Liturgia della Settimana - Il Commento e il Vangelo del giorno

Liturgia della Settimana - Il Commento e il Vangelo del giorno

By Monastero di S.Vincenzo Martire - Bassano Romano (VT)Christianity
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Liturgia della Settimana - Il Commento e il Vangelo del giorno episodes

  • [Mer 2] Vangelo: Is 49, 8-15; Sal.144; Gv 5, 17-30.
    In quel tempo, Gesù disse ai Giudei: «Il Padre mio agisce anche ora e anch'io agisco». Per questo i Giudei cercavano ancor più di ucciderlo, perché non soltanto violava il sabato, ma chiamava Dio suo Padre, facendosi uguale a Dio.
    Gesù riprese a parlare e disse loro: «In verità, in verità io vi dico: il Figlio da se stesso non può fare nulla, se non ciò che vede fare dal Padre; quello che egli fa, anche il Figlio lo fa allo stesso modo. Il Padre infatti ama il Figlio, gli manifesta tutto quello che fa e gli manifesterà opere ancora più grandi di queste, perché voi ne siate meravigliati.
    Come il Padre risuscita i morti e dà la vita, così anche il Figlio dà la vita a chi egli vuole. Il Padre infatti non giudica nessuno, ma ha dato ogni giudizio al Figlio, perché tutti onorino il Figlio come onorano il Padre. Chi non onora il Figlio, non onora il Padre che lo ha mandato.
    In verità, in verità io vi dico: chi ascolta la mia parola e crede a colui che mi ha mandato, ha la vita eterna e non va incontro al giudizio, ma è passato dalla morte alla vita. In verità, in verità io vi dico: viene l'ora - ed è questa - in cui i morti udranno la voce del Figlio di Dio e quelli che l'avranno ascoltata, vivranno.
    Come infatti il Padre ha la vita in se stesso, così ha concesso anche al Figlio di avere la vita in se stesso, e gli ha dato il potere di giudicare, perché è Figlio dell'uomo. Non meravigliatevi di questo: viene l'ora in cui tutti coloro che sono nei sepolcri udranno la sua voce e usciranno, quanti fecero il bene per una risurrezione di vita e quanti fecero il male per una risurrezione di condanna.
    Da me, io non posso fare nulla. Giudico secondo quello che ascolto e il mio giudizio è giusto, perché non cerco la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato.
    2 min
  • [Mer 22] Commento: Io e il Padre siamo una cosa sola.
    Mentre la gente accorreva, e sempre di più, per incontrare Gesù, i giudei, sempre più volevano ucciderlo, perché dicevano: "si fa uguale a Dio". Infatti Egli faceva sempre quello che vedeva fare dal Padre: “Quello che Egli fa anche il Figlio lo fa allo stesso modo. Il Padre infatti ama il Figlio e gli manifesta tutto quello che fa”, ”Come il Padre risuscita i morti e dà la vita, così anche il Figlio dà la vita a chi Egli vuole”, “Chi non onora il Figlio, non onora il Padre che Lo ha mandato”, “Non meravigliatevi di questo: viene il tempo in cui tutti coloro che sono nei sepolcri udranno la mia voce, e usciranno, quanti fecero il bene per una risurrezione di vita, e quanti fecero il male per una risurrezione di condanna”, “Non cerco la mia volontà, ma la Volontà di Colui che mi ha mandato!”. L’antica fede giudaica era rigidamente monoteista: “Dio è Uno!”, ma dietro il divino insegnamento di Gesù, il nostro credo cattolico è: “Dio è Uno, ma in Tre Persone: Padre, Figlio e Spirito Santo”, come a dire: ‘Dio è una Famiglia d’Amore eterno!’. Questa fede trinitaria ce l’ha fatta conoscere Gesù, venendo sulla terra. Ed Egli ce l’ha saputa testimoniare con la sua Parola viva e con le sue opere meravigliose che ha compiuto sulla terra, come leggiamo nel Vangelo; e infine ha sacrificato la sua vita, morendo sulla Croce per noi. Infatti il Sommo Sacerdote ebraico Gli domandò solennemente: “Nel Nome del Dio Vivente dìcci se Tu sei per davvero il Figlio di Dio!”, “Si, tu l’hai detto!”, rispose Gesù. E venne condannato a morte, e alla morte di Croce. Ma al terzo giorno Egli è risorto, e vive in eterno. Gesù ha compiuto la volontà del Padre fino in fondo. Sforziamoci anche noi a fare altrettanto, per quanto ci è possibile ma con forte proposito, ed egli ci benedirà.
    3 min
  • [Mar 21] Commento: Santo Padre Benedetto.
    Oggi noi monaci festeggiamo San Benedetto, ricordando il giorno della sua morte, del suo transito in cielo. Benedetto nacque a Norcia, tanto martoriata dai terremoti degli ultimi tempi, cosicché la basilica della piazza di Norcia è ancora tutta puntellata e in attesa di essere ricostruita. Egli è considerato il Patriarca del monachesimo occidentale perché ne fu il principale legislatore, riformatore e unificatore. Di famiglia nobile, fu mandato dai genitori a Roma, per studiare. Nelle scuole romane però trovò la corruzione e, per non mettersi in pericolo di pervertirsi anche lui, scappò in Sabina, ad Affile e poi si ritirò nel silenzio di una grotta, presso Subiaco per stare solo con Dio. E là venne da lui un monaco, Romano, che lo rivestì dell'abito religioso di penitenza e consacrazione. Ma la vita del giovane eremita non poteva rimanere nascosta per sempre dentro ad una grotta, perché la bellezza di un’autentica vita, davvero spirituale, attira, come una calamita, i cuori di buona volontà. E furono tanti i giovani che facevano ormai la fila davanti alla grotta del Santo di Dio per chiedere benedizioni, preghiere e consigli. Allora Benedetto, per ispirazione divina, si decise a costruire là, al ‘Sacro Speco’ di Subiaco, un monastero per le giovani vocazioni monastiche; e dato che erano in tanti ad attendere di entrare in monastero, egli ne costruì altri 11: erano piccoli e disadorni, ma profumavano di vita santa e pura. Egli, dopo molte soste, si fermo a Cassino dove esisteva un tempio agli dèi antichi: lo distrusse, lo esorcizzò, e gettò le fondamenta di un nuovo monastero, che diverrà il faro di tutti i monasteri benedettini, sparsi ormai in tutte le nazioni del mondo. Benedetto è il Patriarca del monachesimo occidentale. La sua Regola, che riassume la tradizione monastica orientale, adattandola con saggezza e discrezione al mondo latino, apre una via nuova alla civiltà europea, dopo il declino di quella romana. In questa "scuola di servizio del Signore" hanno un ruolo determinante la lettura meditata della Parola di Dio e la lode liturgica, alternata con i ritmi del lavoro, in un clima intenso di carità fraterna e di servizio reciproco. Nel solco di San Benedetto sorsero nel continente europeo e nelle isole centri di preghiera, di cultura, di promozione umana, di ospitalità, per i poveri e per i pellegrini. Due secoli dopo la sua morte, saranno già più di mille i monasteri guidati dalla sua Regola. Il Santo Papa Paolo VI lo proclamò patrono d'Europa nel 1964 proprio lì a Montecassino per riaffidare a lui il continente, dopo i disastri della guerra. Ancora oggi ci affidiamo al Santo, noi monaci ma affidiamo a lui l'Europa intera, ancora oggi dissacrata e povera di spirito, martoriata dal laicismo e dilaniata dalle guerre. Possa ancora San Benedetto, con il suo "ora et labora" riavvicinarci come fratelli per lavorare per Dio. Santo Padre Benedetto, prega per noi!
    4 min
  • [Lun 20] Commento: Un bel ragazzo, San Giuseppe.
    Le solennità liturgiche nel tempo di quaresima, che cadono di domenica, vengono trasferite al primo giorno utile. Ecco perché la solennità di San Giuseppe non l'abbiamo celebrato ieri ma è stata trasferita per oggi. Eccoci allora San Giuseppe. Egli non era vecchio, come ce lo vogliono far credere, ma era un bellissimo giovane magari solo con qualche anno in più rispetto alla sua bellissima ragazza Maria di Nazareth. Un bel ragazzo anche perché era un uomo giusto, come ce lo descrive il Vangelo; ed era un fedele israelita, cioè osservante della Legge e dei Dieci comandamenti. Infatti la bellezza interiore di una persona si riflette sempre sul suo volto e sulla sua vita; e se uno è virtuoso, è bello dentro ed è bello anche fuori, perché i lineamenti esterni riflettono e rivelano all’esterno, attraverso gli occhi, la bontà e la purezza che sta dentro la sua anima. E Giuseppe, figlio di Giacobbe di Nàzareth, era fedele ai 10 Comandamenti, e al primo posto nella sua vita c’era sempre Dio e la sua Santa Volontà. E per questo nei giorni festivi chiudeva la sua falegnameria, si vestiva a festa e andava regolarmente nella Sinagoga del paese, che era la chiesa di allora: amava pregare, amava ed obbediva ai suoi genitori, era puro e buono con tutti e si guadagnava il pane con il frutto del suo onesto lavoro. Con Maria di Nazareth erano ufficialmente fidanzati, quando un giorno Egli si accorse che la sua ragazza purissima e casta, era incinta: sudò freddo, ma non comprendendo questo mistero, si raccolse in Dio nella preghiera del cuore e soffrì in silenzio, aspettando solo da Lui la risposta, che gli venne data da un Angelo di notte, come appunto leggiamo nel vangelo: “Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua Sposa". Il suo cuore giovane si rasserenò, si rallegrò, ed obbedì prontamente all’Angelo di Dio. Egli non è il padre naturale di Gesù, dato che Maria concepì per opera di Spirito Santo. Preghiamo San Giuseppe e chiediamogli grazie: Egli certamente ci ascolterà e ci esaudirà, e non ci farà mancare mai niente perché è il Santo della divina Provvidenza. Infatti Egli, nella sua Santa Famiglia a Nazareth, ha sempre provveduto a tutto, e non è mancato mai niente, e nemmeno nel viaggio a Betlemme, e nemmeno nella dolorosa emigrazione verso l’Egitto. Che San Giuseppe vi protegga sempre, e ci aiuti ad amare e servire sempre più la Santissima Trinità.
    3 min
  • [Dom 19] Commento: Dalle tenebre alla luce.
    Noi, esseri umani, siamo concepiti in uno stato di cecità fisica e spirituale. Quella fisica ordinariamente la acquistiamo in breve tempo, quella spirituale è affidata al sacramento del battesimo, che genera in noi i germi della fede e ci annovera tra i figli di Dio. Ciò ci consente di immedesimarci immediatamente con il «ceco nato» del vangelo di questa quarta domenica di quaresima. Se noi non siamo più cechi è solo perché siamo stati gratuitamente illuminati da Cristo, la luce vera che illumina ogni uomo. L'evangelista Giovanni descrive efficacemente il passaggio dallo stato di disagio, causato dalle tenebre, allo splendore della luce e della fede. Ciò comporta prima la consapevolezza della propria cecità e poi l'accettazione del dono della fede, significata dalla luce di Cristo. La prima luce però, egli la dona agli stessi apostoli, i quali sulla scia della tradizione giudaica, erano convinti che le disgrazie umane fossero sempre frutto del peccato e comminate da Dio come punizione: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è così perché si manifestassero in lui le opere di Dio. Dobbiamo compiere le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può più operare». Ridare luce all'uomo e sottrarlo alle tenebre della notte, è dunque «l'opera di Dio» per eccellenza, fa parte della missione di Cristo, è il dono più prezioso e più atteso dall'uomo. Il primo effetto della luce è quello di mettere a nudo le scorie pesanti del peccato e il fango che ci imbratta e non ci consentono più di vedere, bisogna quindi andare a lavarci alla fontana, purificare il nostro spirito nella divina misericordia. Dove c'è acqua pura e zampillante, dove c'è l'acqua che Cristo sa donare, avviene sempre il miracolo della purificazione. «Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva». È poi normale che coloro che non sono nella luce e non sono purificati nello spirito, che non vogliono e non possono comprendere, intentino l'ennesimo processo contro Cristo e contro colui che ha recuperato miracolosamente la vista. Oggi più che mai noi credenti dobbiamo esprimere la più intensa gratitudine a Dio, perché, senza alcun nostro merito, siamo annoverati tra i figli della luce, abbiamo il dono incommensurabile della fede, che illumina di radiazioni divine il nostro futuro e il nostro presente.
    3 min
  • [Sab 18] Commento: Nel cuore della preghiera.
    Tra i vari moventi della preghiera dobbiamo mettere tra i primi posti da una parte la consapevolezza della nostra estrema povertà e dell'altra la certezza che colui che invochiamo è in grado di soccorrerci. Tutto ciò sgorga essenzialmente dalle tre virtù teologali, che ci orientano verso Dio: la fede, la speranza e la carità. Tutte le virtù cristiane sono però correlate tra loro, per cui ne individuiamo subito un'altra, che costituisce un indispensabile supporto a quelle menzionate: l'umiltà. Essere umili significa riconoscere ciò che siamo, riconoscere con la migliore gratitudine i doni di Dio, riconoscere nella sua verità sia il bene di cui siamo capaci, sia il male di cui siamo responsabili. Sono queste le migliori premesse della preghiera. I due protagonisti del vangelo odierno si contrappongono nettamente offrendoci l'uno una bella testimonianza di preghiera autentica, l'altro un cattivo esempio di umana presunzione e falsa religiosità. Il fariseo infatti fa vanto delle sue azioni e, pur ringraziando Dio, ne attribuisce a se il merito. La sua, più che una preghiera, è un soliloquio di autogratificazione. Con un giudizio assolutamente personale, si ritiene migliore degli altri uomini, migliore anche del pubblicano, che guarda con sufficienza e disprezzo. Più che pregare, egli ci da l'impressione di chi sta presentando al Signore le proprie credenziali; non ha nulla da chiedere, ha solo da offrire, con palese orgoglio, la sua presunta giustizia. Com'è diverso l'atteggiamento del vero orante: il pubblicano, riconoscendosi peccatore, si tiene a doverosa distanza da Dio e, in una serena mortificazione, non osa neanche di levare gli occhi verso il cielo, verso la dimora del Dio altissimo. Si riconosce reo di peccato e, mosso da sincero pentimento, si batte il petto e implora la misericordia divina: «O Dio, abbi pietà di me, peccatore». È illuminate per noi la conclusione che Gesù trae al termine della parabola: «Io vi dico: questi tornò a casa sua giustificato, a differenza dell'altro, perché chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato». Abbiamo una evidente e pressante alternativa: o accettare ed adeguarci alle sfide innumerevoli che il mondo ci lancia e in questo caso l'orgoglio è sicuramente l'arma più efficace, o fidarci di Dio e affidarci a lui come umili mendicanti, ma stracolmi di serena fiducia in lui.
    3 min
  • [Ven 17] Commento: Il primo comandamento.
    Anche tra gli scribi, nemici dichiarati del Cristo, si trova qualcuno che, con fiducia, ne riconosce invece l'autorità e la sapienza. Uno di loro si rivolge con sincerità al Signore per interrogarlo su qualcosa, che evidentemente gli stava particolarmente a cuore. Come esperto della scrittura sacra, egli conosceva le leggi, ne aveva individuato il valore, ma forse gli riusciva difficile districarsi in quel labirinto, che nel corso dei tempi, fino ai suoi giorni, si era venuto formando, fino a rendere davvero difficoltoso stabilirne una ragionevole gerarchia. È pertinente perciò la domanda ed è ancora attuale per molti di noi: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?». Ci piace andare all'essenziale e conoscerlo con sicurezza. Gesù risponde citando il Deuteronomio: «Il primo è: Ascolta, Israele. Il Signore Dio nostro è l'unico Signore; amerai dunque il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza. E il secondo è questo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Non c'è altro comandamento più importante di questi». È da sottolineare proprio l'inizio del grande comandamento: «Ascolta!» è il punto indispensabile di partenza per comprendere e mettere in pratica tutto il resto. L'ascolto è l'apertura del cuore, la disponibilità ad accogliere, la voglia di conoscere la verità da una fonte sicura. Oggi viviamo nel frastuono e nei rumori, che rischiano di assordarci le orecchie e il cuore. Abbiamo urgente bisogno di silenzio per ascoltare il Dio che ci parla, ma anche per recuperare il dialogo con Lui e tra d noi. Sembra esagerato affermare che stiamo mortificando l'amore a Dio e al nostro prossimo proprio perché una forma cronica di sordità e di conseguente mutismo ci chiude nella peggiore solitudine e in un avvilente egoismo. È una vera e propria aggressione da cui dobbiamo imparare a difenderci, recuperando spazi di silenzio e una rinnovata attenzione a Colui che con infinito amore, vuole dialogare con noi per ridarci il suo amore e renderci a nostra volta capaci di amore.
    3 min
  • [Gio 16] Commento: Chi non è con me è contro di me.
    Il gesto e le parole di Gesù ci mettono in guardia da una sicurezza che non sia fondata su di lui. Appare chiaro che in questo contesto il brano di oggi - il muto, reso tale dal demonio - rappresenti la mancanza della parola di Dio, della fede, della lode a Dio e la sua guarigione è l'avvento della parola risanatrice di Dio. L'atteggiamento della folla, a miracolo avvenuto, "fu presa da meraviglia", è riconoscere la presenza di Dio. Inizia così il suo Regno, che viene sulla terra quando la lingua "dei poveri" è in grado di sciogliersi nella lode del suo Nome. A questo episodio l'evangelista ha unito il serrato confronto di Gesù con alcuni astanti intorno al suo potere di scacciare i demoni. L'animata discussione è motivata da due diversi atteggiamenti: o Cristo è egli stesso indemoniato che può scacciare se stesso dagli ossessi, o ha un potere divino che dovrebbe dimostrare. Gesù chiarisce il secondo atteggiamento, rispondendo al primo. Contro l'insinuazione di essere indemoniato, ossia schiavo del nemico di Dio, stupendamente egli risponde che inutilmente annunzierebbe la venuta del Regno di Dio, quando questa venuta si prestasse a questo falso gioco. Ne valeva la pena? "Ma se scaccio i demoni in nome di Beelzebul, i vostri figli in nome di chi li scaccia?" Sono anch'essi indemoniati? La conseguenza è incalzante: è all'opera il dito di Dio. Gesù annuncia che sta per realizzarsi tra loro il Regno di Dio. Ormai si richiede una scelta intransigente fra il più forte e il più debole. Cristo è molto chiaro: "O con me o contro di me". Nella vita personale c'è questo gioco di scelte continue dove il male e il bene si osteggiano; e il credente deve saper cogliere il bene e respingere il male.
    2 min
  • [Mer 15] Commento: Chi osserverà i precetti di Dio sarà grande nel Regno.
    Gesù è venuto sulla terra per fare la Volontà del Padre e per darcene buona testimonianza nella sua vita concreta di ogni giorno. Egli è vissuto in mezzo a noi, in Palestina, per dirci come bisogna vivere da veri figi di Dio, da veri cristiani sulla terra. Egli non ha cambiato la Legge di Dio, e i Dieci comandamenti, ma li ha vissuti in pienezza, e ce li ha approfonditi, in Sapienza, come era capace di fare Lui, il Maestro saggio, giusto e autorevole. Egli, nella concretezza, ci ha fatto vedere come si ama Dio e come è necessario fare la sua Volontà, mettendolo sempre al primo posto in tutto, costi quello che costi, e fino a dare la vita per amor suo. Egli, non solo ha confermato la Legge antica ma la perfezionata riguardo al nostro prossimo. E nel vangelo di oggi ci dice: “Chi trasgredirà uno solo di questi minimi precetti e insegnerà a fare agli altri altrettanto, sarà considerato minimo nel Regno dei Cieli. La Madonna certamente ci aiuterà a mettere sempre in atto i Precetti del Signore, come ce li ha insegnati Gesù, ed anche a fare la grande carità di insegnarli agli altri, a tutti, e il più possibile. E allora poi, alla fine dei nostri giorni in Cielo rimarremo estasiati dalla gioia nel vedere ‘quello che occhio mai vide e orecchio mai udì di quello che il Padre ha preparato’ per coloro che lo amano.
    2 min
  • [Mar 14] Vangelo: Dn 3, 25. 34-43; Sal.24; Mt 18, 21-35.
    In quel tempo, Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette.
    Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi. Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti. Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: "Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa". Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito.
    Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: "Restituisci quello che devi!". Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: "Abbi pazienza con me e ti restituirò". Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito.
    Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l'accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell'uomo e gli disse: "Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?". Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto.
    Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello».
    3 min

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Liturgia della settimana, preparata dai giovani monaci del monastero di S.Vincenzo Martire di Bassano Romano (VT)

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