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Or


L’Italia ha sforato il budget dello 0,07% e ora DEVE MORIRE!!!
Sembra una barzelletta. E invece è il baratro in cui ci hanno trascinato gli euroinomani.
Compresi Giorgia e Giorgetti, che ora fanno le vittime, ma quando c’era da firmare la “monnezza” del nuovo Patto di stabilità hanno chinato diligentemente la testa.
L’opposizione gongola. D’altronde, ha contribuito per 30 anni a massacrare l’economia italiana. Smettere proprio oggi sarebbe incoerente.
L’Italia, comunque, è in ottima compagnia. Berlino ieri ha rivisto al ribasso le stime sulla crescita, dimezzandole: dall’1% allo 0,5%.
E il bello è che queste sono le prospettive se stanotte, come per incanto, lo Stretto di Hormuz riapre e, per magia, domattina le infrastrutture energetiche del Golfo Persico si autoriparano.
D’altronde, una classe dirigente che per 30 anni ha creduto ai parametri di Maastricht non può porsi limiti alla fantasia.
Ma pensare che sia solo demenza sarebbe sbagliato. Sicuramente è una spiegazione plausibile per politici e giornalisti. Ma chi dirige nell’ombra sa esattamente cosa sta facendo. E si chiama RAPINA.
Ne abbiamo parlato con Alessandro Volpi
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L’ordine emerso dalla vittoria del mondo libero contro il nazifascismo durante la seconda guerra mondiale, agli Stati Uniti non piace più.
Visto che non gli garantiva più l’egemonia globale, si sono pentiti. E vorrebbero rigiocare la partita. Cambiando casacca.
Secondo l’ultimo rapporto pubblicato dal Center for Strategic & International Studies, in appena sette settimane di guerra contro un peso leggero come l’Iran, gli USA avrebbero fatto fuori poco meno della metà delle scorte di Missili di Precisione, almeno la metà di missili antibalistici THAAD, e quasi il 50% di intercettori antiaerei Patriot.
Anche solo per ipotizzare uno scontro diretto convenzionale con una grande potenza come la Cina, bisogna inventarsi qualcosa di epocale.
I sogni di reindustrializzazione di chi voleva rendere l’America Great Again si stanno scontrando con i limiti strutturali di un paese che si regge sullo schema ponzi della speculazione finanziaria.
Se si vuole provare a giocare alla pari con la più grande superpotenza manifatturiera della storia dell’umanità, bisogna ripartire dagli alleati che hanno mantenuto una base industriale significativa.
Vale a dire Giappone e Germania, rispettivamente terza e quarta potenze manifatturiere mondiali.
Che però, ahimé, sono pure le perdenti della Seconda Guerra Mondiale.
Il che ha comportato che gli venissero imposti pali e paletti di ogni genere per evitare che si riarmassero fino ai denti per cercare vendetta.
Ma quando il gioco si fa duro, i duri ricominciano sempre a cacare il cazzo.
Ed ecco allora l’idea geniale dei guru della Silicon Valley: basta con questi lacci e lacciuoli. Se vogliamo difendere il dominio occidentale, Germania e Giappone devono essere liberi di tornare a dare il loro contributo alla nostra civiltà.
Sterminando gli untermenschen, i sotto-uomini, come solo loro sanno fare.
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Secondo i dati pubblicati ieri dalla Borsa Merci Telematica Italiana, nell’ultimo mese il prezzo all’ingrosso dei pomodori ciliegini è aumentato del 27%, quello dei cavolfiori del 46% e quello dei finocchi del 56%.
È la Guerra del Golfo che arriva anche in Italia, passando dallo stretto di Hormuz.
E si traduce in un blocco totale di cinque giorni del trasporto merci.
Tutto ciò, però, non scuote Bruxelles né Francoforte: von der Leyen ribadisce che non ci sono margini per rivedere il Patto di Stabilità; Lagarde sostiene che è arrivato il momento di aumentare i tassi.
L’unica cosa che si salva dall’austerità è il riarmo.
“La Germania si reinventa come fabbrica di armi”, titola il Wall Street Journal.
Prima dell’inizio della guerra in Ucraina, un’azione Rheinmetall valeva circa 90 euro; oggi ne vale circa 1.500.
È una delle colonne portanti del manifesto “cyberfascista” rilanciato da Palantir: Germania e Giappone devono armarsi fino ai denti e tornare ai “bei tempi andati”.
Perché, come sottolinea il manifesto, non è vero che tutte le civiltà hanno lo stesso valore: la nostra sarebbe superiore. E, per sopravvivere, dovrebbe ricompattarsi come un sol uomo e radere al suolo tutte le altre.
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Le cosiddette “autocrazie” sono troppo democratiche?
Sembra un paradosso, ma, ahimè, potrebbe non esserlo.
Da quando gli USA hanno deciso che, per difendere la loro egemonia globale, era arrivato il momento di dichiarare guerra al resto del mondo, le cose non sono andate granché bene.
Prima c’è stata la disfatta della guerra per procura in Ucraina, che però, appunto, era per procura. E la Russia, come direbbe Elio, avrà pure tanti problemi, ma di sicuro non quello del ritmo, almeno sul campo di battaglia.
Per rifarsi, allora, gli USA ci hanno riprovato con un peso decisamente più leggero come l’Iran. Per non correre pericoli, a questo giro ci si sono buttati direttamente in prima persona, e senza badare a spese: nell’arco di tre giorni hanno fatto fuori più Patriot che in quattro anni di guerra in Ucraina.
Ma ciò nonostante, a quanto pare, il risultato è stato comunque deludente. Una disfatta, quindi.
Eppure, tutto sommato, se li guardi da vicino, non sembrano essere poi così turbati. I mercati finanziari, il cuore del potere USA, sembrano tutto sommato piuttosto rilassati. Anzi, hanno recuperato terreno e gli investimenti privati sono al top.
Com’è possibile?
Il punto è che è cambiato il paradigma: è iniziata l’era dell’hard power, la forza bruta. C’è arrivato pure un personaggio sicuramente non noto per il suo acume, come Mario “volete la pace o i condizionatori” Draghi. “Addio alla saggezza dei mercati”, ha dichiarato. “Lo Stato e la geopolitica tornano centrali”.
Ora, quando a dominare è la forza bruta, a vincere è chi è in grado di concentrare di più il potere: una sola catena di comando, un solo centro di potere.
E in questo, paradossalmente, il mondo libero e democratico batte le autocrazie dieci a zero.
Nell’Occidente collettivo, infatti, nonostante la pletora di stati e statarelli coinvolti e nonostante la retorica sul ruolo della cosiddetta società civile, il potere è concentrato tutto nelle mani di una ristrettissima oligarchia.
Sono i re della finanza, quelli che dirigono a proprio piacere i mercati finanziari statunitensi. Proteste, dibattiti, governi che si alternano, alleati che si lamentano: tanto rumore per niente. Alla fine, quando i padroni del mondo decidono, tutti gli altri piegano la testa e si adeguano, anche quando la decisione va palesemente contro i loro interessi.
Tra le autocrazie, invece, paradossalmente, vale esattamente il contrario. Ogni paese si fa tendenzialmente i fatti suoi e rivendica in ogni occasione la propria sovranità. E, all’interno dei singoli paesi, quando il potere non riesce a garantire gli interessi materiali della maggioranza, scoppia un putiferio.
È il paradosso dei paradossi.
Proprio mentre in Occidente sale la marea di un’opinione pubblica che chiede la testa dei re e degli zar, l’osservazione disincantata della realtà sembrerebbe suggerire che, per sconfiggere definitivamente il principale nemico dell’umanità, le autocrazie dovrebbero diventare molto più autocratiche.
Ci riusciranno?
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Spero mi scuserete se ultimamente sono leggermente ossessionato da Hollywood. Ma come ormai avrete capito, considero la seconda industria per fatturato statunitense dopo quella delle armi essa stessa un’industria militare.
Che però invece che militarizzare il mappamondo militarizza i cervelli degli antropologicamente piddini. E quindi ha le stesse responsabilità degli eserciti imperialisti sionstatunitensi nell’aver messo il mondo a ferro e fuoco. Anzi, ritengo che abbia la responsabilità principale: se il nostro immaginario, attraverso la narrazione dell’industria dell’immaginario per eccellenza, non fosse stato colonizzato, non avremmo accettato passivamente la colonizzazione del mondo.
Come dice una dodicenne coprotagonista del nostro film _D’istruzione pubblica_, in queste settimane nelle sale cinematografiche di tutta Italia: “Non è mai il popolo a far partire la guerra”. Giusto. Però troppo spesso il popolo la guerra la accetta e la sostiene. E come dice sempre Emma, evidentemente ispirata da Gramsci, nel nostro film: “L’unica soluzione contro le guerre è istruirsi”.
Per questo è importante e urgente acquisire la massima consapevolezza possibile rispetto a questo aspetto così sottile, quasi invisibile, e dunque così efficace, del comparto militare industriale della sionsfera.
Solo decolonizzando le nostre menti, cioè istruendo il nostro cervello a non credere più alle parole d’ordine del potere, potremmo sperare di decolonizzare il mondo dal cancro di Usrahell.
Per esempio potremmo iniziare a capire che non solo Hollywood è stata a braccetto col nazismo per anni. Ma soprattutto che il nazismo non è mai morto, e che, carsicamente, ha attraversato tutto il ‘900 fino a riemergere oggi più in forma che mai.
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Filtra ottimismo dai negoziati di pace.
Secondo la Reuters l’Iran, gli USA e Israele avrebbero fatto decisivi passi avanti per trovare un accordo sul nucleare iraniano, la gestione dello stretto di Hormuz e la guerra in Libano.
Anche Trump ieri ha dichiarato essere vicina la fine della guerra.
Ma è davvero così?
Gli USA nel frattempo stanno accumulando forze militari in Medioriente, non possono permettersi di lasciare la regione con nuovi rapporti di forza a favore di Teheran e sappiamo come hanno usato in passato i negoziati per manipolare l’altra parte.
A non essere per niente ottimista su una soluzione diversa da quella dell’escalation è il Generale Maurizio Boni.
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L’Italia è in mezzo a una tempesta perfetta. Dopo aver abbandonato negli scorsi anni qualsiasi possibile partner strategico al di fuori dell’impero americano, adesso si ritrova tradita persino dai suoi principali avamposti. L’idillio tra Meloni e Trump è finito: il presidente americano ha rilasciato al Corriere un’intervista in cui si scaglia contro la premier, accusandola di non collaborare alla “liberazione” dell’Iran.
Ma anche con Netanyahu i rapporti si incrinano: l’Italia ha deciso di non procedere con il rinnovo automatico del memorandum di cooperazione, e Tajani è volato in Libano esprimendo solidarietà ai civili innocenti uccisi dallo Stato terrorista.
Siamo davanti a un momento di svolta per la nostra politica estera, o si tratta solo di screzi destinati a ricomporsi presto? Ne abbiamo parlato con l’ex ambasciatore in Iraq Marco Carnelos.
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Crisi geopolitica = costi dell’energia alle stelle.
Costi dell’energia alle stelle = extraprofitti.
Extraprofitti = soldi presi dalle tasche degli italiani e consegnati alle OLIGARCHIE FINANZIARIE USA.
Negli ultimi 5 anni Enel, Eni e Terna hanno fatto 70 miliardi di profitti.
Il 72% è andato in dividendi, in gran parte nelle tasche dei VERI PADRONI DEL MONDO.
Ed è solo l’antipasto.
La GRANDE GUERRA dell’Impero contro il NUOVO ORDINE MULTIPOLARE è appena iniziata.
L’energia costerà tanto. Per tanto.
C’è una sola strada ragionevole: NAZIONALIZZARLA. Magari attraverso Cassa Depositi e Prestiti, magari emettendo obbligazioni che rappresentino un’alternativa valida a consegnare i risparmi degli italiani a BlackRock.
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“Il mondo musulmano deve riconoscere l’India e Israele come i suoi veri ed eterni nemici”.
Il Pakistan si è imposto al mondo come mediatore serio e affidabile e ora prova a monetizzare.
A chiarire che la partita va ben oltre il Medio Oriente, e investe direttamente anche Delhi, che insieme all’Uganda e all’Argentina di Milei ha scelto il peggiore dei momenti possibili per allinearsi completamente con Tel Aviv, è il ministro della Difesa pakistano Khawaja Muhammad Asif.
Ma dietro, in molti, vedono lo zampino di Pechino, che con il China-Pakistan Economic Corridor ha fatto di Islamabad probabilmente il principale partner in assoluto della Belt and Road Initiative. E che oggi potrebbe sfruttare la situazione per dimostrare a Delhi che l’unico futuro possibile è al fianco dei protagonisti del nuovo ordine multipolare, e lontano dalla deriva genocidaria di USraele.
Ne abbiamo parlato con Giacomo Gabellini, analista geopolitico e animatore del canale YouTube “Il Contesto”.
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La resistenza iraniana potrebbe aver vinto una guerra storica, che cambierà il mondo per sempre. Una sconfitta che accelererebbe il declino dell’imperialismo USA di 30 anni, e che darebbe nuova speranza a tutti i popoli del mondo di liberarsi finalmente dai suoi ricatti e dalla sua violenza sistematica: economica, culturale, militare. Anche gli italiani e gli europei adesso possono guardare con più speranza al futuro?
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