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Il 4 ottobre l’Italia ha celebrato ufficialmente chi fa del dono una pratica quotidiana di partecipazione, solidarietà, responsabilità civica e costruzione del bene comune. Una ricorrenza che nasce proprio nel nostro Paese: con la Legge 110 del 14 luglio 2015, l’Italia è diventata infatti il primo e unico Paese al mondo ad aver istituito per legge il Giorno del Dono. Promosso dall’Istituto Italiano della Donazione (IID), il Giorno del Dono giunge nel 2026 alla sua dodicesima edizione, della quale anche quest'anno Ma Che Razza di Umani è media partner.
«Il dono è resilienza, perché ci insegna a non arrenderci di fronte alle difficoltà e a trasformare ciò che viviamo in un’opportunità per metterci in ascolto dell’altro, costruire legami e generare cambiamento. Il dono è anche un vero e proprio estremismo del bene: la scelta di spingersi oltre l’indifferenza, di mettersi in gioco e di dedicare tempo, energie e risorse agli altri. È questa la forza del dono: un gesto individuale che, quando diventa cultura condivisa, può trasformare profondamente la nostra società». È con queste parole del Presidente IID Marco Rasconi che si può riassumere il significato del dono, un dono che ci ha accompagnato per tutto il mese di ottobre ma che dura per tutto l'anno.
Per ogni edizione viene indetta una Capitale del Dono: la protagonista di quest'anno è stata la Regione Liguria, che ha offerto un ampio programma di appuntamenti con l'obiettivo di portare il racconto del dono nei territori e mettere in dialogo scuole, istituzioni, Terzo Settore, fondazioni, imprese e cittadini.
Marco Rasconi, Presidente IID: «La scelta della Liguria quale Capitale del Dono 2026 nasce dalla volontà di valorizzare un territorio ricco di esperienze concrete di solidarietà, partecipazione e volontariato. Vogliamo dare voce a questo patrimonio e metterlo in relazione, affinché dalle esperienze già presenti possano nascere nuove occasioni di dono. Diffondere cultura del dono significa contribuire a costruire comunità più coese, fondate sulla partecipazione e sulla responsabilità di ciascuno».
«Noi doniamo» è il rapporto sul dono in Italia realizzato dall’Osservatorio sul dono dell’Istituto Italiano della Donazione (IID) ed è stato presentato l'1 ottobre a Genova nell’ambito di Liguria Capitale del Dono 2026. La domanda di partenza a cui si è cercato di rispondere è stata: «Dove e in quali condizioni si dona di più in Italia?»
Nel corso dell’incontro sono stati illustrati i risultati della XXIV Indagine IID sull’andamento delle raccolte fondi degli enti non profit e il Rapporto 2026 sul dono in Italia. Si è posta particolare attenzione sulle tre dimensioni del dono – denaro, tempo e dono biologico – mettendo insieme dati, analisi e contributi dei soggetti partner dell’Osservatorio sul dono.
Nella giornata del 13 ottobre al Teatro Verdi di Genova sono stati premiati i vincitori di #DonareMiDona Scuole 2026. Oltre 100 elaborati, più di 140 scuole iscritte e più di 200 studenti arrivati da tutta Italia: il contest invita ragazze e ragazzi a raccontare che cosa significa donare attraverso video, parole, immagini e progetti capaci di trasformare solidarietà, cura e partecipazione in esperienze concrete.
«La scuola è il luogo in cui ragazze e ragazzi imparano anche a misurarsi con ciò che non riguarda soltanto se stessi. Educare al dono significa aiutarli a riconoscere il valore della collaborazione, a rispettare le differenze e a comprendere che ogni scelta può avere un effetto sulla vita degli altri» ha dichiarato Rita Bruzzone, assessora ai Servizi educativi e Diritto all'istruzione del Comune di Genova. «Con #DonareMiDona diamo spazio alla loro capacità di osservare la realtà e raccontarla da prospettive originali mettendo in dialogo istituzioni, mondo educativo e società civile. I lavori realizzati dagli studenti non sono soltanto elaborati da premiare, ma occasioni per ascoltare il loro punto di vista e capire quale idea di società stia maturando nelle nuove generazioni. La scuola ha anche la responsabilità di offrire esperienze che trasformino il rispetto e la partecipazione in abitudini concrete, destinate a durare oltre il percorso scolastico».
Anche noi di Ma Che Razza di Umani, media partner dell'evento, siamo stati testimoni di queste giornate ricche di interventi. In questa puntata speciale dedicata al Giorno del Dono, abbiamo raccontato gli interventi di:
Tre giornate per le Persone: Raccontare, Immaginare, Costruire. Questo è il tema della seconda edizione del Festival CultureLink, ideato e organizzato dalla cooperativa Stripes, che si è svolto tra il 9 e l'11 ottobre 2026 nel distretto urbano MIND (Milano Innovation District), ed è rivolto a professionisti, educatori, insegnanti, operatori sociali, famiglie, giovani e cittadini.
«Abbiamo bisogno di luoghi di pensiero fondamentali per la democrazia che si fonda sulla partecipazione. Serve la giusta narrazione che fa parte di un atto politico. Parliamo di trasformazione perché altrimenti il cambiamento disorienta se non diventa trasformazione. L’unico modo per essere generativi è diventare un luogo parlante della città.» Con queste parole che Dafne Guida ci porta nel vivo del festival. Sono parole che ci ricordano, con John Donne, che «nessun uomo è un’isola» e che ambiscono a creare un luogo di partecipazione generativa.
Tra convegni, tavoli tematici, workshop, laboratori, incontri, presentazioni di libri, talk e performance, abbiamo avuto il piacere di intervistare alcuni Umani per scoprire di che cosa si occupa concretamente la cooperativa Stripes e chi ne fa parte. In particolare:
Lo scorso 8 ottobre si è conclusa la quattordicesima edizione del Salone della CSR e dell’Innovazione Sociale, a cui abbiamo partecipato come media partner e, soprattutto, come Umani curiosi di conoscere realtà diverse e il loro impegno nel rendere desiderabile la sostenibilità.
Si tratta del principale evento italiano dedicato alla sostenibilità e alla responsabilità sociale d'impresa, ideato e organizzato dall'agenzia Koinètica. Giunto alla 14ª edizione nel 2026 con il titolo Andare oltre, l'evento riunisce imprese, università e organizzazioni non profit per fare networking e condividere pratiche innovative.
Nei tre giorni di programma, l’Università Bocconi di Milano ha accolto 6.500 presenze, 120 eventi, 546 relatori e 254 protagonisti, con alcuni dei quali abbiamo avuto il piacere di confrontarci per questa puntata speciale.
«Oggi la sostenibilità la consideriamo moltissimo: la misuriamo, la certifichiamo, la mettiamo nei bilanci, la teniamo in conto. Quanto invece la desideriamo? Finché resta materia di considerazione, è un dovere (che pure è necessario). Ma quando diventa materia di desiderio, è una direzione da cui sarà difficile allontanarsi o tradire».
Cosa significa andare oltre? Lo abbiamo chiesto ad alcuni ospiti e ce lo siamo domandati anche noi.
Andare oltre significa cambiare la prospettiva con cui guardiamo il mondo: superare le apparenze per non sottovalutare i punti di vista diversi e riconoscere il valore del confronto. Significa aprirsi al futuro e cercare il giusto equilibrio tra sostenibilità economica, ambientale e sociale, credendo che ognuno possa contribuire alla soluzione dei problemi e diventare agente di cambiamento (meglio ancora se di trasformazione).
Andare oltre gli stereotipi, la chiusura mentale, l’iniquità, la sfiducia, l’individualismo. Ma, soprattutto, non andare oltre i limiti degli ecosistemi, perché la rigenerazione del Pianeta procede di pari passo con la trasformazione sociale.
Ecco il paradosso positivo della sostenibilità: trasformare un dovere in qualcosa di desiderabile, così che diventi motore di benessere sociale e di vantaggio competitivo. Essere sostenibili non significa solo parlare di futuro, ma anche di oggi, e deve essere un obiettivo desiderabile per tutti.
In questo episodio, dedicato al Salone, Ma Che Razza di Umani dà spazio a persone che raccontano le realtà con cui, concretamente, si impegnano a rendere la sostenibilità desiderabile. Ecco le voci, in ordine di apparizione:
Milano prova a mettere a terra l'economia sociale secondo il paradigma dell'economia civile alla Casa di Quartiere di Garibaldi, ospiti del Comune, in occasione dell'incontro Economia civile: più sinergia per un impatto positivo, tappa del Salone Extra che accompagna verso la quattordicesima edizione del Salone della CSR e dell'Innovazione Sociale del 6, 7 e 8 ottobre 2026, come sempre guidato da Rossella Sobrero.
L’economia è sociale. Per sua stessa natura. L’Unione Europea ci lavora dal 2011 e dal 2021 in UE è attivo il Piano d’azione per l’economia sociale, mentre anche noi finalmente stiamo lavorando al Piano nazionale per l’economia sociale adottato con la manovra finanziaria 2026, come richiesto dalla Raccomandazione UE del 2023. Sembreremmo essere a buon punto a livello nazionale, ma sappiamo che moltissimo si gioca a partire dal locale e in particolare dalla città che ha visto nascere e che ogni anno ospita il Salone: Milano.
Abbiamo chiesto a quattro attori dell'economia sociale - chi la governa, chi la misura, chi la fa rete, chi la spinge a innovare - di raccontarci come realizzarla per davvero.
Consigliere comunale di Milano, presidente della Commissione speciale per l'Economia civile e lo sviluppo del Terzo settore, Valerio Pedroni informa di come Milano abbia deliberato il suo Piano attuativo per l'economia sociale: osa cambia davvero, quanto pesano le società benefit, la finanza d'impatto e la CSR sul territorio, e perché senza una vera "consapevolezza politica" il cambio di paradigma resta sulla carta.
Fondatrice e presidente di REFE, tra le prime realtà in Italia a occuparsi di sostenibilità, Cristiana Rogate accompagna imprese e istituzioni a integrare i fattori ESG nella governance e nel dialogo con gli stakeholder. La sua sfida è il tempo: in un'epoca che accelera tutto, quanto ne serve per misurare sul serio un impatto sociale?
Responsabile della progettazione europea di Fondazione Triulza, il cluster di economia sociale che riunisce settanta realtà dentro MIND, il distretto dell'innovazione nato dove c'era Expo. Tra social procurement, matching e lavoro con i più giovani - dal Social Innovation Campus alla ricerca con il Politecnico che ha messo allo stesso tavolo ingegneri e operatori sociali - Sabina Bellione racconta cosa l'economia sociale può lasciare alle prossime generazioni, senza tacere le fatiche: competenze manageriali che mancano e governance ancora deboli.
Chief innovation & strategy officer di Cariplo Factory, la cerniera operativa tra istituzioni e realtà sociali: un'infrastruttura di servizi che accompagna i processi di innovazione. Con lui proviamo a dire cos'è l'innovazione sociale oggi e cosa significa immaginare un terzo settore finalmente "imprenditivo".
A tutti, alla fine, la domanda più scomoda: come si esce, realisticamente, dalla trappola dei bandi e dal progettificio che ne consegue, ostacolo silenzioso a una filantropia davvero innovativa? Le conclusioni sono affidate a Rossella Sobrero con tre punti essenziali che non spoileriamo.
Un politico le ha detto, di recente, che "dono è l'anagramma di nodo, e poi il nodo non lo sciogli". Livia Accoroni, responsabile raccolta fondi e comunicazione della cooperativa sociale Centro Papa Giovanni XXIII di Ancona, racconta l'episodio con una punta di amarezza. Perché lei sa bene che il dono, al contrario, è libertà: la sua prima e più essenziale caratteristica. Lo ha capito venticinque anni fa, quando un corso alla Fundraising School e le parole del professor Valerio Menandri le hanno mostrato un mestiere che non sapeva di cercare.
Prima aveva inseguito il sogno della cooperazione internazionale, poi il G8 di Genova del 2001 e la morte di Carlo Giuliani avevano cambiato qualcosa dentro di lei. «Ho capito che se davvero c'era una versione di mondo possibile nella quale credevo, un mondo equo, un mondo giusto, un mondo ricco di relazioni, quello era il mondo che volevo costruire» Il fundraising è diventato la sua strada: una scelta di campo, una vocazione laica, il modo per "dare fiato e gambe e ossigeno" a un'idea di mondo.
Fare fundraising in Italia, soprattutto fuori dalle grandi organizzazioni blasonate, non è mai stato semplice. «Ancora oggi, dopo venticinque anni, parlare di fundraising fa paura, fa chiudere i direttivi», dice Accoroni. Fa paura perché ha a che fare con il dono, confuso con la vendita o con l'obbligo; perché chiede di saper accettare i no, «il fundraising è un mestiere di no: costruisce mondi su tanti no e pochissimi sì che però fanno la differenza»; perché tocca le dinamiche di potere interne alle organizzazioni. Eppure questo lavoro, fatto di mappature delle relazioni e cronoprogrammi, è un atto profondamente relazionale prima ancora che economico. Accoroni usa la metafora della scatola di bottoni della nonna: mappare le relazioni di un ente significa mettere ordine in quei legami spaiati e dimenticati, pronti a diventare risorse. A patto che ci sia prima una solida comunicazione interna, senza la quale il fundraising resta chiuso nell'ufficio di un singolo. Perché quando un ente chiama la propria comunità a donare, sta facendo qualcosa di più grande della raccolta fondi: sta diffondendo fiducia, sta rendendo le relazioni più calde e trasparenti. «Il fundraising è il motore del bene comune attraverso i doni».
Cosa succede quando la vocazione per il sociale incontra il mondo, apparentemente alieno, della finanza?
Come da tradizione, abbiamo aperto l'intervista con la "domanda misteriosa", lasciata in dal nostro ospite precedente, Faso: “Non pensi che il dibattito oggi debba ritornare al tempo in cui si ascoltava prima di dibattere?”.
Il mondo sarebbe migliore anche se ci fossero più educatori, persone animate da questa vocazione profonda. Quella di Ronzoni è una storia di deviazioni e ritorni. Giuseppe nasce come educatore "puro", spendendo i primi dodici anni della sua carriera all'interno di una comunità penale per minori. Un lavoro d'impatto, formativo, totalizzante. Poi, la vita bussa alla porta: arriva la seconda figlia, si accende un mutuo, le fatiche economiche si fanno sentire. Non tanto per vocazione, quindi, ma per necessità concrete di vita, si presenta un bivio.
Giuseppe coglie l'opportunità di entrare in banca nel settore della consulenza finanziaria. Significa ripartire da zero, studiare concetti mai masticati prima ed esplorare un universo che all'inizio gli appariva del tutto alieno. Ci resta per nove anni. Eppure, il primo amore non si scorda mai. La passione educativa riemerge con una forza tale da spingerlo a lasciare il comfort del mondo bancario. È proprio in questo momento che incontra la cooperativa Comin, che gli propone una sintesi perfetta delle sue due anime: l'educatore finanziario, una figura che aiuta i cittadini e le cittadine ad affrontare e superare le difficoltà economiche.
Durante la puntata abbiamo affrontato un tema caldo, parlando della campagna "Specie rara" lanciata dalla cooperativa sociale Koiné. Una mobilitazione nata per accendere i riflettori su una realtà complessa: fare l'educatore oggi significa spesso accettare un lavoro precario e mal retribuito. Una scelta, quella di Giuseppe, che definiremo "generativa", ma che si scontra con la quotidianità del settore.
Alla domanda “Quanto ti senti una specie rara e cosa ti anima?”, Ronzoni risponde con grande umiltà. Conferma che gli educatori sono una categoria che soffre di un basso riconoscimento sociale ed economico. Senza grandi prospettive di crescita economica, l'unico vero motore rimane la passione. Giuseppe non si sente un eroe, ma semplicemente una persona che ha seguito la propria passione, raccogliendo lungo il percorso gli strumenti per renderla utile agli altri.
Oggi il lavoro di un educatore finanziario si concentra soprattutto sulla fascia di popolazione più fragile: persone che hanno commesso errori di gestione, che non hanno stabilità o che vivono con un basso reddito. L'obiettivo è supportarle e motivarle verso scelte di cambiamento concrete.
Ma Giuseppe lancia una provocazione e allarga il tema: in Italia il livello di alfabetizzazione finanziaria è drammaticamente basso. Questa competenza non dovrebbe intervenire soltanto quando c'è già una situazione di emergenza, ma dovrebbe essere una conoscenza rivolta a chiunque. Capire come gestire il denaro porterebbe innumerevoli vantaggi per il benessere personale, migliorerebbe le nostre relazioni e si tradurrebbe in un beneficio enorme per l'intero Paese.
L’Umano di questa puntata speciale è Giacomo Poretti, sì esatto, proprio quel Giacomo del leggendario trio Aldo, Giovanni e Giacomo.
L'intervista è nata all'interno di una cornice speciale: la rassegna "Essenza di Comunità", promossa da Fondazione di Comunità Milano per esplorare le mille sfaccettature del vivere insieme.
Perché Giacomo non è solo una delle icone della comicità italiana, ma anche un milanese d’adozione che alla città vuole bene davvero, e lo dimostra con i fatti tutti i giorni.
Il legame tra Giacomo e Milano è profondo e reciproco. Ci ha raccontato che la città gli ha regalato tantissimo, tanto da spingerlo a mettersi in gioco in prima persona per restituire il bene ricevuto. Un legame speciale che è stato sancito già nel 2010 con la consegna dell'Ambrogino d’Oro.
Oggi questo impegno si traduce in progetti culturali concreti che accendono i quartieri. Giacomo è infatti il direttore artistico del Teatro de Gli Incamminati (insieme a Gabriele Allevi e Luca Doninelli) e dello storico Teatro Oscar dove registra le puntate di PoretCast.
Quando abbiamo chiesto a Giacomo cosa significhi davvero per lui fare comunità, la sua risposta è volata dritta sul palcoscenico. Ci ha spiegato che il teatro, in fondo, non è altro che una metafora concreta del vivere insieme: un rito collettivo, quasi magico, in cui attori, tecnici e pubblico respirano la stessa aria e condividono un'emozione nello stesso identico istante, una cosa che semplicemente non si può fare da soli.
Il teatro per Giacomo è anche una forma di impegno civile, uno strumento per tradurre la realtà in chiave artistica e lanciare messaggi universali. Questo è il teatro sociale.
Proprio da questo impegno è nata una riflessione bellissima che Giacomo ci ha regalato parlando del suo spettacolo Ambrogio e Agostino, scritto da Luca Doninelli. Raccontando questi due giganti della Chiesa, li ha descritti come due “vescovi immigrati che hanno saputo costruire una cultura di pace”. Una frase potentissima, che ci ricorda come l'anima profonda di una comunità, e di una città aperta come Milano, sia da sempre legata alla capacità di accogliere e far dialogare storie diverse.
Presidente dell’ARES Milano Baseball dal 1988 e tra le menti dietro al Concertozzo, la vera e propria "Woodstock dell’inclusione". Parliamo di Nicola Fasani, universalmente noto come “Faso”, storico bassista di Elio e le Storie Tese.
Rispondendo a una domanda cruciale, lasciata dalla precedente ospite Giulia Barbieri, la quale si chiedeva come i cittadini possano oggi superare l’individualismo per trasformarsi in una collettività dall'impatto concreto, Faso offre una visione disincantata ma profondamente attiva. Il suo sguardo sulla quotidianità milanese rileva spesso una carenza di rispetto per lo spazio comune, inteso come bene collettivo. L'individualismo che danneggia la società si manifesta proprio lì: nell'approfittarsi dei luoghi e dei beni pubblici per il proprio tornaconto personale.
Per uscire da questa deriva egoistica, Faso ha scelto la via dell'impegno concreto, coniugando sport e musica. Una scelta che lui stesso definisce "un po' folle" quando, nell'ormai lontano 1988, decise di fondare un'associazione sportiva dilettantistica di baseball. Una piccola realtà che oggi descrive come “una piccola oasi di pace e di sana attività”, pur ammettendo la fatica quotidiana che queste strutture fanno per sopravvivere.
Se lo sport dilettantistico viaggia silenziosamente, la musica offre invece un megafono straordinario.
Nel mondo del non profit ci si chiede spesso se sia meglio agire in un elegante silenzio o comunicare a gran voce i propri successi. Faso riconosce che sfruttare i canali di risonanza può mettere il “turbo” a iniziative bellissime. Tuttavia, pur usandoli in occasioni mirate, si dichiara profondamente "anti-social": non per timidezza, ma per una radicale mancanza di interesse nel dispensare la propria opinione continuamente a chiunque.
La riflessione si sposta poi sull'evoluzione tecnologica e il suo impatto sul mondo artistico.
La musica contemporanea ad oggi fa un massiccio uso dell'auto-tune. Per Faso, la performance artistica ammette una sola regola: o la si esegue davvero o si è "farlocchi". L’auto-tune non può trasformare chiunque in un cantante; assomiglia piuttosto al doping nello sport. E come il doping, conclude con una battuta, meriterebbe l'istituzione di un vero e proprio "anti-doping musicale".
Ma dietro questa tendenza si cela un'insidia ancora più profonda: c’è forse il rischio di scivolare in un “auto-thinking”? Nutrendo l'Intelligenza Artificiale con informazioni e inevitabili pregiudizi, è concreto il pericolo che dal mondo dei computer possano nascere distorsioni o dati generati in totale e incontrollata autonomia.
Nel mondo del non profit spesso mancano le risorse, ma ancora oggi manca spesso la consapevolezza di come trovarle e metterle a sistema. Il fundraiser è la figura professionale che colma questo vuoto, eppure, nonostante il suo ruolo cruciale, resta ancora poco conosciuta e riconosciuta.
Nel mondo del non profit c'è una figura professionale ancora poco conosciuta al grande pubblico, eppure fondamentale per la tenuta economica e civica delle organizzazioni e della società: il fundraiser.
Il fundraiser è un professionista che opera a supporto delle organizzazioni non profit, attivando relazioni basate sulla fiducia che generano donazioni. Il dono, in questo contesto, non è solo uno strumento di sostenibilità economica: è anche un atto di partecipazione civica. Attraverso il lavoro del fundraiser, cittadini, aziende e fondazioni diventano parte attiva di un sistema che sostiene il welfare, la cultura, l'ambiente e la coesione sociale del Paese.
Esistono fundraiser interni a un'organizzazione, alcuni sono specializzati in specifiche tipologie di attività, e altri sono consulenti che affiancano gli enti per strutturare la strategia di raccolta fondi. In tutti i casi, l'obiettivo è lo stesso: costruire un sistema di donatori diversificato e stabile, capace di garantire entrate continuative nel tempo. Più le fonti di finanziamento sono varie, persone fisiche, aziende, fondazioni, maggiore è la sostenibilità dell'organizzazione e, di conseguenza, il suo impatto concreto sulla comunità.
Riconoscere questa professione oggi non è solo una questione di correttezza formale. Il fundraising rappresenta un presidio di democrazia economica e partecipazione civica: investire in questa figura significa che una comunità sceglie di prendersi cura di sé, di garantire che i bisogni trovino risposta attraverso un sistema organizzato e professionale.
A fare da riferimento nazionale per questi professionisti c'è ASSIF, l'Associazione Italiana Fundraiser, di cui Giulia Barbieri è vicepresidente. ASSIF promuove la cultura del dono, lavora al riconoscimento della figura professionale del fundraiser e affianca i suoi associati lungo tutto il percorso professionale. Di recente si è dotata di un advisory board composto da esperti del settore - Nicola Bedogni, Valentina Martano, Alberto Masacci, Carlo Mazzini, Guya Raco - con l'obiettivo di rafforzare ulteriormente il proprio ruolo istituzionale e dare ancora più visibilità a una professione che ogni giorno si interfaccia con cittadini, aziende, fondazioni e organizzazioni che erogano risorse per il bene comune.
Tutto comincia negli anni Settanta, in un oratorio di Lecco. Luciano Gualzetti, allora adolescente, inizia a portare la legna a un'anziana signora che d'inverno si scalda con una piccola stufa. È proprio quest’esperienza a rivelare a Luciano che il mondo è pieno di persone che hanno bisogno, non solo di beni materiali, ma anche di umanità.
Da quel ragazzo che faceva piccoli gesti concreti nel suo quartiere, è nata una carriera interamente dedicata all'accoglienza della povertà. Di ogni tipo di povertà. Vice-direttore di Caritas Ambrosiana dal 1997, poi primo direttore laico dal 2016 al 2024, quando assume la guida come presidente di Opera Cardinal Ferrari: una realtà storica nel panorama milanese del terzo settore, attiva da più di cent'anni, che ogni giorno accoglie 250 persone senza dimora e le accompagna in un percorso verso l'autonomia.
Ad attendere Luciano in studio c’è la domanda misteriosa lasciata dall'ospite precedente (Francesca Caon): “Qual è il suo prossimo viaggio?”
Non possiamo ignorare i senza dimora, gli stranieri, gli invisibili. La vera sfida è capire come, partendo proprio da queste storie, possiamo costruire politiche, comunità e città più tolleranti e accoglienti.
Importante è capire la complessità del concetto di povertà, un fenomeno variegato e pluridimensionale che non si ferma alla semplice mancanza di beni materiali. Nell'ultimo quarto di secolo, infatti, le diseguaglianze sono aumentate e con esse le forme in cui la povertà si manifesta: c'è quella materiale, certo, ma anche quella educativa, e poi il fenomeno sempre più prepotente della solitudine, quindi una povertà relazionale.
Eppure Gualzetti non cede al pessimismo. Anzi, mantiene una fiducia incrollabile nelle persone; in tutte le persone, comprese quelle che la società tende a scartare. Ed è proprio questa fiducia il motore del suo impegno.
Gualzetti distingue con nettezza tra la prestazione e il vero aiuto. La prestazione è il pacco viveri, il contributo economico ogni tanto, il gesto fatto per mettere la coscienza in pace. Ma il vero aiuto è qualcosa di radicalmente diverso.
«Bisogna smettere di trascurare le persone in difficoltà e iniziare a vederle come individui con dignità, con alle spalle percorsi difficili, ma anche pieni di risorse, capacità e desideri».
Questo principio guida il lavoro quotidiano di Opera Cardinal Ferrari. Ogni ospite viene accolto non come un numero o una categoria, ma come una storia da conoscere: Cosa ha portato quella persona a vivere in strada? Quali sono i suoi desideri, le sue capacità? A partire da queste domande si costruisce un percorso fatto di interventi essenziali — un pasto caldo, abiti puliti, cure mediche — ma anche di attività che restituiscano dignità e senso di appartenenza a una comunità.
Tra le persone senza dimora, le donne portano spesso il peso più drammatico. Opera Cardinal Ferrari lo sa e per questo ha attivato Cielo stellato: un centro diurno e notturno dedicato all'accoglienza di donne senza dimora o in gravi difficoltà economiche. In inverno, aderisce al Piano freddo del Comune di Milano, offrendo riparo notturno a una ventina di donne.
Un progetto a cui Gualzetti tiene molto, emblematico di un approccio che non si accontenta della risposta generica, ma cerca quella calibrata, attenta, capace di vedere le differenze all'interno della povertà stessa.
Il viaggio di Luciano Gualzetti, insomma, non ha una destinazione finale. È un cammino continuo verso chi rischia di scomparire dalla nostra vista. Un viaggio che è sempre ricco di speranza. Non la speranza ingenua di chi non ha visto abbastanza, ma quella concreta di chi ha scelto, ogni giorno, di guardare.
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