Le festività, in quanto parte del tempo libero, sono momenti di riposo e di relax. E si tende a trascorrerle vestiti in modo informale, il che per molti e per buona parte del tempo significa in jeans. Sessant’anni fa questo tipo di pantaloni e questo tessuto avevano un significato molto diverso: erano una moda, giovanile e ribelle. Poi altre mode giovanili sono passate o sono rimaste care solo a minoranze, come i capelli lunghi maschili. I jeans sono rimasti e si sono estesi a tutti: per la loro comodità, e proprio per la loro informalità. Un tempo era nei giorni di lavoro che ci si vestiva con abiti dimessi e resistenti allo sporco, le feste erano l’occasione per vestirsi piò accuratamente. Da qualche decennio con l’estendersi delle attività nel campo dei servizi e il ridursi di quelle agricole e industriali, in ufficio è imposto di fatto un abbigliamento piò formale, comunque piò accurato. I giorni di festa si passano spesso in jeans, salvo magari in alcuni momenti ’mettersi in tiro’, per andare a ballare o a incontrarsi a cena: eleganti, ma con una punta di ironia. Quando ci rivolgiamo a una persona lo facciamo con un pronome (in italiano soprattutto il tu e il lei) e con forme verbali che indicano la distanza sociale tra gli interlocutori, la confidenza o il rispetto. Nello stesso senso vanno anche altri segnali, come per esempio i saluti, dal diretto ’ciao’ al piò distaccato ’buongiorno’, o il chiamarsi per nome o per cognome, magari facendolo precedere da un ’signor’ o ’signora’. Ma nel corso del tempo si sono registrati diversi cambiamenti: mentre il voi, nonostante il tentativo fascista di imporlo al posto del lei, è di fatto sparito tranne che in alcune regioni, si nota in questi anni un crescere dell’uso del tu anche tra persone che non si conoscono. Si tratta di un’apparente attenuarsi delle distanze, ma il significato di una simile trasformazione forse è meno evidente di quanto possa sembrare, visto anche che si verifica in una società che è tra le meno egualitarie degli ultimi secoli.
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