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Recensione di Heated Rivalry (HBO Max) e Bait - Fuori Parte (Prime Video): il romance sull'hockey diventato fenomeno mondiale e la miniserie con cui Riz Ahmed fallisce il provino da James Bond.
Matteo chiede una mano per scegliere la serie da recensire, Paolo e Miki gli indicano la più chiacchierata del momento, lui vede due che pattinano e si aspetta una storia di sport. Finisce con le nostre macchine rigate e con una recensione controcorrente: per Matteo Heated Rivalry, il romance sul ghiaccio di Jacob Tierney (Letterkenny, Shoresy) tratto dai romanzi di Rachel Reid, con gli esordienti Hudson Williams e Connor Storrie, è una serie più interessante per il successo che per la sostanza. In mezzo ci stanno la scena cult in discoteca sulle note delle t.A.T.u., un episodio 3 che da solo fa meglio del resto della stagione, un conflitto disinnescato in partenza e una deviazione nel mondo dello yaoi e dei Boys' Love per capire perché queste storie stanno conquistando le piattaforme.
Miki risponde con Bait - Fuori Parte, sei episodi da meno di mezz'ora in cui Riz Ahmed racconta Shah Latif, attore britannico di origini pakistane che manda all'aria il provino da nuovo 007 e diventa virale suo malgrado. Una commedia che scivola in una riflessione su identità e appartenenza, con la benedizione di Barbara Broccoli, un cast pieno di reduci da Black Mirror e Sir Patrick Stewart a dare la voce alla testa di un maiale. La seconda visione rivela cose che alla prima sfuggono, e da lì parte lo sfogo di Matteo contro chi giudica le storie solo dal plot.
Chiudono le nostre scale: la Scala Tecnica, che oggi va da All's Fair a The Pitt, la Densità Narrativa, che inquadra il tipo di visione, la Scala della Scimmia, che misura la voglia di far partire l'episodio dopo (una delle due se la passa maluccio), e il Consiglio per la Fruizione per dosare gli episodi di entrambe.
Consigliato in puntata: Valentina Pigmei, «Non sottovalutiamo i romance», Internazionale (20 maggio 2026): https://www.internazionale.it/notizie/valentina-pigmei/2026/05/20/romance-libri
E ricordate: chi non gioca a hockey e non ci ascolta è un birimbino!
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Due Spicci, la terza serie animata di Zerocalcare su Netflix, e l'Angolo Maledetto sulla nostra Densità Narrativa: in questa puntata recensione di Due Spicci e seconda parte di come Sono Cose Serie valuta una serie TV.
Terza serie animata per Zerocalcare, ma ha il sapore di una terza stagione vera e propria. Zero, Secco, Cinghiale, Sara e tutto il pantheon calcareo tornano in Due Spicci, l'animazione Netflix uscita a maggio 2026, solo che qui i pugni allo stomaco si moltiplicano: un'operazione al cervello senza anestesia, biologica e psicoterapica, interrotta ogni tanto dalle uscite da stand-up comedian dell'Armadillo doppiato da Valerio Mastandrea. Zero entra in società con Cinghiale per salvargli il locale, l'amico finisce indebitato fino al collo con i Tartallegra, famiglia di strozzini che gli sguinzaglia dietro il violento Paturnia. Nel frattempo Zero ospita Smeralda, cotta di gioventù in fuga da una relazione violenta, e Secco si è fatto latitante per una cosa che pare indicibile. Nell'ultimo episodio un personaggio si prende una voce tutta sua: è Emanuela Fanelli, due David di Donatello.
Scritta, diretta e interpretata da Zerocalcare, prodotta da Movimenti Production con Bao Publishing per Netflix, la serie alza l'asticella sull'animazione e si prende i suoi tempi: le scene emotive si allungano, la musica occupa più spazio. I personaggi restano l'elemento principe, densi e profondi, e tra i temi nuovi ci sono il rapporto complicato con il proprio successo economico mentre gli amici faticano a far quadrare i conti e le relazioni tossiche, raccontate senza paternalismo. Paolo la passa alla Scala Tecnica, alla Densità Narrativa, alla Scala della Scimmia e al Consiglio per la Fruizione: dove cade la nuova serie di Zerocalcare e quanto sale sulla scimmia, lo scoprite ascoltando.
Poi l'Angolo Maledetto di Matteo De Simone, seconda parte su come valutiamo una serie TV. Dopo la Scala Tecnica e la Scala della Scimmia viste nella prima parte, entra la Densità Narrativa: la mappa a quattro quadranti (Intenso, Disteso, Leggero, Frizzante) che non dice quanto una serie è bella ma che tipo di esperienza ti fa fare. Perché Breaking Bad e I Soprano hanno gli stessi voti ma sono esperienze opposte? Uno è un espresso di Giamaica Blue Mountain, l'altro una bottiglia di Barolo Riserva Monfortino. E poi il Consiglio per la Fruizione, il quarto strumento, con due novità rispetto alla stagione 15: il profilo a tre punti e la deriva di quadrante.
E ricordate: chi c'ha i buffi con la mala e chi non ci ascolta è un birimbino!
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Recensione doppia: lo Spider-Noir con Nicolas Cage su Prime Video e The Boroughs, la nuova serie Netflix dei fratelli Duffer. Due serie agli antipodi: una che non sa decidersi tra colori e bianco e nero, gli altri che fanno sempre e solo Stranger Things, stavolta coi pensionati.
Spider-Noir porta Nicolas Cage nella New York della Grande Depressione, nei panni di Ben Reilly: investigatore privato ed ex supereroe il Ragno, in uno spin-off nato dal personaggio che Cage aveva già doppiato in Spider-Man Un nuovo universo. Accanto a lui Brendan Gleeson, Li Jun Li, Jack Huston e Lamorne Morris. L'operazione esce in doppia versione, bianco e nero e colori, e la scelta visiva fa discutere; ma sotto c'è un omaggio fittissimo al noir e al cinema anni Trenta, e personaggi che prendono i cliché del genere e li ribaltano. Cage gigioneggia, a volte fin troppo, ma se la gioca con gusto e fa simpatia.
Per Spider-Noir tiriamo fuori la Scala Tecnica, e stavolta pure una seconda tarata sull'overacting, la Scala Tecnica Nicolas Cage. Poi Densità Narrativa, Scala della Scimmia e Consiglio per la Fruizione, dilemma colore contro bianco e nero compreso.
The Boroughs è Stranger Things coi pensionati: una comunità residenziale per anziani nel deserto del New Mexico, dove sotto la superficie placida si nasconde qualcosa di inquietante. È la terza serie live action dei fratelli Duffer per Netflix, con un cast da paura guidato da Alfred Molina e impreziosito da Geena Davis, Alfre Woodard, Denis O'Hare e Clarke Peters. La serie corre su due binari, il mystery soprannaturale e i personaggi, e funziona di più quando guarda alle persone invece che ai misteri.
Anche per The Boroughs ci sono Scala Tecnica, Densità Narrativa, Scala della Scimmia e Consiglio per la Fruizione. Due serie lontanissime, un solo verdetto da ascoltare: a fare da arbitro Matteo De Simone, con Paolo su Spider-Noir e Michelangelo su The Boroughs.
E chi non si decide tra i colori e il bianco e nero, è un birimbino!
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Legends (Netflix) e Margo ha problemi di soldi (Apple TV+): due serie 2026, due doppie vite, una sola ossessione. Inventarsi una vita falsa per sopravvivere a quella vera. Doppia recensione con Matteo, Michelangelo e Paolo.
Legends è il crime thriller Netflix di Neil Forsyth, l'autore di The Gold. Sei episodi tratti dal libro-inchiesta The Betrayer di Guy Stanton e Peter Walsh: la storia vera, segretata per quasi quarant'anni, di un'unità sotto copertura delle dogane di Sua Maestà mandata a fermare il traffico di eroina nella Gran Bretagna di fine era Thatcher, con un budget ridicolo e zero addestramento. Don (Steve Coogan) recluta tra le scrivanie i doganieri più annoiati e gli chiede di costruirsi una "leggenda", un'identità di copertura così credibile da doverci credere loro per primi. Al centro c'è Guy (un Tom Burke in stato di grazia), l'infiltrato la cui leggenda finisce per somigliargli più della vita vera. Regia di sottrazione firmata Brady Hood e Julian Holmes, fotografia anni Novanta in teal & orange, colonna sonora d'epoca: british fino al midollo.
Margo ha problemi di soldi è il dramedy Apple TV+ creato da David E. Kelley e tratto dal romanzo di Rufi Thorpe. Margo, ventenne incinta del suo insegnante e sommersa dai debiti, con un padre ex wrestler appena uscito dalla riabilitazione, apre un profilo OnlyFans dove prima delle foto sfonda recensendo i peni dei fan come fossero Pokémon. Prodotta da A24, mood Sundance, la serie si regge su un parterre da capogiro: Elle Fanning che domina lo schermo, Michelle Pfeiffer e Nick Offerman in stato di grazia, Greg Kinnear e una Nicole Kidman che gigioneggia il giusto. La regia di Dearbhla Walsh, Kate Herron e Alice Seabright si pianta sui personaggi, e la scrittura tiene insieme commedia sopra le righe e cazzotti drammatici allo stomaco. Parla di sex work, maternità e tabù senza una riga di morale, ed è esplicita senza essere mai morbosa.
Su entrambe le serie sono scattate la Scala Tecnica, la Densità Narrativa, la Scala della Scimmia e il Consiglio per la Fruizione. Per chi conosce l'altra serie di Neil Forsyth: la prima stagione di The Gold l'avevamo recensita nella puntata 14x06.
E chi "esce i piedi" su OnlyFans e poi non ci ascolta, è un birimbino!
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Il finale di The Boys su Prime Video e lo spin-off Berlino su Netflix: due recensioni, due delusioni. Michelangelo si prende la quinta e ultima stagione di The Boys, Matteo le due stagioni di Berlino.
Due buone idee sepolte sotto una montagna di sterco, con somma soddisfazione di piattaforme e produttori. È il filo che lega le due serie di questa puntata.
The Boys chiude dopo cinque stagioni. La satira di Eric Kripke nata dal fumetto di Garth Ennis e Darick Robertson è stata, per tre stagioni, una delle cose più feroci del decennio: Homelander di Antony Starr come villain da manuale, Butcher di Karl Urban come sua faccia speculare, una capacità quasi profetica di anticipare la realtà. Poi il brodo si è allungato, e la quinta stagione arriva col fiato corto: personaggi sprecati, i ragazzi di Gen V ridotti a comparsate, un finale al chiuso e visivamente povero, buchi di logica su un'intera stagione di virus. Tre motivi top per la serie, tre motivi flop per come finisce.
Berlino è l'altro lato della spremitura. Lo spin-off de La casa di carta prende il personaggio che funzionava perché moriva presto e lo allunga per due stagioni e sedici episodi. Pedro Alonso prova a reggere col carisma, ma il vero tema è la messa in scena, e lì la serie crolla: tute anti-COVID inutili, viti svitate due volte con la stessa clip, una stanza segreta che è di fatto uno Stargate. Sulla carta si parla d'amore, in pratica si parla di scopare, troppo, con dialoghi da Baci Perugina dalle ambizioni shakespeariane.
Voti agli antipodi sulla nostra Scala Tecnica, dove oggi il 5 è The Pitt e l'1 è All's Fair (perché abbiamo scelto proprio loro come estremi l'abbiamo spiegato nelle puntate 16x11 e 16x15; il metodo della scala è nell'Angolo Maledetto della 16x32). Dove finiscono le due serie sulla Densità Narrativa e sulla Scala della Scimmia, e che Consiglio per la Fruizione ne tiriamo fuori? Una delle due ci ha fatto scoprire il twisted binge-watching: per sapere quale, premete play.
E ricordate: chi non lancia raggi cosmici dalle tette, ma soprattutto chi non ci ascolta, è un birimbino!
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Recensione di The Punisher: One Last Kill (Disney+) e Good Omens 3 (Prime Video): un film che vorresti fosse una serie e una serie che non doveva diventare un film. Marvel, Jon Bernthal, David Tennant e Michael Sheen nella stessa puntata.
Due opere agli antipodi. The Punisher: One Last Kill è lo special Marvel su Disney+ scritto e interpretato da Jon Bernthal, diretto da Reinaldo Marcus Green (King Richard, We Own This City): 51 minuti vietati ai minori di 18 anni in cui Frank Castle smette di parlare al ventesimo minuto e diventa una bestia letale tra The Raid e John Wick, con un disturbo da stress post-traumatico al cui confronto John Rambo si fa da parte. Fotografia di Robert Elswit (There Will Be Blood, Ripley), un Punitore così realistico e adulto che ci si chiede come faranno a portarlo nel più leggero Spider-Man: Brand New Day. Il limite più grande coincide col pregio: la brevità, che ti lascia la voglia di una miniserie intera.
Sul fronte opposto Good Omens 3, su Prime Video: non una terza stagione ma un singolo film da 90 minuti, con David Tennant e Michael Sheen di nuovo nei panni di Crowley e Aziraphale. Nato dal romanzo di Terry Pratchett e Neil Gaiman e arrivato sullo schermo come un piatto rotto reincollato male: sottotrame aperte e abbandonate, un Sean Pertwee sprecato, dialoghi che perdono l'acume delle stagioni precedenti. Un film come terza stagione è ancora una serie? La risposta, in questa recensione di Good Omens 3, non è tenera.
Le valutazioni su Scala Tecnica, Densità Narrativa, Scala della Scimmia e Consiglio per la Fruizione sono nella puntata. Vi ricordiamo che il metodo della Scala Tecnica l'abbiamo spiegato nelle puntate 16x11 e 16x15. E chi comunica a grugniti e non ci ascolta è un birimbino!
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- Serialtelling, sul senso della narrazione seriale: https://serialtelling.it
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Recensione doppia: Rooster, la nuova comedy HBO di Bill Lawrence con Steve Carell, e Stranger Things Storie dal 1985, lo spin-off animato Netflix dei fratelli Duffer. Una serie promossa, una stroncata, e i due verdetti non potrebbero essere più distanti.
Una buona e una cattiva notizia. La buona: Bill Lawrence torna in comedy con Rooster su HBO. La cattiva: Netflix tira fuori Stranger Things Storie dal 1985, lo spin-off animato. Partiamo dalla buona. Michelangelo recensisce Rooster, dieci episodi firmati Bill Lawrence e Matt Tarses, gli uomini dietro Ted Lasso, Scrubs e Shrinking. Steve Carell è Greg Russo, scrittore d'azione di mezza età invitato al Ludlow College per parlare della sua saga e finito a fare il writer-in-residence pur di stare vicino alla figlia Katie (Charly Clive), appena lasciata dal marito. Quel marito è Phil Dunster, il Jamie Tartt di Ted Lasso, qui professore di letteratura russa con un ego enorme. In cattedra anche John C. McGinley, il dottor Cox di Scrubs, più Danielle Deadwyler e Connie Britton.
La sorpresa di Rooster è la regia: focali strette, palette fredda virata sul teal, un peso quasi da dramma altro che sitcom. La sigla se la cantano Michael Stipe dei R.E.M. e Andrew Watt. Carell, dice Michelangelo, è il buon vino che migliora con gli anni: si sorride più di quanto si rida, ma la forza sta nelle relazioni e nelle loro crepe. Dove finisce Rooster sulla Scala Tecnica, in quale quadrante della Densità Narrativa e quanto sale sulla Scala della Scimmia? Tutto nella puntata. Il metodo della Scala Tecnica, per chi è nuovo, lo abbiamo spiegato nelle puntate 16x11 e 16x15.
Poi arriva Paolo, evocato come un demogorgone, e con lui la stroncatura. Stranger Things Storie dal 1985 (Tales from '85) è lo spin-off animato Netflix dei fratelli Duffer, showrunner Eric Robles, studio Flying Bark, ambientato tra la seconda e la terza stagione. L'animazione che mescola 2D e 3D è buona e il design dei mostri di Carlos Huante (quello di Prometheus) è la cosa migliore. Peccato per tutto il resto. Il problema grosso è il target: ritmo e meccaniche da serie per bambini, ma costruita su una valanga di citazioni anni '80 che un bambino non può conoscere e su un background chiaro solo a chi ha già visto Stranger Things. Una via di mezzo tra Piccoli Brividi e Paw Patrol piantata a Hawkins, con Nikki Baxter, il personaggio nuovo che sa sempre tutto e inventa qualunque cosa serva alla trama, patata taser compresa.
Quanto sprofonda Stranger Things Storie dal 1985 sulla Scala Tecnica? Tanto da aprire il nostro Sottosopra, l'inferno delle serie brutte. E sulla Scala della Scimmia? Diciamo che certe scimmie non ce la fanno. Per il Consiglio per la Fruizione, Paolo è netto: lasciate perdere e recuperate una vera serie animata anni '80, o un romanzo di Stephen King del periodo.
E chi porta in grembo il figlio del prof di Letteratura Russa, e chi non ci ascolta, è un birimbino!
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Recensione di DTF St. Louis, la miniserie HBO Max di Steven Conrad con Jason Bateman, David Harbour e Linda Cardellini, e di Gastone Paperone in Topolino Extra (Panini Comics), nelle miniserie La solitudine del quadrifoglio e I cieli di Farm Town di Marco Nucci e Stefano Zanchi.
Due storie senza nulla in comune, tranne una cosa: nessuna delle due è come sembra. Michelangelo apre con DTF St. Louis, sette episodi scritti e diretti da Steven Conrad (l'autore di Patriot, ma anche dello sceneggiatore de I sogni segreti di Walter Mitty e La ricerca della felicità). Una dark comedy che diventa un crime non lineare doloroso e ambiguo, ambientato nel sobborgo fittizio di Twyla, Missouri, dove un meteorologo televisivo e un interprete della lingua dei segni stringono un'amicizia che presto si incrocia con un'app di dating e con un crimine. Cast tutto sul pezzo, ma David Harbour merita una menzione a sé: tira fuori una tenerezza che non gli avevamo mai concesso. Estetica della desolazione, montaggio non lineare che è il vero protagonista (ogni scena rivista una seconda volta cambia di significato), colonna sonora di Alex Wurman (già con Conrad in Patriot e prima ancora su The Newsroom) costruita in contrappunto al motivo di Let the Sunshine In dal musical Hair.
Nella seconda metà arriva Paolo con Gastone. La solitudine del quadrifoglio e I cieli di Farm Town sono due miniserie di Marco Nucci ai testi e Stefano Zanchi ai disegni, pubblicate prima sui Topolino numero 3405-3406 nel 2021 e 3532-3533 nel 2023, oggi raccolte nei cartonati alla francese di Topolino Extra. La sfida titanica: trasformare in personaggio quello che era sempre stato un ruolo, il fortunato per definizione. Nucci e Zanchi giocano dentro le gabbie strette del fumetto Disney e dimostrano che proprio nei paletti più rigidi si può essere più creativi. Citazioni a Pico de Paperis come voce scientifica, gag in stile Rube Goldberg che diventano architettura narrativa, una zia Olivia Duck che semina caos, sapore di certe commedie hollywoodiane romantico-fantastiche rilette in chiave postmoderna.
Quanto in alto saliranno DTF St. Louis e Gastone sulla nostra Scala Tecnica, dove il vertice resta The Pitt e il pavimento All's Fair? E sulla Scala della Scimmia? La Densità Narrativa fa qualche scherzo, soprattutto sul fumetto, e Paolo anticipa che sul fronte metodologico qualcosa di nuovo bolle in pentola (nelle puntate 16x11 e 16x15 trovate il manuale d'uso delle scale). Per il Consiglio per la Fruizione, attenzione: né DTF né Gastone vanno in binge.
E ricordatevi: chi con un Gratta e Vinci vince una milionata e non ci ascolta, è un birimbino!
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Recensione di Darwin's Incident, l'anime di Amazon Prime Video tratto dal manga di Shun Umezawa, e Angolo Maledetto sulla sentenza che obbliga Netflix a rimborsare fino a 500€ agli abbonati italiani.
Darwin's Incident è la trasposizione anime in 13 episodi del manga seinen vincitore del Manga Taishō 2022, pubblicato in Italia da Dynit e disponibile su Amazon Prime Video. Charlie è uno Humanzee, ibrido umano-scimpanzé creato in laboratorio e salvato alla nascita da un attentato dell'ALA, l'Animal Liberation Alliance. A 15 anni entra al liceo, l'ALA torna in scena più violenta di prima e di lui vuole farne un simbolo. La regia è di Naokatsu Tsuda con Katsuichi Nakayama come series director (Evangelion: 3.0+1.0), studio Bellnox Films, sigla "Make Me Wonder" degli Official Hige Dandism. Specismo, fanatismo, ecoterrorismo, veganesimo come stigma: niente filtri, niente scorciatoie, due puntate che mettono in scena una sparatoria scolastica senza addolcire nulla. Charlie parla poco e quando parla è chirurgico, un vulcaniano adolescente di intelligenza acuta e zero esposizione emotiva. I voti sulla Scala Tecnica (riferimenti correnti All's Fair come 1, The Pitt come 5), sulla Densità Narrativa e sulla Scala della Scimmia sono dentro la puntata. Più il giallo del titolo: perché su Prime Italia è "Darwin's Incident" col genitivo sassone e il manga si chiama "Darwin Incident" senza?
Nell'Angolo Maledetto Matteo De Simone parte dal Medioevo e arriva al Tribunale di Roma. Nel feudalesimo c'erano pedatico, pontatico, polveratico (sì, ti tassavano per la polvere che alzavi passando), tributi che il signore riscuoteva "di tanto in tanto", per "migliorare il servizio". La stessa, identica formula compare nelle Condizioni d'uso Netflix in Italia dal 2015 al 2024. Quattro aumenti del piano Premium in sette anni, da 11,99 a 19,99 euro, più 67 percento. Il 1° aprile 2026 la sedicesima sezione civile del Tribunale di Roma ha pubblicato la sentenza 4993/2026: clausola vessatoria, aumenti illegittimi, rimborsi stimati fino a 500€ per i Premium e 250 per gli Standard. Azione del Movimento Consumatori, avvocati Paolo Fiorio e Corrado Pinna. La stessa scena si replica a Berlino, Colonia, Varsavia, Madrid, Amsterdam. In mezzo passano la Direttiva 93/13/CEE, lo ius variandi, Shoshana Zuboff sul capitalismo della sorveglianza e Renato Pozzetto che canta "Ho visto un re".
Il metodo della Scala Tecnica con cui valutiamo le serie è stato spiegato nelle puntate 16x11 e 16x15.
E chi fa la lotta con i colleghi lanciandosi le feci, e chi non ci ascolta, è un birimbino.
Fonti citate nell'Angolo Maledetto:
- Sentenza Trib. Roma 4993/2026 (Brocardi.it): https://www.brocardi.it/notizie-giuridiche/netflix-spetta-rimborso-euro-aumenti-degli-ultimi-anni-erano-illegali/6772.html
- Analisi rimborsi, Il Post: https://www.ilpost.it/2026/04/07/sentenza-netflix-rimborsi/
- Cronologia aumenti Netflix, Android Authority: https://www.androidauthority.com/timeline-netflix-price-hikes-3463376/
- Casi UE (Berlino, Colonia) su IRIS: https://merlin.obs.coe.int/article/10347
- UOKiK Polonia: https://uokik.gov.pl/en/price-hikes-on-autopilot-netflix-to-raise-fees-without-users-clear-approval
- Citazione Braden Perry, TheWrap: https://www.thewrap.com/media-platforms/tv/netflix-price-increase-italy-fallout-eu-lawsuits/
- Direttiva 93/13/CEE: https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/?uri=celex%3A31993L0013
- Voce "Pedaggio", Treccani: https://www.treccani.it/enciclopedia/pedaggio_(Enciclopedia-Italiana)/
- Shoshana Zuboff, Il capitalismo della sorveglianza, Luiss University Press, 2019
Clip usate:
- "Ho visto un re" / Renato Pozzetto: https://youtu.be/6bWKwg1Wnyk
- Non ci resta che piangere (Benigni-Troisi, 1984), scena del fiorino: https://youtu.be/fQa1XH8FMOc
- Reed Hastings, "Top 5 Lessons Learned Being CEO of Netflix": https://www.youtube.com/watch?v=BH-Dq50Cz8Q
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Recensioni di Paradise Stagione 2 (Disney+, formato 3 Motivi Per) e Something Very Bad Is Going To Happen (Netflix). Una serie ti accoglie in paradiso, l'altra ti avvisa già nel titolo che le cose si metteranno male: un dittico fra bunker post-apocalittici e matrimoni che vanno a fuoco.
Paradise S2 fa saltare l'unità di luogo della prima stagione, apre più fronti narrativi e a un certo punto sterza in una direzione che la prima aveva solo accennato. Sterling K. Brown continua a meritarsi i premi che gli piovono addosso, Julianne Nicholson firma una parabola pazzesca, e nel cast entrano nomi pesanti come Shailene Woodley e Cameron Britton. Recensione in formato 3 Motivi Per, perché la visione chiede un piccolo atto di fede sui primi episodi.
Something Very Bad Is Going To Happen è l'horror Netflix di Haley Z. Boston prodotto dai fratelli Duffer. Ogni paio di episodi cambia sottogenere: psicologico, folk, body horror, dark romance, ribaltoni alla Shyamalan. Camila Morrone e Adam DiMarco sono gli sposi, Ted Levine e Jennifer Jason Leigh i suoceri da incubo. Tre registe alternate, un finale fantastico e un equilibrio che non gira sempre a registro.
Voti, scale e Consiglio per la Fruizione direttamente in puntata, con la nostra Scala Tecnica, la Scala della Scimmia e la Densità Narrativa. Per chi cerca un ripasso, la recensione della prima stagione di Paradise è nella puntata 15x28.
Approfondimenti citati in apertura puntata (sull'IA che imita i defunti):
🎥 Matteo Flora: https://youtu.be/bUnfFGuo9O4
🎙️ Paolo Attivissimo (Il Disinformatico, RSI): https://rsi.ch/s/3665783
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