Associazione Kalyanamitta: Meditazione, Mindfulness, Buddhismo

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By Associazione KalyanamittaReligion & Spirituality
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Associazione Kalyanamitta: Meditazione, Mindfulness, Buddhismo episodes

  • Ep. 72 Meditazione guidata su agire e purificare la mente
    Purificare la mente è quello che vogliamo da una pratica di meditazione. Non ci stupiamo quindi se la descrizione poetica e breve degli insegnamenti del Buddha che viene data da questi versi del Dhammapada recita così:
    183Smetti di fare il malecoltiva il benepurifica il cuore.E’ questa la Viadel Risvegliato.Dhammapada, tr. Ajahn Munindo
    Il Buddha ci ha insegnato a non avvicinarci ai suoi insegnamenti dandoli per automaticamente validi, ma di sperimentarli su di noi per vedere se sono validi per noi. Questo approccio che rimanda all’esperienza diretta ci consente non solo di praticare secondo i suoi insegnamenti, ma di farli intimamente nostri. Possiamo così praticare questa meditazione sui diversi modi di agire e purificare la mente, toccando nel nostro corpo, nella nostra mente e nel nostro cuore cosa esattamente vuol dire smettere di fare il male, coltivare il bene e coltivare il cuore. Nella lingua del Buddha, il Pali, mente e cuore si dicono con la stessa parola, citta, per cui purificare il cuore vuol dire anche purificare la mente.
    Trasformare l’insegnamento in una pratica per purificare la mente
    Come possiamo trasformare un insegnamento in una pratica di meditazione? Per trasformare un insegnamento (pariyatti) in una pratica personale (patipatti), e una pratica in una intuizione profonda (pativedha), dobbiamo incarnare quell’insegnamento. E di cosa siamo fatti? Abbiamo un corpo, un’antenna che ci permette di recepire il mondo esterno con i sensi, ma anche di osservare i cambiamenti che questa percezione del mondo porta automaticamente in noi. Abbiamo una mente, il sesto senso, che oltre che osservare diventa spesso un motore di pensieri fuori controllo. Abbiamo un cuore, che ci permette di entrare direttamente in contatto con noi, gli altri, il mondo. E’ osservando questi tre pilastri che possiamo sentire in noi la pratica, e nel momento in cui la sentiamo non sarà più “soltanto” l’insegnamento del Buddha, ma anche il “nostro” insegnamento.
    Come tutte le meditazioni guidate, consiglio di ripeterla diverse volte fino a poterla guidare senza più l’audio.
    Meditazione guidata registrata nel gruppo di meditazione il 27 novembre 2020.
    Photo by Mitchell Griest on Unsplash
    30 min
  • Ep. 73 Il cuore dell'insegnamento del Buddha
    Il cuore dell'insegnamento del Buddha in queste riflessioni di Dharma per comprenderne appieno il significato.
    Il cuore dell’insegnamento del Buddha, così completo ed anche così complesso, come possiamo descriverlo in breve? Lo fa lui stesso in questi versi giustamente molto famosi del Dhammapada:
    183
    Smetti di fare il male
    coltiva il bene
    purifica il cuore.
    E’ questa la Via
    del Risvegliato.
    Dhammapada
    Riflessioni di Dharma registrate nel gruppo di meditazione il 27 novembre 2020.
    32 min
  • Ep. 70 Riflessioni di Dharma sui Tre Rifugi
    Nella pratica degli insegnamenti del Buddha, un ruolo speciale è dedicato ai Tre Rifugi – o Tre Gioielli – la possibilità cioè di prendere rifugio nel Buddha, nel Dharma e nel Sangha, che sono la possibilità di trovare forza e stabilità nel Buddha storico, Siddhārtha Gautama, nel suo insegnamento e nella comunità dei praticanti.
    Prendere rifugio nel Buddha vuol dire dimorare nel risveglio, nella calma, nella saggezza, nel momento presente. Possiamo trovare un’espressione di queste caratteristiche in ogni immagine del Buddha e, cosa ancora più importante, possiamo trovarle in noi.
    Prendere rifugio nel Dharma, nell’insegnamento del Buddha, vuol dire vedere la realtà proprio così come è. Rappresentato come una ruota, dhammacakka, con otto raggi ognuno per ogni elemento dell’Ottuplice Sentiero, seguendo il Dharma (o Dhamma, in lingua Pali), possiamo conoscere la verità, riconoscere le condizioni e i condizionamenti, osservare il vuoto – l’essere vuoti di realtà permanente ed essere pieni di interrelazioni, interdipendenze – che è alla base di ogni cosa che sia nata.
    Prendere rifugio nel Sangha, nella comunità dei praticanti dell’insegnamento del Buddha, vuol dire essere sul Sentiero che porta all’estinzione di tutti gli attaccamenti, fino al raggiungimento del Nirvana; vuol dire essere parte di una comunità vivente che ininterrottamente ha praticato gli insegnamenti del Beato a beneficio proprio e di tutti gli esseri. Avere un amico spirituale, un kalyanamittā, è un incentivo fortissimo alla pratica, è rafforzarsi nell’impegno.
    I Tre Rifugi possono essere presi tradizionalmente da un monaco o una monaca, ma anche da un amico spirituale o da sé stessi. L’importante è sentire nel proprio cuore che il Buddha è il nostro Maestro e che intendiamo porlo alla base della nostra vita spirituale e quotidiana.
    L’insegnamento sui Tre Rifugi di Ajahn Jayasāro
    Una magnifica descrizione di cosa vuol dire prendere rifugio ci è stata descritta pochi giorni fa da Ajahn Jayasāro, monaco Theravada della Foresta, di cui vi riporto la traduzione:
    Nella vita quotidiana, prendiamo il Buddha come nostro rifugio quando individuiamo l’interiore senso di consapevolezza calma e stabile e impariamo come dimorare in esso. La parola “Buddha” significa “risvegliato”. Quando noi ci asteniamo dal perderci negli infiniti drammi dei pensieri, dei sentimenti e delle emozioni, e ci rivolgiamo verso lo stato di risveglio vivido come il cielo entro cui tutte le attività hanno luogo, prendiamo il Buddha come nostro rifugio. Quando non consideriamo  obiettivi nella vita i piaceri dei sensi, la fama, lo status o al potere; quando non guardiamo alla fede, alla preghiera o alle cerimonie come un percorso al di là della sofferenza; quando sappiamo come usare gli insegnamenti del Buddha come strumenti capaci di rivelare la vera natura delle cose, allora prendiamo il Dhamma come nostro rifugio. Quando ci sforziamo costantemente di abbandonare nel nostro cuore tutto ciò che non è salutare, quando ci sforziamo costantemente di a tutto ciò che è salutare, quando ci dedichiamo alla purificazione del cuore allora, cercando di incarnare le qualità degli Esseri Nobili, prendiamo il
    31 min
  • Ep. 69 Meditazione sulla gratitudine
    Questa meditazione sulla gratitudine vuole risvegliare la luce che abbiamo in noi, riconoscendo quanto la nostra vita sia stata aiutata da molte persone, ma anche animali o altri esseri, con cui siamo entrati in contatto.
    Spesso pensiamo di essere soli, dimenticandoci di tutte le cose salutari che abbiamo ricevuto, che stiamo ancora ricevendo; chiediamoci se potremmo vivere da soli, se non stiamo vivendo grazie a tutti gli insegnamenti, alle cure, a chi produce il cibo, a chi ci aiuta a sostentarci. Troviamo il tempo di essere grati a tutti questi esseri. Possiamo seguire l’insegnamento del Buddha in questi versi del Dhammapada e fare luce in noi stessi e nel mondo:
    172C’è chi si risvegliadall’inconsapevolezzae fa luce nel mondocome la lunaquando sbuca dalle nuvole.Dhammapada, traduzione di Ajahn Munindo
    Nutrici di luce
    Quando ci sentiamo soli o abbandonati? Quando non siamo in contatto con il momento presente, ma stiamo sperando che si realizzi qualcosa in futuro, o ne siamo preoccupati, o ci stiamo dispiacendo che qualcosa del passato sia avvenuta o non ci sia più. Tutte queste sono fughe dal reale, sono come sogni che ci allontanano dal nostro cuore.
    Anziché riempirci di rabbia, di preoccupazione, di frenesia, possiamo deliberatamente scegliere di riempirci di luce, di guardarci dentro in profondità e vedere che questa pratica che stiamo facendo non è solo la nostra, che l’autonomia che abbiamo è stata raggiunta grazie a chi ci ha insegnato a leggere, guidare, vivere la vita…
    Come ogni meditazione, diamoci del tempo per approfondire questa meditazione sulla gratitudine, per farla diventare davvero nostra. Una meditazione guidata diventa ancora più efficace se a guidarla siamo noi stessi, avendola del tutto interiorizzata, in modo che non dobbiamo ascoltare null’altro che il nostro cuore.
    Meditazione guidata registrata nel gruppo di meditazione il 20 novembre 2020.
    Photo by eniko kis on Unsplash
    33 min
  • Ep. 69 Meditazione della luce della gratitudine
    Questa meditazione sulla gratitudine vuole risvegliare la luce che abbiamo in noi, riconoscendo quanto la nostra vita sia stata aiutata da molte persone, ma anche animali o altri esseri, con cui siamo entrati in contatto.
    Spesso pensiamo di essere soli, dimenticandoci di tutte le cose salutari che abbiamo ricevuto, che stiamo ancora ricevendo; chiediamoci se potremmo vivere da soli, se non stiamo vivendo grazie a tutti gli insegnamenti, alle cure, a chi produce il cibo, a chi ci aiuta a sostentarci. Troviamo il tempo di essere grati a tutti questi esseri. Possiamo seguire l’insegnamento del Buddha in questi versi del Dhammapada e fare luce in noi stessi e nel mondo:
    172
    C’è chi si risveglia
    dall’inconsapevolezza
    e fa luce nel mondo
    come la luna
    quando sbuca dalle nuvole.
    Dhammapada, traduzione di Ajahn Munindo
    Nutrici di luce
    Quando ci sentiamo soli o abbandonati? Quando non siamo in contatto con il momento presente, ma stiamo sperando che si realizzi qualcosa in futuro, o ne siamo preoccupati, o ci stiamo dispiacendo che qualcosa del passato sia avvenuta o non ci sia più. Tutte queste sono fughe dal reale, sono come sogni che ci allontanano dal nostro cuore.
    Anziché riempirci di rabbia, di preoccupazione, di frenesia, possiamo deliberatamente scegliere di riempirci di luce, di guardarci dentro in profondità e vedere che questa pratica che stiamo facendo non è solo la nostra, che l’autonomia che abbiamo è stata raggiunta grazie a chi ci ha insegnato a leggere, guidare, vivere la vita…
    Come ogni meditazione, diamoci del tempo per approfondire questa meditazione sulla gratitudine, per farla diventare davvero nostra. Una meditazione guidata diventa ancora più efficace se a guidarla siamo noi stessi, avendola del tutto interiorizzata, in modo che non dobbiamo ascoltare null’altro che il nostro cuore.
    Meditazione guidata registrata nel gruppo di meditazione il 20 novembre 2020.
    33 min
  • Ep. 68 Le Quattro Nobili Verità
    Il Buddha ha più volte affermato che per tutta la sua vita aveva insegnato soltanto il dolore e il superamento del dolore: è proprio questa l’essenza del suo insegnamento, il Dharma, ed è stato il primo insegnamento che ha dato dopo l’illuminazione, nel Sermone della Messa in Moto della Ruota del Dharma, il Dhammacakkappavattana Sutta, SN 56.11, dove espone le Quattro Nobili Verità.
    Quali sono queste Nobili Verità che il Buddha ci ha insegnato?
    La prima è la Verità del dolore, dell’insoddisfazione. Il Buddha ci invita a esplorare come la nascita sia in sé fonte del dolore, dell’insoddisfazione: “La nascita è dolore, la vecchiaia è dolore, la malattia è dolore, la morte è dolore, l’unione con ciò che odiamo è dolore, la separazione da ciò che amiamo è dolore, non ottenere ciò che desideriamo è dolore, in breve i cinque aggregati dell’attaccamento sono dolore.“. Riconoscere questo aspetto è vitale per entrare nel Sentiero del Dharma.
    La seconda Nobile Verità è quella della ragione per cui vi è questo dolore: “E’ la sete che porta alla rinascita, vincolata all’avidità e alla brama, e ovunque porta all’attaccamento, vale a dire la sete dei piaceri dei sensi, la sete di esistenza e del divenire, e la sete di non-esistenza.“. Il dolore è causato da attaccamento, avversione ed ignoranza.
    La terza Nobile Verità è un inno alla gioia, la possibilità di superare questo dolore: “Questa, monaci, è la nobile verità della cessazione del dolore. È la completa cessazione della sete, l’abbandono, la rinuncia, la liberazione, il distacco.“. Ma come ottenere questo distacco, questa cessazione? Questo viene detto nella prossima Verità.
    La Quarta Nobile verità è la cura che il Beato ci offre per superare il dolore. E’ chiamata Ottuplice Sentiero, perché è articolata in otto elementi, rappresentati come gli otto raggi della ruota del Dharma, ogni raggio che sostiene l’altro:
    Retta visione: la comprensione delle Quattro Nobili Verità, il riconoscimento dei tre segni dell’esistenza: il dolore (dukkha), l’inesistenza di un sé permanente (anatta), l’impermanenza (anicca). Retta intenzione: è l’intenzione di entrare nel Sentiero del Dharma, di voler raggiungere l’illuminazione. Retta parola: è un elemento importante dell’etica buddhista, che si esprime nel non mentire, non usare la parola in modo aggressivo, non parlare inutilmente, non fare pettegolezzi.Retta azione: insieme alla retta parola, sono gli elementi dei Cinque Precetti, ovvero non uccidere, non prendere ciò che non ci viene dato liberamente, non avere una condotta sessuale inappropriata, non assumere sostanze intossicanti che riducono la consapevolezza. Retta sussistenza: mantenersi con un lavoro che non aumenti il dolore in noi e negli altri. Retto sforzo: indica che la pratica non deve essere condotta allo stremo, diventando rigida e non efficace, e nemmeno lasca, ma trovando il punto di mezzo adatto per noi. Retta presenza mentale: è la consapevolezza (sati), una componente alla base di tutta la pratica. Retta concentrazione: è l’un
    47 min
  • Ep. 67 Meditazione: i componenti dell'esperienza
    Il Buddha ci ha insegnato che vi sono cinque componenti dell’esperienza, cinque aggregati (khandha in lingua Pali), che sono i fattori materiali e mentali che prendono parte all’ascesa del desiderio e dell’attaccamento, modellando così l’esperienza. Credere nel fatto che siano permanenti conduce all’attaccamento, per cui vengono anche chiamati in Pali pañcupādānakkhandhā.
    I cinque aggregati sono:
    Rupa: il corpo, la formaVedana: le sensazioni di piacevole, spiacevole o neutro; è il tono volitivo che colora la nostra esperienzaSañña: le percezioni, quando attribuiamo un nome e un riconoscimento a ciò che è stato percepitoSankhāra: le formazioni mentali quali possono essere i pensieri, le memorie, le emozioni, l’immaginazione, le intenzioniViññana: la coscienza sensoriale, sapere di aver percepito; la cognizione di questo atto
    Sono una parte fondamentale dell’insegnamento del Buddha, perché è tramite il loro riconoscimento che possiamo iniziare a smontare la falsa credenza in un sé permanente e toccare la libertà che viene dal non essere più limitati a questo potente attaccamento.
    Con questa meditazione, esaminiamo come questi componenti dell’esperienza risuonano in noi, esaminando tramite una meditazione vipassana, di osservazione profonda, la nostra relazioni con essi. I cinque aggregati possono essere usati per risvegliarci, come ci insegna Ajahn Sucitto:
    Il Buddha si è risvegliato all’interno dei cinque khandha; per esempio, all’interno della percezione, notando in che modo cambia e si muove. Notare i pensieri e le pulsioni è un segno di risveglio: osserviamo l’energia sorgere, sia essa lenta o agitata, o dove si sta muovendo. Quando non ci aggrappiamo agli aggregati, essi diventano una base per la realizzazione della natura momentanea e danzante dell’esperienza. Quando ci accorgiamo che la mente si è bloccata, possiamo sempre rivolgerci ai cinque khandha e alle sei sfere dei sensi o della coscienza. L’occhio, la coscienza visiva e l’oggetto della vista; l’orecchio, la coscienza uditiva e l’oggetto dell’udito – questi sono tutti disponibili.Ajahn Sucitto, Puja, dal sito del Monastero Santacittarama
    Meditazione guidata registrata nel gruppo di meditazione il 13 novembre 2020.
    Photo by Hanna Postova on Unsplash
    37 min
  • Ep. 68 Le Quattro Nobili Verità
    Il Buddha ha più volte affermato che per tutta la sua vita aveva insegnato soltanto il dolore e il superamento del dolore: è proprio questa l’essenza del suo insegnamento, il Dharma, ed è stato il primo insegnamento che ha dato dopo l’illuminazione, nel Sermone della Messa in Moto della Ruota del Dharma, il Dhammacakkappavattana Sutta, SN 56.11, dove espone le Quattro Nobili Verità.
    Quali sono queste Nobili Verità che il Buddha ci ha insegnato?
    La prima è la Verità del dolore, dell’insoddisfazione. Il Buddha ci invita a esplorare come la nascita sia in sé fonte del dolore, dell’insoddisfazione: “La nascita è dolore, la vecchiaia è dolore, la malattia è dolore, la morte è dolore, l’unione con ciò che odiamo è dolore, la separazione da ciò che amiamo è dolore, non ottenere ciò che desideriamo è dolore, in breve i cinque aggregati dell’attaccamento sono dolore.“. Riconoscere questo aspetto è vitale per entrare nel Sentiero del Dharma.
    La seconda Nobile Verità è quella della ragione per cui vi è questo dolore: “E’ la sete che porta alla rinascita, vincolata all’avidità e alla brama, e ovunque porta all’attaccamento, vale a dire la sete dei piaceri dei sensi, la sete di esistenza e del divenire, e la sete di non-esistenza.“. Il dolore è causato da attaccamento, avversione ed ignoranza.
    La terza Nobile Verità è un inno alla gioia, la possibilità di superare questo dolore: “Questa, monaci, è la nobile verità della cessazione del dolore. È la completa cessazione della sete, l’abbandono, la rinuncia, la liberazione, il distacco.“. Ma come ottenere questo distacco, questa cessazione? Questo viene detto nella prossima Verità.
    La Quarta Nobile verità è la cura che il Beato ci offre per superare il dolore. E’ chiamata Ottuplice Sentiero, perché è articolata in otto elementi, rappresentati come gli otto raggi della ruota del Dharma, ogni raggio che sostiene l’altro:
    Retta visione: la comprensione delle Quattro Nobili Verità, il riconoscimento dei tre segni dell’esistenza: il dolore (dukkha), l’inesistenza di un sé permanente (anatta), l’impermanenza (anicca).
    Retta intenzione: è l’intenzione di entrare nel Sentiero del Dharma, di voler raggiungere l’illuminazione.
    Retta parola: è un elemento importante dell’etica buddhista, che si esprime nel non mentire, non usare la parola in modo aggressivo, non parlare inutilmente, non fare pettegolezzi.
    Retta azione: insieme alla retta parola, sono gli elementi dei Cinque Precetti, ovvero non uccidere, non prendere ciò che non ci viene dato liberamente, non avere una condotta sessuale inappropriata, non assumere sostanze intossicanti che riducono la consapevolezza.
    Retta sussistenza: mantenersi con un lavoro che non aumenti il dolore in noi e negli altri.
    Retto sforzo: indica che la pratica non deve essere condotta allo stremo, diventando rigida e non efficace, e nemmeno lasca, ma trovando il punto di mezzo adatto per noi.
    Retta presenza mentale: è la consapevolezza (sati), una componente alla base di tutta la pratica.
    Retta concentrazione: è l’unificazione del corpo e della mente (samādhi) che si ottiene con la calma concentrata. E’ tramite il samādhi che permettiamo alla nostra mente di essere flessibile e di poter avere le intuizioni profonde tipiche della meditazione vipassana.
    Le Quattro Nobili Verità possono diventare la base della nostra vita, una vita sempre più libera e serena.
    Un magnifico libro introduttivo a questo tema è proprio “Le Quattro Nobili Verità” di Ajahn Sumedho, disponibile sul sito del Monastero Santacittarama.
    Riflessioni di Dharma registrate nel gruppo di meditazione di >Terrapura il 13 novembre 2020.
    47 min

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Nel podcast dell'Associazione Kalyanamitta (una volta "Terrapura"), proponiamo meditazioni guidate nella tradizione buddhista e in quella laica della mindfulness e riflessioni e insegnamenti del Dharma Buddhista, adatti a principianti ed esperti.

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