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La prima opera di Kierkegaard delinea i tre possibili stadi dell’esistenza. Soltanto due di essi, la vita estetica e la vita etica, vengono chiaramente illustrati. Il terzo stadio, la vita religiosa, viene solo accennato nel finale.
Per comprendere le idee di Kierkegaard non si può prescindere dalla riflessione sulle sue singolari scelte stilistiche e comunicative. Egli distingue tra comunicazione diretta (costituita dagli interventi pubblici, in buona parte articoli comparsi sul giornale “Il momento”, da lui stesso fondato e scritto), e la comunicazione indiretta, realizzata nelle opere a stampa, caratterizzate da pseudonimi che incarnano ciascuno una possibilità di esistenza, e da differenti varietà di scrittura. Kierkegaard in questo modo cerca di indirizzarsi non ad un pubblico indistinto, ma ad individui singoli, che non possono essere appiattiti e omologati. Kierkegaard mira a comunicare ai lettori non idee astratte, ma un saper fare; non una filosofia teoretica, ma bensì una filosofia che rispecchia la vita pratica del singolo, che si esprime attraverso l’esistenza concreta. Sull’esempio di Socrate e Cristo, che non hanno avuto bisogno di scrivere. Per questo la comunicazione indiretta, la comunicazione in maschera, viene anche chiamata comunicazione di esistenza. Il lettore dovrebbe essere attirato in maniera sottile, attraverso un “colpire alle spalle” finalizzato all’esercizio del cristianesimo. Tali scelte di scrittura, criticabili quanto si vuole, nascono anche dal rifiuto da parte del filosofo nei confronti dalla falsa oggettività del giornalismo di massa nella società liberale, che mira non alla verità ma alla rassicurazione. La comunicazione di massa è fasulla e ingannevole, giacché chi scrive non “reduplica” nella sua esistenza quel che dice. Le critiche di Kierkegaard non risparmiano il cristianesimo del suo tempo, a suo giudizio colpevole di essersi mondanizzato, imborghesito, ridotto a declamazioni ipocrite in contrasto con la condotta di vita dei sedicenti cristiani.
Søren Kierkegaard nasce a Copenaghen in una famiglia numerosa e agiata, ma la sua esistenza rivela sin da bambino i caratteri del tormento e della sofferenza. La severa educazione religiosa da parte del padre e la fragilità fisica spingono Søren ai confini con la pazzia. La difficoltà della sua vita interiore viene espressa nel “Diaro”, opera enorme, frammentaria e complessa. Dopo un periodo di libertinaggio, Kierkegaard si laurea in teologia ed eredita beni che gli consentiranno di vivere di rendita, dedicandosi completamente alla scrittura. L’abbandono della sua fidanzata Regina Olsen sancisce il rifiuto della vita borghese. Conservatore in politica e in religione, il filosofo si consuma in infinite polemiche pubbliche, che alla fine lo conducono ad uno scontro aperto con la Chiesa luterana danese. Le sue opere vengono scritte in un periodo di tempo relativamente breve, e Søren muore prematuramente.
Esistono anticipatori dell’evoluzionismo biologico anche nel Settecento (Maupertuis, Buffon, Diderot). All’inizio dell’Ottocento Jean-Baptiste Lamarck ipotizzò che la vita si evolva in specie sempre più complesse, fino alla più complessa di tutte, ovvero la specie umana. Ogni organismo, di fronte alle minacce della natura, modifica la propria organizzazione: tende a usare un organo o una parte del corpo, e a non usare un altro organo. Se la giraffa deve raggiungere le foglie in alto per nutrirsi, lo sforzo fa allungare il suo collo. Secondo Lamarck i nuovi caratteri acquisiti dagli individui vengono trasmessi ereditariamente ai discendenti, e possono affermarsi come caratteri della specie. Questo processo trasforma alcune specie in altre.
Il positivismo italiano si sviluppò soprattutto a partire dall’Unità, e diede i suoi risultati migliori nelle scienze settoriali, come la criminologia (con Lombroso), la pedagogia (con Gabelli e Angiulli), la storiografia (con Villari), la medicina (con Tommasi e Murri); mentre nell’ambito propriamente filosofico il positivista italiano più importante è sicuramente Roberto Ardigò.
L’impetuoso sviluppo industriale in Germania favorisce la diffusione delle idee del positivismo. Il positivismo tedesco e si presenta come una forma di rigido materialismo. Tuttavia questi materialisti prendono qualcosa dal romanticismo: la visione di un universo dinamico, unitario e pieno di forze.
Herbert Spencer amplia la visione evoluzionistica lamarckiano-darwiniana, ipotizzando che l’evoluzione sia un principio generale dell’universo.
Mill elabora le sue teorie sulla logica nell’opera “Sistema di logica raziocinativa e induttiva”, pubblicata nel 1843.
Il liberalismo di John Stuart Mill, come quello di Jeremy Bentham, presenta caratteristiche radicali. Da questo punto di vista i due pensatori possono essere utilmente paragonati in molti ambiti. Ad esempio entrambi rifiutano la religione, anche se Bentham lo fa in maniera più netta (fondò il primo collegio universitario in cui la partecipazione alle funzioni religiose non era richiesta), mentre Mill ipotizza l’esistenza di un Dio non onnipotente, che rappresenta una “speranza” su cui però nulla di dimostrativo si può affermare. In tal senso Mill anticipa la teoria di Spencer sull’inconoscibile. Entrambi accusano Comte di autoritarismo, e difendono la democrazia rappresentativa e i diritti dell’individuo. In fondo autori come Bentham, Mill o altri liberali inglesi, possono essere considerati positivisti fino ad un certo punto: essi rinunciano alla sociologia come strumento per dominare e governare la società da parte di pochi scienziati sociali. Il loro positivismo si limita al tentativo di elaborare la psicologia o altre scienze umane come scienze sperimentali. Pur essendo anch’egli utilitarista in morale, Mill critica il suo maestro Bentham per aver privilegiato il piacere fisico a scapito di quello intellettuale. Mill in economia propugna la “teoria dell’indipendenza”, in base alla quale i ceti più poveri dovrebbero trovare da sé le modalità per migliorare la loro condizione (non dovrebbero essere i più ricchi a prescriverla).
Jeremy Bentham è il sistematore della morale utilitaristica. Quest’ultima, a differenza delle teorie morali deontologiche, fa risiedere il bene e il male non nell’azione in sé o nell’intenzione che la determina, bensì nelle conseguenze dell’azione. Ne consegue la relativizzazione della morale, giacché una medesima azione può essere considerata giusta o ingiusta in base alle circostanze. La massima utilitaristica che presiede la scelta morale prescrive il conseguimento della “massima felicità per il maggior numero di persone”. La felicità è identificata con il piacere. Al fine di ottenere la massimizzazione della felicità generale, bisogna impegnarsi in un complesso calcolo delle conseguenze di ogni azione: tale algebra morale prende in considerazione diversi parametri: non solo l’intensità del piacere, ma anche la sua durata, la sua certezza, la sua capacità di evitare dolori, e così via. Così potrei, ad esempio, preferire un piacere meno forte ma più prolungato nel tempo, oppure un piacere meno forte ma esente dal rischio di attirare infelicità su di me.
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