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097: Quanto costa la verità per Giulio Regeni


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La storia del caso Regeni, ancora lontana da una conclusione, ha svelato che per la politica italiana gli interessi legati alle armi e agli idrocarburi sono più importanti dei diritti umani
Probabilmente bisognerà aspettare ancora a lungo per la giustizia, ma finalmente si è trovata un po’ di verità per Giulio Regeni. La Procura di Roma ha concluso le indagini avviate nel 2016 sul brutale omicidio del ricercatore friulano, attribuendone la responsabilità a quattro ufficiali dei servizi di sicurezza egiziani, a cui il procuratore Michele Prestipino e il pm Sergio Colaiocco contestano, a vario titolo, il reato di sequestro di persona pluriaggravato, di concorso in lesioni personali e di omicidio. I quattro responsabili materiali della morte di Giulio Regeni sono il generale Tariq Sabir, il colonnello Athar Kamel, il colonnello Usham Helmi, il maggiore Magdi Sharif e l’agente Mahmoud Najem. È stato possibile ricostruire la dinamica dell’omicidio grazie a cinque testimonianze chiave raccolte sia in Egitto, riuscendo a filtrare le maglie della repressione, che in Kenya. L’identità dei cinque testimoni è segreta.

Dalla ricostruzione emerge come Regeni sia stato intercettato e pedinato prima della cattura da parte delle forze di sicurezza egiziane, che l’avrebbero sequestrato in una stazione della metropolitana del Cairo e portato in una villa, utilizzata dal ministero dell’Interno per “torturare i cittadini stranieri sospettati di minare alla sicurezza dello Stato,” per la precisione nella stanza numero 13 della struttura. Dove avrebbe trovato la morte. Nonostante le prove raccolte, l’Egitto ha deciso di non collaborare con le indagini, e continua a seguire la pista della criminalità comune. Il regime non ha fornito — e sembra che non fornirà — alla procura di Roma il domicilio dei quattro agenti incriminati, necessario non tanto per raggiungerli fisicamente, ma per recapitare gli atti del processo.

A detta della procura stessa, questo risultato è stato possibile grazie alla tenacia della famiglia Regeni, che non si è piegata di fronte alle beffe e ai tentativi di insabbiamento della dittatura di al-Sisi. Al contrario, il ruolo del governo sembra essere quanto mai defilato. Ieri Luigi Di Maio — che, ricordiamo, è anche ministro degli Esteri — ha rilasciato uno scarno comunicato in cui definisce “inquietante” quanto ricostruito dalla procura italiana sulla fine di Regeni, chiedendo “al Cairo un chiaro cambio di passo. Basta tentennamenti. Basta attese,” esprimendo poi la propria “profonda vicinanza alla famiglia Regeni e a chi si batte per restituire verità e giustizia ai genitori di Giulio.” Lui non sembra includersi tra questi ultimi, evidentemente.

I genitori di Regeni hanno chiesto invece un nuovo ritiro dell’ambasciatore italiano dall’Egitto, una mossa molto grave nel linguaggio della diplomazia internazionale: “Quando è stato deciso dal governo Gentiloni di rinviare al Cairo l’ambasciatore Cantini, uno degli scopi principali era la ricerca di verità e giustizia per nostro figlio. Purtroppo questo punto è stato messo in secondo piano, dando priorità alla normalizzazione dei rapporti tra Italia ed Egitto e a sviluppare i reciproci interessi in campo economico, finanziario, militare e nel turismo, evitando di affrontare qualsiasi scontro.”

È ormai chiaro, infatti, che il regime egiziano sta provando a blandire le autorità italiane con il denaro. Come? Commissionando alle aziende nostrane commesse di armamenti sempre più ricche. Lo scorso giugno era emerso come le licenze per l’esportazione di materiale militare dall’Italia al regime di al Sisi siano passate dai 7,1 milioni di euro del 2016 a 7,4 nel 2017 fino a raggiungere 69 milioni di euro nel 2018 — per poi arrivare alla gigantesca commessa da 10 miliardi di euro resa nota durante l’estate. Due fregate, missili, aerei da combattimento — tutti venduti a uno dei regimi che, secondo i report di Amnesty e Humans Rights Watch, è coinvolto nelle più sistematiche violazi
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