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  • BRESCIA: COLPO DI MANO IN PROVINCIA DI FDI, CHE FA APPROVARE (AL SECONDO TENTATIVO) LA “MOZIONE RAMELLI”

    Brescia: la destra che controlla il Consiglio provinciale ha approvato oggi, lunedì 4 agosto 2025 e in seduta straordinaria, la mozione che impegna il Broletto “a intitolare un immobile o uno spazio pubblico alla memoria” del neofascista Sergio Ramelli.  Il 30 luglio la stessa mozione, voluta strenuamente da Fratelli d’Italia, Fdi, non era passata per la mancanza del numero legale causata dall’uscita dall’aula di tutto il centrosinistra e di un paio di consiglieri di destra non meloniani, il sindaco di Concesio e la sindaca di Ospitaletto che non condividevano la proposta.

    FdI ha però imposto al resto della maggioranza una seduta straordinaria proprio per rimettere ai voti il documento, revisionista, ottenendone oggi l’approvazione; per farlo Fratelli d’Italia ha commesso anche delle scorrettezze procedurali tra le quali, in ultimo, la decisione di fissare il consiglio senza convocare, come da prassi, la conferenza dei capigruppo; segno evidente della prova di forza identitaria del partito della presidente del consiglio Meloni.

    Alla fine, su 17 consiglieri, in aula erano in 9; a favore in 8. Fuori l’opposizione, assente pure Laura Trecani di Lombardia Ideale, civica di centrodestra, mentre il leghista Agostino Damiolini della Lega – assente il 30 luglio – stavolta si è astenuto, restando però in aula e consentendo così di avere il numero legale.

    Su Radio Onda d’Urto la corrispondenza e le valutazioni del consigliere provinciale di Provincia Bene Comune, Sergio Aurora. Ascolta o scarica

    12 min
  • CPR IN ALBANIA: LA CORTE DI GIUSTIZIA EUROPEA SMONTA IL MODELLO DEL GOVERNO MELONI

    La Corte di giustizia dell’Unione europea sconfessa la linea del governo Meloni sulla questione del protocollo Italia – Albania, e in particolare sulle modalità con cui vengono deportate le persone nei centri di detenzione creati fuori dall’Italia. Secondo il Tavolo Asilo immigrazione, si tratta di una sconfessione piena della maggioranza di governo:  la Corte “ha stabilito un principio chiaro: uno Stato membro non può designare un Paese di origine sicuro senza garantire un controllo giurisdizionale effettivo e trasparente, né può mantenere tale designazione se nel Paese non è assicurata protezione a tutta la popolazione, senza eccezioni”. Il cosiddetto modello Albania è stato costruito e mantenuto su basi giuridiche oggi dichiarate – sottolinea il Tavolo – incompatibili con il diritto dell’Unione.

    La sentenza colpisce al cuore uno degli assi portanti dell’intero impianto: la possibilità di processare richieste di asilo in procedura accelerata, basandosi sulla presunzione automatica di sicurezza del Paese d’origine. Non è più possibile, alla luce della pronuncia, utilizzare atti legislativi opachi e privi di fonti verificabili per giustificare il respingimento veloce delle domande di protezione. E non è ammissibile trattare come sicuro un Paese che non offre garanzie a tutte le persone. È esattamente quanto avvenuto nei trasferimenti verso l’Albania”.

    La Corte Ue si è espressa su richiesta del Tribunale di Roma, che finora non ha riconosciuto la legittimità dei fermi disposti nei confronti dei migranti soccorsi nel Mediterraneo e trasferiti nei Cpr in Albania perché provenienti da Paesi ritenuti sicuri dal governo italiano, in particolare Egitto e Bangladesh. Il nodo centrale riguarda la definizione e dell’applicazione del concetto di ‘Paese terzo sicuro’ nell’ambito delle procedure accelerate per l’esame delle richieste d’asilo. 

    “C’è un altro fronte giuridico ancora aperto, e riguarda i trasferimenti verso l’Albania direttamente dai centri di permanenza per il rimpatrio (Cpr): la questione è oggetto di un nuovo rinvio pregiudiziale alla Corte di Giustizia. Ma si tratta di un iter che richiederà almeno due anni”. Nell’attesa, il Tavolo sollecita  il governo a non riattivare il Protocollo Italia-Albania: “una richiesta avanzata fin da prima dell’avvio delle operazioni, e che ora diventa più forte nella cornice di questa sentenza. Nell’ultimo anno l’esecutivo ha più volte cercato di piegare le sentenze al proprio racconto, presentando come legittimazione ciò che non lo era affatto. Ma questa volta la pronuncia della Corte è inequivocabile, ed è difficile immaginare che possa essere strumentalizzata. L’architettura giuridica del modello viene demolita”.

    Proprio nei giorni scorsi il Tavolo Asilo e Immigrazione aveva pubblicato il report Ferite di confine. La nuova fase del modello Albania, che aggiorna il report di marzo. Se la prima fase riguardava il trasferimento forzato in territorio albanese di persone richiedenti asilo intercettate in mare e provenienti da paesi classificati come sicuri dal governo italiano, il quadro operativo è radicalmente cambiato a partire da aprile, quando hanno cominciato a essere deportate persone non intercettate in mare, ma dai CPR italiani. “Il nuovo assetto prevede il trasferimento coatto nel centro di Gjadër di persone già trattenute nei centri di permanenza per il rimpatrio (Cpr) in Italia, dando forma a un meccanismo di detenzione amministrativa transnazionale caratterizzato da scarsa trasparenza e da un elevato potenziale lesivo dei diritti fondamentali, come evidenziato dalle missioni di monitoraggio condotte dal Tavolo asilo e immigrazione”. Ai nostri microfoni Francesco Ferri, esperto di migrazione di Action Aid, una delle associazioni che fa parte del Tavolo Asilo e Immigrazione Ascolta o scarica

    10 min
  • GAZA: VOCI EBRAICHE ACCUSANO ISRAELE DI GENOCIDIO. MANIFESTAZIONE A MILANO

    Due tra le più note organizzazioni per i diritti umani israeliane hanno accusato apertamente lo Stato di Israele di genocidio. Durante una conferenza stampa che si è tenuta a Gerusalemme, B’Tselem e Physicians for Human Rights hanno presentato rapporti che delineano – nei dati, nelle testimonianze e nell’analisi giuridica – ciò che definiscono “un’azione coordinata e deliberata per distruggere la società palestinese nella Striscia di Gaza”.

    Il rapporto accusa Israele non solo di aver condotto bombardamenti indiscriminati, ma di aver adottato una strategia sistematica per disintegrare la società palestinese, attraverso la distruzione di infrastrutture civili, l’assedio totale e il blocco degli aiuti umanitari, che ha spinto l’intera popolazione verso una carestia annunciata.

    Il portavoce dell’esecutivo, David Mencer, ha liquidato i rapporti delle ONG come “un uso distorto della libertà di parola” e ha sostenuto che dichiarazioni di questo tipo “alimentano l’antisemitismo nel mondo”.

    Ma le voci ebraiche contro Israele sono sempre piu’ diffuse.

    Mercoledi scorso un gruppo di manifestanti, tra cui cittadini ebrei e israeliani residenti in Italia, si è radunato sotto la sede del consolato americano a Milano per esprimere una ferma condanna contro l’operato del governo di Israele guidato da Benjamin Netanyahu.

    L’iniziativa, promossa sotto la sigla “Mai indifferenti. Voci ebraiche per la pace”, ha visto la partecipazione di decine di persone che hanno denunciato la situazione nella Striscia di Gaza e la politica di occupazione nella West Bank.

    Tra i partecipanti Tanya Jones, cittadina israeliana da anni residente a Milano, che ha indossato una maglietta con la scritta “Democrazia e occupazione non possono coesistere”. Jones ha dichiarato che, sebbene l’occupazione non sia iniziata con Netanyahu, il governo attuale ha portato la disumanizzazione del popolo palestinese a livelli estremi, sostenendo che “Israele sta portando avanti davanti agli occhi di tutti un genocidio a Gaza e un regime di apartheid nella West Bank”. L’attivista ha sottolineato che questa cultura di eliminazione non può essere considerata parte dell’identità ebraica.

    Sentiamo la sua voce raccolta da Alanews Ascolta o scarica

    5 min
  • TARANTO: IL SINDACO BITETTI RITIRA LE DIMISSIONI E PARTECIPA ALL’INCONTRO AL MINISTERO. SLITTATE LE DECISIONI SULL’EX ILVA IL 12 AGOSTO

    Si è tenuto a Roma giovedi 31 luglio l’incontro tra il governo e gli enti locali in relazione alla sottoscrizione dell’Accordo di Programma Interistituzionale sul futuro produttivo dell’ex Ilva di Taranto (giorno nel quale è stato approvato in via definitiva alla Camera l’ultimo decreto che assegna altri 200 milioni di euro per la prosecuzione dell’attività del siderurgico).

    Erano presenti rappresentanti del Ministero delle Imprese e del Made in Italy, del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, del Ministero della Salute, del Ministero dell’Interno, della Regione Puglia, della Provincia di Taranto, del Comune di Taranto, del Comune di Statte, dell’Autorità di Sistema Portuale del Mar Ionio – Porto di Taranto, di ILVA S.p.A. in Amministrazione Straordinaria, di Acciaierie d’Italia S.p.A. in Amministrazione Straordinaria. Presente anche il Sindaco di Taranto Bitetti che ha ritirato le dimissioni.

    E’ stato fissato un nuovo incontro il 12 agosto al ministero delle Imprese e del Made in Italy. Nel frattempo sarà aggiornata la gara ancora in corso per la vendita dell’ex Ilva e si svolgerà il consiglio comunale monotematico a Taranto.

    La gara sarà riaperta la prossima settimana e si chiuderà entro settembre. La novità rispetto a quella bandita lo scorso anno, consta nel fatto che vi sarà per il futuro acquirente l’obbligatorietà della decarbonizzazione da attuare con l’installazione dei tre forni elettrici rispetto agli attuali tre altoforni a carbone entro 7/8 anni, mentre nella precedente era soltanto prevista come opzione.

    Il Ministero, d’intesa con le Istituzioni presenti, ha quindi deciso di fissare un incontro il 12 agosto per consentire agli enti locali, come da loro richiesta, di riunire gli organi assembleari al fine di esprimere compiutamente le loro posizioni sul Piano di decarbonizzazione.

    Durante la riunione è stato infatti presentato un documento dal sindaco del Comune di Taranto riguardo ad un’ulteriore opzione del Piano di decarbonizzazione (la così detta opzione C, che dovrebbe prevedere tre forni elettrici e un impianto DRI).

    Gli ambientalisti denunciano ciò che emerge chiaramente dalle carte: il processo di decarbonizzazione, se attuato, verrà portato a termine tra 10-12 anni. In questo lasso di tempo saranno riaperte tutte le fornaci dell’acciaieria, proprio quelle che per tutti questi anni hanno avuto un impatto significativo su Taranto e sulla salute della popolazione: l’enorme attività siderurgica ha provocato l’aumento di malattie respiratorie, cardiovascolari e tumorali, specialmente nei quartieri più vicini all’ex Ilva.

    Resta la questione relativa alla concessione dell’AIA all’ex Ilva per i prossimi 12 anni, rilasciata dal ministero dell’Ambiente la scorsa settimana, nonostante la contrarietà degli enti locali. Che potrebbero presentare ricorso al TAR, qualora gli uffici legali riscontrassero gli estremi per farlo.

    Il punto della situazione con Gianmario Leone giornalista del Corriere Taranto che da anni segue le vicende relative all’ex-Ilva Ascolta o scarica 

    18 min
  • COMO: COLPITI DA DASPO PER UNA BANDIERA PALESTINESE ESPOSTA ALLO STADIO. VENERDI 1 AGOSTO MANIFESTAZIONE DI PROTESTA

    Durante la partita di calcio tra Celtic e Ajax che si è tenuta mercoledì 24 luglio allo stadio Sinigaglia di Como, cinque tifosi sono stati sanzionati con un Daspo (Divieto di accesso alle manifestazioni sportive) per aver esposto una bandiera palestinese sugli spalti. Secondo quanto denunciato da diversi gruppi antifascisti e solidali con la causa palestinese, la bandiera sarebbe stata esposta in modo pacifico e senza alcun intento provocatorio. Eppure, l’autorità di pubblica sicurezza ha ravvisato una violazione che ha portato al provvedimento restrittivo.

    In risposta al Daspo, è stata lanciata una manifestazione pubblica di protesta. L’iniziativa è promossa da Rete Antifa Lecchese per venerdì 1 agosto alle 18.30 a Como, in viale Vittorio Veneto all’incrocio con via Rosselli, nei pressi del lungolago.

    Corrado Conti Rete Antifa Lecchese Ascolta o scarica 

     

    COMUNICATO SULLA MANIFESTAZIONE DI COMO

    La libertà non si reprime, la solidarietà non si condanna

    Con questo comunicato e con la nostra presenza pubblica, esprimiamo totale solidarietà alle cinque persone colpite da un provvedimento di DASPO a Como, durante la partita Celtic-Ajax del 24 luglio. Contestiamo con forza la decisione della questura comasca, che rappresenta un grave attacco alle libertà fondamentali. Le persone coinvolte sono state sanzionate esclusivamente per aver sventolato una bandiera palestinese all’interno del settore di tifo del Celtic.

    La tifoseria del Celtic, presente in quella giornata, è storicamente legata a ideali antifascisti, alla classe operaia e alla solidarietà verso i popoli oppressi, in particolare il popolo palestinese. Fin dalla sua nascita, la “Cultura del Celtic” rappresenta una comunità inclusiva, impegnata politicamente contro ogni forma di razzismo e discriminazione. Per questo, sventolare quella bandiera dentro e fuori lo stadio è un gesto coerente con una lunga tradizione di impegno sociale e giustizia. Ecco perché la motivazione ufficiale “propaganda e istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale, etnica e religiosa”, è assolutamente ingiustificata e lascia intendere, in modo gravissimo e infondato, un’accusa di antisemitismo.

    Sventolare una bandiera palestinese non è e non sarà mai un crimine.

    È un atto di solidarietà verso un popolo oppresso da decenni da un regime coloniale, razzista e violento. È un gesto di umanità in un contesto storico in cui a Gaza e in Cisgiordania si continua a morire sotto le bombe e sotto l’occupazione. In un mondo che assiste in silenzio a un genocidio, non possiamo e non vogliamo tacere. Essere al fianco del popolo palestinese non significa essere antisemiti. Significa opporsi a ogni forma di discriminazione, a ogni sistema che neghi diritti e dignità umana. Per questo denunciamo con fermezza le politiche israeliane, che da decenni perpetrano violenza sistematica, apartheid e pulizia etnica.

    Il provvedimento della questura di Como è l’ennesimo atto repressivo che si inserisce in un clima sempre più autoritario, dove vengono criminalizzati il dissenso e la solidarietà. È anche il riflesso di uno Stato che, attraverso decreti sicurezza e retoriche securitarie, restringe lo spazio pubblico, comprime le libertà individuali e collettive, e mette a tacere ogni voce fuori dal coro. E se manifestare solidarietà al popolo palestinese è un reato, ARRESTATECI TUTTI E TUTTE. Non abbiamo paura. Non ci lasceremo intimidire. Continueremo a lottare per la libertà, per la giustizia, per una Palestina libera.
    Perciò chiediamo e pretendiamo: l’immediata revoca dei DASPO emessi; • l’apertura di un’indagine pubblica sul comportamento della questura; • una presa di posizione chiara contro il genocidio in Palestina; • la cessazione di ogni collaborazione tra lo Stato italiano e il governo israeliano. La libertà non si reprime. La solidarietà non si condanna.

    Rete Antifascista Lecchese

    6 min
  • PESCHIERA DEL GARDA: ASSOCIAZIONI AMBIENTALISTE DENUNCIANO LO SVERSAMENTO ECCESSIVO DI AZOTO E FOSFORO NELLE ACQUE DEL MINCIO

    Con una conferenza stampa a cui hanno partecipato Presidio 9 agosto e Federazione del Chiese il Tavolo del Mincio è tornato a chiedere soluzioni concrete per fermare il degrado del fiume. Cittadini, comitati e associazioni sono preoccupati per la salute di acqua, laghi e paludi.

    Nel mirino lo scarico del depuratore di Peschiera, attivo dagli anni ’70, che da decenni riversa nel Mincio sostanze nocive responsabili dell’eutrofizzazione del fiume, delle Valli e dei laghi di Mantova. Con un deflusso sempre più ridotto e affluenti inquinati dall’agricoltura intensiva, la situazione è stata definita «enormemente aggravata».

    Già nel 2008, le associazioni lanciarono la petizione “Garda pulito, Mincio vivo”, denunciando lo sversamento da Peschiera di 300 tonnellate di azoto e 35 di fosforo l’anno, quantità negli anni non diminuite, a fronte di un incremento turistico che ha portato il trattamento annuo tra i 40 e i 50 milioni di mc di reflui.

    Ora il Tavolo del Mincio ripropone la stessa soluzione: modificare il punto di scarico del depuratore permettendo così di miscelare i nutrienti in una massa d’acqua notevolmente maggiore (i canali irrigui del Virgilio e della Seriola) così da ridurne il carico al fiume, alle Valli e ai Laghi.

    Ne parliamo con Andrea Fiozzi del Tavolo del Mincio Ascolta o scarica 

    14 min
  • VERONA: CHIUSA L’OCCUPAZIONE DEL GHIBELLIN, MA “LA LOTTA È ANCORA APERTA”. TRASMISSIONE SPECIALE CON LE VOCI PROTAGONISTE

    Si è chiusa l’esperienza di occupazione abitativa del Ghibellin Fuggiasco. Attiviste, attivisti e comunità migrante del Laboratorio Autogestito Paratod@s di Verona hanno comunicato alla stampa una decisione presa già da alcuni mesi e che ha portato alla chiusura definitiva dello stabile di viale Venezia 51, lo scorso 10 maggio. Il tempo intercorso da allora è servito a Paratod@s per elaborare una posizione politica da rendere pubblica e anche per continuare a trovare una soluzione abitativa alle decine di migranti che senza il Ghibellin non hanno un posto dove abitare.

    L’idea di occupare lo stabile abbandonato da trent’anni, che si trova a lato dello spazio Paratod@s, era stata presa nel 2021. All’epoca decine di giovani originari principalmente da alcuni paesi dell’Africa occidentale, erano stati ospitati nei locali in affitto da compagni e compagne, dove da dieci anni si svolgono attività politiche e culturali. Era poi scaturita l’idea di occupare la struttura adiacente al Laboratorio. Non doveva essere un’occupazione di lungo periodo, precisano nel comunicato diffuso oggi il collettivo Paratod@s, “pensavamo si trattasse di una situazione temporanea e non immaginavamo l’inizio di un percorso”.

    I coinquilini che alloggiavano al Ghibellin erano perlopiù lavoratori in regola con il permesso di soggiorno, provenienti principalmente da Mali, Burkina Faso, Senegal, Gambia e Nigeria. Oltre 150 quelli ospitati negli anni: hanno alloggiato nei due piani dello stabile occupato, in alcuni periodi, anche da 60 persone contemporaneamente. Negli stessi spazi aveva trovato alloggio anche Moussa Diarra, ventiseienne maliano ucciso dalla Polizia il 20 ottobre scorso.

    “Le condizioni igienico/sanitarie e le problematiche strutturali dell’edificio non consentivano più di garantire il pieno rispetto della dignità umana. E se non abbiamo tenuto fede all’impegno di chiudere prima dell’inverno è stato solo per non aggiungere altro disagio alla già grave emergenza freddo, gestita con numeri e modalità che da sempre riteniamo insufficienti e non adeguate”, è scritto nel comunicato stampa.

    “Negli anni si è venuta a creare una comunità di lotta composta da attivisti e migranti“, aggiungono ai nostri microfoni da Paratod@s, ripercorrendo l’esperienza. “Speravamo che l’enormità del problema sollevato e la nostra spinta dal basso avrebbero portato a risposte concrete e ad un cambio radicale di visione sul tema casa, accoglienza e dormitori”.

    Negli anni qualche risposta è arrivata, lo riportano i numeri diffusi oggi da Paratod@s: “15 persone sono stabilmente ospitate in strutture Caritas, attraverso l’intervento del vescovo Pompili, tra dicembre 2023 e gennaio 2024; 22 persone hanno una casa AGEC (tra quelle non comprese nel piano di riatto/assegnazione dell’ente) attraverso la collaborazione con la cooperativa La Casa degli Immigrati; 5 persone hanno ottenuto posti letto attraverso la collaborazione con la cooperativa La Milonga; 1 persona ha avuto posto letto attraverso i servizi sociali del Comune di Verona; circa 30 persone hanno ottenuto la residenza fittizia, attraverso il dialogo con l’ufficio anagrafe del comune di Verona e la collaborazione con la rete sportelli; 6 persone sono state escluse da qualunque tipo di percorso e soluzione da parte delle istituzioni, nonostante la pressione esercitata nei mesi successivi, affinché si trovasse una sistemazione”.

    Compagni e compagne di Paratod@s rivendicano un’esperienza che “ha mostrato come l’azione dal basso di autorecupero di un edificio abbandonato sia pratica possibile, realizzabile e necessaria. In una città come Verona, con centinaia di edifici pubblici vuoti, con un mercato immobiliare intossicato dal profitto, in cui a student3 universitari3 vengono chiesti 500 euro per un posto letto, i progetti di Hotel/cohousing sociale dovrebbero essere pubblici e accessibili”.

    Radio Onda d’Urto ha incontrato la comunità del Ghibellin presso il Laboratorio Autogestito Paratod@s e ha realizzato una trasmissione speciale con i protagonisti dell’esperienza dell’occupazione abitativa.

    La prima parte della trasmissione (37 minuti). Ascolta o scarica

    La seconda parte della trasmissione (42 minuti). Ascolta o scarica

    Con le voci di Rachele Tomezzoli, Giuseppe Capitano, Osasuyi, Alessia Toffalini, Bakari Traoré, Sekou.

    0 min
  • TORINO: INDAGATE 47 PERSONE DEL MOVIMENTO PER LA PALESTINA, “PROVANO A DELEGITTIMARE UN DISSENSO CHE CRESCE E NON HA INTENZIONE DI FERMARSI”

    Nuove misure repressive per chi manifesta per fermare il genocidio a Gaza. Quattro ordinanze di custodia cautelare in carcere, tre arresti domiciliari e 47 indagati. E’ la richiesta avanzata dalla Procura di Torino (l’ennesima) a seguito delle manifestazioni per la Palestina svoltesi a Torino tra il 2023 e il 2024.

    I magistrati hanno inoltre chiesto per almeno altre 10 persone ulteriori misure cautelari, dall’obbligo di dimora fino all’obbligo di firma. Tra gli episodi finiti sotto la lente di Questura e Procura, le manifestazioni e le proteste presso il campus universitario Einaudi durante un evento organizzato dai neofascisti del Fuan e la manifestazione nazionale a Roma del 5 ottobre scorso.

    Un faldone di 250 pagine “che non inserisce le proteste in un contesto di rivendicazione sociale e politica” diffuse da quasi due anni in Italia e nel capoluogo piemontese, ma “riduce le lotte alla stregua di violenza situazionale e infondata“, scrivono in un comunicato congiunto Polito for Palestine, Cambiare Rotta di Torino, Torino per Gaza, Cua Torino, Studenti Indipendenti e Intifada Studentesca.

    Il comunicato chiude ricordando come, le pagine e negli atti della Questura, “manchino di sostanza, nel disperato tentativo di delegittimare un dissenso che cresce, si organizza e non ha intenzione di fermarsi”. L’intervista a Meg, compagna di Torino. Ascolta o scarica.

    7 min
  • GENOVA: NUOVA VITTORIA DEI PORTUALI, NESSUNO SBARCO PER LA NAVE CARICA DI ARMAMENTI. RITIRATO LO SCIOPERO, “NON LAVORIAMO PER LA GUERRA”

    Mobilitazione per la Palestina e contro la logistica delle armi. A Genova questa mattina i portuali del collettivo Calp, insieme al sindacato Usb, hanno annunciato che tre container contenenti materiale bellico, destinati a La Spezia e trasportati dalla nave Cosco Pisces, non verranno sbarcati nè a Genova nè a La Spezia.

    La compagnia Evergreen ha deciso di farli rientrare direttamente verso l’Estremo Oriente, dove erano stati inizialmente caricati. La decisione segue le ampie proteste portate avanti dai lavoratori portuali in questi mesi presso gli scali liguri: “questa decisione rappresenta un risultato concreto dell’azione sindacale e della pressione esercitata da USB, che aveva proclamato 24 ore di astensione dal lavoro per il 5 agosto al terminal PSA Genova Prà”, scrivono i Calp che ribadiscono con forza: “non lavoreremo per la guerra“.

    Da Genova Josè Nivoi, portuale dei Calp e di Usb. Ascolta o scarica.

    4 min
  • BRESCIA: NIENTE NUMERO LEGALE PER LA PROPOSTA FDI DI INTITOLARE UN IMMOBILE A RAMELLI

    Niente numero legale alla proposta della destra bresciana di dedicare un immobile della Provincia a Ramelli. Favorevoli e presenti nell’aula del Consiglio provinciale solo 8 consiglieri; assenti in 9, di cui 2 della stessa maggioranza, oltre alle opposizioni.

    La proposta era stata bollata da diversi partiti, associazioni e sindacati  come “chiaro carattere propagandistico e strumentale, già messa in atto in altre realtà territoriali”. Si tratta della “strategia revisionista di un mondo politico che, anziché recidere le proprie connessioni con la forma peggiore assunta dal fascismo storico, quello della Repubblica Sociale Italiana, persegue il mantenimento di atteggiamenti ambigui e revisionisti”.

    Nel comunicato contrario alla proposta “provocatoria” si erano uniti PD, Rifondazione Comunista, Sinistra Italiana, AVS, Movimento 5 Stelle, Al lavoro per Brescia, Provincia Bene Comune e Brescia Attiva, CGIL, CISL e UIL, ANPI, Fiamme Verdi e ANED.

    La strategia di FdI per intitolare spazi pubblici a Ramelli prosegue intanto in tutta Italia, ma non sempre attecchisce: nel Bresciano lo scorso mese il Consiglio comunale di Mazzano aveva bocciato la proposta. A Lonato invece era passata a fine maggio, tra le proteste della cittadinanza.

    Il consigliere provinciale proponente e capogruppo di FdI, Daniele Mannatrizio, ha sostenuto dopo il flop che “per garantire comunque l’approvazione della mozione, verrà convocato un Consiglio provinciale straordinario per lunedì prossimo, 4 agosto“.

    Il commento di Francesco Bertoli, segretario generale della CGIL di Brescia. Ascolta o scarica

    7 min

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