Voce Narrante

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By Federico BertiEducationArtsBooksFiction
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Voce Narrante episodes

  • E.T.A. Hoffmann, Il violino di Cremona. Racconto breve. Audiolibro
    E.T.A. Hoffmann, Il violino di Cremona. Racconto breve. Audiolibro
    Voce narrante Federico Berti, https://www.federicoberti.it
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    Il consigliere Crespel, giurista e liutaio tedesco, tiene chiusa in casa la figlia Antonie, dotata di una voce sublime, che la pratica del canto minaccia di uccidere per una particolare malformazione dell'apparato fonatorio; quando un giovane, sospettando nel padre un carceriere, la induce a cantare, Antonie muore e nello stesso istante, l'anima del violino si spezza squarciando il piano armonico. Il lettore resta senza sapere se abbia assistito a un delitto o a un sacrificio, poiché l'unico testimone della malattia è proprio l'uomo che avrebbe avuto ogni interesse a mentire.

    Il tema toccato da Hoffman è storicamente reale: nell'Ottocento, l'industria dell'intrattenimento musicale e la crescente complessità delle orchestre, chiedeva ai cantanti (che allora si esibivano in acustico) sforzi sempre maggiori, e questi sforzi potevano effettivamente procurare danni al corpo dell'interprete. Il fenomeno salirà alla ribalta della stampa internazionale un secolo più tardi con la morte del tenore italiano Enrico Caruso, la cui pressione sul diaframma aveva aggravato le conizioni di un'infezione polmonare: il suo dottore sostenne che lo sforzo compiuto per portare la sua voce da basso al registro tenorile, lo avesse nel tempo consumato, che insomma responsabile della sua morte fosse proprio il canto stesso, al quale pur consapevole dell'esito cui andava incontro, non volle rinunciare.

    Hoffman si interessava alla medicina, era uno studoso eclettico e appassionato, oltre che a sua volta un giurista e un musicista, ma il tema della voce sfruttata fino all'esasperazione del cantante non era ancora stato approfondito, si stavano compiendo allora i primi studi ed erano studi (allora) d'avanguardia. Ai suoi tempi erano già note indagini sulle malattie al petto e alla gola, ma non esisteva ancora una vera e propria scienza della voce in grado di osservare l'attività della laringe, o in che modo un abuso del canto potesse nuocere alla salute. Nessuno aveva potuto ancora osservare la glottide al lavoro. Ci aveva provato un tale Bozzini di Francoforte, pubblicando nel 1807 un lavoro sull'illuminazione della gola per poterla studiare, ma solo dieci anni dopo la pubblicazione del racconto di Hoffman saranno compiuti i primi progressi inq uesto campo: nel 1827 a Ginevra si inizieranno a impiegare degli specchi nella diagnosi foniatrica, nel 1854 lo spagnolo Manuel Garcia sarà il primo a poter vedere le corde vocali in azione. Quindi possiamo dire che all'epoca di Hoffman quel campo di studio era ancora poco esplorato e approfondito, più che un racconto fantastico il suo è dunque un racconto di fantascienza. Hoffmann va oltre, anticipando le moderne teorie sulla musicoterapia: quando capisce che la figlia è malata e la carriera artistica la ucciderebbe, si esercita nella costruzione e nella pratica sullo strumento, per suonarlo entrando in una tal sintonia con lei, da risolvere in una perfetta identificazione tra l'anima di lei e il suono dello strumento: ascoltando il padre che esegue le arie per lei composte, nello stile con cui lei stessa le interpretava, Antonie ha l'impressione di averle eseguite lei stessa. Quella che avviene in lei è una catarsi musicale. Quanto mai interessante a tal proposito il lessico della liuteria, che parla tecnicamente di un'anima interna al violino, per indicare quel corpo che vibra nella cassa di risonanza per renderne la voce più armoniosa. Tre anime dunque s'incontrano, nel racconto di Hoffmann: quella della ragazza, quella dello strumento e quella del padre che o suona. Il racconto si inserisce in un filone letterario particolarmente caro alla mentalità romantica dell'Ottocento, quello dell'arte matrigna S'intende qui il termine 'matrigna' nel termine leopardiano di 'madre crudele'. Un tema che troveremo più avati nel Claude Lenter di Zola, che s'impicca davanti all'opera incompiuta dalla quale è tormentato, o il ritratto di Gogol che porta alla follia il pittore Čartkov, o la Sonata a Kreutzer di Tolstoj, o il pianista di Lugi Capuana che muore nel suonare un passaggio di rara intensità, per la violenza stessa dell'esperienza estetica che questo scatena in lui. L'arte che guarisce, l'arte che uccide, l'arte che unisce le anime e che le consuma. Un capolavoro senza tempo.

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    1 hr 5 min
  • Grazia Deledda, La parte del bottino. Racconto breve. Audiolibro
    Grazia Deledda, La parte del bottino. Racconto breve. Audiolibro
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    In questo racconto:
    00:00 Introduzione e titolo del racconto
    00:10 La siccità nella valle e il molino fermo
    00:56 L'attesa della pioggia e la solitudine di don Peu
    01:38 Pensieri sul mare in burrasca e i vecchi giornali
    02:22 I ricordi del paese e l'incontro con le donne al molino
    03:10 L'orgoglio nobiliare e il rapporto col fratello prete
    03:40 La visione del piroscafo e i denari per l'America
    04:46 Passi nel bosco: l'arrivo dei tre malfattori
    05:49 L'incontro forzato e il conflitto interiore di don Peu
    07:28 L'intimazione dei banditi e il rifiuto di don Peu
    08:34 "Sono il fratello del prete": la violenza e la sottomissione
    09:42 La marcia forzata attraverso la valle
    11:03 L'arrivo al pascolo e all'ovile del pastore
    11:51 L'assalto alla capanna e lo scoppio del temporale
    12:45 Il saccheggio e la richiesta del denaro
    13:30 La tentazione del bottino
    14:21 La fuga nella tempesta e il colpo di fucile
    15:16 Il ritrovamento al molino e l'alba
    16:10 La parte del bottino nella mano di don Peu


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    17 min
  • Lev Tolstoj, Tre morti. Racconto breve. Audiolibro
    Lev Tolstoj, Tre morti. Racconto breve. Audiolibro
    Voce narrante Federico Berti, https://www.federicoberti.it
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    48 min
  • Giovanni Verga, L'asino di San Giuseppe. Racconto breve. Audiolibro
    Giovanni Verga, L'asino di San Giuseppe. Racconto breve. Audiolibro
    Voce narrante Federico Berti, https://www.federicoberti.it
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    In questo racconto:
    00:00 - Introduzione: Il puledro alla fiera di Buccheri
    00:31 - Compare Neli e la prima offerta di 35 lire
    01:03 - L'elogio del padrone e il mantello di gazza
    02:22 - Il disprezzo simulato per l'asino di San Giuseppe
    03:00 - L'attesa e il giro tra le bestie della fiera
    04:05 - L'ansia della padrona e il timore di non vendere
    05:20 - Il piano di compare Neli all'Ave Maria
    06:13 - Il calar del sole e il campo deserto
    07:10 - La finta indifferenza e l'intervento dell'amico
    08:00 - La trattativa concitata tra urla e persuasioni
    09:43 - La chiusura dell'affare a 32 lire e mezzo
    10:38 - Il conteggio dei denari e la soddisfazione di entrambi
    11:52 - Il primo lavoro: La fatica sui covoni nell'aia
    14:06 - I ritorni serali e le cure crudeli del maniscalco
    14:53 - L'affetto del ragazzo di compare Neli
    16:19 - Secondo padrone: Venduto a Massaro Cirino
    16:48 - La fatica all'aratro con la cavalla vecchia
    18:04 - La siccità, la malannata e la disperazione
    19:40 - Terzo padrone: Il carretto di compare Luciano
    20:45 - Il pesante carico di tre quintali e le salite
    22:44 - Quarto padrone: La fornace e i sacchi di gesso
    24:34 - Il gelo dell'inverno e le notti all'aperto
    25:47 - L'ultimo rifugio: Acquistato dalla povera vedova
    27:07 - Le cure della donna e la raccolta della legna
    27:56 - Il ragazzo colto sul fatto e la miseria
    28:42 - L'ultimo viaggio e il crollo sulla salita
    29:48 - L'epilogo: L'offerta del carrettiere per la sola legna

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    31 min
  • Luigi Pirandello, La patente. Racconto breve. Audiolibro
    Uno dei temi su cui tendiamo a non riflettere abbastanza è la realtà dell’immaginario, come cioè le storie, parafrasando Italo Calvino, si comportino a volte come un catalogo di destini possibili, anticipando la realtà. Luigi Pirandello ne fece a suo tempo un libello nel Fu Matta Pascal, dove citò un fatto di cronaca in cui si era verificata realmente (dopo l’uscita del libro) la storia da lui raccontata, quella stessa storia che una parte della critica aveva blandito come inverosimile. Ebbene, in queste note faremo qualcosa di molto simile, partendo da una grottesca novella dello stesso autore, per metterla in relazione con una triste vicenda verificatasi molti anni dopo la sua scomparsa.

    Siamo nel 1911, l’anno in cui viene dato alle stampe La patente, un racconto breve, su cui Pirandello torna sei anni dopo con un atto unico per il teatro, a sua volta ripreso nel ’54 per il cinema da Luigi Zampa; è la storia di Rosario Chiarchiaro, uomo semplice, onesto lavoratore, padre di famiglia, sul quale (non sappiamo perché) ricade lo stigma pubblico della superstizione: si attribuiscono alla sua presenza piccole e grandi sventure, per questo le persone lo evitano additandolo come un terribile menagramo. Il pregiudizio si radica al punto che il pover’uomo viene licenziato, perde il lavoro e non sa più come provvedere alla famiglia, ovunque perseguitato dalla maschera dello jettatore.

    Fin qui si direbbe un’ordinaria vicenda di emarginazione sociale, la solita gogna pubblica, non fosse che Pirandello ribalta la situazione con un colpo di coda narrativo: Rosario denuncia due uomini che ha veduto ostentare scongiuri al suo passaggio, se pure in tribunale non potrà ottenere giustizia dato che il giudice stesso è condizionato dal pregiudizio, e che in fondo il toccar ferro o grattarsi gli zebedei non è scritto da nessuna parte che sia un atto perseguibile. Chiarchiaro lo sa bene eppure insiste, vuol essere condannato per poter rivendicare, con la condanna stessa, una sorta di implicita patente dello jettatore; a quel punto, ritiene che appostandosi davanti a un negozio, o entrando in una sala da gioco, la gente sarà disposta a pagarlo per levarselo di torno. Grottesco ribaltamento in cui la vittima si serve della propria mostrificazione, per rivoltarla contro i suoi persecutori.

    Chi è nato nell’Italia del dopoguerra in questa vicenda troverà, purtroppo, una brutale analogia, perché lo stigma sociale raccontato da Pirandello si è abbattuto mezzo secolo più tardi sulla bella voce di Mia Martini detta Mimì, ma nel suo caso nulla si ribaltò e la povera donna rimase intrappolata nel soverchiante condizionamento. Le prime dicerie a suo carico vennero messe in circolazione nei primi anni ‘70 (secondo le interviste rilasciate dalla vittima), dall’impresario Fausto Taddeu detto Ciccio Piper, per vendicarsi di una vitalizia esclusiva che l’interprete aveva rifiutato. Pochi giorni dopo quel rifiuto, di ritorno da un concerto in Sicilia, il pulmino su cui viaggiavano fu sciaguratamente coinvolto in un incidente stradale, in cui persero la vita due giovani musicisti del gruppo. Ciccio Piper, stizzito dal rifiuto dell’artista, mise per primo in giro la voce che la cantante portasse sfortuna.

    L’infamante diceria fu alimentata e riverberò attraverso vari altri personaggi dello spettacolo, tra cui la stessa Mimì citò Fred Bongusto, Patty Pravo e Gianni Boncompagni, vari discografici e la stessa Rai. Tutti negarono ovviamente, non vi fu mai un dibattimento giudiziario e dunque non sapremo mai la verità, tuttavia lo stigma della superstizione distrusse la carriera della cantante, rendendole la vita impossibile, proprio come al personaggio del racconto di Pirandello. Isolamento, depressione, compromisero la sua brillante carriera gettandola nello sconforto al punto da togliersi la vita nel 1955, all’età di 47 anni. La novella, inverosimile ma vera, prese forma nella vita reale.

    Beninteso non fu la prima, né l’ultima. Sì perché lo stigma del menagramo è similmente ricaduto sul critico letterario Mario Praz, al punto che la gente evitava di pronunciarne il nome ricorrendo alla perifrasi "illustre anglista". Prima ancora Cesare della Valle, Duca di Ventignano, poeta e drammaturgo ottocentesco, al quale vennero attribuite sciagure come l’incendio del Teatro San Carlo di Napoli, o addirittura la caduta delle Due Sicilie, ispirando un personaggio ad Alexandre Dumas. George Byron, Heinrich Heine, Jacques Offenbach; a quest’ultimo, Rossini dedicò un “Petit caprice” nel quale indicava addirittura nello spartito una diteggiatura particolare con indice e mignolo estesi, affinché le mani dei musicisti si atteggiassero alle corna dello scongiuro. Per non parlare di Pio IX, che la propaganda anticlericale scherniva come jettatore), Napoleone III, Guglielmo II di Germania e persino il presidente del consiglio italiano Antonio Salandra.

    Insomma, la vicenda di Pirandello non fa che ricamare su vicende che chissà quante volte si sono verificate davvero nel mondo reale: lo stigma sociale favorisce nelle persone una memoria selettiva, demolendo l’identità pubblica della vittima, isolandola. La soluzione proposta da Pirandello non è quella di negare le voci sul proprio conto, ma al contrario cavalcarle, non lasciarsi possedere dalla maschera ma dominarla, farne strumento, appropriarsene; ecco allora che il dispositivo stesso del racconto, creato per annientare l’oggetto di scherno, finisce per diventarne punto di forza.


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    24 min
  • Luigi Pirandello, Un Goj. Racconto breve. Novelle per un anno. Audiolibro
    Luigi Pirandello, Un Goj. Racconto breve. Novelle per un anno. Audiolibro
    Voce narrrante Federico Berti, https://www.federicoberti.it
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    Mentre l’Italia sacrifica 650mila giovani al fronte di una guerra sanguinosa e crudele, mentre gli Alpini cantano Vogliam la pace, e Gorizia tu sei maledetta, in una famiglia italiana compare all’improvviso un presepe dove, in luogo di pastori, mestieranti, angeli, agnelli e galline, si ritrovano soldatini di stagno giocattolo dislocati come su un plastico tattico, le armi rivolte verso uno stesso punto: la Sacra Famiglia e la mangiatoia del Puer Aeternus. Immagine di una violenza inaudita, volutamente iconoclasta, con cui Luigi Pirandello conclude uno dei suoi racconti più riusciti, Un Goj.
    Simulacri della realtà, non reali in sé, le belle statuine non hanno un anima eppure sembrano animate, poiché esprimono il senso di un conflitto profondo che si estrinseca in tutta la sua crudeltà sia a livello personale, che sul piano della collettività: nella persecutoria guerra di religione intrapresa dal suocero cattolico di un marito ebreo, e nella guerra imperialista intrapresa da un’Italia borghese, coloniale e prefascista. La notte di Natale, il marito perseguitato, con l’ironia propria del suo carattere, cambia volto al presepe, lo stesso preepe che il suocero ha allestito in pompa magna non per devozione, ma per narcisistica volontà di riaffermare la propria ostilità nei confronti del genero ebreo.
    L’immagine su cui si chiude varrebbe da sola tutto il racconto, non fosse che per condurre il lettore a quello spettacolo Pirandello mette in atto una magistrale narrazione giocata interamente su una garbatissima ironia, per descrivere un contesto miserrimo nel quale prende posizione sull’antisemitismo che nel ‘22, l’anno in cui uscì il racconto, tuonava già imperioso e criminale dalle birrerie di Monaco, dove un giovane Hitler denunciava l’emancipazione politica degli ebrei come una ‘malattia delirante’ della storia moderna.
    Ora, è palese come le statuine del presepe ‘riformato’ dal povero Catellani, che ha già dovuto rinunciare al suo status nella comunità ebraica (e al proprio cognome), per poter sposare la donna che ama, e nonostante questo viene quotidianamente bullizzato dal padre di lei, abbiano un’anima. Le statuette sono animate dallo spirito dell’arte con cui la ricomposizione ha riformulato il messaggio disposto dalla mimesi rituale: un’Italia che ostenta il proprio fervente cattolicesimo e poi accetta, con supina e colpevole condiscendenza, di mandare a morire la sua gioventù, per traslocare qualche centinaio di chilometri di confine, è una nazione ipocrita.
    Le armi dei soldatini giocattolo, con cui gli italiani vengono simbolicamente addestrati fin da bambini alla mentalità imperialista, sparano contro il messaggio di pace e fratellanza che la religione confessata pretenderebbe di portare, con quei santi martiri che avevano disertato l’esercito romano, poiché rifiutavansi di uccidere altri fratelli cristiani. Venerati da chi? Dagli stessi che oggi vanno alla pia messa di Natale, ma poi si scannano sul fronte alpino. Ecco allora che le statue del giovane ebreo prendono vita sul plastico nel futuristico presepe, la loro disposizione ha insufflato in esse lo spirito di una nazione, che dalla violenza collettiva della guerra si riflette nei micro conflitti familiari, di cui la persecuzione religiosa contro il Catellani è solo un riflesso. In quei soldatini di stagno abita lo spirito di un’Europa che esce in quel momento da una guerra sanguinosa, ma ne sta già preparando un’altra.


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    19 min
  • Federico Berti, Vestita di Sole. Racconti bolognesi. Audiolibro.
    Federico Berti, Vestita di Sole. Racconti bolognesi. Audiolibro.
    Testo, voce narrante, Federico Berti, https://www.federicoberti.it
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    23 min
  • Federico Berti, L'alluvione. Racconti bolognesi. Audiolibro
    Federico Berti, L'alluvione. Racconti bolognesi. Audiolibro
    Testo e voce narrante Federico Berti, https://www.federicoberti.it
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    In questo racconto:
    00:00 Introduzione e citazione iniziale
    00:25 Il restauratore Elitio e il vecchio armadio
    01:04 I ricordi di una vita stipati nel legno
    01:45 Il ritrovo sul molo improvvisato ai Servi
    02:06 Gli inquilini del palazzo e l'ordinanza di sfollamento
    02:26 La pioggia incessante e i canali esondati
    02:49 Bologna sommersa: piazze ridotte a specchi lacustri
    03:27 L'insolita missione di salvataggio del mobile
    03:56 L'intervento di Imelde e i dubbi sul legno fradicio
    04:52 Valdo e lo sguardo al murale sommerso
    05:58 L'ironia sui bancali esposti al MAMbo
    06:14 L'impazienza e lo scetticismo di Nora
    07:00 Sei personaggi su una zattera improvvisata
    07:39 La prospettiva disincantata di Vadim
    08:20 «Le cose non sono quel che sono»
    08:39 Il nuovo ecosistema lagunare della città
    09:41 Gli accampamenti degli sfollati sui colli
    10:37 La navigazione per le vie allagate
    11:39 L'alba e il passaggio davanti alla fontana del Nettuno
    12:40 L'abito da sposa tra le onde
    13:44 Le ipotesi e le reazioni dei presenti
    15:17 Una storia diversa per ognuno
    15:51 L'antica leggenda sui canali e la vendetta delle acque


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    17 min
  • Ada Negri, Il denaro. Racconto. Le solitarie. Audiolibro
    Questa novella chiude la raccolta delle “Solitarie” (1917), a mio parere ingiustamente sottovalutata nei programmi della scuola pubblica italiana, meritando senza dubbio un posto di rilievo accanto ai grandi romanzi della Deledda, ai racconti pescaresi di D’Annunzio, alle Novelle per un anno pirandelliane. Un’opera in cui la figura femminile viene indagata in tutta la sua compressione, una denuncia della sottomissione, dello sfruttamento, della repressione, quando non dell’aperta violenza, riservata alle donne in quanto donne. Un’opera coraggiosa, caratterizzata da uno straordinario mélange di linguaggio lirico e narrativo. “Il denaro” chiude la raccolta ed è il racconto più apertamente autobiografico della raccolta. Il personaggio di Veronetta Longhena è chiaramente un alter ego dell’autrice stessa. La figura della madre Anna è un riferimento alla madre di Ada, Vittoria Cornalba operaia tessile a Lodi. Le due stanzette nude imbiancate a calce, la bohème e il riscatto attraverso la lettura e la scrittura riflettono le esperienze giovanili della scrittrice. Epilogo distensivo, un lieto fine di rara dolcezza lirica, in una galleria di personaggi femminili schiacciati da una società intrinsecamente modellata sul potere dell’elemento maschile, Veronetta rifiuta quel ruolo e con determinazione lotta per il proprio riscatto, un riscatto prima culturale, una rivoluzione interiore. Sebbene la protagonista del racconto sia lei, trama e intreccio ruotano intorno al perno del denaro come incubo ossessionante per le classi subalterne, simbolo dell’ingiustizia sociale, come nel caso dell’operaia licenziata per un piccolo furto al quale si è trovata costretta per fame. Un denaro che cambia volto solo quando è il lavoro intellettuale a nobilitarlo, e il sogno di indipendenza a motivarlo. Come in tutta la serie delle “Solitarie”, anche questo racconto è impreziosito da un linguaggio che meriterebbe un posto di prim’ordine nel panorama della scrittura modernista europea, un linguaggio fortemente introspettivo in cui la commistione di lirismo poetico e prosa narrativa si fondono in uno stile riconoscibile, di grande personalità. Molti conoscono Ada Negri come poetessa, ma è nella narrativa a mio avviso che ottiene il risultato davvero innovativo, non seconda a un D’Annunzio o a un Pirandello. L’autrice stessa dichiarò di avere in mente l’armoniosa cadenza dell’endecasillabo anche nella stesura dei racconti: siamo dunque di fronte a un ibrido tra romanzo lirico e poema sociale, si è parlato più volte a questo proposito di frammentismo lirico. In luogo delle complesse e distese trame romanzesche di un Sue, di un Hugo, la Negri preferisce la figurazione breve, la singola scena, il ritratto, la rievocazione, il monologo interiore (seppur mediato da un narratore quasi invisibile, delicatamente fattosi da parte per lasciar emergere le profondità dei personaggi che muove), con una sovrabbondanza di espedienti antiprosastici, flussi di coscienza profondamente lirici nella logica della loro composizione. Questa è una caratteristica che attraversa tutta la raccolta delle Solitarie, capolavoro assoluto della letteratura italiana di primo Novecento, una prosa che qualcuno ha definito tersa, sensitiva, quasi un canto. Un andamento ritmico, melodico e musicale come in (a mio avviso, più che in) D’Annunzio, giocato sulle pause, le sospensioni, le ripetizioni, gli echi propri del metro poetico tradizionale, ingioiellato da metafore che scolpiscono le immagini direttamente nell’inconscio del lettore. Il tutto, innestato su una materia profondamente sociale, esistenziale, un realismo verghiano crudissimo in cui la cronaca del suo tempo viene elevata a materia letteraria, la memoria personale in sentimento universale. #AdaNegri #LeSolitarie #IlDenaro #LetteraturaItaliana #Audiolibro #VoceNarrante #ClassiciItaliani

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    1 hr 34 min
  • Luigi Pirandello, Sopra e Sotto. Novelle per un anno. Racconto breve. Audiolibro.
    Luigi Pirandello, Sopra e Sotto. Novelle per un anno. Racconto breve. Audiolibro.
    Voce narrante Federico Berti, https://www.federicoberti.it

    Pubblicato nel 1915 sul "Corriere della Sera" e poi confluito nella raccolta di Novelle per un anno, questo breve racconto filosofico dall’azione minimale, dove tutto si regge sul dialogo tra i personaggi, è palesemente costruito intorno alla confessione di Marmelàdov a Raskòlnikov in "Delitto e castigo" di Dostoevskij.

    L’anziano professor Carmelo Sabato, alcolista, depresso, si confronta in una specie di terrazza ballatoio col giovane alunno Enrico Lamella, in una vivace disputa sul problema del relativismo e la superbia dell’uomo che si confronta con l’immensità dell’universo. Il professore si richiama a Pascàl per smontare l’ottimismo del giovane studente: la grandezza dell’uomo starebbe nella consapevolezza della propria infinita piccolezza, la tragedia umana è dunque nel vedere grandi le cose piccole della terra, e piccole le cose immaginarie del cielo.

    Da uomo di teatro qual è, Pirandello riflette la complessità del tema nella costruzione dello scenario in cui l’azione si svolge: parte su una terrazza notturna, tra i comignoli delle case intorno, parte nell’interno oscuro di una camera ardente, durante una veglia funebre. Se nella prima il professore attribuisce il proprio alcolismo a un tormento esistenziale, squisitamente filosofico, autodistruttivo, quando i due vengono richiamati all’interno, avviene l’improvviso abbassamento grottesco in cui vien fuori un dramma del tutto personale, familiare, che smaschera drastcamente l’ipocrisia della disputa. 

    #Audiolibro #LuigiPirandello #LetteraturaItaliana #Dostoevskij #AudiolibriItaliani



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    22 min

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