Nel 2007 lo studio che ha lanciato il mito del grit dichiarava, nero su bianco, che l'impegno spiega in media il 4% dei risultati. Il resto della carriera lo fanno il contesto, il momento giusto, l'aiuto degli altri. E la fortuna: tre ricercatori dell'Università di Catania hanno vinto un Ig Nobel dimostrando al computer che in cima non arriva quasi mai il più talentuoso. Arriva il più fortunato tra i bravi.
E allora perché continuiamo a crederci? La risposta comincia a scuola, l'unico posto dove l'impegno è moneta legale: il mercato del lavoro usa un altro listino. Il conto lo paga chi si impegna senza ottenere risultati, condannato due volte, come professionista e come persona. È la cultura aziendale del "basta impegnarsi", vista con gli occhi della psicologia del lavoro.
Seconda puntata sull'impegno, dopo "Impegnati! Lavora il doppio e guadagnerai la metà". Dentro: la leggenda di John Henry, il filosofo Nozick, la credenza nel mondo giusto, la moralizzazione dello sforzo. In chiusura, tre consigli di carriera concreti: per chi lavora, per chi esercita leadership e valuta collaboratori, per chi si occupa di risorse umane e formazione — prima di comprare l'ennesimo corso sul grit.
La parola di oggi è: impegno.
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