea».
    7 min
  • Filotea, il libro spirituale che tutti dovrebbero aver letto
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=5593

    FILOTEA, IL LIBRO SPIRITUALE CHE TUTTI DOVREBBERO AVER LETTO di Costanza Miriano
    Lo so che san Francesco di Sales era ieri, e quindi avrei dovuto scrivere l'altro ieri in modo da pubblicare nel giorno giusto, ma invece mi sono ritrovata a finire l'ufficio delle letture alle 23.52, e quindi niente, eccomi. Che santo fosse lo sapevo, perché è il patrono dei giornalisti, e allora mi ricordo ogni anno che sta per scadere la tassa annuale di iscrizione all'Ordine (ognuno ha i suoi promemoria).
    Insomma, mi ritrovo che è già domani, e io ancora sto leggendo il brano tratto dall'Introduzione alla vita devota. Mi ricordo così che la Filotea campeggia da anni in quella sezione della mia libreria, che attualmente consta di tre scaffali, dedicata ai libri che assolutamente devo leggere, che ho comprato e messo da parte per quando smetterò con questa illogica abitudine di andare anche a dormire, ogni tanto.
    Però, quando un libro te lo consigliano tipo otto sacerdoti, probabilmente il cielo ti sta facendo arrivare un messaggio, neanche troppo criptato: LEG-GI-LO, zuccona! (Zuccona l'ho aggiunto io ma Dio non potrà che concordare).
    E così questa sera mi ci sono messa. Che dire, giusto una giornalista poteva recensire un libro senza averlo finito, però ecco, mi premeva non lasciar passare la sua festa senza dare anche a voi questo compito a casa che mi sono assegnata. Il monaco wi-fi non dovrebbe mancare la lettura di questo classico, che è stato il primo a prendere sul serio il desiderio di Dio dei laici, e a proporre alle persone che vivono nel mondo un piano intelligente e organizzato "per condurre l'anima dal primo desiderio della vita devota fino alla ferma risoluzione di abbracciarla".
    Non si può non amare questo vescovo nobile nato nel '600 in Savoia da famiglia ricca e molto ben inserita, insomma il massimo dello chic, che rinuncia a tutto, e che ha il coraggio di dire "scrivo di vita devota senza essere devoto, ma non mi manca il desiderio di diventarlo" (si sa che i santi più sono santi più vedono i propri limiti, perché illuminati inpieno dalla luce di Dio).
    Il trattato è diviso in cinque parti: nella prima parla di come organizzare seriamente i nostri buoni propositi, nella seconda dei mezzi per avvicinarsi a Dio (sacramenti e preghiera), nella terza delle virtù e dei consigli per rafforzarle, nella quarta degli inganni del nemico, mentre nella quinta "guida l'anima un po' in disparte per rinfrescarsi", prima di riprendere il cammino più speditamente.
    Il brano che ogni anno la Chiesa ci ripropone all'Ufficio delle letture [vedi nota in fondo all'articolo, N.d.BB] è quello in cui ci ricorda che una madre di famiglia non può non metter da parte nulla come i cappuccini, né un artigiano passare tutto il giorno in chiesa come un religioso (insomma, il famoso fenomeno delle parrochesse, le donne che stanno più in parrocchia che in casa).
    Davvero una miniera di intuizioni e chiarimenti lucidi e intelligenti, come sto sbirciando qua e là tra le pagine. Mi rituffo nella lettura... [...]
    Nota di BastaBugie: nell'articolo è stata citato un brano tratto dalla Filotea o introduzione alla vita devota di S. Francesco di Sales (Parte 1, Cap. 3), che spiega come la vera devozione sia possibile in ogni vocazione e professione.
    Eccolo nella sua interezza:
    Nella creazione Dio comandò alle piante di produrre i loro frutti, ognuna «secondo la propria specie» (Gn 1, 11). Lo stesso comando rivolge ai cristiani, che sono le piante vive della sua Chiesa, perché producano frutti di devozione, ognuno secondo il suo stato e la sua condizione.
    La devozione deve essere praticata in modo diverso dal gentiluomo, dall'artigiano, dal domestico dal principe, dalla vedova, dalla donna non sposata e da quella coniugata. Ciò non basta; bisogna anche accordare la pratica della devozione alle forze, agli impegni e ai doveri di ogni persona.
    Dimmi, Filotea, sarebbe conveniente se il vescovo volesse vivere in una solitudine simile a quella dei certosini? E se le donne sposate non volessero possedere nulla come i cappuccini? Se l'artigiano passasse tutto il giorno in chiesa come il religioso e il religioso si esponesse a qualsiasi incontro per servire il prossimo come è dovere del vescovo? Questa devozione non sarebbe ridicola, disordinata e inammissibile? Questo errore si verifica tuttavia molto spesso. No, Filotea, la devozione non distrugge nulla quando è sincera, ma anzi perfeziona tutto e, quando contrasta con gli impegni di qualcuno, è senza dubbio falsa.
    L'ape trae il miele dai fiori senza sciuparli, lasciandoli intatti e freschi come li ha trovati. La vera devozione fa ancora meglio, perché non solo non reca pregiudizio ad alcun tipo di vocazione o di occupazione, ma al contrario vi aggiunge bellezza e prestigio.
    Tutte le pietre preziose, gettate nel miele, diventano più splendenti, ognuna secondo il proprio colore, così ogni persona si perfeziona nella sua vocazione, se l'unisce alla devozione. La cura della famiglia è resa più leggera, l'amore fra marito e moglie più sincero, il servizio del principe più fedele, e tutte le altre occupazioni più soavi e amabili.
    È un errore, anzi un'eresia, voler escludere l'esercizio della devozione dall'ambiente militare, dalla bottega degli artigiani, dalla corte dei principi, dalle case dei coniugati. È vero, Filotea, che la devozione puramente contemplativa, monastica e religiosa può essere vissuta solo in questi stati, ma oltre a questi tre tipi di devozione, ve ne sono molti altri capaci di rendere perfetti coloro che vivono in condizioni secolari. Perciò dovunque ci troviamo, possiamo e dobbiamo aspirare alla vita perfetta.
    8 min
  • L'Italia non è più italiana
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=5585

    L'ITALIA NON E' PIU' ITALIANA di Mario Giordano
    L'Italia è stata venduta. Pezzo a pezzo. E, se non cambierà qualcosa in fretta, se non metteremo un freno, tra poco il nostro amato Paese non ci sarà più. Non a caso, mentre stavo scrivendo questo libro, nel pieno del dibattito sulla manovra economica (un classico d'autunno, come le castagne e il beaujolais) è spuntata fuori la ricetta per l'Italia della Bundesbank, la banca centrale tedesca: «Voi doffere fare subito nuova tassa, voi doffere fare patrimoniale del 20 per cento su tutti ffostri risparmi».
    Bella idea, no? Se venisse mai applicata, la nostra economia crollerebbe e l'opera di spoliazione sarebbe definitivamente conclusa. Si porterebbero via tutto ciò che resta. È quello che vorrebbero a Parigi e Berlino. Altro che Unione europea. (...)
    BYE BYE ITALIAN LIFE
    Una volta, se trovavi una cimice nel piatto, denunciavi il ristorante. Adesso, invece, il ristorante vince un premio. Una menzione d'onore. Una citazione da Guida Michelin. Perché la cimice nel piatto è alla moda. Chic. Trendy. E pure ecologicamente corretta. Rassegnatevi: dal 1° gennaio 2018, in materia di cibo, abbiamo compiuto un altro fondamentale passo in avanti. Infatti, grazie a una direttiva Ue (e te pareva) si possono portare sulla tavola degli italiani gli insetti.
    Basta con spaghetti e pizza, addio carbonara e quattro stagioni. Arrivano locuste al vapore, grilli al curry, tarantole fritte, zuppa di zanzare, cavallette al cioccolato, vermi giganti, camole, millepiedi e naturalmente un po' di cimici in salsa di soia. E avanti, tutti a ingurgitare certa roba che, a vederla, si direbbe destinata a uscire dal corpo. Mica a entrarci. Ma che ci volete fare? Questo è l'ultimo passo del famolo strano, anzi famolo straniero, a tavola. C'è chi scommette che tra qualche decennio sarà normale abboffarsi di locuste e vermicelli, come lo è già per molte culture asiatiche. Dicono che diventerà il cibo del futuro, e che questo sarebbe un bene per tutti.
    Storcete il naso? Probabilmente lo avreste fatto anche quarant'anni fa, quando aprivano i primi sushi giapponesi o i primi ristoranti cinesi con annesso involtino primavera. Adesso, invece, la cucina etnica dilaga: nel 2018, secondo una ricerca Nielsen Trade, 14 milioni di italiani hanno tradito le tagliatelle di nonna Pina per un piatto esotico. Sono il doppio rispetto a cinque anni fa. Il doppio. Quasi un italiano su due (il 42 per cento, per l'esattezza) quando esce alla sera, sempre secondo la ricerca Nielsen, sceglie un ristorante non italiano. Più di uno su due (il 52 per cento) lo consuma abitualmente fra le mura domestiche. Proprio così: stiamo dimenticando come si cucinano i tajarin, però non perdiamo l'occasione per rimpinzarci di nachos e tacos. Come stupirsi se, tra un po', ci aggiungeremo il contorno di zanzare fritte? (...)
    ITALIA SAUDITA
    Avete presente il Bosco Verticale di Milano, progettato dall'architetto Stefano Boeri, quello che ha vinto premi su premi come miglior grattacielo del mondo?
    È di proprietà del Qatar. E la Torre Solaria, che sta lì accanto, con i suoi 143 metri di altezza, il palazzo residenziale più alto d'Italia? Pure quella è del Qatar. E gli altri 23 edifici di Porta Nuova, il cuore della nuova Milano, una delle zone più chic e moderne della metropoli? Tutti del Qatar. E il Westin Excelsior di via Veneto a Roma, l'hotel simbolo della Dolce Vita, quello amato dai Kennedy e dai principi di Monaco, da Paul Newman ed Elizabeth Taylor, da Frank Sinatra e Liza Minnelli? È del Qatar. E il Palazzo della Gherardesca di Firenze, capolavoro dell'architettura rinascimentale toscana? È del Qatar. E lo storico Grand Hotel Baglioni, sempre a Firenze? È del Qatar. E Palazzo Gritti, meraviglia del Trecento affacciata sul Canal Grande, che oggi ospita uno dei più rinomati hotel di Venezia? Rassegnatevi: pure quello non è più nostro. È del Qatar.
    Siamo partiti dalla Sardegna, ma la Sardegna, purtroppo, non è l'eccezione. È solo la parte più visibile dell'Italia venduta agli emiri di Doha. I soldi qatarini, infatti, si stanno comprando l'intera Penisola. Pezzo a pezzo. Le bellezze di ieri e quelle di oggi. Le compagnie aeree. Le banche. Le aziende. Tutto sta finendo nelle mani di questo Paese, che è grande all'incirca come la Basilicata, ma ha tanto gas naturale e tanto denaro da sommergere l'intero pianeta. Per ricchezza pro capite è il primo al mondo. Ha a disposizione fondi praticamente illimitati. E un amore particolare per il Vecchio Stivale dove negli ultimi anni ha fatto uno shopping furioso, buttandosi su ogni pezzo in vendita come le massaie si buttano sulla verdura quando c'è il tre per due al Carrefour.
    Ci manca solo che compri direttamente Palazzo Chigi, Montecitorio e il Quirinale (tanto vengono via per poco) e poi potremmo finalmente cambiare la Costituzione: l'Italia è una Repubblica (non più) democratica fondata sul Qatar. (...)
    SIAMO NEL PALLONE
    Il 23 aprile 2016 è una data fondamentale per il calcio italiano. Si è giocata Inter-Udinese. No, non state a sforzarvi con la memoria: non è stata una partita epica, non sono stati assegnati trofei importanti, nessun campione ha rivelato il suo talento. È stata una normalissima partita, finita 3 a 1 per i nerazzurri. Niente di che. Epperò è stata la prima partita della storia del nostro (nostro: si fa per dire) campionato di Serie A in cui sono scesi in campo, fin dall'inizio, 22 calciatori tutti stranieri. Tutti, proprio tutti. C'erano uno sloveno, un giapponese, sei brasiliani, due colombiani, un croato, tre francesi, un argentino, un montenegrino, un greco, un franco-maliano, uno svizzero, un ghanese, un serbo e un portoghese. Nemmeno un italiano.
    Nemmeno per sbaglio.
    Ma se gli italiani non giocano nei loro club, come possono poi giocare in Nazionale?, si sono chiesti molti. Sarà un caso, ma meno di un anno e mezzo dopo quel match, l'Italia ha subito la clamorosa onta dell'eliminazione dai Mondiali. Sconfitta dalla Svezia. A casa dalla Russia.
    25 min
  • Muore Umberto Eco, il frutto peggiore della cultura torinese e italiana del XX secolo
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/4125

    MUORE UMBERTO ECO, IL FRUTTO PEGGIORE DELLA CULTURA TORINESE ED ITALIANA DEL XX SECOLO di Roberto de Mattei
     
    Il 23 febbraio 2016 si è svolto a Milano il "funerale laico" dello scrittore Umberto Eco, morto il 19 febbraio a 84 anni. Eco è stato uno dei peggiori prodotti della cultura torinese ed italiana del XX secolo. La sua ascendenza torinese va sottolineata perché il Piemonte è stato una fucina di grandi santi nel XIX secolo, ma anche di intellettuali laicisti e anti-cattolici nel ventesimo.
    La "scuola torinese", ben descritta da Augusto Del Noce, è passata, grazie all'influsso di Antonio Gramsci (1891-1937) e di Piero Gobetti (1901-1925), dall'idealismo al marx-illuminismo, mantenendo sempre la sua anima immanentista ed anti-cattolica. Nel secondo dopoguerra, questa linea culturale esercitò un'egemonia talmente forte da attrarre a sé non pochi cattolici. Umberto Eco, nato ad Alessandria nel 1932, dirigente diocesano a 16 anni dell'Azione Cattolica, era, come egli stesso ricorda, non solo un attivista, ma «un credente da comunione quotidiana».
    Partecipò alla campagna elettorale del 1948 attaccando manifesti e distribuendo volantini anticomunisti. Collaborò quindi con la presidenza dell'Azione Cattolica a Roma, mentre studiava all'Università di Torino, dove si laureò nel 1954, con una tesi sull'estetica di San Tommaso d'Aquino, poi pubblicata nel suo unico libro che valga la pena di leggere (Il problema estetico in san Tommaso, 1956).
    ABBANDONO DELLA FEDE CATTOLICA
    È in quell'anno 1954 che egli abbandonò la fede cattolica. Come maturò la sua apostasia? Di certo essa fu ragionata, convinta e definitiva. Eco disse con irrisione di aver perso la fede leggendo san Tommaso d'Aquino. Ma la fede non si perde, si rifiuta e, alle origini del suo allontanamento dalla verità non c'è san Tommaso, ma il nominalismo filosofico, che è un'interpretazione decadente e deformata della dottrina tomista. Eco rimase fino alla fine un nominalista radicale, per il quale non esistono verità universali, ma solo nomi, segni, convenzioni. Guglielmo di Occam, il padre del nominalismo, è raffigurato in Guglielmo da Baskerville, il protagonista del suo romanzo più celebre, Il nome della rosa (1940), che si chiude con un motto nominalista: «Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus».
    L'essenza della rosa (come di ogni cosa) si riduce a un nome; noi non abbiamo che nomi, apparenze, illusioni, nessuna verità e nessuna certezza. Un altro personaggio del romanzo, Adso, afferma che «Gott ist ein lautes Nichts», "Dio è un puro nulla". Tutto in ultima analisi è gioco, danza sul nulla. Questo concetto è lo stesso di un altro romanzo filosofico, Il pendolo di Foucault (1989). Dietro la metafora del pendolo c'è un Dio che si confonde con nulla, il male, il buio assoluto.
    Il vero pendolo del pensiero di Eco fu in realtà l'oscillazione tra il razionalismo assoluto degli illuministi e l'irrazionalismo dell'occultismo, della cabala, della gnosi, che egli combatté ma da cui fu morbosamente attratto. Se il nominalismo svuota la realtà del suo significato, l'esito inevitabile è infatti la caduta nell'irrazionale. Per uscirne non resta che lo scetticismo assoluto. Se Norberto Bobbio (1909-2004) costituisce la versione neo-kantiana dell'illuminismo torinese del Novecento, Umberto Eco ne incarna quella neo-libertina. Uno dei suoi ultimi romanzi, Il Cimitero di Praga (2010), è l'apologia implicita di quel cinismo morale che segue necessariamente all'assenza di vero e di bene.
    Nelle oltre cinquecento pagine del libro non c'è un solo impeto ideale, né figura che si muova spinta da amore o idealismo. «L'odio è la vera passione primordiale. È l'amore che è una situazione anomala», fa dire Eco a Rachkovskij, uno dei protagonisti. E tuttavia, malgrado le figure spregevoli e i fatti criminosi di cui il libro è infarcito, manca nelle sue pagine quella nota tragica che sola può far grande un'opera letteraria.
    Il tono è quello sarcastico di una commedia in cui l'autore si fa beffe di tutto e di tutti, perché l'unica cosa in cui veramente crede sono i filets de barbue sauce hollandaise che si mangiano da Laperouse al quais des Grands-Augustin, le écrevisses bordelaises o le mousses de Volailles del Café Anglais di rue Gramont, i filets de poularde piqués aux truffes del Rocher du Cancale in rue Montorgueil. Il cibo è l'unica cosa che esce trionfante dal romanzo, continuamente celebrato dal protagonista, che confessa: «La cucina mi ha sempre soddisfatto più del sesso. Forse un'impronta che mi hanno lasciato i preti». Non a caso, nel 1992, Eco fu ricoverato in ospedale e dato quasi per morto a causa di una colossale indigestione.
    BATTAGLIA PER IL REFERENDUM SUL DIVORZIO
    Eco è stato tecnicamente un grande giocoliere, perché si è preso gioco di tutti: dei suoi lettori, dei suoi critici e soprattutto dei cattolici che lo invitavano nei loro convegni alla stregua di un oracolo. Come per gioco, in occasione del referendum sul divorzio del 1974, egli rivolse ai divorzisti dalle colonne dell'Espresso, l'appello per una intelligente impostazione della loro campagna propagandistica con queste parole: «La campagna per il referendum dovrà essere scevra di presupposti teorici, spregiudicata, immediata, volta a un effetto a breve scadenza. Diretta eminentemente a un pubblico facile preda di sollecitazioni emotive, dovrà vendere una immagine positiva del divorzio che ribalti esattamente gli appelli emotivi di parte avversa... I temi di questa campagna di «vendita» dovrebbero essere: il divorzio fa bene alla famiglia, il divorzio fa bene alle donne, il divorzio fa bene ai bambini... Da anni i pubblicitari italiani vivono un loro dramma di identità: colti e informati, si sanno oggetto di una critica sociologica che li indica come servi fedeli del potere consumistico... Tentano campagne gratuite per la difesa del verde e la donazione del sangue. Ma si sentono esclusi dai grandi problemi del proprio tempo, condannati a vendere saponette. La battaglia per il referendum sarà la prova della sincerità di tante aspirazioni civili più volte asserite. Basta che un gruppo di agenzie esperte, dinamiche, spregiudicate, democratiche, si coordini e si autofinanzi per sostenere una campagna del genere. Basta un giro di telefonate, due riunioni, un mese di lavoro intenso. Distruggere un tabù in pochi mesi è una sfida che dovrebbe far venire l'acquolina in bocca a ogni pubblicitario che ami il suo mestiere...».
    DISTRUGGERE LA FAMIGLIA
    Il tabù da distruggere era la famiglia, che, per un relativista come lui, non aveva nessuna ragione di esistere. La distruzione della famiglia in Italia, dal 1974 è proseguita, per tappe successive. Eco l'ha accompagnata con compiacimento, uscendo di scena alla vigilia dell'approvazione delle unioni omosessuali, che è l'esito conclusivo dell'introduzione del divorzio, quarant'anni prima. La famiglia naturale viene sostituita da quella innaturale.
    Il relativismo celebra il suo apparente trionfo. Umberto Eco ha contribuito fortemente a quest'opera di dissacrazione dell'ordine naturale e cristiano, eppure ciò di cui egli dovrà rispondere non è tanto il male che ha fatto, quanto il bene che avrebbe potuto fare se non avesse deliberatamene rifiutato la Verità. A che serve ricevere quaranta lauree honoris causa e vendere trenta milioni di copie per un solo libro (Il nome della rosa), se non si guadagna la felicità eterna? Il giovane attivista di Azione Cattolica avrebbe potuto essere un san Francesco Saverio in quella terra di missione che oggi è l'Europa. Ma non accolse quelle parole che sant'Ignazio rivolgeva a san Francesco Saverio e che Dio fa risuonare in ogni cuore cristiano: «Che giova all'uomo guadagnare il mondo intero, se poi perde la sua anima?»
    10 min

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