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185: Il giorno dopo


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In tarda mattinata si sono susseguite le conferenze stampa di Salvini, Calenda, e Enrico Letta — i tre leader politici che, in misure diverse, si sono dovuti confrontare con una sconfitta. Matteo Salvini ha fatto un discorso soprattutto rivolto verso l’interno del partito, minimizzando l’impatto della perdita dei voti e rivendicando la presenza in tutto il paese, un messaggio rivolto senza dubbio alla parte del partito che crede di poter ricostruire il consenso ripartendo dal discorso delle autonomie. Salvini ha promesso che ci sarà un “confronto di provincia in provincia,” ufficialmente per avvicinare il governo al territorio — ma è esplicito che si tratti di un tentativo di tenere sotto controllo il partito. Secondo il segretario della Lega, il partito ha scontato il supporto al governo Draghi, che gli elettori hanno bocciato, premiando FdI — sempre all’opposizione — e M5S. Sul ruolo del governo Draghi è intervenuto anche Carlo Calenda, che si è chiesto come mai gli elettori si siano espressi così nettamente per la destra quando il consenso per il governo di Mario Draghi rimaneva così alto. Calenda ha lamentato il poco successo del proprio schieramento, promettendo di “aprire subito un cantiere” per una opposizione alternativa a quella di Pd e M5S.

Enrico Letta ha parlato per ultimo, ed è l’unico dei leader sconfitti a fare i conti con la sconfitta del proprio partito, seppure con i propri tempi: il segretario del Pd si è rifiutato di assumersi le responsabilità per aver fatto crollare il campo largo — che di fronte ai numeri di oggi aveva una possibilità di giocarsela ad armi pari con la destra — ma ha annunciato che non si candiderà al congresso del Partito democratico, che dovrebbe tenersi prima di marzo. Letta non si dimette però, e quindi avrà naturalmente un ruolo preponderante in questa fase di ricostruzione del Partito.

Confermando i sondaggi, la coalizione di destra ha vinto nettamente le elezioni, con una percentuale che supera il 44% sia alla Camera sia al Senato — percentuale che garantirà la maggioranza assoluta in entrambe le camere, ma non quella dei due terzi indispensabile per cambiare la Costituzione senza passare da un referendum. Fratelli d’Italia è il primo partito, con oltre il 26% dei voti, mettendo Giorgia Meloni sulla strada per diventare la prima donna presidente del Consiglio e — come hanno titolato diversi media internazionali — la premier più a destra della storia dell’Italia repubblicana, a cent’anni esatti dalla marcia su Roma.

Non è un risultato così difficile da interpretare: il voto ha premiato chiaramente l’unico grosso partito che è rimasto fuori dal governo Draghi e dalla logica delle larghe intese, permettendogli di sestuplicare i consensi ricevuti appena quattro anni fa. Duramente penalizzati, invece, gli altri due membri della coalizione (lasciamo stare i centristi di Lupi, Toti e Brugnaro, fermi sotto l’1%): Forza Italia e Lega, dal 14% e 17,4% ottenuti rispettivamente nel 2018, crollano attorno all’8%. Per il partito di Salvini, superato da FdI anche nelle regioni del Nord, è una sconfitta storica, che potrebbe mettere il segretario di fronte alla tanto pronosticata “resa dei conti” sulla leadership. La debolezza dei due alleati, passata l’euforia della vittoria, potrebbe essere un problema anche per Meloni: ieri Berlusconi è stato sentito mentre confessava a un gruppo di sostenitori di avere “un po’ paura” di lei.

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