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Memos episodes

  • Libertà di espressione, sempre
    Il caso del giornalista, blogger, Gabriele Del Grande, fermato in Turchia dieci giorni fa, è solo l’ultimo conosciuto attacco alla libertà di espressione. A Memos la giornalista-scrittrice Francesca Borri, il senatore Luigi Manconi, il segretario FNSI Raffaele Lo Russo e Danilo De Biasio, direttore del Festival Diritti Umani di Milano
    31 min
  • Educare all’antimafia: il ruolo della scuola
    Settimo appuntamento del nuovo ciclo “Lezioni di antimafia” ideato dalla Scuola di Formazione “Antonino Caponnetto” e coordinato da Lele Liguori. La lezione è stata tenuta da Pietro De Luca e Pietro Maradei. Sono due presidi calabresi che insegnano all’Istituto Marignoni Polo di Milano (Pietro De Luca) e al liceo scientifico “Fortunato Bruno” di Corigliano Calabro, in provincia di Cosenza (Pietro Maradei). La lezione si è svolta nell’Auditorium di Radio Popolare il 10 aprile 2017.
    30 min
  • Educare all’antimafia: il ruolo della scuola
    Settimo appuntamento del nuovo ciclo “Lezioni di antimafia” ideato dalla Scuola di Formazione “Antonino Caponnetto” e coordinato da Lele Liguori. La lezione è stata tenuta da Pietro De Luca e Pietro Maradei. Sono due presidi calabresi che insegnano all’Istituto Marignoni Polo di Milano (Pietro De Luca) e al liceo scientifico “Fortunato Bruno” di Corigliano Calabro, in provincia di Cosenza (Pietro Maradei). La lezione si è svolta nell’Auditorium di Radio Popolare il 10 aprile 2017.
    30 min
  • Educare all’antimafia: il ruolo della scuola
    Settimo appuntamento del nuovo ciclo “Lezioni di antimafia” ideato dalla Scuola di Formazione “Antonino Caponnetto” e coordinato da Lele Liguori. La lezione è stata tenuta da Pietro De Luca e Pietro Maradei. Sono due presidi calabresi che insegnano all’Istituto Marignoni Polo di Milano (Pietro De Luca) e al liceo scientifico “Fortunato Bruno” di Corigliano Calabro, in provincia di Cosenza (Pietro Maradei). La lezione si è svolta nell’Auditorium di Radio Popolare il 10 aprile 2017.
    30 min
  • Federico Caffè, a 30 anni dalla scomparsa. Storia di un liberale, riformista e antagonista
    Il prossimo 15 aprile saranno 30 anni dalla scomparsa di uno dei maggiori economisti italiani del Novecento, Federico Caffè. Nella notte tra il 14 e il 15 aprile del 1987 il professor Caffè, 73 anni, esce di casa e di lui non si saprà più nulla. Viveva a Roma, a Monte Mario, con l’anziano fratello malato. Nel 1998 il Tribunale di Roma ne dichiarò la morte presunta. Caffè insegnava all’università di Roma. I suoi allievi, nel corso di oltre trent’anni, hanno formato un gruppo eterogeneo di economisti. Da un lato gli studiosi come Bruno Amoroso, Nicola Acocella, Marcello De Cecco che hanno esplorato con la ricerca critica, anche radicale, alcuni aspetti del capitalismo contemporaneo. Dall’altro, quegli allievi che hanno seguito una carriera nelle istituzioni finanziarie pubbliche e private, come Ignazio Visco (attuale governatore della Banca d’Italia) e Mario Draghi (dai vertici del Tesoro italiano a quelli di Bankitalia, di Goldman Sachs e per ultimo della Bce). Federico Caffè è stato un teorico della critica alle storture del capitalismo contemporaneo. E’ stato il massimo esponente italiano del pensiero keynesiano. Per ricordare la figura di Federico Caffè Memos ha ospitato oggi il giornalista del Sole 24 Ore Roberto Da Rin e l’economista Giorgio Lunghini. Da Rin racconta la svolta che c’è stata recentemente nei trent’anni di interrogativi sulla sorte di Federico Caffè. E’ contenuta in un libro dell’allievo prediletto di Caffè, Bruno Amoroso, uscito nel settembre del 2016 (Memorie di un intruso, Castelvecchi). In poche righe – racconta Roberto Da Rin - Amoroso fa capire di aver incontrato più volte Caffè dopo quel 15 aprile del 1987. Per Da Rin, dopo una verifica diretta con l’autore, cade così l’ipotesi del suicidio, insieme a quella del rapimento, che pure erano state fatte trent’anni fa. Ospite a Memos anche Giorgio Lunghini, economista all’Università di Pavia. Il professor Lunghini ci ha aiutato a ricostruire il profilo teorico di Federico Caffè. Chi era il grande economista scomparso? Era un liberale, un riformista oppure un antagonista? «Tutte e tre le cose insieme», risponde senza esitazioni Lunghini.
    29 min
  • Federico Caffè, a 30 anni dalla scomparsa. Storia di un liberale, riformista e antagonista
    Il prossimo 15 aprile saranno 30 anni dalla scomparsa di uno dei maggiori economisti italiani del Novecento, Federico Caffè. Nella notte tra il 14 e il 15 aprile del 1987 il professor Caffè, 73 anni, esce di casa e di lui non si saprà più nulla. Viveva a Roma, a Monte Mario, con l’anziano fratello malato. Nel 1998 il Tribunale di Roma ne dichiarò la morte presunta. Caffè insegnava all’università di Roma. I suoi allievi, nel corso di oltre trent’anni, hanno formato un gruppo eterogeneo di economisti. Da un lato gli studiosi come Bruno Amoroso, Nicola Acocella, Marcello De Cecco che hanno esplorato con la ricerca critica, anche radicale, alcuni aspetti del capitalismo contemporaneo. Dall’altro, quegli allievi che hanno seguito una carriera nelle istituzioni finanziarie pubbliche e private, come Ignazio Visco (attuale governatore della Banca d’Italia) e Mario Draghi (dai vertici del Tesoro italiano a quelli di Bankitalia, di Goldman Sachs e per ultimo della Bce). Federico Caffè è stato un teorico della critica alle storture del capitalismo contemporaneo. E’ stato il massimo esponente italiano del pensiero keynesiano. Per ricordare la figura di Federico Caffè Memos ha ospitato oggi il giornalista del Sole 24 Ore Roberto Da Rin e l’economista Giorgio Lunghini. Da Rin racconta la svolta che c’è stata recentemente nei trent’anni di interrogativi sulla sorte di Federico Caffè. E’ contenuta in un libro dell’allievo prediletto di Caffè, Bruno Amoroso, uscito nel settembre del 2016 (Memorie di un intruso, Castelvecchi). In poche righe – racconta Roberto Da Rin - Amoroso fa capire di aver incontrato più volte Caffè dopo quel 15 aprile del 1987. Per Da Rin, dopo una verifica diretta con l’autore, cade così l’ipotesi del suicidio, insieme a quella del rapimento, che pure erano state fatte trent’anni fa. Ospite a Memos anche Giorgio Lunghini, economista all’Università di Pavia. Il professor Lunghini ci ha aiutato a ricostruire il profilo teorico di Federico Caffè. Chi era il grande economista scomparso? Era un liberale, un riformista oppure un antagonista? «Tutte e tre le cose insieme», risponde senza esitazioni Lunghini.
    29 min
  • Federico Caffè, a 30 anni dalla scomparsa. Storia di un liberale, riformista e antagonista
    Il prossimo 15 aprile saranno 30 anni dalla scomparsa di uno dei maggiori economisti italiani del Novecento, Federico Caffè. Nella notte tra il 14 e il 15 aprile del 1987 il professor Caffè, 73 anni, esce di casa e di lui non si saprà più nulla. Viveva a Roma, a Monte Mario, con l’anziano fratello malato. Nel 1998 il Tribunale di Roma ne dichiarò la morte presunta. Caffè insegnava all’università di Roma. I suoi allievi, nel corso di oltre trent’anni, hanno formato un gruppo eterogeneo di economisti. Da un lato gli studiosi come Bruno Amoroso, Nicola Acocella, Marcello De Cecco che hanno esplorato con la ricerca critica, anche radicale, alcuni aspetti del capitalismo contemporaneo. Dall’altro, quegli allievi che hanno seguito una carriera nelle istituzioni finanziarie pubbliche e private, come Ignazio Visco (attuale governatore della Banca d’Italia) e Mario Draghi (dai vertici del Tesoro italiano a quelli di Bankitalia, di Goldman Sachs e per ultimo della Bce). Federico Caffè è stato un teorico della critica alle storture del capitalismo contemporaneo. E’ stato il massimo esponente italiano del pensiero keynesiano. Per ricordare la figura di Federico Caffè Memos ha ospitato oggi il giornalista del Sole 24 Ore Roberto Da Rin e l’economista Giorgio Lunghini. Da Rin racconta la svolta che c’è stata recentemente nei trent’anni di interrogativi sulla sorte di Federico Caffè. E’ contenuta in un libro dell’allievo prediletto di Caffè, Bruno Amoroso, uscito nel settembre del 2016 (Memorie di un intruso, Castelvecchi). In poche righe – racconta Roberto Da Rin - Amoroso fa capire di aver incontrato più volte Caffè dopo quel 15 aprile del 1987. Per Da Rin, dopo una verifica diretta con l’autore, cade così l’ipotesi del suicidio, insieme a quella del rapimento, che pure erano state fatte trent’anni fa. Ospite a Memos anche Giorgio Lunghini, economista all’Università di Pavia. Il professor Lunghini ci ha aiutato a ricostruire il profilo teorico di Federico Caffè. Chi era il grande economista scomparso? Era un liberale, un riformista oppure un antagonista? «Tutte e tre le cose insieme», risponde senza esitazioni Lunghini.
    29 min
  • Arsenali pieni. In vista più guerra e meno pace
    Gli arsenali tornano a riempirsi. A livello globale c’è una tendenza al rialzo delle spese militari. A sostenerlo sono diverse fonti. A volte le cifre non combaciano, ma la tendenza è evidente. “Il 2016 segna l’inizio di un decennio di spese militari in aumento”. Lo sostiene uno dei principali centri di ricerca sulle spese militari, l’IHS Markit britannico, in un rapporto di cui ha dato notizia nei mesi scorsi in esclusiva il settimanale francese “Le Point”. Gli ultimi dati del Sipri di Stoccolma, fermi ad un anno fa, hanno indicato lo stesso trend: il 2015 ha segnato un aumento delle spese militari globali dopo tre anni di stasi. In termini reali l’incremento complessivo è stato dell’1% per un totale della spesa di oltre 1600 miliardi di dollari. Gli Stati Uniti sono il paese che spende di più per la difesa, oltre 600 miliardi di dollari. Un mese fa Trump ha proposto un aumento del budget del Pentagono da 54 miliardi di dollari, quasi il 10% in più. Crescono le spese militari in Cina, India, Gran Bretagna e Francia, anche se in percentuali molto diverse tra loro. Più controverso il dato della Russia: alcune fonti (IHS Markit) indicano una spesa militare in calo, altre (Sipri) in aumento. La spese militare russa resta comunque attorno alla cifra di un decimo del bilancio del Pentagono. Quanto all’Italia, la spesa militare è di oltre 20 miliardi l’anno, e in aumento. Memos oggi ha ospitato Alessandro Colombo, docente di relazioni internazionali all’università di Milano, e Gianandrea Gaiani, direttore della rivista Analisi Difesa. Perchè le spese militari aumentano? «Le spese militari – risponde il professor Colombo – sono un indicatore delle aspettative sul futuro. Quindi, quando crescono significa che le aspettative sul futuro si stanno deteriorando. E’ evidente che l’ordine internazionale costruito negli anni ‘90 è in fase di definitivo collasso. Inoltre, l’andamento delle spese militari nelle diverse regioni (ndr, Asia e Medioriente sono le aree dove crescono di più) ci dice quanto sia marcato il processo di regionalizzazione della sicurezza. Nel nostro contesto internazionale le dinamiche di pace e di guerra, che nel Novecento avevano avuto la tendenza a convergere, oggi sono tornate a divergere nettamente a seconda delle regioni».
    29 min
  • Arsenali pieni. In vista più guerra e meno pace
    Gli arsenali tornano a riempirsi. A livello globale c’è una tendenza al rialzo delle spese militari. A sostenerlo sono diverse fonti. A volte le cifre non combaciano, ma la tendenza è evidente. “Il 2016 segna l’inizio di un decennio di spese militari in aumento”. Lo sostiene uno dei principali centri di ricerca sulle spese militari, l’IHS Markit britannico, in un rapporto di cui ha dato notizia nei mesi scorsi in esclusiva il settimanale francese “Le Point”. Gli ultimi dati del Sipri di Stoccolma, fermi ad un anno fa, hanno indicato lo stesso trend: il 2015 ha segnato un aumento delle spese militari globali dopo tre anni di stasi. In termini reali l’incremento complessivo è stato dell’1% per un totale della spesa di oltre 1600 miliardi di dollari. Gli Stati Uniti sono il paese che spende di più per la difesa, oltre 600 miliardi di dollari. Un mese fa Trump ha proposto un aumento del budget del Pentagono da 54 miliardi di dollari, quasi il 10% in più. Crescono le spese militari in Cina, India, Gran Bretagna e Francia, anche se in percentuali molto diverse tra loro. Più controverso il dato della Russia: alcune fonti (IHS Markit) indicano una spesa militare in calo, altre (Sipri) in aumento. La spese militare russa resta comunque attorno alla cifra di un decimo del bilancio del Pentagono. Quanto all’Italia, la spesa militare è di oltre 20 miliardi l’anno, e in aumento. Memos oggi ha ospitato Alessandro Colombo, docente di relazioni internazionali all’università di Milano, e Gianandrea Gaiani, direttore della rivista Analisi Difesa. Perchè le spese militari aumentano? «Le spese militari – risponde il professor Colombo – sono un indicatore delle aspettative sul futuro. Quindi, quando crescono significa che le aspettative sul futuro si stanno deteriorando. E’ evidente che l’ordine internazionale costruito negli anni ‘90 è in fase di definitivo collasso. Inoltre, l’andamento delle spese militari nelle diverse regioni (ndr, Asia e Medioriente sono le aree dove crescono di più) ci dice quanto sia marcato il processo di regionalizzazione della sicurezza. Nel nostro contesto internazionale le dinamiche di pace e di guerra, che nel Novecento avevano avuto la tendenza a convergere, oggi sono tornate a divergere nettamente a seconda delle regioni».
    29 min
  • Arsenali pieni. In vista più guerra e meno pace
    Gli arsenali tornano a riempirsi. A livello globale c’è una tendenza al rialzo delle spese militari. A sostenerlo sono diverse fonti. A volte le cifre non combaciano, ma la tendenza è evidente. “Il 2016 segna l’inizio di un decennio di spese militari in aumento”. Lo sostiene uno dei principali centri di ricerca sulle spese militari, l’IHS Markit britannico, in un rapporto di cui ha dato notizia nei mesi scorsi in esclusiva il settimanale francese “Le Point”. Gli ultimi dati del Sipri di Stoccolma, fermi ad un anno fa, hanno indicato lo stesso trend: il 2015 ha segnato un aumento delle spese militari globali dopo tre anni di stasi. In termini reali l’incremento complessivo è stato dell’1% per un totale della spesa di oltre 1600 miliardi di dollari. Gli Stati Uniti sono il paese che spende di più per la difesa, oltre 600 miliardi di dollari. Un mese fa Trump ha proposto un aumento del budget del Pentagono da 54 miliardi di dollari, quasi il 10% in più. Crescono le spese militari in Cina, India, Gran Bretagna e Francia, anche se in percentuali molto diverse tra loro. Più controverso il dato della Russia: alcune fonti (IHS Markit) indicano una spesa militare in calo, altre (Sipri) in aumento. La spese militare russa resta comunque attorno alla cifra di un decimo del bilancio del Pentagono. Quanto all’Italia, la spesa militare è di oltre 20 miliardi l’anno, e in aumento. Memos oggi ha ospitato Alessandro Colombo, docente di relazioni internazionali all’università di Milano, e Gianandrea Gaiani, direttore della rivista Analisi Difesa. Perchè le spese militari aumentano? «Le spese militari – risponde il professor Colombo – sono un indicatore delle aspettative sul futuro. Quindi, quando crescono significa che le aspettative sul futuro si stanno deteriorando. E’ evidente che l’ordine internazionale costruito negli anni ‘90 è in fase di definitivo collasso. Inoltre, l’andamento delle spese militari nelle diverse regioni (ndr, Asia e Medioriente sono le aree dove crescono di più) ci dice quanto sia marcato il processo di regionalizzazione della sicurezza. Nel nostro contesto internazionale le dinamiche di pace e di guerra, che nel Novecento avevano avuto la tendenza a convergere, oggi sono tornate a divergere nettamente a seconda delle regioni».
    29 min

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