Visionario, eclettico, onnivoro: tre aggettivi che descrivono alla perfezione le mille anime di David Bowie, il Duca Bianco della musica leggera che - in quasi mezzo secolo di carriera - ha attraversato il mondo dei suoni spingendosi sempre oltre. Cresciuto negli anni della Beatlemania, Bowie ha dovuto faticare per raggiungere il grande pubblico, che lo scoprì nel luglio del 1969 grazie a Space Oddity, la cronaca di una tragica missione nello spazio così distante dall'atmosfera che accompagnò in quei giorni l'impresa dell'Apollo 11. L'esplosione del fenomeno Bowie, però, avvenne tre anni dopo: era l'estate del 1972 quando il pubblico scoprì un personaggio ambiguo e indecifrabile, con i capelli ramati ed i vestiti attillati. Il suo nome era Ziggy Stardust e conquistò tutti con Starman, vagamente ispirata a Somewhere Over The Rainbow di Judy Garland. Era l'atto di nascita del glam rock, patinato e modaiolo ma mai piatto e banale, come testimoniato dal grande successo di The Rise And Fall Of Ziggy Stardust And The Spiders From Mars. Eppure, questo inafferrabile personaggio avrebbe ballato ancora per poco: con il successivo Diamond Dogs (1974), Bowie - fedele al suo desiderio di andare oltre - salutò la sua creatura androgina per prendere una strada fino a quel momento ignota, che avrebbe ispirato le legioni del punk e della new wave, non prima di una breve ma folgorante puntata nei territori del rhythm&blues con Young Americans. Con il trittico berlinese (Low, 1976; Heroes, 1977; Lodger, 1979), Bowie rivela al mondo suoni premonitori della musica che verrà negli anni Ottanta, sospesa tra inquietudini e angosce, sintetizzatori ed elettronica. Il suo laboratorio, però, non conosce soste: l'addio a Major Tom in Ashes To Ashes anticipa la svolta dance, propiziata dal decisivo incontro con il produttore Nile Rodgers. Nel decennio consacrato al mito dell'apparenza, Bowie si presenta ancora una volta con l'abito più raffinato in circolazione: Let's Dance (1983), detestato dai fan della prima ora, è invece una prova d'autore che rivela la sua capacità di spiazzare e di essere davvero contemporaneo. Da quel momento in avanti, David Bowie ha raramente replicato quella grazia e quella vitalità. Eppure - ed è questo il suo lascito più autentico - non ha mai smesso di curiosare e di mettersi in gioco, esplorando perfino generi (l'hard rock con i Tin Machine, il trip hop) all'apparenza estranei al suo retroterra artistico. Un vero camaleonte, fino in fondo ai suoi giorni, quando il Duca fece ancora in tempo a incidere il suo personalissimo testamento: Blackstar, pubblicato quattro giorni prima di morire, il 10 gennaio 2016.
A cinque anni dalla sua morte, Radio Venti celebra le mille vite di David Jones con una puntata speciale di Una musica può fare - Storie di canzoni che ci hanno cambiato la vita condotta da Carmine Marino e Alessia Martire: Starman. Vita e canzoni di David Bowie.