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C'è chi sceglie la comunicazione per visibilità e chi invece la vive come atto di responsabilità. Francesca Caon appartiene alla seconda categoria.
Giornalista, specialista in public relations e speaker, Francesca nasce come attrice, lavora in televisione e da quindici anni si dedica alle pubbliche relazioni. Ma ciò che sorprende davvero, nel suo profilo professionale, è il filo conduttore che attraversa tutto: l'etica.
La domanda 'misteriosa' per Francesca è tutt'altro che scontata:"Di che futuro sei capace?"
Nel lavoro, Francesca Caon non scende a compromessi: prima di accettare un cliente, valuta lo spessore aziendale, l'umanità e la credibilità. L'etica non è un optional, è il criterio di selezione primario, perché «fare comunicazione è un atto di responsabilità».
Francesca ci racconta di aver vissuto in Spagna, qui ha avuto l'opportunità di lavorare nel settore pubblico, un’esperienza che l’ha formata in modo decisivo, aiutandola a comprendere la realtà del sociale: un mondo che ha sempre sentito parte di sé.
Francesca è volontaria presso Opera San Francesco di Milano, realtà che ogni giorno offre circa 2.500 pasti e oltre 300 docce a chi ne ha bisogno. Qui, dice, riesce a entrare davvero in contatto con le persone. L'idea di restituire, al di là del compenso economico, è ciò che la rende pienamente soddisfatta.
Sì, secondo Caon. Nell'era del digitale, molti professionisti si sono improvvisati esperti, portando con sé un atteggiamento spesso poco umile che dimentica l’umanità. Una povertà relazionale, prima ancora che tecnica; combatterla quotidianamente è la sfida principale di Francesca e del suo gruppo di lavoro, la sua forma di impegno civile.
L'Umano di questa puntata è Rosario Ceraolo, il direttore del CESV di Messina, il Centro Servizi per il Volontariato. Si tratta di uno spazio che mette a disposizione servizi, competenze e strumenti, offrendo opportunità di crescita, sviluppo e progettazione condivisa a partire dalla generatività dei volontari.
Ceraolo è un pensatore e un uomo d'azione che da quasi 30 anni si impegna concretamente per cambiare la realtà che ci circonda.
Il suo avvicinamento al mondo dell'impegno sociale risale alla giovinezza. Attraverso la comunità parrocchiale e la sua formazione cattolica, inizia a confrontarsi molto presto con la sofferenza e con la fragilità umana. Si rende conto che intorno a lui c'è un grande bisogno di aiuto e di non rimanere indifferente davanti a quella che percepisce come una vera e propria missione.
Queste esperienze gli hanno permesso di sviluppare una consapevolezza fondamentale: è possibile davvero, in modo tangibile, intervenire per cambiare la società, partendo dalla propria realtà locale.
Per Ceraolo l'impegno sociale è stato fin dall'inizio una vocazione: «Non una scelta residuale, ma una scelta in senso stretto, una scelta scelta».
Rosario opera al CESV di Messina da 25 anni. Qualche anno fa ha dato vita anche al Festival Esserci che nasce come occasione di racconto e di narrazione del volontariato e delle esperienze di solidarietà presenti sul territorio messinese.
Umanità è il concetto generativo con cui si apre la puntata. Guido Harari, fotografo e critico musicale italiano, ha trasformato negli ultimi anni la sua carriera spostandosi verso il sociale e le persone reali.
Rispondendo alla domanda misteriosa di Luca Maniscalco, secondo Harari, la parola del 2026 è futuro e lui si chiede: «Che futuro ci aspetta? Che futuro saremo in grado, ognuno nel proprio piccolo, di creare per sé?»
Il fotografo italiano considera la speranza un alibi e nella sua carriera ciò in cui ha sempre cercato conforto è stata l'azione.
Lavorando sugli archivi di altri fotografi, Harari è stato in grado di uscire dalla propria bolla e a «cercare il suo sguardo nello sguardo di altri autori». Da qui è partita l'idea e nel 2011 ha fondato ad Alba la Galleria fotografica 'Wall of sound' con il desiderio di interfacciarsi con i suoi colleghi. Si è ispirato al lavoro di Henry Diltz che, chiamando a raccolta chi lavorava con lui, fonda la Morrison Hotel Gallery negli Stati Uniti d'America compiendo un'operazione di storicizzazione della fotografia musicale.
Il percorso dell'autore non si è mai cristallizzato in uno stile o soggetti specifici; di fatti, subito dopo la pandemia, nasce il sogno di includere oltre a nomi celebri, anche volti sconosciuti.
Ogni foto formalmente è identica, ma dietro cela storie emotive differenti di persone reali con cui non ci sono inganni o prodotti da vendere: si può davvero andare in profondità.
Nel 2025 è nata una collaborazione con Federazione Cure palliative e Harari la definisce una scoperta emozionante.
«Mi sono trovato a relazionarmi con persone che avevano poco tempo davanti. C’è stato un cambio di umore in queste persone che si sono sentite rivitalizzate dall’attenzione dedicata loro, lasciando stare la foto in sé. Questo mi ha fatto riflettere sull’importanza del momento dell’incontro e di come questo possa trasformare davvero le persone e dare loro un futuro quando non ce n’è».
L'avviamento della "caverna magica" è accaduto subito dopo il Covid, in cui si sentiva un estremo bisogno di contatto.
Guido Harari afferma che la fotografia in periodo Covid stava fallendo poiché non riusciva a raccontare quello che succedeva e le piccole storie di ognuno.
«Se l'atto fotografico cambia qualcosa nella psicologia del soggetto e nella visione di sé stesso, allora lì hai fatto un intervento importante».
L'umano di questa puntata è Luca Maniscalco, responsabile comunicazione e marketing, autore esperto di LinkedIn: «Io sono un amico del sociale, perché sono altro rispetto al sociale nel mio lavoro, ma quando parlo all’interno di contesti non profit, dico sempre di “contaminarsi” con tutto quello c’è fuori».
A Luca abbiamo chiesto per prima cosa come l’attività sociale possa evolvere considerando l’AI: «Da una parte il sociale dovrà dare un'accelerata alle sue caratteristiche umane, dalla relazione con l'altro all'empatia, dall'altra parte è necessario lasciarsi aiutare da ciò che l'AI invece fa meglio».
L'11 ottobre 2025 Luca Maniscalco è stato invitato al TEDxLegnano e ha parlato dell'algoritmo della fiducia, parola che Treccani ha poi scelto come emblematica dell'anno da poco passato. Mentre l'Oxford Dictionary ha scelto rage bait, esca della rabbia. Secondo Luca la fiducia può diventare un vantaggio competitivo rispetto al rage bait: «L'algoritmo della fiducia significa rispondere alla tattica dei social del rage bait, perché è un sistema che funziona nel breve termine, ma nel lungo termine secondo me va in crisi».
In quest'ottica la parola chiave per far funzionare il processo nel lungo termine diventa fidelizzazione: l'abilità di creare un legame duraturo con il donatore, nel caso del non profit, ai fini di incrementare la fedeltà alla buona causa. Sembra un concetto astratto, ma in sé racchiude concretezza.
«Il non profit in ambito comunicazione e brand, prima ancora del digitale, basa tutto sulla fiducia. Sul lungo termine deve essere assolutamente un obiettivo del non profit».
Da amico del sociale, Maniscalco afferma che dalle strategie nate sul digitale si deve prendere il meglio. Può nascere una contrapposizione corretta che, se utilizzata a nostro vantaggio, evita di fungere da "esca", anzi getta una base di fiducia ancora più solida.
La puntata si chiude, dunque, lasciandoci due parole: fiducia e contaminazione.
«Se vogliamo dare un senso all'esistenza, dobbiamo riuscire con nostra grande gioia a donare un pezzettino della nostra vita per gli altri»
Pino di Menza è un medico e fondatore della cooperazione L'abbraccio.
Nel 2003 perde suo figlio Paolo di 21 anni causa di in un'incidente stradale e decide di raccontarsi così:
«Ho continuato a parlare con mio figlio... e così dalla collera ho avuto la sensazione che mio figlio mi volesse bene, che non era sparito. Ci ricordavamo dei momenti belli passati insieme, di quando ci abbracciavamo e bisticciavamo e piano piano è venuta fuori la percezione che si poteva continuare ad amare. Così facendo riuscivo a dare un senso alla mia esistenza.»
In questa situazione, Pino Di menza è stato accompagnato da tanti amici. Il lutto del figlio è stato vissuto da tutta la comunità fubinese, vicino ad Alessandria. L'intero paese ha elaborato la perdita e gli amici di Paolo si sono uniti nel 2004 riuscendo a raccogliere 50.000 euro per comprare un'ambulanza per Fubini.
«La gioia è successiva al sentimento di paura. Dopo che il tutto è stato elaborato, arriva la gioia perché ti rendi conto che la vita può continuare. È una cosa che percepisci perché esiste un legame tra la situazione tragica e la situazione di speranza. Ti senti amato dalla persona che non c'è più. La gioia fa capolino e capisci che la strada da percorrere è quella di darti e di dare agli altri»
Nel 2004 nasce L'abbraccio. L'abbraccio è il simbolo di affettività, dell'amore e del darsi agli altri arrivando al contatto fisico. La cooperazione nasce per "abbracciarsi tutti, dai vicini ai lontani": organizza incontri in paese dedicati all'intimità, affettività e relazione autentica. Dona sostegno a bambini, anziani e migranti con iniziative solidali attente ai bisogni del paese. L'obiettivo è dare risposta alle mancanze che si verificano, in collaborazione con altre associazioni.
Più in lontananza, in Benin, Africa è nato il progetto "Ospedale comunitario e umanitario". Il progetto nasce per garantire l'accesso ai diritti fondamentali dei bambini: la nutrizione, la salute e l'istruzione.
Tutto è iniziato con la costruzione di una scuola, di un collegio per le bambine e una struttura ospedaliera dotata di reparti di pediatria, neonatologia, chirurgia pediatrica e laboratori specializzati, che garantiscono cure a chi non può permettersele.
«Noi siamo i manovali di un'opera enorme e grandiosa»: così l'umano straordinario Pino Di menza racconta la sua realtà, un'organizzazione di volontariato che promuove una raccolta fondi a sostegno delle iniziative. Prevenzione sulle malattie sessualmente trasmissibili, formazione della paternità e maternità responsabile, coinvolgimento delle scuole, prevenzione sull'abbandono scolastico: sono solo alcune delle attività svolte dalla Cooperazione che ormai coinvolge 3.000-4.000 persone nel progetto.
L'ospite di questa puntata è un umano straordinario: Stefano Zamagni, uno dei maggiori economisti italiani, ex presidente dell'Agenzia per il terzo settore, della Pontificia accademia delle scienze sociali e presidente della Commissione scientifica di Aiccon. Attualmente in pensione da 13 anni, insegna a titolo gratuito nell'Università di Bologna, l'unica che offre corsi di economia civile.
Se per l'economia politica l'obiettivo è massimizzare il bene totale, per l'economia civile è massimizzare il bene comune. Questo paradigma è l'unico che può davvero cambiare le storture del sistema economico.
«Nella logica del bene comune non posso lasciare fuori nessuno». Ognuno ha un talento che porta con sé e bisogna riconoscere le qualità del prossimo in quanto persona. È doveroso superare la selezione nella logica del bene totale, in cui viene escluso chiunque non sia efficiente nel processo produttivo.
«Oggi abbiamo bisogno di trasformazioni», Zamagni fornisce idee concrete per trasformare il nostro sistema: innanzitutto, l'università dovrebbe fornire ai giovani studenti la possibilità di scegliere se frequentare corsi di studio secondo i paradigmi dell'economia politica o quelli dell'economia civile.
La seconda operazione riguarda l'accelerazione della transizione da un modello sociale duatico a triatico: da un modello sociale in cui i protagonisti esclusivi sono lo stato e il mercato a un modello sociale a cui si aggiunge un protagonista di ugual valore: il terzo settore, che rappresenta la comunità, che è il luogo del bene comune. Questo spunto è interessante, poiché il desiderio di felicità tocca ognuno di noi e non potrà mai essere soddisfatto se si presta attenzione solamente ai beni pubblici e privati forniti da stato e mercato, piuttosto che dare il giusto peso alla comunità e al suo ruolo relazionale.
Il terzo settore è il soggetto più vicino alla comunità. È necessario che, nella forma civile del suo agire, spinga le persone e le istituzioni politiche alla co-programmazione. Essa fa riferimento a un principio citato nella sentenza 131 della Corte costituzionale e mette in luce come lo Stato non possa operare da solo, ma deve chiedere aiuto alla business corporation dei mercati e ad attori sociali. In questo modo, si può ragionare nella definizione degli obiettivi e priorità sociali.
Stefano Zamagni conclude nutrendo molta speranza per il futuro.
«Continuo ad insegnare perché ho una motivazione intrinseca, credo in quello che faccio, e dall'altra parte mi diverto.» Divertirsi è parte del nostro desiderio di felicità. «Ai miei studenti dico: quando vi trovate in crisi o siete tristi, provate a dimenticarvi di voi stessi per un momento e andate a cercare il volto di qualcun'altro... La felicità è la proprietà di relazione tra persona e persona. Per essere felice devi divertirti, uscire da te stesso e incontrarti con l'altro».
Nel nostro viaggio alla scoperta della "razza umana", ci sono storie che sfidano i pregiudizi millenari e ci spingono a guardare oltre le apparenze. In questa puntata di Ma che razza di umani, abbiamo ospitato Oriano Mecarelli, neurofisiopatologo e presidente di Presidente di Fondazione Epilessia LICE e già presidente LICE (Lega Italiana contro l’Epilessia), per affrontare un tema ancora troppo spesso avvolto nel silenzio: l’epilessia. Anzi, le epilessie, perché non sono tutte uguali.
L’epilessia non è una condizione rara. Colpisce l’1% della popolazione mondiale, il che significa che in Italia sono circa 600.000 le persone coinvolte. È dunque una delle prime patologie neurologiche croniche per prevalenza, eppure se ne parla pochissimo. Inoltre il Ministero della Salute l’ha dichiarata «malattia sociale» già nel 1965, poiché non colpisce solo il singolo, ma l'intero nucleo familiare e relazionale che lo circonda.
Le radici dello stigma sono antichissime. Storicamente associata al soprannaturale, nel Medioevo portava le donne al rogo e, in tempi incredibilmente recenti come il 1970, in Inghilterra era ancora vietato il matrimonio per chi ne soffriva. Ancora oggi, molti datori di lavoro esitano ad assumere persone con epilessia per timore di ciò che potrebbe accadere durante una crisi, consolidando un paradigma di esclusione e inaffidabilità del tutto ingiustificato.
È fondamentale parlare di epilessie al plurale. Esistono molte forme, alcune delle quali sono completamente invisibili e non comportano le spettacolari crisi motorie che vediamo nei film.
Ecco alcuni punti chiave per fare chiarezza:
LICE lavora quotidianamente per diffondere una conoscenza appropriata, l'unico vero strumento per sconfiggere lo stigma basato sull'ignoranza. Attraverso guide accessibili sul sito www.lice.it e libri come Vivere con l'epilessia, l'obiettivo è normalizzare la vita sociale delle persone con epilessia.
Particolarmente toccante è la raccolta di racconti A volte non abito qui che dà voce a chi vive le "assenze". Come scrive l'autrice Maria Natalia Liriti: «A volte non abito qui, ma sono qui adesso, nella delizia di ogni passo presente». Sconfiggere la paura dell'epilessia significa restituire la libertà di abitare pienamente il proprio presente, senza il peso del giudizio.
Ivano Zoppi è il segretario generale di Fondazione Carolina, nata dopo la tragica storia di Carolina Picchio che a soli 13 anni si è tolta la vita a seguito di atti di cyberbullismo.
«Le parole fanno più male delle botte, quello che è successo a me non deve succedere più a nessuno»
Le parole di Carolina risuonano forti. Una ragazza bella, simpatica e capace di creare amicizie e relazioni viene invitata ad una festa, viene fatta ubriacare e dopo aver perso i sensi, su di lei vengono mimati atti sessuali. L'episodio viene filmato e condiviso in rete, diventando virale e Carolina, nella notte tra il 4 e il 5 dicembre prende una scelta definitiva. Giovanissima, è la prima vittima acclarata di cyberbullismo e da questa tragedia è nata la prima legge in Europa e in Italia contro il cyberbullismo.
Il papà ha trovato nelle parole di Carolina la forza di uscire di casa e combattere per sua figlia, parlando ad altri ragazzi per sensibilizzare sul tema. Il cyberbullismo è un male che va sconfitto. Nel suo cammino ha amplificato maggiormente il suo messaggio costituendo nel 2018 Fondazione Carolina. Tutta la storia e la sua generatività sociale sono stati raccontati nel libro Le parole fanno più male delle botte di Paolo Picchio.
Nella base di tutte le attività di supporto e sostegno ai ragazzi vi è la relazione. E fare relazione significa favorire l'incontro tra il mondo dei giovani e il mondo degli adulti, che oggi spesso è distante.
«Ci teniamo anche a ribadire che la rete non è brutta o cattiva di per sé, ma è uno strumento ed è come ci abiti che conta»
Il concetto di umanesimo digitale risiede in questa domanda: «Come posso far diventare le relazioni che si creano all'interno del mondo digitale più umane?»
Il concetto che i ragazzi trovano rifugio in rete è preoccupante: rimane un luogo di interazione nel quale sempre più giovani scambiano il proprio vissuto personale con sconosciuti. L'obiettivo della Fondazione è la prevenzione: far capire ai ragazzi che dall'altra parte non si sa mai chi c'é. Fuori dalla virtualità esiste un mondo di adulti con cui poter costruire relazioni reali.
Pensiamo di promuovere il dialogo generazionale tramite l'incontro, parola chiave della Fondazione. L'incontro diventa il momento più importante. Ogni anno incontriamo più di 100.000 ragazzi in tutta Italia e diventa speciale quando un ragazzo capisce che di fronte a lui c'è un adulto che è lì per ascoltarlo e non solo per trasferire delle informazioni tecniche. Da adulto, ricevere la fiducia da un ragazzo è una responsabilità elevata e l'obiettivo è fargli capire che è una scommessa vinta e che trova una porta aperta dall'altra parte.
«Un ragazzo, in uno dei nostri incontri, ci comunica che ha "creato" una fidanzata con l'intelligenza artificiale» ci racconta Ivano Zoppi, «ci dice: Le ho chiesto di fidanzarsi con me e mi ha detto sì. Le chiedo di baciarmi e lei mi bacia»
Se l'intelligenza artificiale si sostituisce alla relazione, il problema diventa serio, ma purtroppo non ne siamo ancora realmente consapevoli.
Tutti coloro che hanno responsabilità educativa devono esporre ai ragazzi l'importanza della relazione sana, fisica e digitale, e con Fondazione Carolina ci mobilitiamo per sensibilizzare su dati argomenti. Il tema grosso di cui ci occupiamo è legato alla cura. La Fondazione ha aperto da pochi mesi un centro in cui accedono gratuitamente ragazzi che mostrano problemi legati al digitale.
«Va bene educare i ragazzi, ma torniamo a formare ed educare gli adulti»
Un incontro davvero generativo quello con Angela Biscaldi, professoressa associata di Antropologia Culturale all'Università degli Studi di Milano che ha condiviso nuovi aspetti dell'individuo e del mondo.
L'antropologia culturale è lo studio delle differenze culturali e il compito di un'antropologo è quello di analizzare i diversi modi di pensiero che caratterizzano nel tempo e nello spazio l’esistenza degli uomini. Un antropologo fa ricerca sul campo: i primi andavano a vivere molto lontano, spingendosi fino alle comunità sperdute dell'oceano Pacifico, al solo scopo di studiarne e analizzarne i comportamenti. Oggi il lavoro di un antropologo è quello di capire come le comunità locali fanno propri i valori che circolano in un mondo sempre più globale.
Come dice Ernesto De Martino, antropologo, storico delle religioni e filosofo italiano: l'antropologo serve ai cittadini per permettere loro di ritrovare quel fondo comune di umanità in cui il proprio e l’alieno sono sorpresi come due modalità storiche di essere uomini. Ciò vuol dire che, attraverso la conoscenza delle differenze, si possono rileggere i comportamenti umani con uno sguardo nuovo. E quindi aumentare il senso che siamo soliti attribuire a concetti come la famiglia, l'amore, il matrimonio e anche il dolore: concetti universali su cui ogni uomo, fin dall'inizio dei tempi, si interroga. Gli uomini definiscono questi concetti sulla base della propria esperienza di vita locale; l'antropologo fa un giro diverso, espandendone il senso grazie alla propria visione della realtà, che è molto più ampia.
Clyde Kluckhohn, antropologo statunitense, scrive nel 1945 sull'antropologia, definendola il giro più lungo, compiendo il quale ci si accorge di compiere la strada più breve per tornare a casa. Con queste parole intende dire che più si conoscono altri, più si impara a conoscere se stessi; lo studio della differenza non è semplice curiosità, ma serve a capire se ci sono basi transculturali per un dialogo tra le varie culture. L'antropologia non risponde alle domande universali degli uomini, ma mette a disposizione tutte le risposte elaborate da essi nello spazio e nel tempo, fornendo alla storia un catalogo di tutte le forme di umanità, umanità che unisce tutti nonostante le differenze.
Angela Biscaldi afferma che manca un’educazione all’empatia, a cogliere il punto di vista dell’altro, a capire che la diversità è un valore e che l'altro è un'alternativa per me, non a me. Perciò il suo punto di vista può essere arricchimento reciproco: «Se educhiamo i giovani a questa prospettiva, li avviciniamo anche alle cause sociali e a capire che tutti proviamo le stesse emozioni, abbiamo gli stessi problemi e paure e insieme si può far fronte comune rispetto alle difficoltà dell’esistenza».
I giovani hanno grandi risorse, sono quelli più vicini alla vita e si pongono molte domande che spesso non vengono esternate; purtroppo a volte non vengono ascoltati e non hanno gli strumenti giusti per esprimersi, è compito degli adulti fornirglieli. Gli adulti dovrebbero insegnare ai giovani che hanno la capacità di agire nel mondo per trasformarlo ed è proprio l'università che, spesso, dà loro il filtro giusto per guardare alla realtà. Nelle università è in atto un processo silenzioso ma potentissimo di trasformazione e inclusione.
Nel 2023 l'Università degli studi di Milano ha, infatti, permesso al 64% di studenti di prima generazione di laurearsi. Con questo termine si intendono i primi in famiglia ad aver avuto accesso a un mondo di conoscenze precluso, invece ai loro genitori. La battaglia culturale che ha deciso di affrontare l'Unimi è molto importante: mette al centro lo spazio universitario e la consapevolezza di esso come spazio di crescita umana e cittadinanza attiva. «Cambiamo la narrazione che vede l'università come un'istituzione corrotta- dice la professoressa Biscaldi -L'università è molto di più: è un luogo del pensiero che va salvaguardato».
Il progetto di Unimi è il primo in Italia per avviare politiche inclusive e di regolarità delle carriere per studenti di prima generazione a volte confusi e disorientati, spesso lavoratori. Per questa prima ''gen'' l’università è molto importante, viene affrontata con orgoglio se pur con qualche difficoltà, poiché sono studenti che non conoscono uno spazio di riflessività e critica prima delle aule.
La caratteristica principale dell'antropologia è il decentramento: la capacità di vedere le cose da un punto di vista diverso.
«Una collega mi ha invitato a usare Chat gpt per trovare un titolo che fosse calzante per un progetto. mi ha detto di trattarla come fosse una persona e chat mi ha effettivamente proposto molti titoli, l'ho poi ringraziata. Mi ha risposto dicendo che era contenta e che sarebbe stata là tutte le volte che avrei avuto bisogno». Una risposta molto provocante. La professoressa si chiede quante volte ha detto a chi le sta vicino che ci sarebbe stata sempre e quante volte se l'è sentito dire: quante era vero e quali altre una fregatura.
«In quel momento l’AI mi ha insegnato a essere più umana, che tutti abbiamo bisogni umani di cui dobbiamo tener conto.Il nostro ruolo, come docenti, è cercare umanità anche quando ci sembra difficile trovarla».
Divulgatrice per il clima, co-founder e presidente di Change for Planet, Roberta Bonacossa si occupa di empowerment giovanile per la lotta al cambiamento climatico. Fin dall'adolescenza, il suo animo da attivista scalpita per emergere e infatti lei decide di intraprendere la strada degli studi sociali. Prosegue con giurisprudenza, fino al conseguimento di un master in cooperazione internazionale e progettazione sociale a Madrid, grazie al quale si appassiona ancora di più a tematiche come il cambiamento climatico e i diritti umani, cercando di coglierne le connessioni. Questo è ancora di attivismo che lei definisce di tema, solo più tardi capirà che l'attivismo è un ambito molto più esteso di quanto si pensi.
«A Madrid leggo un post di alcuni ragazzi su un gruppo Facebook che volevano organizzare una conferenza sul clima in Italia», Roberta Bonacossa spiega come ha co-organizzato in prima persona l'evento che si è realizzato nell'ottobre del 2019 a Firenze, coinvolgendo 180 giovani dalla Penisola. «È stato quello il momento in cui qualcosa si è acceso in me e ho capito che quest'energia doveva essere portata avanti: nasce Change for Planet e tutto questo, da una passione, diventa il mio lavoro».
Il suffisso della parola attivismo bistratta, ma Roberta Bonacossa afferma che vuol dire cittadinanza attiva ed è una forma di volontariato.
Tra i suoi obiettivi primari, quello di trovare spazi in cui i giovani possano sentirsi a proprio agio e confrontarsi su temi come famiglia, lavoro e amicizie ed è il motivo per cui nascono i ''climate training camp'', ovvero tre giornate in cui i giovani hanno voce e possono interfacciarsi con istituzioni, associazioni, aziende, giornalisti, prendendo parte ad attività di formazione.
Se è vero che ambiens è tutto ciò che ci circonda, Roberta Bonacossa è vicina a un'idea di sostenibilità anche -e soprattutto- Umana e spiega come a volte la comunicazione a riguardo sia catastrofica: «Bisognerebbe utilizzare un approccio più sistemico che, in quanto divulgatori, dobbiamo imparare bene». Chiude con questa nota di speranza verso il futuro, riposta in una comunicazione diversa e propositiva e in una percezione più ampia di attivismo.
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