Umani

Umani

By Ma Che Razza di Umani
Download on the App Store

Umani episodes

  • Claudio Massa, lo sport che educa alla cittadinanza attiva – ep.40

    Fondatore di un'agenzia educativa - L'Orma - e ideatore di un importante progetto territoriale, Claudio Massa è un innovatore sociale che crede fortemente nel potenziale dei giovani.

    Spinto dal desiderio di partecipare attivamente alla vita cittadina e di creare un legame concreto con i piccoli abitanti, Massa decide di investire il suo tempo e i suoi ideali in un programma nuovo: il Coach di quartiere, un progetto nato in un momento di difficoltà durante la pandemia nel 2020.

    Coach di quartiere

    In quella fase della vita è stato facile perdere la speranza e credere che la situazione potesse migliorare rapidamente, tanto da arrivare a non riconoscersi, a perdere i tratti distintivi che caratterizzano la nostra persona. È per questo motivo che Claudio e i suoi collaboratori hanno creduto in questa nuova possibilità, per ritrovare un po' quel sole e quella luce di speranza che si erano ormai affievoliti in quei giorni bui e pieni di dolore.

    Coach di quartiere nasce da quel dolce ricordo che accompagna ancora oggi Claudio, quell'ebrezza di giocare spensieratamente nel parchetto sotto casa con gli amici di quando era piccolo

    Naturalmente, tanti anni fa era tutto più semplice. La realtà di oggi, invece, si nutre di un'innovazione sociale, di un cambiamento radicale che richiede nuovi metodi per socializzare, per stare al mondo. Perciò il coach di quartiere nasce nel momento giusto, è colui che aiuta il prossimo, generalmente il più piccolo, a convivere in questa nuova società.

    Il progetto vuole intrecciare lo sport con l'educazione, mettendo al centro la relazione con i bambini. Si è pensato, quindi, di proporre a giovani ragazzi tra i 16 e i 18 anni la possibilità di far giocare i bambini nel parco, per recuperare quella libertà rubata durante le restrizioni, nel 2020.

    L'intento, quindi, è stato quello di regalare l'opportunità di iniziare o ritornare a fare sport relazionandosi nuovamente con le persone.

    Gli aspiranti coach: insieme per fare del bene

    È stato ideato anche un corso online rivolto agli aspiranti coach di quartiere per formarli al meglio e per nutrire quella giusta consapevolezza, necessaria per chi sceglie di intraprendere questo percorso.

    Il risultato che ne deriva è altamente positivo: si è notato che fra i ragazzi stessi c'è una forte voglia di socializzare, di crescere insieme e di fare squadra per dirigersi verso un obiettivo comune.

    Attraverso la figura del Playmaker, ovvero il coordinatore di questo progetto, si sono organizzate delle attività informali, come andare a fare un picnic, trascorrere un pomeriggio o una serata insieme, a tal punto da organizzare dei ritrovi tra coach appartenenti a territori diversi: tutto ciò ha generato un forte impatto sociale e da una piccola comunità quale era si è balzati verso qualcosa di più vasto, che abbraccia anche le realtà provinciali adiacenti e non solo, il format è arrivato anche oltre regione.

    Il franchising sociale come modello da seguire

    Come il franchising commerciale, così funziona il franchising sociale.

    Il forte impatto creatosi tra le persone ha fatto sì che potesse essere replicato da altri, diminuendo di conseguenza lo sforzo di attivazione e creando ulteriori feedback rivolti al progetto stesso, col fine di migliorarlo ancora di più.
    Questo esperimento sociale sta funzionando in maniera grandiosa e l'intento è quello di raggiungere quante più realtà possibili, per permettere l'espansione di questo fenomeno collettivo che sta crescendo a dismisura, come testimoniano i dati raccolti in questi anni e consultabili nella sezione "SPORT WELFARE REPORT".

    Per continuare a supportare questa iniziativa è necessario trovare le risorse, principalmente tramite il fundraising. Ciò che Claudio Massa e i suoi collaboratori ci propongono, è un modello ibrido di management sociale, un percorso per co-progettare, gestire e promuovere la crescita delle organizzazioni orientate alla sostenibilità. Questa è una delle caratteristiche rilevanti del franchising sociale. Partner fondamentali su ogni territorio sono, inoltre, le fondazioni comunitarie, che «per tipologia di mission si sposano tantissimo con il progetto».

    L'impatto sociale generato

    Coach di quartiere vuole essere un'iniziativa che misuri l'impatto sociale, ma soprattutto il cambiamento che ha generato nei comportamenti dei bambini, delle famiglie, dei volontari, ma anche degli steakholders (i portatori di interesse coinvolti in un'iniziativa economica/sociale e che valutano e reagiscono al progetto implicato).

    I giovani sono spinti dalla voglia di mettersi in gioco e, in loro, cresce anche la volontà di continuare ad essere o di diventare coach di quartiere, coach senior, aiuto playmaker.

    Le famiglie sono soddisfatte nel vedere i propri figli coinvolti nello sport in questo modo; è sempre un'occasione di crescita sperimentare nuove attività educative.

    «L'idea è stata di mettere queste nostre competenze a disposizione di un progetto di innovazione sociale, sfidando la resistenza nel mondo degli adulti nei confronti dei giovani. Il punto vero è dare fiducia e mettersi in gioco per primi e riuscire a tirar fuori quello che loro potenzialmente possono dare».

    0 min
  • Thomas Patriarca, il non profit raccontato dalla Gen Z – ep.39

    Thomas Patriarca, giovane savonese e studente di Filosofia, è uno youtuber che appartiene alla Gen Z.

    Da sempre impegnato in progetti legati al territorio, Thomas ha avuto modo di conoscere varie realtà appartenenti al terzo settore, a partire dalla Caritas di Savona, e, frequentando l'università, ha avuto l'occasione di partecipare ad alcune iniziative, soprattutto legate alla povertà educativa.
    I social rappresentano uno strumento attraverso cui raccontare questi fenomeni sociali in modo utile e creativo, dando voce a chi ha un ingente bisogno di far conoscere il proprio vissuto.

    Thomas reputa la Filosofia uno strumento fondamentale per affrontare l'attualità, che permette di mettere in discussione ognuno di noi e la realtà che ci circonda. È proprio per questo motivo che egli porta avanti i suoi ideali, uniti dall'ascolto e dal racconto, due importanti mezzi che gli permettono quotidianamente di comunicare qualcosa di davvero importante.

    Un aspetto da non trascurare è l'appoggio della sua famiglia, di primaria importanza per chi crede fortemente in un progetto; anche il lavoro che svolge suo padre in Caritas, nell'ufficio immigrazione, ha un impatto sulle sue scelte di vita.

    Human Memories: il racconto di storie umane

    Uno dei progetti del cuore di Thomas Patriarca è Human Memories, nato dal desiderio di raccontare storie e chiamato così «perché mi piaceva pensarlo come un progetto che raccontasse storie di esseri umani».

    «Spesso mi sono interfacciato con delle realtà del terzo settore come la Caritas, associazioni che si occupano di immigrazione, violenza di genere e, insieme a queste persone, ho cercato di raccontare storie che mi permettessero poi di parlare di certi argomenti»

    Ai nostri microfoni, Thomas ha raccontato una storia di immigrazione che lo ha colpito profondamente: è il racconto di un ragazzo nigeriano che, in realtà, porta con sé una storia che riguarda da vicino molti altri ragazzi della sua età, che non riescono a studiare o a trovare un lavoro che piace, a causa della corruzione, della miseria, del basso livello di cultura, fattori che penalizzano la qualità di vita nel loro Paese.

    «Se non hai prospettive, puoi anche avere una casa e un pasto da mangiare, ma non hai più voglia di vivere», queste le toccanti parole del giovane che ha deciso di partire e di rischiare la vita attraversando l'Africa, il deserto, per poi prendere una barca e approdare in Italia.

    La creazione di un documentario come racconto

    Il giovane youtuber ha pensato di realizzare un documentario che raccontasse le seconde generazioni di immigrati, chiedendo supporto alla Caritas di Savona. L'attenzione si è focalizzata sul dialogo interiore presente tra le due culture dei ragazzi protagonisti del reportage.

    In particolare, una delle protagoniste di questo racconto è una ragazza di origine tunisina. Suo padre e sua madre provengono dalla Tunisia, ma, nonostante lei non sia nata lì, vive palesemente una dualità che le è stata tramandata dai suoi genitori, dalla sua cultura, perciò vorrebbe sempre tornare nella sua terra d'origine per abbracciare quelle radici che in realtà non ha mai conosciuto, ma che ha acquisito implicitamente attraverso gli insegnamenti dei suoi parenti.

    Grande partecipazione da parte dei giovani

    In precedenza si è tenuto un evento a Savona, Fratture, che ha riscontrato un clamoroso successo da parte di giovani ragazzi che hanno voluto ascoltare i racconti sulle seconde generazioni e sulle comunità, temi abbastanza complessi e delicati.

    Fratture vuole essere un’esperienza collettiva, dove ogni partecipante possa sentirsi capace di aprire nuove strade per costruire comunità. Questi momenti di condivisione hanno rappresentato un momento rivoluzionario, così come l'ha definito il giovane youtuber.

    Il dialogo come luogo di incontro

    Un altro toccante aneddoto che ci regala Thomas Patriarca concerne un'esperienza vissuta in prima persona durante il soggiorno in Tunisia. La conoscenza dei ragazzi tunisini, suoi coetanei e pieni di desideri - probabilmente difficili da esaudire vivendo in una realtà simile - è stata un'occasione per riflettere, ancora una volta, su quanto il dialogo possa essere molto significativo per conoscersi, poichè in grado di aprire le porte a scenari complicati e ostici, ed è attraverso le parole, il racconto e l'ascolto che si è in grado di rivivere indirettamente un pezzo di storia vissuta da chi ci è accanto.

    «Nel mondo, dove non c'è dialogo non c'è democrazia».

    È un invito a incontrare il prossimo e cercare il confronto così da migliorarci come persone e provare ad essere un po' più umane.

    0 min
  • Chiara Nizzola, quando basta un TOG – ep.36

    Chiara Nizzola lavora come responsabile fundraising di Fondazione TOG che a Milano dal 2012 prende in carico bambini con malattie neurologiche gravi. È un sostegno prezioso per il sistema sanitario, perché offre gratuitamente un servizio di riabilitazione di alta qualità. Fondazione TOG è nata infatti con l'idea di aiutare i bambini con patologie complesse, ma che hanno diritto a una buona qualità di vita. Questo supporto diventa fondamentale anche per le famiglie che hanno un luogo a cui rivolgersi.

    La motivazione di Chiara

    Chiara è in Fondazione TOG da quando ha aperto. Chiara ha sempre avuto una sensibilità nel confronti del tema dell'aiuto concreto e solidale che porta risposte a bisogni anche gravi. Secondo Chiara TOG è un luogo in cui tutti i giorni si impara a non dare per scontato nulla. Lavorando in un posto come questo «ti rendi conto di come basti veramente poco a migliorare la vita delle persone. È stato bello spingere il pensiero più in là» anche oltre ostacoli e sfide che sembrano insormontabili. Chi lavora in TOG è spinto da una grande motivazione; un team di clinici preparatissimo e «di colleghi che lavorano per sostenere Fondazione TOG in tutti i suoi bisogni animati dal desiderio di donare e di donarsi».

    Oggi Fondazione TOG è un polo di riferimento a Milano e in Lombardia per le patologie neurologiche complesse infantili. La cura va di pari passo con l'innovazione dalla piscina per l'idroterapia alle stanze multimediali interattive per la riabilitazione, ma anche tanta sperimentazione.

    Cosa manca per continuare a sognare

    Il lavoro, secondo Chiara, è ancora tanto da fare, nonostante ormai TOG sia riconoscibile a livello nazionale. Serve infatti un forte e continuo sostegno da parte delle istituzioni. Se vogliamo permettere a TOG di continuare a curare i bambini gratuitamente, è necessario un aiuto istituzionale, oltre ovviamente al fundraising.

    19 min
  • Rosaria Zaccaro, la casa per i bambini lontani da casa – ep.34

    Rosaria Zaccaro, house manager della family room di Fondazione per l'infanzia Ronald Mc Donald, parla dell'emergenza della migrazione medica in Italia, chiamata anche mobilità sanitaria. Nel nostro Paese sono infatti circa 90.000 i bambini che ogni anno si muovono per raggiungere un centro sanitario o un ospedale, anche molto lontani da casa. Bisogna aggiungere però a questi 90.000 bambini almeno un genitore che li accompagna, quindi la cifra raddoppia, considerando che le degenze dei bambini possono essere davvero lunghe e dunque non è raro che per esempio si sia un cambio del genitore caregiver, un'altra persone che si sposta. Insomma il tema della migrazione sanitaria investe l'intero nucleo familiare.

    Con Rosaria parliamo dell'impatto sociale della Fondazione e anche del suo rapporto con l'azienda Mc Donald's.

    Quel Natale passato in casa Ronald

    La prima storia che ci racconta Rosaria è quella della prima famiglia che ha accolto alla family room dell'ospedale Niguarda, dicendoci che il Niguarda appunto è la prima struttura ospedaliera che ha accolto la Fondazione Ronald Mc Donald a Milano. Era dicembre 2020 e Rosaria ricorda ancora oggi con piacere e commozione questa famiglia: «Abbiamo passato insieme il Natale».

    Cosa fa l'house manager?

    L'house manager è una figura fondamentale, perché si prende cura di tutto il nucleo familiare, attraverso il modello di cura assistenziale che si chiama Family Centered Care. Fondazione Ronald Mc Donald mette a disposizione per la famiglia una casa vera e propria. Rosaria si occupa perciò del coordinamento della struttura, insieme a un nutrito staff di dipendenti e volontari che supportano la Fondazione nel lavoro e nella messa in campo di tutti i servizi. C'è anche un lavoro di rete e di comunicazione con le coordinatrici infermieristiche dei reparti pediatrici, con le associazioni che ruotano attorno agli ospedali e con gli stakeholders delle aziende per la raccolta fondi, oltre che con le istituzioni.

    15 min
  • Matteo Ripamonti, dal produttore al consumatore, anzi… al beneficiario – ep.32

    L'umano di oggi è Matteo Ripamonti, direttore generale di Fondazione IBVA che opera a Milano dal 1801 in una sede storica, bella e accogliente, facile da raggiungere da tutti i punti della città. Lo slogan impresso sulla facciata della sede è una frase dello scrittore Albert Camus: «Dove non c'è speranza bisogna inventarla». E proprio speranza è una delle parole guida dell'attività di questa realtà storica milanese che contribuisce a cambiare in meglio il tessuto sociale della città.

    Ogni giorno pane fresco per gli ultimi di Milano

    La gestione della povertà alimentare per Fondazione IBVA è fondamentale e nasce dalla visione del presidente Gerolamo Caccia Dominioni, che ha visto una possibilità di intervento per aiutare chi a Milano vive in condizione di vulnerabilità.

    È nato così il forno per il pane, grazie a un'importante donazione di un'azienda. Da questo forno ogni mattina esce il pane fresco, impastato dalle mani decine di volontari che lavorano su turni, tutti i giorni dell'anno. Il pane viene poi distribuito all'interno dei social market di fondazione IBVA per le famiglie bisognose della città. Secondo Matteo Ripamonti il pane ha un valore simbolico ed è proprio per questo che hanno iniziato a fare il pane fresco servito caldo tutti i giorni come punto di inizio per la lotta alla povertà alimentare.

    Centinaia di volontari per le strade di Milano

    Matteo Ripamonti ci racconta la storia esemplare di una donna di origine egiziana che ha seguito il corso di italiano della Fondazione e che, nonostante le difficoltà economiche, ha deciso di fare la volontaria al forno del pane tre volte a settimana.

    I volontari di IBVA sono circa 290, in crescita esponenziale ogni anno; fanno parte di un sistema creato dalla fondazione chiamato Solidando che nasce dopo l'apertura del primo social market e poi di un hub, punto di raccolta delle eccedenze alimentari della grande distribuzione.

    Il prossimo progetto in fase di sviluppo è Panificando Kitchen per dare una nuova vita ai prodotti con packaging danneggiato, anche questi provenienti dalla grande distribuzione.

    La motivazione di Matteo Ripamonti

    L'approdo di Matteo in fondazione è stato quasi casuale. Il non profit è un settore che ha scelto perché voleva fare qualcosa che lo facesse sentire utile e lo facesse sentire bene. Il terzo settore secondo Matteo, dà la possibilità a chi ci lavora e chi fa il volontario di essere felice e soddisfatto.

    Emergenza abitativa e Le Parole del Pane

    Abitare Solidale è il progetto per emergenza abitativa di Fondazione IBVA che offre a famiglie senza una casa un alloggio temporaneo e, insieme, un’esperienza di accoglienza, condivisione e collaborazione. Chi è di origine straniera e usufruisce del progetto, fa però molta fatica ad uscire da questa situazione, non tanto per carenze economiche, ma perché la maggior parte dei proprietari non affittano a stranieri.

    Fondazione IBVA, ci dice Matteo non è soltanto un servizio per chi ha bisogno, ma rappresenta in primo luogo lo spirito solidale della città di Milano. Ecco perché la Fondazione propone anche eventi diffusi sul territorio, spettacoli e talk realizzati in modo da promuovere l'atto solidaristico e di aiuto verso gli altri. Uno degli esempi è il festival Le parole del pane, dove si dà la possibilità ai cittadini di capire nel concreto come la solidarietà sia fondamentale per tutti i cittadini.

    15 min
  • Michela Schiavi, quando il business può fare bene alla comunità – ep.30

    L'umano di oggi è Michela Schiavi, responsabile raccolta fondi dell'impresa sociale CavaRei, che ha sede a Forlì. Il nome dell'impresa viene da una crasi fra il quartiere di residenza dell'impresa stessa e il panta rei, celebre aforisma di Eraclito che significa "tutto scorre", per sottolineare il forte legame tra territorio e comunità.

    CavaRei nasce nel 2018 dalla fusione di due imprese sociali locali. Oggi è un punto riferimento per la comunità grazie alla sua mission: offrire a persone con disabilità opportunità educative, lavorative e di inclusione sociale.

    CavaRei si occupa anche delle famiglie e mette a disposizione dei bisogni della comunità tre case per i suoi 150 utenti.

    L'aiuto concreto alla propria comunità

    Sono molti i progetti che CavaRei mette in campo a sostegno dei bisogni della comunità come per esempio I'm a DREAMER in collaborazione con l'azienda Dorelan che prevede la partecipazione dei ragazzi delle superiori che devono svolgere l'alternanza scuola-lavoro.

    Nel 2022 è nata anche la Fondazione Caffè Salato che si occupa di supportare le persone con disabilità, sui percorsi del Durante e Dopo di noi.

    Il business che fa bene

    L'obiettivo di CavaRei tramite la collaborazione con piccole e medie imprese è essere un punto di riferimento per gli imprenditori che vogliono aiutare la comunità, consapevoli che il proprio 'fare business' non è solo orientato al profitto economico, ma anche al bene della comunità in cui hanno sede. Ciò che convince gli imprenditori di CavaRei è l'entusiasmo, la voglia e la coerenza che l'impresa sociale mette in campo per aiutare le persone con fragilità appartenenti alla comunità.

    Una storia nel cuore di Michela

    Sono tante le storie che Michela Schiavi ha nel cuore: sia delle persone che CavaRei aiuta sia di chi in CavaRei lavora con un a forte passione e motivazione. Le stesse che hanno portato Michela a scegliere il terzo settore, dopo un'esperienza di lavoro nel profit. 

    Una di queste storie riguarda Giuseppe, un ragazzo ipovedente e in carrozzina, che grazie a un comando vocale installato nel suo smartphone, sviluppato dall'impresa sociale in collaborazione con i ragazzi delle superiori coinvolti nel progetto I'm DREAMER, è riuscito a comunicare anche con amici lontani.

    14 min
  • Giovanna Ferrante, umanizzare la cura con il medical coaching – ep.28

    Giovanna Ferrante è l'ideatrice e la presidente della Fondazione Renata Quattropani, ed è anche una giornalista legata fortemente alla sua città, ha scritto per Il Giorno ed è stata una delle voci di Radio Meneghina.

    Fondazione Renata Quattropani è connessa strettamente alla famiglia della fondatrice, più in particolare è intitolata a sua madre, vittima di leucemia linfatica cronica, per 27 anni asintomatica, e poi fulminante.

    Come funziona il medical coaching?

    Giovanna decide di dar vita alla Fondazione intitolata alla madre per promuovere e sostenere la ricerca sulla leucemia linfatica cronica. Tramite l'innovazione della ricerca scientifiche e prendendo spunto dalle pratiche cliniche made in USA e UK, la fondazione promuove, prima in Italia, un nuovo programma di medical coaching.

    Il medical coaching permette a gruppi di persone con patologie oncologiche di essere seguite da un professionista con incontri bimestrali che li supporta e li rieduca a «dire si alla vita!». I pazienti possono essere accompagnati dal loro caregiver. Si tratta di un percorso che aiuta in modo concreto a recuperare la propria sicurezza e il proprio equilibrio, attraverso la presa di consapevolezza della propria identità che non deve essere totalmente subordinata o addirittura cancellata dalla malattia.

    Visti i risultati ottenuti negli anni la Fondazione ha allargato il suo ambito di competenza prima all'oncoematologia a carattere cronico e poi alla senologia su richiesta dell'ospedale Fatebenefratelli.

    La Fondazione attiva anche un progetto per gli studenti specializzandi in medicina. Si tratta di un corso per aiutare i futuri medici a comunicare ai pazienti in modo 'umano', ossia attraverso l'ascolto attento dei bisogni e la restituzione di risposte realmente attente alle peculiarità della persona e alla vulnerabilità che la malattia comporta.

    La rete del medical coaching

    Giovanna sostiene che purtroppo, ma anche per fortuna, a causa della Pandemia, si è creata una vera e propria rete di contatti tra le istituzioni ospedaliere come il San Raffaele, il Policlinico di Milano, l'Istituto Nazionale dei Tumori e altri ospedali fuori Milano.

    Inoltre l'aiuto della Fondazione si diffonde anche online, arrivando anche chi vive a Firenze, Roma e Palermo.

    Alla domanda conclusiva: «Cosa ti danno le persone che si rivolgono alla Fondazione?» Giovanna risponde che le hanno ridato sua madre, viva e attiva.

    15 min
  • Giorgio Arca risveglia il protagonismo civico ep.023

    Dal 1978 Cittadinanzattiva si occupa di promuovere l’attivismo dei cittadini per la tutela dei diritti, la cura dei beni comuni e il sostegno alle persone in condizioni di debolezza. Giorgio Arca, segretario regionale della sezione Lombardia, è entrato nell’organizzazione 6 anni fa, ma sembra che ci sia da sempre, dimostrando un impegno senza pari per portare avanti la mission di Cittadinanzattiva.

    Formare Cittadini di sana e robusta Costituzione

    È proprio questo l'obiettivo di Cittadinanzattiva: favorire l’autonoma iniziativa dei cittadini, aiutarli a risolvere i problemi accompagnandoli lungo il percorso, ma soprattutto risvegliare il senso di partecipazione, perché «fare i cittadini è il modo migliore di esserlo». L’azione dei cittadini consapevoli delle proprie responsabilità, dei propri poteri e del proprio ruolo è fondamentale per far crescere la democrazia, tutelare i diritti e promuovere la cura quotidiana dei beni comuni. 

    La missione primaria di Cittadinanzattiva è informare i cittadini. La comunicazione è quindi centrale: l’organizzazione non si limita a comunicare i disservizi, bensì supporta i cittadini fornendo loro gli strumenti per imparare ad affrontarli e risolverli. 

    Protagonismo civico e attivazione 

    In Cittadinanzattiva c’è tanto volontariato: si interviene in difesa del cittadino e si lavora soprattutto perché, in un futuro prossimo, i cittadini siano in grado di trovare gli strumenti per imparare a tutelarsi in autonomi. Come ci racconta Giorgio Arca, Cittadinanzattiva opera in diversi settori: la salute, le politiche dei consumatori e i servizi di pubblica utilità, la giustizia, la scuola, la cittadinanza europea e la valutazione della qualità dei servizi dal punto di vista dei cittadini. 

    In tutti questi settori, i volontari di Cittadinanzattiva insegnano ai cittadini ad interessarsi dei loro problemi e a toccare con mano l’impegno civico per poter diventare attivi a tutti gli effetti.

    0 min
  • Un’infornata di solidarietà con Jacopo Corona

    Jacopo Corona è il fondatore del Microbiscottificio Frolla, un progetto nato nel 2018 sotto forma di cooperativa sociale. La strategia di Jacopo e del suo team è quella di creare ricette semplici e buone, che mettono insieme ingredienti di qualità. Il vero punto forte del microbiscottificio è però la sua natura sociale: un modello d’impresa che mira ad esaltare le doti dei ragazzi e ragazze con disabilità impegnati nella lavorazione. 

    Gli ingredienti del successo

    Il primo dei nostri ingredienti è la condivisione: Frolla si fonda infatti sul lavoro di squadra, sulla forza del gruppo. Un gruppo che crede fermamente nel sociale e nel valore della differenza, assumendo ragazzi con disabilità e coinvolgendoli ogni giorno nel lavoro in pasticceria.

    Non possiamo poi tralasciare la qualità: i biscotti di Frolla si vendono principalmente “perché sono buoni” e realizzati in organico con materie prime di qualità, uno dei motivi per cui il pubblico li sceglie. 

    Il terzo ingrediente è la responsabilità, che il team di Frolla si assume cercando di comunicare i suoi progetti in maniera etica e veritiera. 

    La forza della community di Frolla

    Una grande community molto affezionata è ciò che permette al microbiscottificio di realizzare efficaci campagne di crowdfunding per finanziare i loro numerosi progetti. Il sistema di raccolta fondi del crowdfunding è un supporto decisamente fondamentale per chi, come Frolla, coltiva attentamente la relazione con la propria community e consente di capire se quest’ultima è veramente attiva e partecipativa. Nel caso di Frolla, le aspettative non vengono mai disattese, ma anzi, superate. 

    17 min
  • Marco Pietripaoli, 8.000 km al ritmo della solidarietà ep.017

    Si è conclusa a luglio la prima tappa, ma dura tutto l’anno. Stiamo parlando del cammino solidale Ritmo dei Passi, l’iniziativa di Marco Pietripaoli, ex direttore del CSV Milano, che fino al 2034 sarà impegnato a camminare tra i più belli sentieri d’Italia insieme a giovani, amici e comunità locali che vorranno unirsi a lui. Sì, hai letto bene: questa impresa durerà 10 anni!

    Fare il bene al ritmo dei passi

    Sentiero Italia è il percorso lungo 8.000 km che attraversa 20 Regioni, 16 siti UNESCO e numerosi Parchi nazionali e regionali, dal nord al sud Italia, isole comprese, lungo la dorsale alpina e appenninica. 

    Dal 15 giugno all’8 luglio, Marco ha percorso 400 km in Friuli Venezia Giulia, partendo a Muggia, l’ultima città Italiana dopo Trieste, partecipando a 6 eventi territoriali organizzati ad hoc in collaborazione con AGESCI, CAI, CSVnet e ASviS (partner del progetto) e tante altre organizzazioni locali. 

    L’iniziativa si rivolge e attiva giovani e volontari e prevede di percorrere gli 8.000 km del Sentiero Italia nell’arco di 10 anni. L’idea di Marco è quella di unire in un unico grande progetto le sue passioni: la montagna, l’educazione e il volontariato. 

    Questo progetto nasce da un’esigenza personale (dedicare tempo alla montagna adesso che di tempo ne ha perchè in pensione), ma intercetta fin da subito il sociale: Marco, infatti, lascia le porte aperte a chiunque abbia voglia di camminare con lui, ma soprattutto si impegna per sensibilizzare i più giovani all’impegno volontario, proponendo numerose attività ed eventi con le organizzazioni territoriali locali. 

    Trekking, educazione e volontariato

    Non solo trekking: le lunghe camminate di Marco in Friuli hanno incrociato diversi progetti di volontariato e incontri generativi di bene comune come l’esperienza al carcere di Gorizia, dove con i detenuti viene condiviso il valore della libertà, attraverso la metafora della montagna.

    Ritmo dei passi è anche l’occasione per effettuare lavori di manutenzione dei sentieri. Durante la prima tappa Marco e diversi volontari hanno sistemato 2 km di percorso. Un’operazione fondamentale che trasmette tutto l’amore, la bellezza e la cura per la montagna. 

    16 min

About Umani

From the publisher's feed

E tu? Che razza di Umano sei?