Liturgia della Settimana - Il Commento e il Vangelo del giorno

Liturgia della Settimana - Il Commento e il Vangelo del giorno

By Monastero di S.Vincenzo Martire - Bassano Romano (VT)Christianity
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Liturgia della Settimana - Il Commento e il Vangelo del giorno episodes

  • [Lun 31] Vangelo: Is 65, 17-21; Sal.29; Gv 4, 43-54.
    In quel tempo, Gesù partì [dalla Samarìa] per la Galilea. Gesù stesso infatti aveva dichiarato che un profeta non riceve onore nella propria patria. Quando dunque giunse in Galilea, i Galilei lo accolsero, perché avevano visto tutto quello che aveva fatto a Gerusalemme, durante la festa; anch'essi infatti erano andati alla festa.
    Andò dunque di nuovo a Cana di Galilea, dove aveva cambiato l'acqua in vino. Vi era un funzionario del re, che aveva un figlio malato a Cafàrnao. Costui, udito che Gesù era venuto dalla Giudea in Galilea, si recò da lui e gli chiedeva di scendere a guarire suo figlio, perché stava per morire.
    Gesù gli disse: «Se non vedete segni e prodigi, voi non credete». Il funzionario del re gli disse: «Signore, scendi prima che il mio bambino muoia». Gesù gli rispose: «Va', tuo figlio vive». Quell'uomo credette alla parola che Gesù gli aveva detto e si mise in cammino.
    Proprio mentre scendeva, gli vennero incontro i suoi servi a dirgli: «Tuo figlio vive!». Volle sapere da loro a che ora avesse cominciato a star meglio. Gli dissero: «Ieri, un'ora dopo mezzogiorno, la febbre lo ha lasciato». Il padre riconobbe che proprio a quell'ora Gesù gli aveva detto: «Tuo figlio vive», e credette lui con tutta la sua famiglia.
    Questo fu il secondo segno, che Gesù fece quando tornò dalla Giudea in Galilea.
    2 min
  • [Dom 14] Commento: Volgiamo lo sguardo a Colui che abbiamo trafitto.
    È inevitabile: la lontananza da Dio, l’infedeltà personale o di un intero popolo, oggi forse potremmo dire l’infedeltà del cristiano o della Chiesa, conduce all’esilio, alla schiavitù. Con il peccato cadono le mura di Gerusalemme, cedono in noi le difese dai nemici e dal male, ne segue l’invasione, la distruzione di tutto ciò che è prezioso in noi, la perdita della grazia e della preziosa libertà. Il Signore, l’eterno restauratore, non cessa mai di intervenire per liberare, riparare, ricostruire in senso fisico e spirituale servendosi all’occorrenza anche di un re straniero e ateo come Ciro. Nel deserto gli ebrei subiscono i morsi dei serpenti, sempre a causa della loro infedeltà e devono volgere lo sguardo al serpente di bronzo posto sull’asta per non subirne gli effetti venefici. Gesù, ricorrendo a questo antico episodio, nel dialogo notturno con Nicodemo afferma: “Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell'uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna”. Egli parla della sua prossima morte in croce e aggiunge: “Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna”. È il progetto divino e universale di salvezza che sta per compiersi con Cristo a Gerusalemme: noi siamo in cammino con Lui verso la Pasqua. San Paolo così esplicita questa azione redentiva: “Dio, ricco di misericordia, per il grande amore con il quale ci ha amato, da morti che eravamo per le colpe, ci ha fatto rivivere con Cristo: per grazia siete salvati. Con lui ci ha anche risuscitato”. È una vera e propria rinascita quella che ci viene offerta, una riscoperta della Luce e della Verità da accogliere con fede e desiderio, da preferire alle tenebre, al peccato e alla morte. È il mistero della Pasqua, il mistero della morte e della risurrezione che si apre in noi e svela al nostro spirito quando con l’intensità della fede, dell’amore e della gratitudine volgiamo e fissiamo lo sguardo a Colui che abbiamo trafitto. È quanto siamo invitati a fare, particolarmente oggi, in questa domenica "in laetare", in preparazione alla ormai prossima Pasqua per viverla e goderla con la migliore intensità.
    3 min
  • [Sab 13] Commento: O Dio, abbi pietà di me...
    La parabola odierna ci racconta un brano evangelico pungente, che scuote fortemente e totalmente la vita religiosa e cristiana. Due uomini che vanno al tempio per pregare. Nella preghiera la persona si manifesta ed emerge sia nel suo modo di rapportarsi con Dio, mostrando la sua disponibilità spirituale, sia nel modo di relazionarsi con il prossimo, indicando la sua sensibilità sociale ed ecclesiale. Infine essa pone l'uomo in relazione con se stesso, con i sentimenti più veri, con i pensieri più intimi. Nel racconto si inserisce un terzo personaggio, quello principale: Dio, che guarda, ascolta, scruta, giudica. Nel santuario: il fariseo "sta in piedi", non ha timore di Dio, è sicuro della sua giustizia, è un osservatore scrupoloso della legge. Nel suo pregare il fariseo sembra rivolgere le parole a se stesso, compiacendosi con sé e mostrando di essere soddisfatto. Il discorso comincia con queste parole: "O Dio ti ringrazio", l'atto di ringraziare, presuppone il riconoscimento del dono ricevuto, mentre poi non si rivolge al Signore, si auto-compiace di tutto ciò che ha fatto di bene e non loda Dio. In lui non c'è spazio per ringraziare e riconoscere la generosità divina. La sua preghiera, al contrario, contiene un elenco di ciò che egli ha fatto. In questo modo pensa di ottenere meriti da Dio, con l'unica intenzione di essere da lui apprezzato e ricompensato della sua bravura. Dall'altra parte, il pubblicàno sta in piedi, come il fariseo, però si ferma a distanza; sa di essere un indegno per stare in quel luogo. Si pone lontano anche dagli altri fedeli, consapevole delle sue miserie, e con lo sguardo abbassato in terra per la vergogna. Il suo cuore è diretto verso Dio per chiedere misericordia. In segno di pentimento e di dolore si batte il petto, la sede dei sentimenti del suo peccato. Questo proviene da lui solo; non si auto-giustifica né incolpa gli altri. Con questi gesti esterni egli vuole esprimere una profonda disposizione interiore alla contrizione. Infine il pubblicàno dirige al Signore una invocazione, ridotta all'essenziale: "O Dio, abbi pietà di me che sono un peccatore". Con il cuore contrito e umiliato, si rimette semplicemente a Dio, con la fiducia trepida che Egli, che scruta i cuori degli uomini, gli perdonerà tutto. Così il pubblicàno discende dal tempio e torna a casa giustificato. Il Signore è propizio a lui peccatore, sinceramente pentito, e lo rende giusto, riammettendolo nella sua divina amicizia. Ne esce un uomo trasformato, sanato, purificato, restituito alla vita di fede. La preghiera del misero è stata ascoltata da Dio, che dona a lui la totale salvezza.
    4 min
  • [Ven 12] Commento: Lo amerai...
    E' una grande gioia meditare questo Vangelo che ci parla del "primo di tutti i comandamenti", dell'Amare. "Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza". Questo è appena l'inizio della "professione di fede" d'Israele. E' uno dei brani più importanti, più conosciuti e più cari al cuore del popolo eletto. Il pio israelita lo ripete più volte al giorno, in casa, al lavoro, o nella sinagoga, ovunque si trova. Inizia con l'invito all'ascolto rivolto all'intera comunità ebraica, perché questa è qualificata come "popolo dell'ascolto", come assemblea in perenne atteggiamento di ascolto. San Benedetto all'inizio della sua Regala invita i monaci proprio all'ascolto, cioè ad amare e servire Dio conformandosi alla sua santissima volontà. Questo comandamento esprime anche la vocazione di ogni uomo, di ogni cristiano. Ed è una grande felicità aver trovato chi amare e come amare. Marco vuole inserire nel cuore dell'uomo il dono della fede e dell'amore. Ci offre tre precisazioni in merito all'esercizio concreto dell'amore: "con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza". La triplice ripetizione ci mette sull'avviso che qui si sta parlando della radicalità dell'amore: non si ama con una certa misura, non si ama poco, né con scadenza di calendario. Si ama con totale dedizione, in pienezza e per sempre. "La misura dell'amore, insegna san Bernardo, è di amare senza misura". Dio unico esclude ogni altro idolo; e la dipendenza da lui è sorgente e garanzia di unità per l'uomo. Il comandamento dell'amore sarebbe impossibile per noi se fossimo soli, soltanto con il nostro povero cuore. Ma Dio ci ha dato il suo Figlio e nel suo Figlio ci ha dato un cuore nuovo. Perché possiamo amarlo con tutto il nostro cuore, con la nostra intelligenza, con la nostra anima e amare con lo stesso amore il nostro prossimo. Abbiamo il cuore di Gesù, che è il nostro grande tesoro. Ringraziamo con gioia Dio Padre, che ci ha amato per primo e ci ha dato in Gesù la possibilità di rispondere al suo amore.
    3 min
  • [Gio 11] Commento: Chi non è con me è contro di me.
    Il gesto e le parole di Gesù ci mettono in guardia da una sicurezza che non sia fondata su di lui. Appare chiaro che in questo contesto il brano di oggi - il muto, reso tale dal demonio, - rappresenti la mancanza della parola di Dio, della fede, della lode a Dio e la sua guarigione è l'avvento della parola risanatrice di Dio. L'atteggiamento della folla, a miracolo avvenuto, "fu presa da meraviglia", è riconoscere la presenza di Dio. Inizia così il suo Regno, che viene sulla terra quando la lingua "dei poveri" è in grado di sciogliersi nella lode del suo Nome. A questo episodio l'evangelista ha unito il serrato confronto di Gesù con alcuni astanti intorno al suo potere di scacciare i demòni. L'animata discussione è motivata di due diversi atteggiamenti: o Cristo è egli stesso indemoniato che può scacciare se stesso, o ha un potere divino che dovrebbe dimostrare. Gesù chiarisce il secondo atteggiamento, rispondendo al primo. Contro l'insinuazione di essere indemoniato, ossia schiavo del nemico di Dio, stupendamente egli risponde che inutilmente annunzierebbe la venuta del Regno di Dio, quando questa venuta si prestasse a questo falso gioco. Ne valeva la pena? "Ma se scaccio i demoni in nome di Beèlzebul, i vostri figli in nome di chi li scacciano?" Sono anch'essi indemoniati? La conseguenza è incalzante: è all'opera il dito di Dio. Gesù annuncia che sta per realizzarsi tra loro il Regno di Dio. Ormai si richiede una scelta intransigente fra il più forte e il più debole. Cristo è molto chiaro: "O con me o contro di me". Nella vita personale c'è questo gioco di scelte continue dove il male e il bene si osteggiano; e il credente deve saper cogliere il bene e respingere il male. Impariamolo giorno per giorno per diventare esperti di questa scelta.
    3 min
  • [Mer 10] Commento: Cristo è la pienezza della legge.
    "Loda il tuo Dio, o Sion"; è una preghiera che sgorga dal cuore di un pellegrino liberato dalla schiavitù o dalla morte. Uno dei suoi desideri più profondi è la libertà, un desiderio che corrisponde alla dignità e alla vocazione di ogni cristiano e di ogni uomo. Non è una libertà che esprime l'autonomia o l'individualismo. Gesù ha promesso la libertà ai suoi: "Se rimanete fedeli alla mia parola, conoscerete la verità e la verità vi farà liberi". Gesù vuole darci la libertà vera che consiste nel vivere nell'amore, liberi dal male, liberi da ogni errore. Ora, per vivere nell'amore, bisogna imparare l'obbedienza. In essa si trova la verità dell'amore e la vera libertà. Per questo Cristo insiste nel dire che non è venuto ad abolire la Legge di Mosè, ma a portarla a compimento. La vera libertà non si raggiunge sottraendosi alla legge, ma scendendo nel profondo di essa. La settimana Santa è vicina, tempo nel quale Cristo "imparò l'obbedienza dalle cose che patì", diviene l'uomo perfetto che fa liberamente la volontà di Dio e porta a compimento la legge attraverso il voto dell'obbedienza fino alla morte di croce. Il Cristo vuole la nuova legge in noi, se noi ci apriamo al suo dono dello Spirito Santo che abbiamo ricevuto nel battesimo. Lo Spirito di Cristo è pienezza della legge. Ci ha salvati e ci ha fatto passare da una vita ad una altra, nuova, piena. Uno Spirito che ci conduce a compiere la volontà del Padre, ci nutre del cibo celestiale e ci rinvigorisce la vita. Dio vuole ricordarci che l'amore deve essere dimostrato nelle cose piccole, nelle cose ordinarie, che sono misura di quelle grandi e straordinarie. Questo Spirito di Cristo ci dona una grande dignità in quanto siamo capaci di donarci liberamente al suo amore: questa è la strada della vera libertà cristiana.
    3 min
  • [Mar 9] Commento: Perdonare è grandezza d'animo.
    L'evangelista Matteo ci ricorda oggi il nostro impegno o missione cristiana che è quella di seguire le orme, i passi del nostro Maestro Gesù Cristo. Gesù incarna in sé il sacramento del perdono. I nostri limiti umani, tante volte, rendono difficile l'accoglienza dei fratelli e l'esercizio della carità nei loro confronti. Per superare queste situazioni c'è un rimedio evangelico infallibile: il perdono. Il perdono è il "pane quotidiano" di una comunità o di una chiesa domestica. Infatti, ogni giorno, c'è bisogno di perdono, perché ogni giorno ci possono essere contrasti che creano divisioni. Nella logica del Vangelo perdonare significa dimenticare, non si tratta di memoria, ma di cuore, - e dimenticare significa amare di più il fratello, accogliendolo pienamente e comportandosi con lui come se nulla fosse accaduto, cioè senza lasciarci condizionare dal male ricevuto. Perdonare significa "ricordarsi per dimenticare" come dice il profeta Isaia: "io perdonerò la loro iniquità e non mi ricorderò più del loro peccato". San Giovanni Paolo II nel messaggio per la giornata mondiale della pace del 1997 scriveva: "offri il perdono, ricevi la pace". Resta vero che non si può rimanere prigionieri del passato: occorre una sorta di purificazione della memoria affinché i mali non tornino a prodursi. Il perdono richiede fede, carità, rinnegamento di sé, lotta contro l'uomo della carne. Essa deve essere totale, nel cuore e nel comportamento. Dal perdono nascono la condivisione, il servizio, la pace, la partecipazione alle gioie e alla sofferenza altrui. Senza perdono c'è il cancro, il pericolo di rendere incurabile il nostro male. Vivendo solo in atteggiamento di perdono possiamo rivolgerci al Signore pregando: "rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori", e potremo accostarci con verità ai sacramenti della riconciliazione e dell'Eucaristia.
    3 min
  • [Lun 8] Commento: Nessun profeta in patria.
    La liturgia di oggi dà la possibilità di leggere (negli anni B e C) il vangelo della Samaritana, specialmente se non è stato letto ieri, nel contesto delle domeniche sacramentali, che preparano al Battesimo. Noi rimaniamo nelle indicazioni del lezionario ordinario ovvero con la forza ed efficacia della Parola di Dio, ma consigliamo almeno la lettura del vangelo previsto per l'anno A.
    L'autore della lettera agli Ebrei, nel descrivere l'efficacia e la forza della Parola di Dio, afferma: "la parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell'anima e dello spirito, delle giunture e delle midolla e scruta i sentimenti e i pensieri del cuore. Non v'è creatura che possa nascondersi davanti a lui, ma tutto è nudo e scoperto agli occhi suoi e a lui noi dobbiamo rendere conto". Quando i doni di Dio ci vengono offerti come doni e strumenti di salvezza, o li accogliamo con gratitudine e li viviamo nella fede o diventano il nostro interiore tormento. Non si può impunemente opporre resistenza alla luce. Essa mette a nudo le nostre incoerenze, ci scruta in profondità, svela i segreti dell'anima e tutto il bene che ci adorna, ma anche tutto il male che ci opprime. È per questo che scribi e farisei e gli stessi compaesani del Cristo, non possono resistere alle sue parole, si riempiono di sdegno e minacciano di gettare Gesù da un precipizio. L'orgoglio ferito si trasforma in minacciosa vendetta. Colui che proclama la verità deve tacere, chi osa toglierci la maschera, accuratamente modellata a protezione di eclatanti falsità, deve scomparire ed essere precipitato nel nulla. La falsità, la grettezza, l'ipocrisia si organizzano a fatica nell'animo umano; è un lavoro diuturno con cui le verità, anche quelle di Dio, si smontano pezzo a pezzo e a fianco si ricostruiscono false verità personali, sostitutive. La voce di Cristo si scontra violentemente con queste realtà umane. Non esistono possibilità di accomodamento o di compromesso. La verità è una e non può essere frammentata. Viene data gratuitamente ed è motivo di beatitudine, di grazia e di salvezza: «Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano!». Il Signore è ancora vivo in mezzo a noi, la sua Parola pàlpita nel cuore e nella vita della Chiesa e dei suoi fedeli, ma ancora sono tanti coloro che si sentono interiormente disturbati da Cristo e dai suoi messaggeri. C'è ancora chi avrebbe piacere di farci tacere e farci precipitare in un precipizio. Dobbiamo augurarci che lo steso Signore, cogliendoci superficiali e distratti, se non addirittura ostili, non debba ripeterci con la stessa amarezza di allora: "Nessun profeta è ben accolto in patria".
    4 min
  • [Dom 7] Commento: Il “tempio”, la casa di Dio con noi.
    Siamo in grado di comprendere noi oggi il significato vero delle parole di Gesù dopo aver scacciato a frustate i venditori dal tempio: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere». È questo il segno per eccellenza che autorizza il Signore nella sua persona, come Messia e Redentore, a scacciare i venditori e difendere con zelo la santità della “Casa” del Padre celeste e la santità di noi suoi figli e fratelli redenti, da ogni contagio. Egli, precisa l’evangelista, “parlava del tempio del suo corpo”, del vero santissimo sacrario di Dio, incarnato nella nostra umanità, “distrutto” e riedificato nel sacrificio della Croce. Di conseguenza la "casa" del Signore è e deve essere santa e restare casa di preghiera e non luogo di mercato. In virtù di quel Corpo immolato, diventato pane di vita e bevanda di salvezza, nascono i figli nuovi rigenerati e redenti, tutti noi credenti, templi di Dio e le nostre chiese dove Egli ci convoca nella fraternità, nell’unica fede. In virtù di quella divina presenza in noi, diventiamo “tempio” anche noi perché portatori, custodi e testimoni del Risorto: “Non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi?!", ci ripete San Paolo. È bello pensare, verificare e credere che dentro di noi, resi templi, dentro di noi santificati dallo Spirito e redenti dalla Croce, dentro le nostre chiese, rese luogo di culto per la presenza di Dio e in tutti noi radunati nel Suo nome, risuona incessante la preghiera, la lode, il canto e l’umile nostra impetrazione. Così diamo il vero culto a Dio, siamo santificati e santifichiamo nella carità e nella fede. È urgente e doveroso in questa domenica di quaresima il richiamo innanzitutto al rispetto dovuto al nostro corpo, tempio dello Spirito, ma anche a quello dovuto alle nostre chiese, casa di Dio.
    3 min
  • [Sab 6] Commento: Il figlio e... il suo Padre.
    Con spregiudicatezza e superficialità il figlio parte dalla casa paterna perché vuol sentirsi libero e non servo. Si sente ormai grande, autonomo, "posso fare quello che mi pare", crede. Brama percorrere la sua strada di indipendenza, vuole vivere in piena libertà la sua vita, come ogni figlio che cresce. Si separa dunque dal padre perché si sente oppresso e schiacciato dall'ambiente familiare, o dall'impotenza della stessa figura paterna e dal bisogno di una libertà senza confini. Nella sua esperienza di autonomia, così bramata, però, il figlio disgraziatamente non sa organizzare la vita da uomo "libero", si dimostra immaturo. Spèrpera ogni cosa ricevuta in eredità dal padre, comportandosi in modo da perdere ogni possibilità di vita. Finisce nella miseria. È costretto a vivere non più nel decoro e nella dignità del figlio, ma come garzone, umiliato e asservito, privo delle più elementari necessità di mantenimento. Nell'ambiente giudaico non esiste cosa più vergognosa di pascolare i porci, di stare continuamente a contatto con gli animali impuri. Nel fondo dell'abisso una luce lo scuote. È il risveglio della coscienza, che non cessa di indicare un cammino. Allora ricorda la casa paterna e, con vergogna e pentimento, vi fa ritorno. Ma a casa inaspettatamente, lo attende non il rimprovero o un meritato castigo, ma l'abbraccio del padre che mai lo ha dimenticato e che lo attende con amore misericordioso. Di fronte al padre il figlio sinceramente si riconosce infedele, come solo un figlio può fare, un figlio "colpito" dall'amore del padre che è stato offeso dall'ingratitudine. Il figlio ne sente tutto rimorso e dispiacere e ne soffre profondamente. E' deciso. Si confessa al padre in tutta verità: "Ho peccato contro il cielo e dinanzi a te". Lui non cerca giustificazioni per ridurre la sua colpa, riversandola magari sugli altri. Ora è leale e non si vergogna di apparire un disgraziato, perché sa che il padre lo conosce e lo comprende. E' convinto che il genitore lo accoglierà, nonostante la sua infedeltà. Il cuore del padre va al di là di ogni aspettativa. "Ti ho atteso..., da tempo atteso..., vieni nelle mie braccia". Meravigliosa ma dal punto di vista umano sconvolgente la persona del padre. La può capire solo chi è povero e si lascia amare. Non sempre l'uomo è in grado di intendere i gesti del padre, il suo intenerirsi, il correre incontro a quello scapestrato, stringerlo al cuore e baciarlo. E' incapace di accettare quelle braccia spalancate in un gesto smisurato di perdono e di resistere alla tentazione di rifiuto chi non ama e non perdona. La facciamo nostra come domanda umile al Padre celeste. Padre, per tutte quelle volte che abbiamo preferito le nostre strade, le strade del mondo alla tua... e alla fine ci siamo accorti che solo nella tua casa c'è non solo il pane ma anche il calore del tuo cuore, perdonaci. Facci ritornare dai crocicchi del mondo per rimanere con te, nell'amoroso abbraccio paterno.
    4 min

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