Liturgia della Settimana - Il Commento e il Vangelo del giorno

Liturgia della Settimana - Il Commento e il Vangelo del giorno

By Monastero di S.Vincenzo Martire - Bassano Romano (VT)Christianity
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Liturgia della Settimana - Il Commento e il Vangelo del giorno episodes

  • [Mer 8] Vangelo: Gio 4, 1-11; Sal.85; Lc 11, 1-4.
    Gesù si trovava in un luogo a pregare; quando ebbe finito, uno dei suoi discepoli gli disse: «Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli».
    Ed egli disse loro: «Quando pregate, dite:
    Padre,
    sia santificato il tuo nome,
    venga il tuo regno;
    dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano,
    e perdona a noi i nostri peccati,
    anche noi infatti perdoniamo a ogni nostro debitore,
    e non abbandonarci alla tentazione».
    1 min
  • [Mar 7] Commento: Le due sorelle: Marta e Maria.
    Oggi ricorre la memoria della Beata Vergine Maria del Rosario, ma scegliamo le letture del giorno per la loro lectio continua. Il brano evangelico della liturgia odierna è molto conosciuto e ha dato luogo a molte interpretazioni. Le due sorelle del Nuovo Testamento, Marta e Maria, ci invitano alla vera accoglienza di Gesù, ognuna con motivazioni diverse. Guardiamo allora a questa scena che si svolge in un ambiente familiare: Gesù entra in una casa e in una famiglia, desiderando partecipare attivamente alla loro vita. Egli è l’ospite di riguardo, ma non vuole imporre la sua autorevolezza; preferisce manifestarla nella partecipazione semplice e fraterna. In questo atteggiamento di Gesù possiamo cogliere le motivazioni delle due diverse accoglienze. Maria si pone ai piedi di Gesù, nell’atteggiamento tipico della discepola: non si lascia ingannare dall’umiltà del Maestro, ma riconosce in Lui il vero Signore. Marta, da parte sua, vede in Gesù il suo Signore e desidera servirlo. Maria vuole essere servita da Gesù per il nutrimento della sua anima; Marta vuole servire Gesù offrendo il nutrimento per il suo corpo. Entrambe hanno la stessa fede e riconoscono in Gesù non solo l’amico fidato, ma il loro vero Signore. In un certo modo, riconoscono la divinità di Gesù che si rivela nella sua umiltà e nell’accoglienza fraterna: raggiungono così il cuore della fede cristiana, la fede rivelata ai piccoli e ai semplici. È una fede vissuta in due modi diversi, non in contrapposizione ma in complementarità: Marta si dedica alla parte umana del servizio, mentre Maria si apre alla contemplazione fruttuosa. Anche la tensione tra le due sorelle può essere motivo di riflessione per noi. La fede, infatti, si vive nella quotidianità, dove siamo chiamati a confidare a Dio le nostre preoccupazioni. La risposta di Gesù è particolarmente significativa: Egli non giudica né prende posizione, ma guarda ai cuori e desidera guarire quelli affaticati. Rivolgiamoci a Gesù per chiedergli, illuminati dalla sua Parola, la serenità del cuore necessaria per affrontare la vita.
    3 min
  • [Lun 6] Vangelo: Gio 1, 1 - 2, 1. 11; Da Gio; Lc 10, 25-37.
    In quel tempo, un dottore della Legge si alzò per mettere alla prova Gesù e chiese: «Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?». Gesù gli disse: «Che cosa sta scritto nella Legge? Come leggi?». Costui rispose: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso». Gli disse: «Hai risposto bene; fa' questo e vivrai».
    Ma quello, volendo giustificarsi, disse a Gesù: «E chi è mio prossimo?». Gesù riprese: «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gèrico e cadde nelle mani dei briganti, che gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e, quando lo vide, passò oltre. Anche un levìta, giunto in quel luogo, vide e passò oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui. Il giorno seguente, tirò fuori due denari e li diede all'albergatore, dicendo: "Abbi cura di lui; ciò che spenderai in più, te lo pagherò al mio ritorno". Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?». Quello rispose: «Chi ha avuto compassione di lui». Gesù gli disse: «Va' e anche tu fa' così».
    2 min
  • [Lun 6] Commento: Che cosa fare per avere la vita eterna?
    Un dottore della legge vuole mettere alla prova Gesù, ponendogli una domanda che può essere fondamentale anche per noi: cosa fare per ottenere la vita eterna? Successivamente è Gesù a mettere alla prova il dottore sulla sua conoscenza della Legge di Dio. Il confronto prosegue su come interpretare la Legge data da Dio a Mosè per il suo popolo. Con la parabola del buon samaritano, Gesù ribalta il pensiero del dottore quando questi gli chiede chi sia il suo prossimo; Egli chiede di farsi prossimi a chi domanda o semplicemente ha bisogno di aiuto. Il prossimo non è una categoria astratta, ma richiede movimento: il movimento del cuore che spinge ad avvicinarsi senza pregiudizi a qualsiasi persona bisognosa. Gesù invita a vedere in tutti i bisognosi il “prossimo” da aiutare, al di fuori di schemi e pregiudizi, sottolineando il nucleo centrale della fede e della vita cristiana. Senza l’amore verso il prossimo e senza il prodigarsi per lui non possiamo dirci veri cristiani. Il sacerdote e il levita della parabola, per motivazioni diverse, avevano trovato in cuor loro scuse “attendibili” per non aiutare quell’uomo incappato nei briganti; solo il samaritano, considerato addirittura un nemico, pensò che tutti i suoi impegni potevano attendere per soccorrere il malcapitato. Così comprendiamo l’insegnamento di Gesù: l’amore per il prossimo dovrebbe identificarci come cristiani. Il tempo impiegato per la carità vera e sincera non è mai sprecato né sottratto ad altre occupazioni, ma donato a Dio. La carità autentica deve oltrepassare ogni pregiudizio e convenzione, anche se talvolta questo è difficile per noi. Vorrei infine sottolineare, dalla domanda iniziale del dottore della legge, l’obiettivo della vita eterna: ogni nostra azione dovrebbe orientarsi alla salvezza. I gesti di amore e carità aiutano il prossimo, ma la fede ci insegna che il primo beneficiario della carità è chi la pratica. Gesù non si limita a considerare le opere di giustizia sociale, pur opportune in molte parti del mondo; Egli guarda più in profondità, e la carità vissuta nel nome di Cristo ha un valore aggiunto: è pegno per la vita eterna.
    3 min
  • [Dom 5] Commento: Credere: è la più bella avventura.
    La Liturgia della Parola di questa domenica inizia con un grido di dolore verso Dio, da parte del profeta Abacuc, perché all’interno del popolo d’Israele dilagano violenze e contese, la legge è trasgredita, il diritto non rispettato. La prima risposta di Dio, non riportata nel testo di oggi, è l’annuncio che verranno i Caldei a punire gli empi (Ab 1,6). A tale risposta il profeta si agita ancora di più, chiedendo conto a Dio del suo operato; sì, Giuda ha peccato ma perché Dio ha scelto un popolo malvagio, pagano, che governa opprimendo e seminando morte, per esercitare la sua vendetta? In fondo Giuda rimane sempre un giusto che ama l’unico Dio. Abacuc attende con impazienza che il Signore dia una spiegazione a tutti i suoi “perché” e intervenga per porre fine all’oppressione caldea. Gli interrogativi del profeta sono anche i nostri, gli interrogativi di tutti coloro che odiano la violenza e l’ingiustizia. L’ansia di Abacuc si placa nella risposta di Dio: «Ecco soccombe colui che non ha l’animo retto, mentre il giusto vivrà per la sua fede» (Ab 2,4). È un invito alla pazienza, alla fiducia, a credere che il giusto non sarà dimenticato, ma sopravvivrà mentre l’empio soccomberà. Jahvè si impegna a realizzare questa sua promessa, l’uomo da parte sua deve camminare umilmente con il suo Dio, obbedire alle sue leggi, essergli fedele nella certezza che Dio non può ingannarlo. Il giusto non è colui che non pecca mai, ma è colui che, dopo aver peccato, appoggiandosi alla misericordia di Dio, si rialza riprendendo il cammino, giustificato, perdonato, salvato.
    Nessuno può salvarsi da solo, nessuno può risolvere il problema del male, se non in Gesù Cristo che in sé ha distrutto tutto ciò che per noi è fardello pesante che ci schiaccia; questa è la giustizia di Dio, che ci rende giusti: la misericordia. Viviamo dunque di fede, gettando in Dio ogni nostro affanno, e accogliamo l’invito del salmista a vivere la vita come una festa, anche quando siamo nel buio, perché Cristo ha già vinto la morte.
    Solo così, ben radicati in Cristo, possiamo accogliere l’esortazione dell’apostolo Paolo a soffrire per il Vangelo; la fedeltà alla vocazione, al Vangelo, spesso porta con sé rinunce, sofferenze e insuccessi. Poiché però ogni carisma è un dono di Dio, non bisogna viverlo ansiosamente come se tutto dipendesse da noi, né trascurarlo come se tutto dipendesse da Dio, ma alimentarlo come fuoco sempre vivo, credendo fermamente che lo Spirito Santo sarà capace di trasformare la nostra debolezza in forza, amore e saggezza a servizio del bene della comunità.
    A questo punto, come agli apostoli, anche a noi viene spontaneo chiedere al Signore di aumentare la nostra fede, non certo per sradicare gli alberi e piantarli nel mare, ma perché la sua Parola, seminata nei nostri cuori, nel cuore di ogni uomo, possa far nascere e crescere il frutto buono che è Gesù, nostro Signore, e perché altri possano gustarne la dolcezza. Nasce quindi spontanea nel nostro cuore una sincera gratitudine perché, attraverso la nostra inadeguatezza e inefficacia, Gesù continua a camminare nella storia, portando a maturazione i semi di santità da Lui piantati e preoccupandosi incessantemente di risvegliare in noi stessi la fede, di difenderla e di aumentarla. Sì, Lui sta in mezzo a noi come colui che serve e per noi non c’è avventura più bella che essere come Lui: servi che non appartengono più a se stessi, ma al proprio Signore che per noi ha donato la vita. Il Signore doni a tutti la gioia di dimenticarci, di non avanzare nessun diritto nei suoi confronti e di cercare solo la sua gloria e il suo Regno, secondo quanto afferma Sant’Agostino: «Noi, fratelli, se viviamo col continuo desiderio di appartenere a Lui e perseveriamo in esso fino alla fine, giungeremo alla visione e saremo ricolmi di gioia» (dal commento sui salmi di Sant’Agostino).
    5 min
  • [Sab 4] Commento: Hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli.
    Un brano meraviglioso per la festa di San Francesco, piccolo per eccellenza. La benedizione di Gesù verso il Padre, riportata nei Vangeli, è un momento importantissimo nella sua missione. Essa contiene una profonda rivelazione del Padre. La benedizione del Figlio parte dalla sua umanità ma rivela la divinità di Gesù; è una benedizione che contiene una sobria solennità. Non si manifesta la solennità umana, determinata da apparati costosi, ma una solennità divina, rivelata ai semplici e ai piccoli. Il Figlio rivela allora la vera essenza del Padre. In questa rivelazione Gesù si mostra, in qualche modo, della stessa natura del Padre, ammettendo una reciprocità di conoscenza che si spiega solo nel mistero trinitario. Proprio in questa assunzione trinitaria, la benedizione di Gesù, rivolta al Padre, si riflette immediatamente su di noi e per noi. Come ogni preghiera che esce dalla bocca di Gesù, essa è un vero ringraziamento di lode che si traduce in un invito alla conversione. Gesù ringrazia e benedice il Padre e lo rivela nei piccoli e nei semplici, ma si rivolge in realtà a tutti noi. L’invito per noi è diventare piccoli e semplici perché anche per noi vi sia, nel Figlio, la rivelazione dell’Amore del Padre. La conoscenza non è solo una facoltà mentale, ma nella prospettiva biblica assume una valenza che coinvolge la nostra esperienza di amore; amore vero e sincero, il fondamento della vita cristiana.
    San Francesco ha incarnato questo messaggio del Vangelo in modo esemplare, assumendo la povertà evangelica non come segno di debolezza, ma come forza e liberazione. La sua vita, il suo insegnamento e la sua testimonianza, trasmessi attraverso i suoi frati, hanno continuato a parlare al mondo, anche oggi, che spesso guarda alla povertà come a un limite anziché a un valore. Il suo spirito missionario continua a sfidare le mentalità contemporanee, proponendo una via di umiltà, semplicità e amore radicale. Che il suo esempio possa trovare ancora molti seguaci, non solo all’interno del suo ordine, ma anche tra i laici, perché la chiamata alla santità e alla povertà evangelica riguarda ogni cristiano nel mondo di oggi.
    3 min
  • [Sab 4] Vangelo: Gal 6, 14-18; Sal 15; Mt 11, 25-30.
    In quel tempo Gesù disse: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo.
    Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».
    1 min
  • [Ven 3] Commento: I guai derivanti dalla cecità spirituale.
    I miracoli compiuti da Gesù, la sua stessa presenza, reale e misteriosa insieme, hanno uno scopo preciso: non meravigliare o stupire gli ascoltatori e i testimoni, ma suscitare la fede e far comprendere la verità della vita e la sua missione di salvatore del mondo. Molti invece cercano segni e prodigi solo per placare con gli occhi la propria incredulità e illudersi di saziare le proprie ragioni; così non approdano alla fede, ma permangono nel buio dei propri vizi e conservano l'ostilità verso Cristo e i suoi inviati. C'è una oggettiva responsabilità quando la grazia divina viene riversata in noi e non l'accogliamo con umiltà e gratitudine, quando non operiamo la conversione interiore del cuore, non facciamo la dovuta penitenza per i mali commessi e restiamo nei nostri personali e falsi moralismi. I "guai" che Gesù scaglia contro le città che non hanno voluto accogliere il suo annuncio di salvezza risuonano come una inevitabile autocondanna: è normale che ci si perda quando, trovandoci sperduti nel buio, rifiutiamo il dono della luce che ci serve per uscirne. Per questo siamo chiamati a vigilare sul nostro cammino di fede, ad aprirci sempre con umiltà alla grazia di Dio, perché la luce di Cristo possa davvero illuminare la nostra vita e guidarci verso la salvezza.
    2 min
  • [Ven 3] Vangelo: Bar 1, 15-22; Sal.78; Lc 10, 13-16.
    In quel tempo, Gesù disse:
    «Guai a te, Corazìn, guai a te, Betsàida! Perché, se a Tiro e a Sidòne fossero avvenuti i prodigi che avvennero in mezzo a voi, già da tempo, vestite di sacco e cosparse di cenere, si sarebbero convertite. Ebbene, nel giudizio, Tiro e Sidòne saranno trattate meno duramente di voi.
    E tu, Cafàrnao, sarai forse innalzata fino al cielo? Fino agli inferi precipiterai!
    Chi ascolta voi ascolta me, chi disprezza voi disprezza me. E chi disprezza me, disprezza colui che mi ha mandato».
    1 min
  • [Gio 2] Commento: I loro angeli vedono sempre la faccia del Padre mio.
    Stupendo questo piccolo brano del Vangelo, in una settimana liturgica nella quale lo stesso Gesù ci parla spesso dei piccoli e dei semplici. L’invito all’umiltà nel servizio verso i fratelli non è solo una norma di comportamento. Nella festa degli angeli custodi assume un significato ben preciso. L’invito della liturgia odierna è nell’immergerci, fin d’ora, nella contemplazione beata del Volto del Signore. È la contemplazione alla quale tutti noi siamo chiamati, quando apparterremo alla schiera dei santi. Siamo chiamati alla contemplazione del Volto del Signore, che significa albergare nel suo Cuore e vivere nel suo eterno Amore. La contemplazione è una realtà che ci distingue come veri figli di Dio; Gesù ci mostra la nostra meta in quella contemplazione che è ora dei santi e degli angeli. Gli angeli, messaggeri di Dio, sono i nostri custodi perché la nostra vita sia costantemente orientata verso il Signore. Gli angeli, creature spirituali, ci indicano il Regno dei Cieli al quale apparterremo nella resurrezione finale dei corpi. Oggi possiamo intuire cosa Gesù voglia dirci con questo invito alla contemplazione del Volto del Signore. Lo comprendiamo proprio grazie all’invito a diventare piccoli: significa scoprire nel nostro prossimo il Volto di Cristo, perché la nostra vocazione alla santità si incarna e si realizza nella carità e nell’amore. Contemplare il Volto del Signore significa destino di gloria, ma è anche il percorso che ci porta, sulla terra, a questa grande meta che oggi appartiene agli angeli. La chiamata alla santità non è una meta utopica, raggiungibile solo da pochi eletti, ma è proprio la costante e continua risposta di conversione vera dei cuori, nel riconoscere nel fratello da assistere l’anticipo della gloria che ci attende.
    2 min

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