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132: La catastrofe di Kabul


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L’attentato dell’ISIS-K ha rivelato con drammaticità la disorganizzazione dell’evacuazione gestita dalle forze alleate. Nonostante le dichiarazioni dei talebani dei giorni scorsi, per l’Afghanistan si sta per aprire tutt’altro che un periodo di tranquillità
Ieri, dopo giorni di allerta, c’è stato un attacco esplosivo all’aeroporto di Kabul, dove da giorni decine di migliaia di persone si accalcano per cercare di lasciare l’Afghanistan nei ponti aerei organizzati dalle forze alleate agli Stati Uniti. Ieri era, di fatto, l’ultimo giorno di evacuazione, perché gli gli ultimi giorni servivano agli Stati Uniti per smantellare la propria presenza militare e lasciare l’aeroporto entro la scadenza del 31 agosto. Mentre scriviamo si parla di almeno 72 civili uccisi nelle esplosioni. Inoltre, hanno perso la vita 28 guardie talebane e 13 soldati statunitensi. Sono numeri che sono destinati a crescere ancora nelle prossime ore: per un quadro aggiornato potete fare riferimento al liveblog di Al Jazeera.

Dopo ore di silenzio, l’attacco all’aeroporto è stato rivendicato: Amaq, l’organo di propaganda dello Stato islamico, ha scritto — secondo una traduzione fornita ai media internazionali dall’agenzia di monitoring SITE — che un uomo è riuscito ad avvicinarsi fino a 5 metri dai militari statunitensi prima di attivare la propria cintura esplosiva. Amaq, tuttavia, parla di un singolo attentatore suicida e di una singola esplosione, mentre le esplosioni a Kabul sono state almeno 6. Dopo la prima esplosione all’aeroporto, all’Abbey Gate, e quella nell’hotel limitrofo, dove soggiornavano i lavoratori internazionali, ci sono state diverse altre le esplosioni segnalate nella città nelle ore successive.

I talebani hanno condannato l’attacco, anche se hanno specificato che l’esplosione all’aeroporto è avvenuta in una zona dove la sicurezza era gestita dagli Stati Uniti. La reazione internazionale è stata immediata: Turchia, Qatar, ed Egitto hanno emesso dichiarazioni di condoglianze alle vittime. L’Arabia Saudita ha scritto che l’attacco è “incompatibile con qualsiasi principio religioso.” Emmanuel Macron ha dichiarato di essere in contatto con i talebani per cercare di estendere il periodo di evacuazione; Merkel ha descritto l’attacco come “atroce”; Draghi ha detto che si è trattato di un “attacco vile contro chi cerca la libertà.”

Le dichiarazioni più dure sono arrivate però dalla Casa bianca: era dall’agosto 2011 — quando fu abbattuto un elicottero Chinook, sempre in Afghanistan, uccidendo 38 persone — che i militari statunitensi non perdevano così tanti soldati in un giorno solo. Joe Biden ha dichiarato che gli Stati Uniti “daranno la caccia” ai responsabili. L’attacco — e la morte di così tanti cittadini statunitensi — ​​mette ulteriormente in difficoltà l’amministrazione Biden, che ha gestito il ritiro delle truppe e le evacuazioni in modo disastroso. Le difficoltà del presidente sono state particolarmente evidenti durante la giornata di ieri, quando per ore Biden e il suo staff si sono chiusi nella Situation Room senza essere raggiungibili dai giornalisti e senza parlare al pubblico.

L’attacco sembra essere stato opera di uno specifico ramo di Daesh, l’ISIS-K — la K sta per la “provincia di Khorasan.” La regione storica del Grande Khorasan comprendeva territori che oggi sono divisi tra Iran, Afghanistan, Tajikistan, Turkmenistan, e Uzbekistan. Le differenze tra talebani e ISIS-K sono profonde e ideologiche. Lo scontro tra le due forze è pressoché inevitabile, perché negli ultimi anni sia l’ormai defunto governo afgano che i talebani hanno riconquistato tutti i territori controllati dal gruppo, che ormai porta a segno solo attacchi terroristici — come quello dello scorso maggio contro una scuola di Kabul, in cui sono morte 90 persone, tra cui tantissime studentesse. Negli ultimi giorni, nella newsletter di Al–Naba, un giornale settimanale pubblicato dall’ISIS, si leggeva che i talebani avevano conquistato l’Afghanistan così in fret
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