The Man in the High Castle

The Man in the High Castle

By I Bastioni di OrioneNewsPolitics
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The Man in the High Castle episodes

  • The Trumpian Scheme
    Caos e instabilità portano scompiglio, ma sembrano funzionali a uno schema preciso dell’amministrazione trumpiana che sulla carta va producendo una trama che potrebbe funzionare, nonostante lo scetticismo derisorio e le reazioni dei mercati, rivoluzionando il sistema economico-finanziario globale, ribaltando la tensione verso la globalizzazione su cui le strategie americane avevano puntato dagli ani Novanta per mantenere l’egemonia economica e tecnologica.
    Andrea Fumagalli segue questo schema, ricostruendolo ai nostri microfoni l’ideologia libertarian dell’anarcocapitalismo mescolata alla clava dello statalismo daziario. Ci sono resistenze da parte di apparati (come lo stop della Corte che ha tentato di invalidare l’operazione sui dazi del Liberation day) e istituzioni che tentano di impedire lo sviluppo del velleitario piano trumpiano, che è sicuramente temerario e la scommessa è sul filo del rasoio: potrebbe finire come quello di Zsa-Zsa Korda nell’ultimo film di Wes Anderson, ma per ora mantiene le sue ipotesi di avere i mezzi per ribaltare attraverso il protezionismo la tendenza al declino dell’imperialismo americano.
    Negli ultimi anni tutto era regolato dal Washington Consensus e gli apparati che gestivano fino alla crisi del 2008, poi l’ordine mondiale è venuto meno, inceppando il meccanismo della globalizzazione, lasciando sviluppare altri imperialismi; Trump è il frutto di questa perdita di egemonia ed è reazione alla rete intessuta da Pechino. Su tutto questo si innesca il problema dei due elementi di debito americano (interno ed esterno) che rischiano di far implodere tutto il sistema americano: solo se il dollaro rimane valuta appetibile gli Usa possono evitare il tracollo.
    Di qui il tentativo di ridurre il debito estero attraverso i dazi che fanno pagare il debito al resto del mondo con quei tassi (importando però inflazione e stagflazione che riducono il potere d’acquisto, con effetto recessivo interno), ma anche eliminando fortemente la tassazione interna sui ricchi, incrementando le tasse dei poveri con l’eliminazione dei crediti di imposta. 
    La logica commerciale è fatta di accordi personali che stravolgono ulteriormente il quadro e possono comportare una vera Rivoluzione del sistema economico-finanziario come lo conosciamo
    27 min
  • TRUMP SPECCHIO DELLA CRISI DI EGEMONIA DEGLI USA
    Con Giangiacomo Migone che fra le altre cose ha insegnato  storia dell'America del nord all'università di Torino ,parliamo delle fratture all'interno della società americana e della crisi di  egemonia di cui l'elezione di Trump è la conseguenza. Trump si è rivolto ad un altro elettorato ,la parte dei bianchi americani impoveriti dalla globalizzazione che ha mangiato i posti di lavoro che sono stati  delocalizzati altrove .Trump prende atto che gli USA nonostante la potenza militare non sono più l'egemone e la sua visione incarna la nostalgia della grandezza americana che vorrebbe far rivivere nonostante la concorrenza della Cina che ha invece una percezione multipolare del mondo.
    Nonostante la torsione autoritaria che è incarnata dalla politica trumpiana ci sono delle resistenze all'interno del tessuto sociale americano che si manifestano nelle università ,nell'opposizione dei  tribunali ai decreti del presidente che non considera i contrappesi istituzionali e si concretizzano anche nelle affollate piazze che stanno seguendo il tour contro l'oligarchia del senatore Sanders e di Alexandra Ocasio Cortez. La politica di Trump è al servizio dell'1% più ricco e alimenta la guerra fra poveri delle classi medie impoverite bianche contro gli immigrati .
    28 min
  • I groenlandesi non sono contenti: né danesi, né americani
    La popolazione inuit viveva in armonia con la natura in una comunità non patriarcale, finché il solito missionario cattolico a fine Settecento ha portato il verbo e con esso ha squilibrato il mondo dei ghiacci, ben prima delle pretese di Trump. Da lì hanno già subito ogni forma di colonizzazione, compresa quella americana per le servitù militari dimostrata anche dal viaggio di JD Vance stesso che procede dalla velleità di controllo trumpiana dell’isola più estesa del mondo e delle sue risorse e rotte commerciali. Già è maltollerata la occupazione danese, la tracotanza americana ha indisposto molto la comunità locale, che aveva già avviato bozze di una Sostituzione differente da quella danese che aiutasse a svincolarsi ulteriormente dalla “Terra madre”; hanno contrapposto forti movimenti negli anni scorsi per avversare progetti di estrazione avanzate dai cinesi anni fa nel territorio di Kalaallit Nunaat (nome nativo del paese) e contro l’idea di estrarre uranio; il recupero della cultura inuit da anni sta aggregando la società civile e anche dopo l’esito sorprendente delle elezioni dell’11 marzo il fronte unito per l’indipendenza si è rafforzato, per ora. Anche per la forte evidenza del cambiamento climatico in un ambiente così estremizzato. Subito si sono create manifestazioni contro Trump a Nuuk e Sisimiut, la capitale e la seconda città del paese, modernizzate rispetto ai piccoli paesi di pescatori che vivono una Groenlandia diversa. Abbiamo chiesto a Fabrizio Barzanti, musicista da trent’anni sull’isola, quali speranze nutrono ancora i groenlandesi di non essere annessi, controllati e sudditi non più di una lontana Danimarca, ma di un anche troppo vicino americano, quale può essere il modo in cui il colonialismo americano può superare le atrocità danesi, che hanno usato gli stessi mezzi di sterminio, sterilizzazione, alcolismo perpetrati dagli statunitensi nei confronti dei cugini degli inuit, nativi del continente americano?
    22 min
  • La scommessa trumpiana per mantenere l’egemonia americana sul mondo
    Dazi indiscriminati antieuropei, dazi chirurgici vs Bri; dazi come clave  

    Andrea Fumagalli conduce sapientemente l’analisi dalla stretta connessione tra la volontà di ridurre il debito ormai insostenibile e le mosse forse avventate sui dazi della seconda amministrazione Trump fino a individuare nel cortocircuito tra elevato valore del dollaro e competitività delle merci statunitensi che produce un saldo commerciale negativo ormai strutturale, mantenuto alto da una difesa centralità a oltranza della divisa come valuta di riferimento nelle transazioni.

    Più la valutazione del dollaro rimane alta, meno è competitiva la produzione, con effetti recessivi e inflattivi sulla economia e la finanza americana.  

    Un debito pubblico che l’America da 50 anni fa pagare al resto del mondo indotto a comprarlo attraverso i titoli di stato e che per questo vede come uno spauracchio la dedollarizzazione, preludio all’insolvenza di una bolla speculativa federale; a questo deficit della bilancia commerciale verso l’esterno ormai consolidato si aggiunge un debito interno che sorge dalla politica fiscale molto espansiva di Biden. Per sottrarsi a questa pressione dei due debiti, Trump si rifugia nei dazi che però hanno risvolti molto pericolosi, perché come molti hanno allertato, possono ritorcersi contro la manifattura americana per l’intreccio della globalizzazione, che diventa uno degli obiettivi della trumpenomics. La produzione interna viene incentivata dall’aumento dei costi di importazione di beni necessari all’industria, ma al costo di maggiore instabilità e importando inflazione almeno quanto si esporta.

    Dazi come clava: ricatto retrogrado per il contrasto all’inevitabile multipolarismo  

    Quello che potrebbe maggiormente scombinare i piani di sconquasso per non cambiare nulla di Trump è che si acceleri la dedollarizzazione, fenomeno multipolare che sta in effetti avvenendo con i paesi dei Brics, a partire dai pagamenti bilaterali in valute diverse dal dollaro tendendo a un sistema alternativo a quello interno allo swift bancario. L’egemonia economica di un’area si basa su 4 livelli: tecnologico, logistico, finanziario e militare. Gli Usa negli ultimi70 anni non hanno brillato per successi militari; provano a contenere la rete distributiva della logistica della Belt Road Initiative e Trump sta inseguendo gli snodi fissati dai cinesi, cercando di sottrare porti e vie al controllo cinese, o di appropriarsi delle materie prime utili per le nuove tecnologie; la vicenda di DeepSeek dimostra come in quanto a tecnologie la Cina è enormemente più progredita degli Usa.
    24 min
  • I nuovi strumenti della geopolitica vanno affilati alla fine del mondo
    Dall’amico Milei – che ha venduto una bufala bitcoin – al nemico Petro (che non si comprende quanto abbia accettato il capestro e quanto se la sia cavata), passando di nuovo per il canale di Panama il revenge del furioso mondo trumpista comincia con la riappropriazione del Latinoamerica.
    Con Alfredo Somoza ci siamo avventurati a tentare di capire dalle prime prevedibili sparate in terra sudamericana quali sconquassi si espanderanno nel resto del mondo e guardiamo dall’America Latina le conseguenze dell’aggressiva politica commerciale di Trump ,che dopo anni di disinteresse cerca di prendere il controllo dei nodi strategici come Panama cercando di ostacolare la penetrazione cinese in un area che la dottina Monroe 2.0 definiva a esclusivo appannaggio degli Stati uniti . Non sarà impresa facile perchè la presenza commerciale cinese è molto ramificata in America Latina e al netto delle rodomontate trumpiane sarà complesso riprendere l’influenza totale anche perchè i suoi alleati si contano sulle dita di una mano. La politica economica di Milei in Argentina, scivolato sulla truffa della criptrovaluta “Libre”, sta provocando un impoverimento progressivo della classe media che lo ha sostenuto e una dollarizzazione dell’economia che avrà come sbocco la recessione. E la dollarizzazione da un lato e le ricette recessive menemiste rischiano di ripetersi nell’anarco-liberismo senza welfare e redistribuzione, creando una situazione sociale che resta critica.
    Infatti il canovaccio sperimentato con Panama e Colombia è stata ripetuta con Zelensky e si prepara a usarla con gli altri vassalli. Però con le grandi potenze potrà replicare lo stesso bullismo?
    Togliendo tutto il folklore del mondo autocratico l’offensiva di Trump in realtà è solo quella di andarsi a riprendere i posti che la Cina ha occupato per incuria di Biden, diventando il primo partner economico, mentre Trump non ha che un paio di amici latinos più pagliacci di lui, forse perché con Bolsonaro si sono già prodotti gli anticorpi.
    21 min
  • Con Trump un nuovo ruolo per il suo amico MBS
    I sauditi si propongono per aggiornare la loro immagine e il loro predominio sulla Penisola (e non solo) dopo la petromonarchia. In un periodo in cui i nomi dei Golfi si cambiano d’autorità, la vexata quaestio sul Gulf viene vinta dall’arabico contro il persico; e all’interno della Penisola le rivalità tra Qatar e Sauditi nel disgelo in corso vedono prevalere come guida Mohamed Bin Salman, più che le nazioni più vicine ai Fratelli musulmani.
    Sintomatico che le basi per terminare la guerra in Ucraina si pongano a Riad – senza i proxy ucraini usati come carne da cannone – mentre russi, yankee e sauditi si accordano sui nuovi assetti del vecchio mondo: questo assurge a un altro livello d’importanza la penisola arabica incentrata sulle petromonarchie in evoluzione e sviluppo che ha in Vision2030 il progetto più sofisticato e ambizioso per rendere reali miraggi un po’ pacchiani e artificiali secondo un immaginario comune tra gli autocrati convenuti a spartirsi il mondo e creare resort sui cimiteri rivieraschi.
    Con Laura Silvia Battaglia abbiamo avuto il piacere di approfondire gli ambiti davvero importanti dal punto di vista saudita: risorse, valute, il legame tra radici culturali preislamiche utili a proiettare il paese all’esterno, intessere rapporti con tutti e contenere contemporaneamente le influenze sulla propria area da parte delle altre potenze (Putin in primis). Dove scopriamo l’enorme importanza della stabilità nella regione per l’Arabia Saudita e la candidatura in questo senso a divenire interlocutore preminente sia di Russia che di Usa (il rapporto personale con Trump che ha salvato già una volta MBS), pur avendo relazioni con la Cina.
    Ma anche nell’area interessa calmare le acque, come si è visto in Libano (dove solo con il permesso saudita si è arrivati a varare un governo) e in Siria: infatti la prima visita del ministro degli esteri di Damasco è stata a Riad. Dunque anche quel potere sarà in qualche modo sotto l’egida di MBS, la cui politica centripeta ha quasi annullato il potere religioso al suo interno e pacificato le tensioni interne alle famiglie saudite wahabite. E su questo si innestano gli Abrahams Accord, la cui proposta è di nuovo spianata, e l’attenzione a mediare molto l’uso del territorio della Penisola in funzione anticinese, non contrapponendosi e bloccando del tutto la Belt Road Initiative, come vorrebbe Trump: Laura Silvia Battaglia conferisce a questi temi il loro valore distinto: a cominciare dalla necessità di mettere al centro i siti sacri che non sono negoziabili, compresa al-Aqsa; mentre le relazioni con la Cina durano da 50 anni, improntate al reciproco rispetto e il passaggio della Belt Road è conveniente per Riad e quindi difficilmente rinuncerà a queste rotte che non sono solo commerciali, inserendola all’interno della Vision2030. Per questo MBS ha interesse a dare a Trump la soluzione del conflitto in Ucraina e negoziare così la ricostruzione di Gaza, in modo da salvare capra e cavoli.
    32 min
  • La Controriforma trumpiana cancella l’Europa kantiana
    Le strategie non passano più dall’Europa  

    Abbiamo cominciato a interpellare alcuni analisti e pensatori a noi affini per ricercare punti di riferimento che ci consentano di tracciare un quadro di ciò che sta emergendo dalle macerie dello sconquasso totalitario del trumpismo. Il primo a cui ci siamo rivolti è Francesco Dall’Aglio per il suo acume nella ricostruzione della vicenda ucraina («ormai andata, finita»,come pensato allo scatenamento del conflitto), leggibile in chiave di dissoluzione dell’Europa, che alla fine della Guerra Fredda appare non più affatto interessante per l’amministrazione Trump/Musk, per cui le prospettive a livello globale possono essere molteplici, ma un elemento pare evidente: l'Europa è ancora legata a una ipocrisia etica che in parte condivideva con i democratici fino alla disastrosa amministrazione Biden; tutti gli altri player possono non considerare la società civile per giocare strategie esclusivamente di interesse pragmaticametne economico e neoimperiale, non più ideologico, ma solo spietatamente mercantile.
    Uno dei punti da cui è facile partire per collocare i mattoni di un nuovo approccio all’ordine del mondo, in modo da potersene difendere (e magari sviluppare strategie dal basso per sottrarsi al bisogno di creare o sottostare Stati e Imperi) è l’ossessione dei sovranismi per la concorrenza cinese che ha prodotto in prima istanza tra i provvedimenti seri di Trump l’attacco ai nodi e gangli della BeltRoadInitiative (soprattutto quelli considerati cortile di casa, come Groenlandia e Panama); seguendo questo bandolo si potranno tessere molte valutazioni relative alle mosse dei player sulla scacchiera.
    Questi player possono essere a livello di macroeconomie anche rappresentati dal gruppo dei Brics che si è andato a rimpolpare nella graduale dissoluzione della potenza produttiva occidentale (in particolare per la marginalizzazione europea, ma anche perché attraenti come alternativa ai modi brutali degli Usa di richiedere sudditanza), che però potrebbe ancora avere un interesse come mercato di consumatori e questo può rappresentare un secondo tassello fisso a cui guardare per valutare le mosse strategiche; che comunque tornano a includere manovre sugli interessi del debito pubblico americano.
    Un altro ambito di interesse per gli Stati uniti trumpiani (e russi, che non sono più percepiti come minaccia per gli americani) è quello che vede il mondo arabo complice delle barriere contro la Bri, offrendo altre vie di comunicazione e trasporto di merci.

    33 min

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