Esistono sofferenze e luoghi per i quali non esistono "comfort zone" o periodi in sospensione: per i detenuti e tutta la comunità penitenziaria, così come nelle famiglie, per le fragilità fisiche e psichiche, per le malattie terminali, per le malattie neurodegenerative per le disabilità. Non esistono pause e tutto può essere maledettamente complicato.
In estate in particolare, ci sono vite e storie sulle quali è maggiore il rischio che cada il silenzio: un misto di ipocrisia, indifferenza, pregiudizio. Il silenzio è il nostro peggiore avversario, perché nella migliore delle ipotesi lascia la situazione invariata.
Le fragilità delle persone malate, disabili, fragilità fisiche e psichiche, le fragilità delle persone con demenze si amplificano nei periodi estivi e con esse la solitudine. La sofferenza di una comunità penitenziaria, nei luoghi di detenzione, dietro le sbarre: emergono storie che confliggono, esperienze che devono tentare di ricostruire diritti e relazioni spezzate. Perché accanto alla pena e all'esclusione dovrebbero nascere percorsi di riparazione di scoperta e di ricostruzione di futuri legami sociali