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  • “Non chiudete i tribunali per i minorenni"
    I diritti dei minori in Italia sono stati garantiti anche dall’esistenza di un tribunale ad hoc, composto sia da giudici togati che da giudici “onorari” (esperti di psicologia, antropologia, pediatria). C’è, però, un progetto di legge, in discussione in commissione giustizia al Senato, che smonta l’impianto dei tribunali per i minorenni. Quel progetto rischia di essere un pesante passo indietro nell’amministrazione della giustizia per adolescenti e bambini in Italia. «In Italia abbiamo un problema, e cioè che alcune competenze che hanno a che fare con le famiglie e i minori sono frammentate tra il tribunale dei minorenni, i giudici che si occupano di tutela e i tribunali ordinari», racconta a Memos Lamberto Bertolè, presidente del consiglio comunale di Milano, fondatore della cooperativa sociale Arimo che assiste gli adolescenti in difficoltà. «Di fronte a questa situazione – prosegue Bertolè – il parlamento, nella legge delega sulla giustizia civile in discussione al Senato, ha introdotto un capitolo sui minori che ci fa fare un grandissimo passo indietro (ndr, emedamento Donetalla Ferranti, Pd, gennaio 2016). Vengono soppressi il tribunale per i minorenni e le relative procure per varare delle sezioni specializzate all’interno dei tribunali ordinari. La toppa (la cancellazione tribunale minori) – dice Bertolè – è peggio del buco (la frammentazione). Invece di rispondere al problema, si sta stravolgendo il sistema. Si rischia così di disperdere un capitale di esperienze e specializzazioni che sono il punto di forza del nostro sistema della giustizia minorile». Ospite di Memos anche Melita Cavallo, per oltre quarant’anni in magistratura, è stata presidente del tribunale per i minorenni di Napoli, Milano e Roma. «E’ la centralità data al bambino – sostiene Cavallo – che qualifica il lavoro dei tribunali per i minorenni. I casi che arrivano al tribunale sono sempre casi che si sarebbero potuti intercettare prima. Da parte dei servizi sociali, della scuola, del pediatra di base. Nel momento in cui noi ci rendiamo conto della complessità dei casi, della loro delicatezza, e della rapidità con cui dobbiamo rispondere, il tribunale è il più attrezzato a rispondere. Essendo il tribunale per i minorenni un organismo specializzato, riesce ad individuare il percorso opportuno, più giusto, per il bambino ascoltandolo. Il tribunale per i minorenni ha la possibilità di dare ascolto, di accogliere, di comprendere il bisogno e la necessità di un bambino. E ciò può essere fatto solo da un tribunale specializzato. Non lo può fare un tribunale ordinario – conclude Melita Cavallo – che ha fatto sempre altro e che improvvisamente si trova a dover ascoltare un bambino».
    28 min
  • “Non chiudete i tribunali per i minorenni"
    I diritti dei minori in Italia sono stati garantiti anche dall’esistenza di un tribunale ad hoc, composto sia da giudici togati che da giudici “onorari” (esperti di psicologia, antropologia, pediatria). C’è, però, un progetto di legge, in discussione in commissione giustizia al Senato, che smonta l’impianto dei tribunali per i minorenni. Quel progetto rischia di essere un pesante passo indietro nell’amministrazione della giustizia per adolescenti e bambini in Italia. «In Italia abbiamo un problema, e cioè che alcune competenze che hanno a che fare con le famiglie e i minori sono frammentate tra il tribunale dei minorenni, i giudici che si occupano di tutela e i tribunali ordinari», racconta a Memos Lamberto Bertolè, presidente del consiglio comunale di Milano, fondatore della cooperativa sociale Arimo che assiste gli adolescenti in difficoltà. «Di fronte a questa situazione – prosegue Bertolè – il parlamento, nella legge delega sulla giustizia civile in discussione al Senato, ha introdotto un capitolo sui minori che ci fa fare un grandissimo passo indietro (ndr, emedamento Donetalla Ferranti, Pd, gennaio 2016). Vengono soppressi il tribunale per i minorenni e le relative procure per varare delle sezioni specializzate all’interno dei tribunali ordinari. La toppa (la cancellazione tribunale minori) – dice Bertolè – è peggio del buco (la frammentazione). Invece di rispondere al problema, si sta stravolgendo il sistema. Si rischia così di disperdere un capitale di esperienze e specializzazioni che sono il punto di forza del nostro sistema della giustizia minorile». Ospite di Memos anche Melita Cavallo, per oltre quarant’anni in magistratura, è stata presidente del tribunale per i minorenni di Napoli, Milano e Roma. «E’ la centralità data al bambino – sostiene Cavallo – che qualifica il lavoro dei tribunali per i minorenni. I casi che arrivano al tribunale sono sempre casi che si sarebbero potuti intercettare prima. Da parte dei servizi sociali, della scuola, del pediatra di base. Nel momento in cui noi ci rendiamo conto della complessità dei casi, della loro delicatezza, e della rapidità con cui dobbiamo rispondere, il tribunale è il più attrezzato a rispondere. Essendo il tribunale per i minorenni un organismo specializzato, riesce ad individuare il percorso opportuno, più giusto, per il bambino ascoltandolo. Il tribunale per i minorenni ha la possibilità di dare ascolto, di accogliere, di comprendere il bisogno e la necessità di un bambino. E ciò può essere fatto solo da un tribunale specializzato. Non lo può fare un tribunale ordinario – conclude Melita Cavallo – che ha fatto sempre altro e che improvvisamente si trova a dover ascoltare un bambino».
    28 min
  • “Non chiudete i tribunali per i minorenni"
    I diritti dei minori in Italia sono stati garantiti anche dall’esistenza di un tribunale ad hoc, composto sia da giudici togati che da giudici “onorari” (esperti di psicologia, antropologia, pediatria). C’è, però, un progetto di legge, in discussione in commissione giustizia al Senato, che smonta l’impianto dei tribunali per i minorenni. Quel progetto rischia di essere un pesante passo indietro nell’amministrazione della giustizia per adolescenti e bambini in Italia. «In Italia abbiamo un problema, e cioè che alcune competenze che hanno a che fare con le famiglie e i minori sono frammentate tra il tribunale dei minorenni, i giudici che si occupano di tutela e i tribunali ordinari», racconta a Memos Lamberto Bertolè, presidente del consiglio comunale di Milano, fondatore della cooperativa sociale Arimo che assiste gli adolescenti in difficoltà. «Di fronte a questa situazione – prosegue Bertolè – il parlamento, nella legge delega sulla giustizia civile in discussione al Senato, ha introdotto un capitolo sui minori che ci fa fare un grandissimo passo indietro (ndr, emedamento Donetalla Ferranti, Pd, gennaio 2016). Vengono soppressi il tribunale per i minorenni e le relative procure per varare delle sezioni specializzate all’interno dei tribunali ordinari. La toppa (la cancellazione tribunale minori) – dice Bertolè – è peggio del buco (la frammentazione). Invece di rispondere al problema, si sta stravolgendo il sistema. Si rischia così di disperdere un capitale di esperienze e specializzazioni che sono il punto di forza del nostro sistema della giustizia minorile». Ospite di Memos anche Melita Cavallo, per oltre quarant’anni in magistratura, è stata presidente del tribunale per i minorenni di Napoli, Milano e Roma. «E’ la centralità data al bambino – sostiene Cavallo – che qualifica il lavoro dei tribunali per i minorenni. I casi che arrivano al tribunale sono sempre casi che si sarebbero potuti intercettare prima. Da parte dei servizi sociali, della scuola, del pediatra di base. Nel momento in cui noi ci rendiamo conto della complessità dei casi, della loro delicatezza, e della rapidità con cui dobbiamo rispondere, il tribunale è il più attrezzato a rispondere. Essendo il tribunale per i minorenni un organismo specializzato, riesce ad individuare il percorso opportuno, più giusto, per il bambino ascoltandolo. Il tribunale per i minorenni ha la possibilità di dare ascolto, di accogliere, di comprendere il bisogno e la necessità di un bambino. E ciò può essere fatto solo da un tribunale specializzato. Non lo può fare un tribunale ordinario – conclude Melita Cavallo – che ha fatto sempre altro e che improvvisamente si trova a dover ascoltare un bambino».
    28 min
  • Lavoro 4.0, c’è posto anche per te?
    E’ in corso una rivoluzione tecnologica che porterà alla distruzione di milioni di posti di lavoro. In Gran Bretagna, ad esempio, nei prossimi vent’anni potrebbero scomparirne 15 milioni a causa dell’automazione (lo sostiene il governatore della Banca d’Inghilterra Mark Carney). La trasformazione tecnologica del lavoro è già in atto: le macchine sostituiscono le persone agli sportelli delle banche o ai caselli autostradali o al bancone del ristorante. E’ successo già in passato, si potrebbe obiettare, quando le macchine hanno sostituito per decenni le persone nelle fasi precedenti dell’industrializzazione. Una fase di distruzione a cui, però, ne è seguita un’altra di creazione di nuovi posti di lavoro...Cosa c’è di diverso nella rivoluzione tecnologica di oggi? Per Marta Fana, economista, dottoranda di ricerca in economia all’Istituto di studi politici di Parigi, ospite oggi a Memos, le differenze ci sono. «Secondo le analisi pubblicate fino ad oggi - sostiene Fana - sappiamo che la quarta o la quinta rivoluzione tecnologica toglierà più lavoro di quanto ne produrrà. Fino ad oggi le rivoluzioni industriali hanno aperto spazi a nuovi mestieri, lavori, mentre ciò che sembrerebbe oggi è che quello spazio espansivo potrebbe contrarsi». Marta Fana nel corso della puntata di Memos commenta anche un’altra trasformazione del lavoro, oltre a quella tecnologica. E’ la trasformazione demografica, antropologica, del lavoro. In Italia l’età media di chi lavora è passata da 38 a 44 anni nel periodo che va dal 1993 al 2016. I giovani sotto i 35 anni sono passati dal 41% al 22% del totale degli occupati.
    28 min
  • Lavoro 4.0, c’è posto anche per te?
    E’ in corso una rivoluzione tecnologica che porterà alla distruzione di milioni di posti di lavoro. In Gran Bretagna, ad esempio, nei prossimi vent’anni potrebbero scomparirne 15 milioni a causa dell’automazione (lo sostiene il governatore della Banca d’Inghilterra Mark Carney). La trasformazione tecnologica del lavoro è già in atto: le macchine sostituiscono le persone agli sportelli delle banche o ai caselli autostradali o al bancone del ristorante. E’ successo già in passato, si potrebbe obiettare, quando le macchine hanno sostituito per decenni le persone nelle fasi precedenti dell’industrializzazione. Una fase di distruzione a cui, però, ne è seguita un’altra di creazione di nuovi posti di lavoro...Cosa c’è di diverso nella rivoluzione tecnologica di oggi? Per Marta Fana, economista, dottoranda di ricerca in economia all’Istituto di studi politici di Parigi, ospite oggi a Memos, le differenze ci sono. «Secondo le analisi pubblicate fino ad oggi - sostiene Fana - sappiamo che la quarta o la quinta rivoluzione tecnologica toglierà più lavoro di quanto ne produrrà. Fino ad oggi le rivoluzioni industriali hanno aperto spazi a nuovi mestieri, lavori, mentre ciò che sembrerebbe oggi è che quello spazio espansivo potrebbe contrarsi». Marta Fana nel corso della puntata di Memos commenta anche un’altra trasformazione del lavoro, oltre a quella tecnologica. E’ la trasformazione demografica, antropologica, del lavoro. In Italia l’età media di chi lavora è passata da 38 a 44 anni nel periodo che va dal 1993 al 2016. I giovani sotto i 35 anni sono passati dal 41% al 22% del totale degli occupati.
    28 min
  • Lavoro 4.0, c’è posto anche per te?
    E’ in corso una rivoluzione tecnologica che porterà alla distruzione di milioni di posti di lavoro. In Gran Bretagna, ad esempio, nei prossimi vent’anni potrebbero scomparirne 15 milioni a causa dell’automazione (lo sostiene il governatore della Banca d’Inghilterra Mark Carney). La trasformazione tecnologica del lavoro è già in atto: le macchine sostituiscono le persone agli sportelli delle banche o ai caselli autostradali o al bancone del ristorante. E’ successo già in passato, si potrebbe obiettare, quando le macchine hanno sostituito per decenni le persone nelle fasi precedenti dell’industrializzazione. Una fase di distruzione a cui, però, ne è seguita un’altra di creazione di nuovi posti di lavoro...Cosa c’è di diverso nella rivoluzione tecnologica di oggi? Per Marta Fana, economista, dottoranda di ricerca in economia all’Istituto di studi politici di Parigi, ospite oggi a Memos, le differenze ci sono. «Secondo le analisi pubblicate fino ad oggi - sostiene Fana - sappiamo che la quarta o la quinta rivoluzione tecnologica toglierà più lavoro di quanto ne produrrà. Fino ad oggi le rivoluzioni industriali hanno aperto spazi a nuovi mestieri, lavori, mentre ciò che sembrerebbe oggi è che quello spazio espansivo potrebbe contrarsi». Marta Fana nel corso della puntata di Memos commenta anche un’altra trasformazione del lavoro, oltre a quella tecnologica. E’ la trasformazione demografica, antropologica, del lavoro. In Italia l’età media di chi lavora è passata da 38 a 44 anni nel periodo che va dal 1993 al 2016. I giovani sotto i 35 anni sono passati dal 41% al 22% del totale degli occupati.
    28 min
  • Università, educare alla cultura della cittadinanza
    A cosa serve l’università? Serve a formare futuri lavoratori oppure ad educare e istruire cittadini consapevoli? ..In che direzione si sta muovendo l’università in Italia? ..Memos oggi ha ospitato un professore e uno studente del Politecnico di Torino. Si tratta di Juan Carlos De Martin, informatico, autore di “Università futura - tra democrazia e bit" (Codice edizioni, 2017); e Marco Rondina, consigliere di amministrazione del Politecnico in rappresentanza degli studenti...Rondina è autore e interprete di un discorso, diventato virale sul web, in cui sul filo dell’ironia denuncia «un sistema universitario – racconta a Memos - bistrattato e non considerato abbastanza». A cosa serve, allora, l’Università? Il professor De Martin ricorda che «in Italia una riflessione attorno a questo interrogativo non c’è quasi mai stata. In altri paesi, soprattutto negli Stati Uniti, questa domanda se la sono posta. Invece, in Italia sembra scontato che l’università serva a preparare al lavoro. Ma questa è solo una delle missioni dell’università. Nel mio libro metto in evidenza che la formazione al lavoro è sicuramente una cosa utile e importante per la società, ma non è affatto l’unica missione. L’università serve soprattutto alle persone, nella loro interezza, come esseri umani e come cittadini all’interno di una democrazia».
    28 min
  • Università, educare alla cultura della cittadinanza
    A cosa serve l’università? Serve a formare futuri lavoratori oppure ad educare e istruire cittadini consapevoli? ..In che direzione si sta muovendo l’università in Italia? ..Memos oggi ha ospitato un professore e uno studente del Politecnico di Torino. Si tratta di Juan Carlos De Martin, informatico, autore di “Università futura - tra democrazia e bit" (Codice edizioni, 2017); e Marco Rondina, consigliere di amministrazione del Politecnico in rappresentanza degli studenti...Rondina è autore e interprete di un discorso, diventato virale sul web, in cui sul filo dell’ironia denuncia «un sistema universitario – racconta a Memos - bistrattato e non considerato abbastanza». A cosa serve, allora, l’Università? Il professor De Martin ricorda che «in Italia una riflessione attorno a questo interrogativo non c’è quasi mai stata. In altri paesi, soprattutto negli Stati Uniti, questa domanda se la sono posta. Invece, in Italia sembra scontato che l’università serva a preparare al lavoro. Ma questa è solo una delle missioni dell’università. Nel mio libro metto in evidenza che la formazione al lavoro è sicuramente una cosa utile e importante per la società, ma non è affatto l’unica missione. L’università serve soprattutto alle persone, nella loro interezza, come esseri umani e come cittadini all’interno di una democrazia».
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