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  • Otto(lina) e mezzo Ep.67: Perché non ci possiamo più permettere case dignitose, spiegato bene

    Perché lavoriamo sempre di più e riusciamo sempre meno a permetterci una casa decente?


    Non è solo colpa degli stipendi bassi, della scarsità di alloggi o dell’ennesima fantomatica “legge della domanda e dell’offerta”. Nelle grandi città occidentali è successo qualcosa di molto più profondo: la casa ha smesso di essere soprattutto un luogo dove vivere ed è diventata un prodotto finanziario.


    Da New York a Berlino, da Madrid a Milano, la questione abitativa sta diventando uno dei principali terreni dello scontro politico. Affitti impazziti, sfratti, interi quartieri trasformati, prezzi sempre più scollegati dai redditi di chi quelle città le abita, ci lavora e le manda avanti.


    Un processo che ha un nome preciso — finanziarizzazione — e che nelle grandi città dell'Occidente è diventato il vero campo di battaglia tra chi abita le città e chi le usa come portafoglio.


    Tutto comincia nel 2008, quando milioni di famiglie americane perdono la casa con la crisi dei subprime. Arrivano i fondi — Blackstone in testa — comprano interi pacchetti di immobili pignorati, li trasformano in affitti, e trasformano quei canoni in prodotti finanziari. Quasi vent'anni dopo, in alcune aree metropolitane degli USA, oltre un appartamento su tre appartiene a un fondo. In Europa il copione cambia forma — privatizzazioni in Germania, bolla in Spagna, rigenerazione urbana a Londra — ma il risultato è identico: i prezzi delle case non riflettono più i salari di chi ci abita, ma le aspettative di rendimento di chi le possiede da lontano.


    E poi c'è Milano. Arrivata dopo, ma capace di comprimere in pochi anni processi che altrove hanno richiesto decenni. L'Expo 2015 apre la strada: riqualificazione a misura di speculatore, soldi pubblici, fondi immobiliari in festa. Da allora i prezzi salgono del 55% in meno di un decennio, mentre i salari restano al palo. Eppure, della mobilitazione che infiamma Berlino, Madrid e New York, qui non c'è traccia. Neanche quando lo scandalo giudiziario mette nero su bianco i regali che l'amministrazione ha fatto, anno dopo anno, a finanzieri e palazzinari sulla nostra pelle.


    Con Alessandro Volpi, professore di Storia contemporanea all'Università di Pisa e autore di studi fondamentali sulla finanziarizzazione dell'economia, ricostruiamo i meccanismi concreti di questa macchina: le SGR, i fondi immobiliari, le casse di previdenza, le varianti urbanistiche che smontano la pianificazione pezzo dopo pezzo. Per capire non solo cosa sta succedendo, ma come funziona — e su quali leve è possibile intervenire.


    Perché il problema non è che il mercato immobiliare non funziona. Il problema è che funziona benissimo. Solo che non deve più garantire una casa a chi in città ci vive e ci lavora. Deve garantire un rendimento a chi quella casa non la vedrà mai.


    Milano è il laboratorio italiano di questa battaglia. Sta a noi decidere se diventerà il primo muro dove gli speculatori andranno a sbattere.


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    32 min
  • Otto(lina) e mezzo Ep.66: GERMANIA PRONTA AD ENTRARE IN GUERRA?

    Sta succedendo qualcosa di importante.


    Dopo le proteste di massa in Francia e in Spagna, anche i giovani tedeschi stanno rispondendo all’appello.


    Sabato ci sono state, per la prima volta dall’inizio della guerra in Ucraina, manifestazioni di massa in tutto il Paese contro la NATO e la corsa al riarmo.


    A Berlino circa 20 mila persone, soprattutto giovani, hanno sfilato in una manifestazione che ricordava le prime mobilitazioni degli anni ’80 contro il riarmo voluto da Reagan e la decisione della NATO di posizionare in Germania missili americani a lunga gittata puntati contro l’Unione Sovietica.


    Ma la cosa più importante è che, per la prima volta dal 2022, più di 300 sigle tra associazioni della società civile, sindacati e pezzi della Chiesa protestante hanno preso parte alla mobilitazione.


    E anche rappresentanti della Die Linke e del partito di Sahra Wagenknecht sono saliti sul palco finale.


    Il tutto mentre il gradimento di Merz è ai minimi storici e proprio nei giorni in cui il cancelliere si trovava a Kiev a promettere nuovi fondi per la continuazione della guerra e a stipulare nuovi, proficui contratti per l’apparato militare-industriale tedesco.


    Bene. Il messaggio che arrivava dalla piazza è chiaro:


    il passaggio dal welfare al warfare non potrà essere indolore per le oligarchie economiche occidentali.


    E alla nuova grande guerra che stanno preparando in Europa, in una sorta di riedizione del Novecento, questa volta i popoli potrebbero mettersi di mezzo.


    Dai tagli alla scuola pubblica francese alle speculazioni immobiliari spagnole, fino alle politiche di riarmo tedesche, c’è un unico filo rosso che tiene tutto insieme:


    i soldi che vanno dalle nostre tasche ai padroni del mercato e, quindi, della politica occidentale.


    E la guerra che questi padroni stanno conducendo contro tutti i Paesi che non si allineano al volere del cosiddetto “Occidente”.


    Cioè al loro.


    Ma nulla è deciso. La partita è in corso e sta a noi provare a rovinare i loro piani.


    Anche perché sul fronte le cose stanno accelerando.


    E non in meglio.


    Come rivela il Financial Times, l’Estonia ha spostato le sue truppe a 50 chilometri dalla Russia. La Prima brigata di fanteria, la principale forza combattente del Paese, viene dispiegata a Jõhvi, capoluogo dell’Ida-Viru, l’unica contea estone a maggioranza russa.


    «Dobbiamo partire dal confine e vincere le prime battaglie», ha detto al quotidiano britannico il colonnello Tarmo Kundla, comandante della brigata.


    Tallinn ha anche firmato contratti per nove lanciarazzi statunitensi HIMARS, con missili da 300 chilometri di gittata. San Pietroburgo dista 260 chilometri.


    E ieri il presidente del BND, l’intelligence estera tedesca, Martin Jäger, ex ambasciatore tedesco in Ucraina, ha parlato davanti alla commissione del Bundestag che controlla i servizi segreti.


    Parlando della Russia, ha detto che nessun altro Paese rappresenta oggi per la Germania una minaccia «così diretta, ampia e concreta». Una minaccia che, secondo Jäger, potrebbe presto sfociare in una vera guerra.


    Di tutto questo e di tanto altro abbiamo parlato con Claudio Celani, giornalista di EIR News e dello Schiller Institute.


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    24 min
  • I Pipponi del Marru Ep.39: Perché i servi di Trump stanno sbroccando per le proteste francesi?

    Dall’Italia alla Spagna, fino alla Francia: il caro-vita sta riportando pezzi diversi della società europea in piazza.


    In Italia si muovono soprattutto agricoltori e autotrasportatori, schiacciati dal caro-carburanti e da margini sempre più ridotti. In Spagna la miccia è la casa: sfratti, affitti fuori controllo e decine di migliaia di persone in piazza, ma con una frattura ancora evidente tra grandi città e territori rurali.


    In Francia, invece, succede qualcosa di diverso. Studenti, insegnanti, pompieri e dipendenti pubblici iniziano a saldare vertenze diverse, e trovano organizzazioni — dalla CGT alla France Insoumise — capaci di trasformare la rabbia sociale in conflitto politico.


    Ed è qui che una parte della nuova destra europea comincia a sbroccare. Per anni ha provato a monopolizzare il malcontento, spostandolo su immigrazione, identità e guerra culturale. Ma se la Francia dimostrasse che quella stessa rabbia può essere organizzata attorno a salari, servizi pubblici, redistribuzione e potere popolare, allora il problema non riguarderebbe più soltanto Parigi.


    Perché una vittoria, da qualche parte, può diventare contagiosa.


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    21 min
  • Desaparecinema Ep.26: Pablo Neruda, Massimo Troisi e Mario il postino. Nun voglio fa’ l’americano

    Cosa c’entra “1984” di Orwell con Arturo Labriola, Pablo Neruda e Massimo Troisi?


    Oggi vorrei spiegare perché Troisi era un gigante, anche politicamente: se è vero che la politica o è al servizio dei subalterni, degli ultimi, dei maltrattati (come li chiama Neruda), o non ce ne facciamo nulla; o è il tentativo di capirne le ragioni o è una rubrica di Gramellini; o viene dal popolo o non è. La politica quindi non è dire: i maltrattati hanno votato a destra quindi sono una massa di ignoranti, signora mia. Ma chiedersi: in cosa non li abbiamo ascoltati? Dove abbiamo NOI sbagliato? Perché non abbiamo risolto i loro problemi?


    Troisi era un gigante, dicevo. E lo voglio dimostrare analizzando il suo ultimo film: "Il postino", che ha codiretto con Michael Redford (il regista di "1984" tratto dal romanzo distopico di Orwell). Un film, Il postino, che Troisi ha co-sceneggiato con un altro gigante come Furio Scarpelli, sulla base del romanzo dell’autore cileno Antonio Skàrmeta dal titolo Il postino di Neruda. Un film, che Troisi girò letteralmente fino alla morte.


    E chi non vede il video intero è Gramellini.



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    22 min
  • Otto(lina) e mezzo Ep.65: LA GUERRA RUSSIA-NATO scoppierà a KALININGRAD? Ft. Generale Boni

    Due giorni fa i giornali lanciavano questa bomba:


    «Tensione su Kaliningrad, Mosca minaccia l’uso dell’atomica».

    «Putin: pronti a usare i missili nucleari contro la NATO».


    Porca puttana, avranno pensato gli ingenui lettori di questi autorevoli quotidiani: Putin allora è davvero il mostro che tutti dipingono.


    Peccato che fosse l’ennesima fake news.


    Putin non aveva affatto minacciato la NATO. Era successo esattamente il contrario.


    Il 30 settembre Mosca aveva scritto alla NATO di essere pronta a usare tutto il proprio arsenale militare, incluse le bombe atomiche. Ma per fare cosa?


    Per difendere la regione di Kaliningrad, e cioè l’exclave russa che si trova tra Lituania, Polonia e Mar Baltico e che appartiene alla Russia in base agli accordi di Potsdam del 1945.


    Dal 1991, con il crollo dell’URSS e l’indipendenza delle Repubbliche baltiche, Kaliningrad si è ritrovata letteralmente isolata dal resto della Russia.


    Negli anni Duemila la NATO ha poi inglobato anche Estonia, Lettonia e Lituania e, con la guerra in Ucraina, la situazione si è fatta sempre più tesa. Fino a quest’anno, quando sembra essere partita una vera e propria offensiva della NATO per riprendersi l’exclave.


    Il 19 maggio il ministro degli Esteri lituano, Budrys, dichiara: «Dobbiamo dimostrare ai russi che possiamo penetrare la piccola fortezza che hanno costruito a Kaliningrad. La NATO ha i mezzi necessari per distruggere le basi russe nell’exclave».


    Il 18 agosto la NATO avvia un’esercitazione militare di quattro giorni intorno a Kaliningrad, simulando un assedio.


    E non finisce qui.


    Il 15 settembre il ministro degli Esteri estone Tsahkna dichiara: «Potremmo semplicemente occupare Kaliningrad».


    E il 22 settembre il Parlamento lituano modifica la Costituzione per rimuovere il divieto di installare sul proprio territorio basi militari straniere e armi di distruzione di massa.


    Ed è solo a questo punto che la Russia ha voluto ricordare ai pacifici — e, ricordiamolo, sempre e comunque vittime — Paesi NATO che Mosca difenderebbe la regione come farebbe con qualsiasi altra parte del proprio territorio.


    Ma di tutto questo sui giornali non c’è traccia. E la notizia è diventata:


    «Putin minaccia la NATO con l’atomica».


    Ricordatevelo: quando l’Italia entrerà in guerra, questi saranno gli stessi giornali che vi diranno che è solo per legittima difesa. E che, in fondo, se verrete spediti in trincea, potrete farlo con il sorriso, perché sarà solo per il vostro bene.


    Ma con il generale e analista Maurizio Boni oggi non parleremo soltanto della situazione a Kaliningrad.


    Sono giorni di particolare tensione, che non ci lasciano esattamente tranquilli.


    La portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, ha dichiarato ieri che le fabbriche europee che producono armi per l’Ucraina rappresentano obiettivi militari legittimi e potenziali per la Russia.


    Putin ha parlato al Valdai Club.


    E, nel frattempo, nasce la «NATO di Bergen»: una NATO composta dai Paesi oggi più vicini agli Stati Uniti, che potrebbe forse puntare a escludere — e punire — quelli meno allineati.


    Buona visione!


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    33 min
  • OttoCina Ep.3: COSA C’È DIETRO IL MIRACOLO DELL’AUTOMOTIVE CINESE?

    Trent’anni fa, quando si parlava di automobili cinesi, in Europa si tendeva soprattutto a ridere. Oggi la Cina è il più grande produttore automobilistico del mondo, esporta milioni di veicoli e sull’elettrico ha costruito un vantaggio industriale che sta mettendo in difficoltà praticamente tutti i grandi produttori occidentali.


    Ma come ha fatto la Cina, partendo con pochissima tecnologia propria, a costruire in pochi decenni un’industria capace di arrivare fin qui?


    Per capirlo siamo entrati nelle fabbriche di ZEEKR e BAIC, abbiamo seguito da vicino alcune delle trasformazioni più importanti dell’automotive cinese e siamo andati a vedere cosa c’è dietro questa crescita.


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    23 min
  • I Pipponi del Marru Ep.38: Perché l’Italia dentro i BRICS potrebbe DIVENTARE RICCHISSIMA

    C'è un settore del Made in Italy di cui non parla nessuno. Non è la moda, non è il vino, non sono le Ferrari. Sono i beni strumentali: le macchine con cui si producono altri beni. Presse, forni, impianti siderurgici, linee di packaging.


    L'Italia è la quinta potenza mondiale del settore, quarta per export. E mentre i paesi BRICS+ cercano di industrializzarsi — l'hanno scritto nero su bianco nel piano d'azione approvato al summit di Delhi — la domanda di macchinari esplode. Solo che oggi quelle macchine le comprano quasi tutte dalla Cina. Il Brasile e il Sudafrica una su tre. L'India e l'Indonesia una su due. La Russia oltre il 70%.


    Tutti questi paesi vogliono diversificare. E l'Italia sarebbe il partner ideale: personalizzazione, flessibilità, cura del cliente. Non è una teoria: è quello che è successo con l'Iran dopo il JCPOA, prima che Trump ripristinasse le sanzioni secondarie e le banche italiane bloccassero tutto. Danieli, SACMI, e anche una PMI di Varese che vendeva un mixer da 110mila euro.


    Il problema è che la politica italiana sembra non volerlo vedere. Il Libro bianco del MIMIT riconosce il valore strategico del settore, ma poi lega tutto all'allineamento con l'Alleanza Atlantica. E sull'intelligenza artificiale firmiamo Pax Silica invece di guardare ai sistemi open source cinesi, che sono esattamente quello che serve a un tessuto di PMI che non può addestrare modelli da centinaia di milioni.


    In questo video proviamo a raccontare perché il settore dei beni strumentali è la carta più forte che l'Italia ha in mano nel nuovo ordine multipolare — e perché rischia di sprecarla.


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    12 min
  • Otto(lina) e mezzo Ep.64: IL MILIARDARIO AMERICANO CHE “FINANZIA HAMAS”

    Non ci crederete.


    Esiste un plurimiliardario statunitense anticapitalista e antiimperialista che è appena stato arrestato in Spagna con l’accusa di aver finanziato Hamas.


    È James Fergie Chambers, 41 anni, erede della famiglia Cox, il cui patrimonio è stimato da Forbes intorno ai 38 miliardi di dollari: la decima famiglia più ricca d’America.


    Fergie, però, si presenta pubblicamente come comunista e ha usato il denaro ereditato per finanziare organizzazioni della sinistra socialista e antisistema, come Occupy Wall Street o un gruppo comunista in Massachusetts.


    Dopo il 7 ottobre, Chambers ha concentrato la sua attenzione sulla causa palestinese. La moglie, Stella Schnabel, ha raccontato al quotidiano Guardian che i progetti finanziati dal marito includono una donazione di 100.000 dollari allo Zaynab Project, che offre assistenza psicologica ai bambini rimasti orfani; 250.000 dollari al Sameer Project di Gaza, che ha contribuito a finanziare un panificio impegnato a produrre e distribuire gratuitamente pane ogni giorno durante l’assedio israeliano; e il sostegno a un ambulatorio medico gratuito.

    Un benefattore?



    Un filantropo?


    Nemmeno per sogno.


    Orrendi delitti agli occhi dei paesi occidentali che sostengono il genocidio. E infatti, il 10 luglio scorso, è stato arrestato dalle autorità spagnole su richiesta degli Stati Uniti, con l’accusa, naturalmente, di aver finanziato Hamas.


    L’accusa buona per tutte le stagioni, rivolta a chiunque abbia provato ad aiutare i palestinesi in questi anni di sterminio: dall’UNRWA alla Croce Rossa.


    Gli Stati Uniti hanno richiesto l’estradizione e ora Chambers rischia 30 anni di carcere per riciclaggio di denaro e sostegno al terrorismo.


    Nelle prossime settimane capiremo se Sánchez resisterà a Trump o se spedirà Fergie Chambers, questa miracolosa anomalia del sistema, nelle carceri statunitensi.


    Nell’intervista alla sociologa e giornalista Marianna Lentini abbiamo parlato della storia di Chambers, dei prossimi passaggi legali che ne decideranno il destino e di come la sua vicenda personale si intrecci inevitabilmente con tutte le contraddizioni del governo Sánchez.

    19 min
  • Otto(lina) e mezzo Ep.63: Perché il TETTO ai prezzi del carburante dell’Eni è una CAG***A PAZZESCA?

    Finalmente il governo dei patrioti ha scoperto l’intervento pubblico: ENI mette un tetto ai prezzi dei carburanti e Poste si compra TIM. Manca solo l’IRI e possiamo riesumare direttamente Enrico Mattei.


    Peccato che, guardando i numeri, il miracolo perda parecchio fascino.


    Dopo l’esplosione dei prezzi seguita alle nuove tensioni energetiche, benzina e gasolio sono arrivati a livelli fuori scala: fino a 2,25 e 2,46 euro al litro in autostrada. ENI interviene fissando 1,99 euro per la benzina e 2,19 per il gasolio. Ma rispetto a febbraio restiamo comunque con aumenti enormi.


    Quanto costa questo improvviso slancio sociale? Nella stima più generosa, circa 80 milioni di minori ricavi in un mese. Negli ultimi tre anni ENI ha accumulato circa 15 miliardi di utili. La tassa sugli extraprofitti del 2022, tanto contestata e poi in gran parte depotenziata, valeva per ENI circa 1,4 miliardi.


    Passare per patrioti non è mai costato così poco.


    E poi c’è TIM: la rete è già finita a KKR, mentre quello che resta entra in Poste. L’operazione viene raccontata come un ritorno dello Stato, ma la quota pubblica si diluisce e cresce il peso dei grandi investitori finanziari internazionali.


    Ne abbiamo parlato con Alessandro Volpi


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    37 min
  • Desaparecinema Ep.25: “La cosa”, di John Carpenter e Achille Occhetto.



    Ve la ricordate la Bolognina? Quando nel 1989 Achille Occhetto annunciò la svolta che avrebbe portato allo scioglimento del PCI?


    Bene, 7 anni prima uno dei più grandi filmmaker di sempre, John Carpenter, aveva previsto tutto. Non solo che uno dei più grandi partiti comunisti dell’Occidente si sarebbe abbrustolito, non solo che sarebbe diventato un essere informe come il PDS, antenato del PD. Ma ne aveva previsto anche il nome: la “Cosa”.


    Ovviamente si scherza: Carpenter non sapeva neppure chi fossero Achille Occhetto, Giorgio Napolitano, Massimo D’Alema e Walter Veltroni, gli artefici di quell’orrore (e beato lui). Ma non scherzo quando dico che, a guardare bene, il paragone non è per niente azzardato. E a spiegarcelo è soprattutto zio Marco nei suoi libri sbalorditivi, da imporre con una ribellione di piazza come libri di testo in tutte le scuole del pianeta, The Weird and the Eerie e Realismo Capitalista. Mark Fisher analizza proprio il film La cosa di Carpenter come l'irruzione dell'incomprensibile che disgrega l'identità umana.


    E cos’è il PD se non l’incomprensibile voglia di neoliberismo della sinistra che ha disgregato la società italiana? Ne La cosa di Carpenter e in quella della Bolognina, l'organismo non ha una forma propria: è il capitale che colonizza e ricombina ogni forma di vita. Non puoi scappare o fare la rivoluzione contro la "Cosa", perché la "Cosa" ha già saturato ogni ambiente e assimilato i tuoi compagni. Che mentre lì fuori il mondo somiglia sempre di più all’inferno di Bosch, loro fanno i balletti nei film di Moretti. O i girotondi, che poi è lo stesso.


    E chi non vede il video intero… fa i balletti.

    20 min

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