In questa meditazione basata sul brano di Esodo (2, 1-10), la riflessione si incentra sul dramma dell'oppressione e sulla forza salvifica della compassione, mettendo in parallelo il cesto di Mosè affidato al Nilo con la condizione attuale dei profughi e dei migranti.
L'omelia evidenzia come l'atto della madre di Mosè non sia un abbandono, ma un gesto di amore disperato per strappare il figlio a un decreto di morte, ricordando che nessuno abbandona la propria terra se rimanere non significa rischiare la vita. In questa storia di salvezza emerge l'azione di una rete di donne: la madre che protegge, la sorella che veglia da lontano senza distogliere lo sguardo, e la figlia del faraone che, mossa dalla compassione di fronte al pianto del bambino, sceglie di disobbedire alla logica di morte del potere. La meditazione richiama così le comunità a essere "canestri di salvezza" e rive sicure nelle acque agitate del nostro tempo, capaci di volgere lo sguardo verso i fragili, offrendo accoglienza, dignità e futuro.
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