Aleksandr Pushkin, Favola dello Zar Saltan. Racconto breve. Audiolibro
Voce narrante Federico Berti, https://www.federicoberti.it
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Puškin ha preso il nome del protagonista, l'eroe Gvidon, dal germanico Widon (bosco, o per traslato colui che va per boschi) il quale corrisponde al nostro Guido, da un'operetta popolare stampata sui fogli volanti dei cantastorie nella Russia pre-rivoluzionaria, la "Storia del principe Bova". Questa storietta a sua volta era l'adattamento (udite!) dal cavalleresco "Romanzo di Buovo d'Antona", reso popolare in Italia da Andrea da Barberino mezzo millennio prima, col nome per l'appunto di Guido. Passato alla cultura popolare russa attraverso tradizioni polacche e lituane, il nome del protagonista è diventato Gvidon.Guidone (l'ho reso io così, con calviniana, nonché affettuosa, familiarità) è un principe esiliato che cresce in un'isola deserta e diventa un saggio sovrano alla guida della sua città; negli ultimi cent'anni si è consolidata una tradizione ermeneutica di scuola psicoanalitica, che vede nelle tre sorelle e nella comare Barbarica gli aspetti dell'ombra nella psicologia femminile, l'invidia che tenta di sabotare l'unione tra lo Zar Saltan e sua moglie.In questa prospettiva la principessa cigno, quella che nel racconto costruisce la città per il principe esiliato e interviene continuamente in suo aiuto, viene comunemente interpretata come una rappresentazione dell'Anima, l'istanza intuitiva e spirituale, una proiezione mentale dello stesso Gvidon/Guidone; le metamorfosi in forma d'insetto a loro volta sarebbero forme di regressione interiore, in cui l'eroe degrada sé stesso pur di 'spiare' il padre che lo ha esiliato.Non amo in modo particolare questo tipo di esegesi psicoanalitica, che da un punto di vista semiotico (rimando a Umberto Eco e Valentina Pisanty) non può chiamarsi interpretazione, ma si direbbe piuttosto un modo per 'usare' la fiaba come strumento per la produzione di nuovi significati, estranei all'intentio auctoris. Tuttavia la riporto, perché l'uso della narrazione come forma di terapia performativa/psicosomatica vi fa sovente ricorso.Mi trovo assai più in linea con uan prospettiva di tipo antropologico: l'idea della botte come grembo e tomba, l'esilio della zarina e di Gvidon gettati in mare come rito di passaggio in una cultura di tipo autoritario, militare, oligarchico, una visione tipicamente feudale del potere e di come chi è chiamato a esercitarlo deve addestrarsi al peso delle responsabilità che questo comporta. Oggi potremmo ritrovare questo tipo di rituali, per quanto dissimulati, nel crimine organizzato o nelle gerarchie degli stati autoritari. Per conseguenza, è quasi onnipresente nel cinema d'azione. Il mare è quindi il regno dell'indistinto, l'isola su cui approdano la madre e il figlio profughi sarebbe dunque uno spazio liminale, un temporaneo isolamento in cui l'eroe viene indotto a superare prove rituali, per legittimare la propria regalità. Nel testo si menziona inoltre che i mercanti navigano oltre l'isola di Buyan per tornare da Saltan: nella mitologia slava, Buyan è l'isola magica e semidivina al centro dell'oceano cosmico, luogo in cui risiede la pietra Alatyr, sorgente di tutte le forze transmondane, ombelico della terra in cui ogni prodigio è possibile (come per l'appunto, la nascita repentina di una maestosa città). I continui viaggi dei mercanti marittimi, che fanno scalo sull'isola portando notizie e doni allo Zar Saltan, rrimandano simbolicamente (metaforicamente) alla realtà storica della Rus' di Kiev, delle sue rotte commerciali, fluviali e marittime, come la storica rotta dai Variaghi ai Greci. In un'epoca senza giornali, senza radio e televisioni, i commercianti erano importanti vettori d'informazione, per questo motivo li tenevano in gran conto i sovrani, da cui venivano interrogati intorno ai loro viaggi.#ZarSaltan
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