PARDES coltiviamo il futuro con curiosità

PARDES coltiviamo il futuro con curiosità

By PardesianiSociety & Culture
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PARDES coltiviamo il futuro con curiosità episodes

  • PARDES 039 - f - regole e disciplina
    Il tema di oggi, proposto direttamente da una nostra ospite, è “Regole e disciplina”.

    Se non ci fossero le regole, non ci sarebbe neanche libertà. Giusto? Soprattutto nei contesti sociali. Ma che cosa sono le nostre regole? Chi le pone? Chi le ha poste? Chi le segue e chi le viola?

    Federico ricorda il suo rapporto difficile con le regole e il fatto che, quando vede tante persone d’accordo, ha una sorta di fastidio epidermico. Si chiede soprattutto cosa dobbiamo fare quando le regole non sono sentite da noi come ‘giuste’.

    Riguardo alla disciplina, Federico mostra gratitudine a posteriori verso la disciplina ricevuta a scuola (a suo tempo, era odiata). Disciplina che gli ha permesso di apprendere, di imparare ad apprendere e di imparare ad auto-crearsela.

    Priel, ricordando il suo passato di ufficiale dell’esercito israeliano, si focalizza sulla la rigidità organizzativa dell’esercito ma soprattutto sul principio insegnato per primo: quello in base al quale si deve disobbedire a un ordine (ed è quando l’ordine viola l’umanità).

    Per ‘disciplina’ Priel significa che ‘avere un proprio metodo’ e seguirlo per creare e mantenere una autoregolazione verso obiettivi personali. La metafora a cui fa riferimento (presa da un podcast famoso) è quella del ‘battere il tamburo’.

    Enrico, da ex studente di Giurisprudenza, ricorda che la parte più affascinante del Diritto è quello che spesso non viene compreso: cioè che, dietro l’apprendimento delle norme, c’è il senso sulla base del quale il legislatore crea le norme. Norme che devono adattarsi a una realtà sempre mutevole.

    Enrico ricorda che ‘disciplina’ viene da ‘discere’ che in latino significa imparare. Per lui disciplina è affiancato a perseveranza: la disciplina, per essere tale, deve per forza durare nel lungo periodo.
    30 min
  • PARDES 038 - e - credibilità
    Oggi parliamo della credibilità. Precisamente, di quella interna. La credibilità interna non è la valutazione che gli altri fanno su di noi.

    Enrico pone la questione sulla credibilità “interna”, cioè una forma di valutazione che facciamo con noi stessi rispetto a quello che desideriamo, che poi raccontiamo e che alla lunga anche promettiamo. Per Enrico, la credibilità è soprattutto quella che valutiamo su noi stessi, mettendo a confronto quello che raccontiamo e quello che realizziamo concretamente nella realtà. La narrazione, in sostanza, si basa su un proprio senso di affidabilità da dimostrare a se stessi.

    Federico connette la credibilità al concetto di ‘reputazione’, soprattutto nel rapporto con gli altri. La credibilità si basa sul fatto di mantenere attenzione in quello che raccontiamo agli altri, perché quello avrà un impatto forte sull’efficacia dei nostri sforzi. Forse allora conviene sempre promettere meno di quello che effettivamente daremo in futuro.
    Per essere credibili nel racconto, dobbiamo raccontare davvero tutto: dolori, errori e ferite compresi.

    Priel parla della credibilità come termometro di validazione delle nostre abilità, che abbiamo acquisito con un’esperienza effettiva del passato che talvolta travalica i certificati e gli attestati. Non dobbiamo definirci per quello che non siamo e non dovremmo attribuirci qualifiche e competenze inesistenti o deboli. Ma non dovremmo nemmeno farci travolgere dal nostro giudice interiore, privandoci di opportunità che potremmo avere.

    E su quest’ultimo punto siamo tutti e tre concordi.
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    31 min
  • PARDES 037 - p - crescita
    Oggi parliamo di crescita
    Che cos’è questa crescita di cui parliamo spesso a livello personale e professionale? Che forme ha? Quanti tipo di crescita ci sono? Ha connotazioni solo positive o anche negative?

    Siamo tutti e tre concordi nel ritenere che ci sia una crescita fisica e naturale delle cose. E poi ci sia una crescita invisibile, sottovalutata e spesso non perseguita attivamente.

    Federico ricorda che non tutti puntiamo inesorabilmente alla crescita infinita, citando un’intervista fatta a Yvon Chouinard, fondatore di Patagonia, imprenditore che a un certo punto ha deciso - paradossalmente - di frenare la crescita della sua azienda.
    Riferendosi al mondo del marketing, cita il “growth hacking” che è essenzialmente l’insieme di azioni per trovare soluzioni per la crescita esponenziale delle aziende. Ciò che porta però a quel risultato è l’opposto di ciò che si immagina necessario per crescere. Non c’è un piede schiacciato sull’acceleratore, ma piuttosto un incessante provare tante strade creative la cui quasi totalità fallirà. Solo sperimentando scientificamente come un bambino si scoprono soluzioni inedite che portano a una crescita inaspettata.

    Priel cita le due parole in ebraico per definire “crescita”. Una è connessa al verbo “ingrandirsi”. L’altra invece è connessa al “crescere in maniera naturale” ed è riferita al mondo vegetale. Domanda secca: il nostro crescere come persona, allora, tendiamo a riferirlo al primo o al secondo termine?
    Priel parla poi del fatturato delle aziende, indicando che questo rappresenta una crescita del volume, ma non di sostenibilità o di benessere percepito dalle persone. Secondo lui crescita non vuol dire necessariamente ‘aggiungere’ ma a volte è soprattutto un’azione volta a togliere.

    Enrico, confida di essere un po’ allergico alla parola ‘crescita’, preferendo il termine ‘evoluzione’. Ricorda che il corpo umano non è una macchina che deve crescere in continuazione, ma deve mantenersi sano. Introdurre cibo non ha lo stesso alla legna per l’inverno: il suo accumulo non è garanzia di ricchezza, am di energia per doverlo smaltire.
    Enrico sostiene inoltre che la fondamentale importanza della crescita personale si basa su due cose: la prima è la volontà di imparare (facendo, provando, iniziando, ecc.) sperimentandosi in territori nuovi. La seconda è la capacità di accorgersi di tutto questo.
    29 min
  • PARDES 036 - f - rabbia
    Sai riconoscere chi o cosa ti fa arrabbiare? E come fai a gestire la tua rabbia? Ma la rabbia... a cosa serve?

    Il tema di oggi è suggerito dal Pardesiano Andrea Virgilio https://www.heply.it/ che ci racconta un episodio in cui si è accorto che avrebbe potuto arrabbiarsi, e la rabbia in quel caso l'avrebbe portato a rovinarsi la serata, senza nessun risultato utile. Da qui parte il ragionamento: se imparassimo a eliminare la rabbia e togliessimo la parte emotiva, questo ci lascerebbe più lucidi nel gestire la situazione o la persona che ci ha fatto arrabbiare?

    Priel obietta che però la parte emotiva è un campanello che va ascoltato, che sta cercando di dirci qualcosa. Quindi non è superfluo, ma sì, va controllato ed espresso evitando l'esplosione.

    Il secondo ospite Leonardo Dri https://leonardodri.com/, ci porta all'interno di una metafora. Cosa succede se metto l'acqua sul fuoco dentro una pentola a pressione? C'è una valvola che fa sfiatare gradualmente la pressione in eccesso. E se la valvola funziona male? La rabbia secondo Leonardo è un emozione che se non è controllata porta ad esplosioni. Ed è quindi mia responsabilità farla sfiatare man mano.

    Federico ricorda che il fatto di sfogare la rabbia esprimendola, potrebbe non portare a una riduzione della rabbia stessa, ma piuttosto a una sua validazione e rigonfiamento.
    Ci siamo accorti che sfoghiamo la rabbia spesso non verso chi ci ha causato il sentimento, ma verso chi pensiamo di potercelo permettere perché più debole o non "pericoloso"?

    Enrico racconta di sentire di aver represso troppo la rabbia da piccolo e adesso ogni tanto si concede di essere arrabbiato però... però quando sfoga la rabbia poi non si sente bene.

    E se fosse che la rabbia va ascoltata ed elaborata? Perché mi sto arrabbiando? Ho paura di qualcosa? Il mio ego è stato ferito? La rabbia sta cercando di dirmi qualcosa, ma invece di lasciare che mi accechi, potrei cercare di usarla per ascoltarmi e per ascoltare.

    E qui non possiamo non ricordare il TEDx di Priel "Sconfiggere i conflitti con l'ascolto" https://www.youtube.com/watch?v=Dm61ybiV8XY

    E tu? Cosa fai quando ti senti arrabbiata/o? Continuiamo insieme la conversazione nel gruppo dei Pardesiani su Facebook a questo indirizzo:

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    22 min
  • PARDES 035 - e - il senso di appartenenza
    A cosa sentiamo di appartenere nel nostro quotidiano? A una famiglia? A una comunità locale? A una nazione? A una squadra sportiva? A una lingua?
    Il senso di appartenenza è per gli esseri umani qualcosa di inevitabile e costante nel tempo. Ma ci accorgiamo mai se quello a cui apparteniamo cambia nel tempo?

    Federico osserva che, con il web, sia molto più facile avere un’appartenenza basata su valori e passioni con persone che magari non conosciamo mai di persona (un tempo, cosa impensabile). Pensa però che il bisogno di un’appartenenza sia anche una grande trappola, quando è forzata da condizionamenti sociali che ci portano a orientare atteggiamenti e decisioni per evitare esclusioni o giudizi.

    Priel, che è israeliano e da 12 anni vive in Italia, ha scelto di appartenere a un luogo che non è il suo luogo di nascita e a una comunità che non parla la sua lingua-madre. Sente la voglia di poter ‘scegliere appartenenze’ nuove lungo il cammino, senza mai dimenticare da dove viene (Galilea) e l’appartenenza che fin da bambino sente per la sua terra.

    Enrico, pur amando il territorio in cui è nato (il Friuli Venezia Giulia), ammette di non sentirsi ‘spiritualmente’ di qui. Sente di appartenere, per esempio, a un progetto come Pardés e a una categoria di persone che hanno ‘fame’ di osservare la realtà, ma soprattutto di fare azioni nel pratico e quindi anche di sbagliare.

    Il primo ospite, Tiziana, dice di vivere costantemente il senso di appartenenza. La sente soprattutto in connessione con le altre persone sul piano progettuale, come le è successo in una recente esperienza di orto collettivo. E la sente in connessione con la terra, intesa come humus.

    Il secondo ospite, Filippo, afferma di non aver mai sentito un’appartenenza a un team sportivo (cosa molto diffusa in Italia). Ritiene che, nelle organizzazioni in cui viviamo, dovremmo far sentire il nostro senso di appartenenza agli altri e ascoltare il loro. In associazione sempre ai valori, allo scopo, alla missione dei progetti che si perseguono.

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    31 min
  • PARDES 034 - p - cambiare dentro o cambiare fuori
    Quando non siamo contenti di qualcosa nella nostra vita, dobbiamo cambiare qualcosa. Altrimenti nulla cambia e noi continuiamo a rimanere insoddisfatti.
    Ma dove cambiamo? All’interno di noi stessi? O all’esterno?

    Enrico torna indietro di qualche anno e racconta l’origine di una sua esperienza di grande cambiamento, iniziata sia da un profondo dialogo con se stesso. Può sembrare banale, ma la nostra predisposizione serena interna ha un effetto sul mondo esterno.

    Federico ha poche certezze e molte domande. La sua sensazione è che la nostra parte interiore assomiglia alla vision e quella esterna alla version. Anche nei casi in cui l’evoluzione della realtà sembra non dipendere totalmente da noi, dipende invece spesso da noi e dal modo con cui stabiliamo e produciamo azioni concrete.

    Priel sostiene che se l’azione del cambiamento non può comportare un cambiamento della nostra essenza (di ciò che noi siamo), allora dobbiamo cambiare qualcosa nel mondo esterno. Per lui ci sono 3 passaggi fondamentali da seguire: osservare noi stessi (quindi la realtà), ascoltare noi stessi (quindi la realtà) e infine lasciar accadere che cambino le cose che devono cambiare.

    Il primo ospite, Paolo, si basa su due piani: il primo riguarda il punto di osservazione verso noi stessi. Solo che... non esiste un ‘esterno’, dato che l’esterno è un riverbero del nostro ‘io’ interiore. Il secondo piano invece riguarda il cambiamento dell’ambiente circostante che non muterà mai in modo duraturo se prima non cambiamo internamente.

    Il secondo ospite, Vid, ricorda che il nostro centro visivo raccoglie più informazioni dalla nostra parte emotiva e mnemonica che non dagli occhi: noi quindi interpretiamo la realtà molto più di quanto pensiamo. Molto spesso allora , se non ci piace quello che troviamo nella realtà esterna, potremmo avere bisogno di ‘modifiche’ interiori.

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    36 min
  • PARDES 033 - f - mettersi a nudo
    E se quando incontri uno sconosciuto, quando ti trovi in un nuovo gruppo di persone, ti mettessi subito a nudo? Se mostrassi subito il tuo lato più vulnerabile?
    E se quando crei qualcosa lo esponessi al giudizio degli altri senza schermirti?

    Ti ricordi l'ultima volta che ti sei sentita/o vulnerabile?
    Non è una bella sensazione, vero? E se invece di fuggirne, abbracciassimo questa sensazione di disagio?
    Cosa troviamo dall'altra parte della staccionata?

    Ne parliamo oggi in Pardes cominciando dall'esperienza dei nostri ospiti.

    Walter Klinkon ci racconta di quando si trovò sul palco del TEDx, con il rischio concreto di fare fiasco.
    https://youtu.be/IALelqH0XXg

    Ricky Russo, the most enthusiastic man in New York, ci racconta di cosa significa ritrovarsi in una grande città sconosciuta e ci lascia un gran consiglio: DAGHE!
    https://www.amazon.it/Daghe-Greatest-Hits-Ricky-Russo/dp/1546830014

    Nella corso della puntata abbiamo anche citato il TED talk di Brene Brown: il potere della vulnerabilità https://www.ted.com/talks/brene_brown_on_vulnerability?language=it
    E il TED talk di Amanda Palmer: l'arte di chiedere https://www.ted.com/talks/amanda_palmer_the_art_of_asking?language=it​


    E le esperienze di Enrico, Priel e Federico? Beh... Basta ascoltare la puntata ;)
    37 min
  • PARDES 032 - e - imparare giocando
    Si può imparare giocando? Siamo ancora capaci di apprendere tramite la parte ludica, che comporta l’interazione con gli altri? C’è una dimensione nella quale riusciamo a imparare a prescindere da quelli che sono i contenuti della formazione che riceviamo?

    I nostri due ospiti di oggi sono entrambi formatori.

    La prima ospite, Stefania, utilizza il gioco moltissimo per stare meglio nel suo quotidiano. Il gioco è inteso come ironia e leggerezza, in quanto veicoli che servono per entrare in sintonia con gli altri. Ma Stefania utilizza il gioco anche nei suoi corsi di di formazione, connessi al teatro e all’umorismo, che aiutano le persone a fare un qualcosa di rarissimo: divertirsi.

    Il secondo ospite, Riccardo, facilita dinamiche di processo utilizzando il Design Thinking e Lego Serious Play, due strumenti che tramite il divertimento aiutano ad amplificare il pensiero ‘divergente’ dei partecipanti che aiuta a sviluppare il pensiero ‘convergente’. Questi strumenti permettono di sbagliare in quello che è un ambiente sicuro, che accoglie l’errore come passo fondamentale per avviare e intraprendere un sentiero proprio.

    Priel ricorda che ci sono cose che fai con molta leggerezza, che ti portano molto lontano. Il contrario di leggerezza non è serietà, ma pesantezza. E chi di noi vuole fare formazione pesante? Giocare ci fa stare bene. Se il formatore ci fa giocare, assoceremo ciò che abbiamo imparato a una sensazione positiva, e quindi sarà più facile ricordarlo in futuro. E poi… che senso ha prendersi sul serio? Tanto prima o poi torniamo tutti sotto terra. Prenditi un po’ in giro! :)


    Federico cita Mark Rober, https://www.youtube.com/user/onemeeeliondollars che fa formazione scientifica tramite video “giocosi” su Youtube. Mark parla del suo metodo in un intervento al TEDx e lo definisce “effetto Super Mario”. Ossia, anche compiti tediosi e difficili, possono diventare irresistibili se visti come un gioco, una sfida da superare. Il focus non è più l’errore e la paura di sbagliare, ma il piacere di trovare un modo diverso per arrivare “al prossimo livello”.


    Enrico ricorda due sue importanti esperienze, nelle quali ha sperimentato l’importanza di un apprendimento frutto di creatività, interazione con gli altri, improvvisazione, teatralità e confronto pratico. E stimola i formatori di oggi a domandarsi quanti corsi siano basati solo sui contenuti invece che anche sulla dinamico coinvolgimento dei partecipanti.


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    28 min
  • PARDES 031 - p - col senno di poi
    Potendo andare indietro nel tempo, cosa diresti a te stessa/o nel passato? Cosa diresti a te stessa/o, col senno di poi, quando eri bambina/o, o quando eri adolescente o andavi all’università?

    La prima ospite Sara “Saretta la pasticcera” ci rivela che guardando la foto di quand’era piccola vorrebbe consigliare a sè stessa di avere la lungimiranza di credere nei propri sogni e cercare di realizzarli con coraggio e costanza dimostrando che ciò che sembrava possibile è stato poi invece realizzato.
    Dice anche che è nell’identificazione dei propri punti di debolezza che si trova la chiave per conoscere sè stessi. Ancora, suggerisce di seguire sempre l’istinto.


    La seconda ospite, Silvana, vorrebbe tornare ai tempi del liceo per potersi dare questi consigli:
    trova una pratica quotidiana, una disciplina per restare presente nel qui ed ora,
    pratica della gratitudine per farla diventare lente per osservare il mondo
    festeggia i piccoli traguardi intermedi
    osa nel lanciare lontano la freccia dell’intenzione
    prenditi il lusso di poter fare errori
    cerca altri mentori con cui confrontarti regolarmente, di una certa età, connessi con il cuore, la natura, con i piedi per terra
    impara a dire di no e fare cernita il prima possibile


    Federico vorrebbe avere investito in azioni Apple e bitcoin ;) Ma ahimè, ormai è tardi. Guardando, invece, a cosa gli è stato più utile vorrebbe aver fatto due cose di più e meglio:
    studiare
    e
    viaggiare
    che sono due modi per imparare. E imparando di più, a cascata succedono tante cose positive di conseguenza, si aprono opportunità, si instaurano abitudini, si ha occasione di conoscere persone.

    Enrico esplora due sentieri.
    Nel sentiero del rimorso all’enrico adolescente vorrebbe dire di fregarsene dei giudizi, paranoie, non accettazione del corpo, sentirsi strano, sfigato. Cominciare a fare esperienze di teatro, lavori in gruppo, essere ribelle nell’apprendimento delle cose, giocare di più a calcio, vivere più serenamente l’università.
    Il secondo sentiero, quello dell’accettazione, lo porta a essere un mentore che all’enrico giovane dice: non farai teatro, sbaglierai la scelta universitaria, avrai dolori non elaborati, fregatene e concentrati su cosa hai. Accetta queste cose e accettati.

    Priel fatica a trovare cosa suggerirebbe a sè stesso giovane perché tende ad accettare ciò che è successo non volendolo cambiare, perché l’ha portato a essere ciò che è ora. Ma volendolo fare direbbe al Priel sognatore che stava a immaginare tantissimo: “PER FAVORE ESCI UN PO’!” accetta il fatto che appena realizzi le cose, non saranno perfette. Non cercare di essere perfetto e non aspirare a sembrare perfetto. Non cercare di accontentare gli altri ed essere accettato. La vita è vissuta nelle relazioni, quindi non bisogna restare nella propria testa, ma esporsi.
    Altra cosa che avrebbe voluto risolvere, è il rapporto con il denaro, che non riusciva a guadagnare nè bene, nè serenamente.

    Qualunque sia la risposta di ognuno, l’esercizio di chiedersi cosa si sarebbe potuto fare è utile a ricordarci quali errori non ripetere, quali occasioni sfruttare anche ora, quali sono le condizioni che puoi creare perché le cose accadano.

    E tu, cosa suggeriresti a te stessa/o di un tempo?

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    31 min
  • PARDES 030 - f - segreti
    Il tema della puntata sono i segreti.

    I nostri segreti personali esistono per essere mantenuti o rivelati? E se ci potessimo liberare di tutti i nostri segreti, questa prospettiva avrebbe senso per noi?

    I tre ospiti della puntata vengono tutti dall’estero e “ci parlano” dal podcast Ted Radio Hour.

    Il primo ospite, Frank Warren, dice che per le persone non è tanto il segreto a essere pesante, quanto il doverlo celare.

    ll secondo ospite, Ash Beckham, invita le persone a sforzarsi di rivelare i grandi segreti. Perché nel mantenerli, ci “incurviamo” per proteggere il nostro cuor. E questo ci rende fisicamente più piccoli.

    Il terzo ospite, Gleen Greenwald, ricorda che i segreti ci servono anche per poterci esprimere più liberamente. Viceversa, se tutto quello che facciamo fosse pubblico, rischieremmo anche di autocensurarci perdendo spontaneità e naturalezza.

    Priel, nella conversazione, si rifà alla metafora del “tenere un legnetto sott’acqua”. Se questo (anche contro la nostra volontà) viene in superficie, siamo disposti a sopportarlo? E se invece decidiamo di svelare un nostro segreto, con quante persone decidiamo di farlo?

    Per Enrico c’è una dimensione attrattiva del segreto, che ci avvicina a sperare che prima o poi venga svelato. Ci sono anche segreti che sono fardelli, in quanto la loro rivelazione è più pericolosa del riserbo.

    Per Federico è estremamente importante mantenere certi segreti personali, perché proprio la riservatezza e l’intimità ci danno la possibilità di sperimentare e di sbagliare. E’ proprio quella sfera privata che ci permette di crescere e di mantenere anche la nostra umanità.

    E tu, che rapporto hai coi tuoi segreti?

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    28 min

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Creato da: Enrico Chiari, Priel Korenfeld, Federico Vitiello

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