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Or


Ecco cosa dovrà fare l’estrema destra per andare al governo:
Diventare pienamente russofoba.
Sembra averlo capito benissimo Rassemblement National, il partito della Le Pen, che ieri ha diramato un comunicato dove per la prima volta nella sua storia il partito si posiziona nel fronte della guerra e della più becera russofobia, paventando il pericolo degli "attacchi ibridi del Cremlino" e rinnegando così anni di sacrosante critiche alla suicida politica francese ed europea in Ucraina.
In fondo, si tratta della stessa traiettoria della Meloni.
Nel 2016 Meloni scriveva questo post:
E questo invece, pensate, era il Ministro Crosetto:
E che cosa è successo nel frattempo?
È successo che in Europa, su certe questioni, o ci si posiziona in un certo modo, o il governo semplicemente te lo sogni.
Il famoso pilota automatico di cui parlava Draghi.
E quindi, se da Washington e dalle oligarchie economiche occidentali si decide che la Russia è il nuovo nemico strategico dell’Occidente, finché sei all’opposizione puoi dire un po’ quello che vuoi.
Se vuoi davvero governare, in Italia o in Francia, ti devi mettere sull’attenti.
E che sarà mai?
Invece di post contro l’espansionismo della NATO ne farai qualcuno in più contro i "sinistrati" o i "maomettiani", e così verrai accolto a braccia aperte.
È lo stesso destino da Alternative für Deutschland?
Adesso l’estrema destra tedesca prende voti dicendo basta sanzioni alla Russia e armi all’Ucraina, perché così l’economia tedesca si sta semplicemente suicidando.
Ma quanto ci metteranno a cambiare idea anche loro? E a diventare delle Meloni qualunque?
In ogni caso, quello che è davvero interessante di questo comunicato è la tempistica.
Sono giorni di vera fibrillazione sulla presunta minaccia di attacchi ibridi dal Cremlino.
Il quotidiano spagnolo El Mundo riportava oggi che, secondo i servizi segreti, i russi stanno pianificando operazioni con droni contro l’Italia, la Francia e la Spagna.
Il giornale scrive che un dossier è stato consegnato alle intelligence dei tre Paesi dal direttore della CIA John Ratcliffe, e nel dossier si entra nei dettagli, ipotizzando il lancio di velivoli teleguidati Gerbera da navi mercantili in navigazione nel Mediterraneo.
Eppure, proprio questa settimana, il premier finlandese Stubb ha negato che la propria intelligence abbia notizie di preparativi di attacchi russi a Paesi NATO,
e la stessa conclusione si legge in questo rapporto dei servizi segreti estoni, e ciò forse del partito più a torto o a ragione preoccupato da proprio confine russo.
Che fa il paio con questo:
Chi ha ragione?
E che cosa sta succedendo invece sul campo di battaglia?
Lo abbiamo chiesto all’analista Giacomo Gabellini, che ci ha svelato come sempre molti retroscena importanti e interessanti.
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Autistici/Inventati viene inserita dall’amministrazione Trump nella lista dei terroristi globali. Così, perché gli andava. Pochi giorni dopo Banca Etica congela il conto del collettivo. Senza che abbiano mai violato né una legge, né un regolamento. Niente. Immacolati.
Secondo Banca Etica non c’era alternativa. Fare diversamente avrebbe messo a repentaglio gli altri soci, e la tenuta della banca stessa.
Secondo il collettivo, sono stati più realisti del re. E altre banche in passato se la sono giocata meglio, anche a costo di pagare multe salate.
Un paradosso. E non è l’unico.
Per stare sul mercato Banca Etica si è buttata nel business dei fondi. E a farla da padrone sono le azioni statunitensi, a partire da Nvidia.
E visto che sono troppo piccoli per stare in piedi da soli, si sono legati a doppio filo a banche che a provare ad essere “etiche” non ci pensano nemmeno.
Qualcuno la fa facile. “Basterebbe essere un po’ più coerenti”. A nostro avviso però è decisamente più complessa di così. Perché costruire una banca dal basso non è esattamente un gioco da ragazzi. E quanti compromessi ha senso accettare, per ottenere esattamente quale obiettivo, rimane una questione aperta. Che abbiamo voluto affrontare direttamente con loro
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Mentre in Occidente la transizione ecologica viene rallentata, contestata o ridotta a slogan, in Cina la “civiltà ecologica” è diventata una vera linea di sviluppo.
Sono andato a vedere cosa significa concretamente: ex aree industriali riconvertite, città più verdi, ricerca pubblica, agricoltura sperimentale, energie rinnovabili e tecnologia applicata alla tutela dell’ambiente.
A tratti sembra quasi un’utopia solarpunk trasformata in politica industriale.
La Cina sta costruendo un modello di ambientalismo che l’Occidente non riesce più nemmeno a immaginare?
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«Sì, chiamateci socialisti».
Lo dice Luigi Pantisano, leader italo-tedesco della Die Linke: «Siamo soprattutto il partito delle persone che soffrono le politiche dei ricchi e di un governo che impone tagli sociali».
A Berlino queste parole si sono tradotte in un programma chiarissimo contro la trasformazione della città in un gigantesco prodotto finanziario. Privatizzazioni e speculazione hanno concentrato centinaia di migliaia di appartamenti nelle mani di pochi colossi, facendo esplodere affitti e costo della vita e snaturando l’ex capitale low cost d’Europa.
La candidata sindaca Elif Eralp ha risposto proponendo un tetto agli affitti, l’esproprio delle grandi società immobiliari, una tassa sulle ville di lusso e il ritorno della patrimoniale. Risorse da utilizzare per rendere gratuiti trasporti pubblici e asili nido e per ammodernare le scuole.
Niente di particolarmente sovietico: semplici misure redistributive che, in una democrazia degna di questo nome, dovrebbero apparire perfettamente normali. E quando la sinistra difende davvero le persone comuni dagli interessi della grande finanza, i cittadini la premiano e l’estrema destra smette di sembrare l’unica alternativa.
Ma il voto di Berlino e quello del Meclemburgo-Pomerania Anteriore aprono anche una crisi politica nazionale: AfD avanza ancora, mentre la CDU di Friedrich Merz crolla. Con il cancelliere ai minimi nei consensi, un’economia in grave difficoltà e la guerra alle porte, quanto tempo gli resta?
Ne parliamo con Claudio Celani, giornalista italo-tedesco di EIR, e con Alessandro Volpi, professore di Storia economica.
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A distanza di millenni l’uno dall’altro due personaggi, Oppenheimer e Ulisse, chiagneno e fottono, chiagneno e fottono. A Roma si dice: chiedono scusa (dopo) invece di chiedere permesso (prima). Questo meccanismo narrativo, classico dell’imperialismo occidentale (ma anche della sinistra neoliberista degli ultimi 30 anni), e dunque ricorrente nel cinema ad alto budget statunitense, lo chiamerei “tragedia dell’oppressore”. L’Oppenheimer e l’Ulisse nolaniani prima contribuiscono a creare strumenti di guerra per sterminare il nemico, compresi tutti i civili, e poi soffrono. In questo modo la narrazione celebra comunque la loro statura tragica. Il loro dolore ruba la scena alla devastazione subita da chi sta dall’altra parte delle mura o del Pacifico.
Chiagneno e fottono. Anzi, prima fottono e poi chiagneno. All’ultimo film di Christopher Nolan, Odissea, hanno dato 250 milioni di dollari più altri 125 di promozione (cioè un terzo del costo complessivo, 375 milioni), per chiagnere e fottere. E il film ne ha incassati, a oggi, più di un miliardo e mezzo.
E chi non vede il video intero chiagne e fotte. Chiagne e fotte.
Ed Sheeran è uno dei cantanti pop più famosi e di maggior successo a livello globale. È finito nell’occhio del ciclone dopo che Macklemore, durante un’esibizione del suo tour statunitense, ha gridato «Free Palestine» sul palco della tappa in New Jersey. Per questo è stato estromesso dall’organizzazione del tour, su pressione di Kraft, miliardario sionista statunitense vicino a Trump e Netanyahu.
Invece di difendere Macklemore, Sheeran ha pubblicato un post ridicolo, dichiarandosi genericamente a favore della «pace» e contro il «conflitto» in Palestina.
A quel punto, tutti gli altri cantanti che avrebbero dovuto esibirsi con lui lo hanno abbandonato. La sua ignavia, dettata dalla volontà di non scontentare le lobby filoisraeliane e sioniste, ha finito per sputtanarlo definitivamente.
Ne parliamo con Karem from Haifa
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Basta gufi.
L’Europa sta vivendo una nuova età dell’oro.
E, contrariamente a quanto sostengono i filoputiniani e i neonazisti, non è mai stata forte e prospera come adesso.
Non è Lercio.
Sono invece le testuali parole pronunciate ieri da Ursula von der Leyen nel suo discorso annuale sullo stato di salute dell’Unione Europea.
Un discorso a metà strada tra il delirio — come quando descrive le nazioni europee come mai così in forma — e l’horror.
Perché, per fare andare le cose ancora meglio di così, per quanto possa sembrare difficile, sarebbe sufficiente lanciare il cuore oltre l’ostacolo e puntare tutto sulla nuova corsa agli armamenti.
Così l’Europa potrà finalmente diventare indipendente dagli Stati Uniti.
Ehm… pardon, scusate: dalla Russia, naturalmente.
E poi bisognerà trasformare le nostre economie, a colpi di deregolamentazioni e privatizzazioni, nel nuovo grande polo finanziario globale.
Pensate: potremo finalmente avere anche noi una BlackRock tutta nostra, capace di finanziarizzare i nostri risparmi e le nostre pensioni e di privatizzare finalmente il welfare.
Che cosa volete di più?
Meglio di così?
È esattamente questo che chiedono i popoli europei, no?
Guerra e finanza.
Guerra e finanza.
Ancora una volta, le classi dirigenti europee si dimostrano totalmente allineate ai desideri profondi dei propri cittadini.
Siamo fortunati.
Ma allora com’è possibile che, a ogni elezione, tutti i Calenda e i partiti di governo non vengano votati in massa?
Dev’essere per forza colpa della devastante guerra ibrida scatenata contro l’Europa dal Cremlino.
Ma i cittadini non si preoccupino: Ursula ha un piano anche per questo.
Un bello scudo democratico contro le ingerenze israeliane e statunitensi nella politica e nei media del continente.
Ehm… russe, volevo dire.
Facile, no?
Censuriamo, banniamo e infine escludiamo dalla vita politica chiunque non la pensi come Luigi Marattin.
Così Putin non potrà più nascondere l’amore che il popolo europeo — anche se, a volte, a sua insaputa — prova per i propri governanti.
È davvero così?
In questa nuova puntata di Ottolina e mezzo lo abbiamo chiesto all’ambasciatrice Elena Basile, con la quale, senza sapere bene se ridere o piangere, abbiamo commentato tutti i punti fondamentali del discorso di Ursula.
Dalla proposta di un Consiglio di sicurezza europeo sul modello della NATO a quella di integrare, di fatto, Ucraina e Canada nell’Unione Europea.
Se avete stomaco, buona visione.
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Per qualche minuto sembrava quasi un colpo di genio.
Con le nuove barriere alla presentazione delle liste, per una forza davvero nuova, pacifista e antimperialista arrivare alle elezioni rischia di diventare un’impresa titanica. E intanto una larga fetta del Paese continua a essere contraria all’escalation militare, senza trovare quasi nessuno che la rappresenti.
Per il PD sarebbe persino facile: basterebbe fare finta. Dire due cose contro la guerra, recuperare un po’ di linguaggio pacifista, provare a convincere almeno una parte di quelli che ormai il giorno delle elezioni preferiscono restarsene a casa.
Virginia Libero sembrava averlo capito: «Alle armi andateci voi. Noi organizzeremo i disertori».
Poi è arrivata la precisazione: tranquilli, Kiev non c’entra. Contro Putin sappiamo benissimo da che parte stare.
Insomma: c’era uno spazio politico enorme, quasi regalato. Sarebbe bastato persino fingere.
E invece manco quello.
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E se la de-dollarizzazione fosse soltanto l’ultima tappa del processo?
Dal vertice BRICS di Nuova Delhi emerge un cambio di paradigma molto più profondo di una semplice battaglia sulle valute.
Il problema è elementare: puoi costruire tutti i sistemi di pagamento alternativi che vuoi, ma se un Paese accumula la valuta di un partner con cui ha un enorme deficit commerciale e non trova abbastanza beni, servizi o investimenti su cui spenderla, quella moneta difficilmente potrà sostituire il dollaro.
Per questo a Delhi i BRICS hanno insistito soprattutto su sviluppo produttivo, trasferimento tecnologico e catene globali del valore.
Il nuovo BRICS Global Value Chain Action Plan 2026–2030 punta esplicitamente ad aiutare i Paesi emergenti a salire verso le fasi a maggior valore aggiunto della produzione.
Il Jaipur Consensus prova a facilitare l’accesso al credito delle piccole imprese. Le nuove garanzie multilaterali devono ridurre il costo dei finanziamenti allo sviluppo.
E la Cina mette sul tavolo tecnologia, AI open source e fabbriche intelligenti.
Non per beneficenza.
Perché mentre Washington prova a contenere la Cina isolandola tecnologicamente, Pechino può rispondere creando una rete di interdipendenze economiche talmente profonda da rendere quell’isolamento impossibile.
Ne abbiamo parlato con Davide Martinotti di Dazibao
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E se moneta e intelligenza artificiale smettessero di essere soltanto strumenti di speculazione e diventassero infrastrutture condivise?
All’ultimo vertice BRICS di Nuova Delhi, tra sistemi di pagamento alternativi, Nuova Banca di Sviluppo e intelligenza artificiale open source, Pechino ha rilanciato una visione completamente diversa da quella occidentale.
Per capire quanto ci sia di concreto dietro queste proposte abbiamo intervistato Su Xiaohui, direttrice del dipartimento dedicato ai paesi in via di sviluppo dell’Istituto cinese di studi internazionali, uno dei principali centri di ricerca sulla politica estera cinese e direttamente collegato al Ministero degli Esteri.
Insomma, non una commentatrice qualsiasi, ma una delle persone che in Cina studiano più da vicino BRICS, Sud Globale e trasformazione dell’ordine internazionale.
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