Penisolabella viaggi nell'Italia sconosciuta

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Penisolabella viaggi nell'Italia sconosciuta episodes

  • Convento di San Bartolomeo a Foligno (Umbria)
    Il Convento di San Bartolomeo appartato, fra le colline intorno a Foligno, fu fondato dal frate Paoluccio Trinci, iniziatore dell’Osservanza Francescana, nel 1404, riuscendo a passare indenne attraverso i secoli e le varie soppressioni.
    Si sviluppò fino a raggiungere l’attuale aspetto intorno al 1600.
    La facciata della Chiesa è la prima opera del Piermarini.
    Nell’interno fra le varie opere d’arte si segnala la pala di San Bartolomeo di scuola perugina del 1500.
    Nel Chiostro vi sono invece affreschi che risalgono al 1700.
    Notevoli per le loro strutture architettoniche sono: la Chiesa, dove si conserva il Santo Sepolcro di Gerusalemme; le tele del Pomarancio e di Nicolò Alunno del 1500 e due cori lignei: uno dietro l’altare del 1400 e l’altro del 1600; il Refettorio e il Conventino.All’esterno del Convento sgorga l’antica fonte dell’Acqua Marana, potabile e leggera.

    E’ una Casa di Accoglienza aperta a tutti coloro che intendano seguire un periodo di ricerca spirituale e siano disponibili a condividere la giornata dei religiosi.

    Convento di San Bartolomeo: https://maps.app.goo.gl/UaQ5cdWrnMkFp31dA
    2 min
  • Convento della Santissima Annunziata a Gualdo Tadino (Umbria)
    Situato alle falde del monte Serrasanta, a circa 600 m di altezza, in una zona isolata ricca di acque sorgive, il Convento della Santissima Annunziata si eleva nel luogo anticamente chiamato “Pietrale” per la natura sassosa del terreno su cui sorse.
    Inizialmente fu denominato “Le Romite” per la vita ascetica che vi conducevano i primi Frati.
    Nel 1521 passò ai Frati Francescani Minori che ancora oggi vi risiedono.
    Si tratta di una costruzione a pianta quadrata con annessa la Chiesa, l’orto e il frondoso bosco.
    La Chiesa, ristrutturata nel 1629, ha un impianto barocco.Molti gli stucchi e le tele, fra le quali si segnala sull'altare maggiore quella raffigurante la santissima Annunziata, opera di Avanzino Nucci da Gubbio del 1600.

    Vi si tengono esercizi spirituali e ritiri di preghiera autogestiti, per i quali il Convento offre ospitalità da Pasqua a ottobre, con 100 posti letto in camere individuali e in camerate e con servizi in comune; ottima è la cucina dei Frati: le specialità da ordinare sono: tortellini, cannelloni di “frate Sole”, tagliatelle e arrosti.

    Convento della Santissima Annunziata: https://maps.app.goo.gl/N9rYpixmA5gfNwqR6
    2 min
  • Chiesa del Monastero di San Pietro ad Assisi (Umbria)
    La chiesa abbaziale di San Pietro di Assisi, si trova nella piazza omonima, dove sorgeva un’antica necropoli romana.
    Fu costruita dai benedettini nel 900 d.C., e rimaneggiata più volte fino alla ricostruzione definitiva che risale al 1200, con segni caratteristici dell'Ordine Benedettino.
    Con certezza, la presenza del monastero è documentata dal 1029 e da questo secolo si possono far risalire tutte le parti più antiche della chiesa.
    All'interno della chiesa, è presente anche il sigillo dei templari, nella parete destra della chiesa nel passaggio che porta alla cripta; si tratta di un fiore a sei petali (il fiore della vita).

    Abbazia di San Pietro: https://maps.app.goo.gl/YpAjhHLYSFchgmpj7
    3 min
  • Abbazia di Sant'Emiliano in Congiuntoli a Scheggia e Pascelupo (Umbria)
    L'abbazia di Sant'Emiliano in Congiuntoli è un monastero benedettino fondato nel 900 d.C. sui confini del Ducato di Spoleto, nel comune di Scheggia e Pascelupo.
    Edificato in territorio della diocesi di Gubbio, al confine con la diocesi di Nocera Umbra, su una lingua di roccia alla confluenza del fiume Sentino con il torrente Rio Freddo, l'abbazia fu dedicata a uno dei martiri della Numidia, Emiliano, soldato cinquantenne dell'esercito imperiale romano, ucciso all'epoca di Valeriano (tra il 253 e il 260).
    Le sue reliquie furono portate a Gubbio nel 500-600 da vescovi africani, fuggiti in Italia durante le persecuzioni vandaliche.

    Abbazia di Sant'Emiliano in Congiuntoli: https://maps.app.goo.gl/B1jdygPduztT1ByDA
    4 min
  • Abbazia di San Pietro a Perugia (Umbria)
    La basilica di San Pietro con il suo grande campanile, alto 70 metri, la costruzione più alta di Perugia, uno dei simboli più significativi della città, venne edificata intorno al 996 sopra la precedente cattedrale, come prima sede vescovile di Perugia.
    Quindi la sua origine probabilmente è più antica, e potrebbe risalire al 300 d.C. (dopo l'editto di Costantino); sorge su un'area sacra etrusco-romana, sebbene i primi documenti che citano la chiesa siano del 1002.
    Il primo abate fondatore fu Pietro Vincioli, un nobile perugino, successivamente canonizzato.
    Poco prima di arrivare al monastero si transita da una Porta di San Pietro (a Perugia) concepita da Agostino di Duccio (nel 1300).
    La porta introduce nel borgo XX Giugno, e dopo il caseggiato si arriva alla monumentale facciata a tre arcate che rispecchia nelle forme la porta di Duccio (posta nel lato opposto).

    Abbazia di San Pietro: https://maps.app.goo.gl/MbNSbzMnggtefZaq9
    13 min
  • Abbazia di San Felice a Giano dell'Umbria
    Dove oggi è l’Abbazia di San Felice a Giano dell'Umbria, sotto Costantino sorse una piccola Basilica a difesa delle ossa di San Felice, Martire della persecuzione di Diocleziano e Massimiano.
    I buoi inginocchiandosi durante il trasporto del corpo di San Felice indicarono il luogo dove doveva essere edificata la chiesa: questo narra la leggenda illustrata negli affreschi del chiostro.
    Estesosi poi il culto del Santo, il tempio fu ampliato, finché nel 1000 assunse la struttura monumentale che ha oggi.
    Vi soggiornarono i Benedettini e gli Eremitani Agostiniani della Congregazione Perugina fino al 1798.
    Seguirono i Passionisti fino al 1803 e infine i Missionari del Preziosissimo Sangue, dal 1815, che ne hanno fatto una Casa di Spiritualità.
    Ed è qui che il 15 agosto dello stesso anno San Gaspare del Bufalo fondò la sua Congregazione.
    L’intero complesso, dalle linee severe, simile a un fortilizio, è tutto in pietra e cotto.
    L’Abbazia romanica e la Cripta risalgono al 1000.Il piccolo chiostro conserva pitture del Seicento raffiguranti il martirio di San Felice.

    Centro di spiritualità per esercizi e incontri spirituali, giornate di preghiera e di ritiro individuale o comunitario.Inoltre il Centro dispone a 2 km della Casa della Madonna del Fosco, che accoglie gruppi giovanili, scout e religiosi per incontri di preghiera e campi scuola autogestiti.Vi sono 20 posti letto e il necessario per la cucina.

    Abbazia di San Felice: https://maps.app.goo.gl/5X9wYMdUkzrcBuVF9
    2 min
  • Pane e pietre da «Un treno nel Sud» di Corrado Alvaro
    E’ la quarta volta, a distanza di anni, che rivedo l’interno della Sicilia, questo mondo in cui sono tutti i problemi siciliani, il latifondo, la zolfara, la siccità, la mancanza di abitato sparso, l’intermittente banditismo.
    Qualche anno fa, verso Caltanissetta, si vedevano alcuni tentativi falliti di case coloniche del passato regime.
    Le case erano abbandonate e aumentavano l’impressione di infida solitudine.
    L’Italia meridionale dà spesso questa impressione d’inghiottire come un terreno mobile ogni tentativo di penetrazione e di legame col mondo.
    In questo grandioso interno dell’isola, d’una inquietante solitudine secolare, spunta qua e là una fonte d’acqua.
    V’è sorta già accanto una casa rustica abitata, un albero, le fondamenta di un’altra abitazione.
    Ed è la prima volta, da quando conosco la Sicilia, che nell’interno mi capita di vedere gente che adatta a terrazze di vigna alcuni costoni dell’interno, e con un lavoro in grande, da mutare l’aspetto del paesaggio.
    Quanto alla struttura sociale, coi suoi concessionari, affittuari, gabellieri e metatieri, che affliggono l’agricoltura come le miniere di zolfo, per cui è tutta un’economia di affittuari irresponsabili che creano condizioni inumane di lavoro, è un problema che se lo prospetta lo stesso governo siciliano, se nella sua rivista, se nella sua rivista ufficiale è denunziata, con fotografie e dati che paiono documenti si cento anni fa, la condizione degli zolfari, i vecchi tornano alle paghe dei ragazzi, i ragazzi che conoscono una fatica senza protezione e la frusta, l’uomo nudo come un verme nella miniera infida.
    Personalmente, sono avverso alle autonomie regionali, per ragioni di unità nazionale, morale, culturale, economica, specie in tempi in cui le patrie si frantumano e cadono in schiavitù come nel nostro tempo.
    16 min
  • Il paese dei Malavoglia da «Un treno nel Sud» di Corrado Alvaro
    Per rendere omaggio a Giovanni Verga, andammo a vedere Aci Trezza.
    Tutto si sarebbe risolto, si capisce, in una colazione e specialità del posto.
    Ma anche gli alimenti introducono in un mondo e in un tempo sconosciuti, ed è male che il pasto abbia perduto quel senso di comunione con la terra che presso la gente sana ha tuttavia.
    Verga parlava poco volentieri della sua opera.
    Non doveva essere un dramma da poco quello di uno scrittore che, pubblicato il suo ultimo libro nel 1882, sopravviveva fino al 1922 senza dire più una parola.
    Sterilità? Sdegno? Scetticismo della vita e dell’arte?
    Qualcuno dei suoi tratti si può spigolare ancora oggi a Catania, dove egli visse gli ultimi anni della sua vita silenziosa frequentando il Circolo dei Nobili.
    Gli domandarono un giorno perché lo frequentasse.
    Rispose: «Lei va al cinema e al teatro. Io no. Vado al circolo. E’ il mio teatro».
    Ad Aci Trezza, un bassorilievo in piazza, di donne disperate, riporta una delle frasi comuni a Verga e al suo popolo: sulla povera gente che «parevano anime del Purgatorio».
    Noi ci preoccupammo subito della colazione, evitammo i locali che ci parvero più comuni e andammo a finire in una specie di osteria.
    In un paese come l’Italia meridionale in cui un pasto è un problema e un avvenimento, o un fatto segreto, i luoghi dove si mangia hanno la rispettabilità e la cautela dei luoghi occulti, assai vicini ai luoghi di libertinaggio, coi camerieri dall’aria di infermieri o di pronubi.
    Il padrone, e poi la padrona di questa osteria, cominciarono a evocare i nomi degli alimenti che potevano offrire e del vino, come se confidassero i loro depositi in banca, e misurando le nostre possibilità di spendere.
    Bisogna essere meridionali per avvertire queste sfumature, l’avarizia e la cautela con cui si dispone un pranzo.
    E per misurare pure l’importanza che poteva avere un balconcino che dava da quell’osteria sul mare, su una spiaggia cosparsa di lastroni di lava, luogo di delizie secondo i padroni, perché c’era un po’ di spazio, si respirava la brezza.
    In un paesaggio classico e pieno di memorie, avaro e grandioso come la natura degli abitanti, la più piccola comodità messa insieme dalla gente modesta diversa il paradiso; una boccata d’aria un beneficio, un pasto, la Provvidenza.
    Basta un balconcino e un poco d’ombra.Se non si capiscono queste cose non si capisce l’Italia meridionale.
    14 min
  • Le dieci Ragazze di Piazza Armerina da «Un treno nel Sud» di Corrado Alvaro
    Delle Dieci Ragazze di Piazza Armerina, in Sicilia, s’è parlato come di poche scoperte archeologiche, al punto che questo singolare documento ha quasi offuscato il resto della scoperta; una delle più suggestive del mondo romano, coi suoi vari ambienti tra cui l’ambulacro delle scene di caccia per un’estensione di settanta metri di mosaico, in cui l’esotismo della romanità cadente dà la sua prova forse più grandiosa.
    Il richiamo delle Dieci Ragazze è che esse, in costume succinto, anticipano di quindi secoli il “due pezzi” delle nostre spiagge e dei concorsi di bellezza.
    Gli strumenti del giuoco, la palla scoperta subito dall’uomo come il gattino scopre subito un sasso che rotola ed è spinto a inseguirlo e ad afferrarlo, non è l’ultima causa di stupore e di fantasticheria di fronte a queste dieci immagini di tipi di donna, dei mosaici di Piazza Armerina.
    13 min
  • Fotografia a Tindari da «Un treno nel Sud» di Corrado Alvaro
    Mentre andavamo via lesti perché la nostra compagnia ci chiamava per ripartire, fermammo una donna che andava alla fonte con l’orcio sulla testa, e le domandammo se consentisse a posare per una fotografia.
    Si volse: «Sì, a patto che ne mandiate una copia. la voglio spedire a mio figlio che si trova in America».
    Mentre ci rispondeva senza deporre l’orcio, ci accorgemmo com’era, scalza, le gambe scoperte fino al polpaccio muscoloso, con quell’idea d’infanzia perenne delle donne scalze dell’Italia meridionale, di donne non abbastanza adulte per via appunto dei piedi scalzi, fino a che lo sguardo non scopre il viso, e uno colloca questo viso in un tipo di donna, lo immagina in città, e questa popolana scalza prende l’aria d’una passante vestita alla moda, d’una nostra amica, di una donna che siamo abituati a rivivere.
    E’ come la minuscola violetta tricolore dei prati che evoca la pansè di giardino.
    In quell’istante, mentre il mio compagno di viaggio scattava la fotografia, avevo modo di osservare quella donna.
    Poteva avere quarant’anni; occorreva un occhio esercitato per attribuirle non più di questa età; il naso arcuato; gli occhi distanti sotto la fronte dritta, e in essi l’espressione con cui una donna del popolo guarda un uomo che è il più forte e insieme il ragazzo, il rivale e il violento e insieme il protetto.
    Ella si preparò alla posa assicurandosi con una mano l’orcio sulla testa, mentre passava l’altra per riavviare i capelli della bambina che la seguiva, a cui facemmo attenzione per quel gesto.
    Unica civetteria, si passò la lingua sulle labbra per inumidirle e posò con sicura semplicità una mano nella mano della bimba, l’altra all’orcio perché sapeva che quello era lo scopo della sua fotografia, il suo povero orcio.
    15 min

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