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L’avventura della nostra arca radiofonica nel mare magnum della musica d’ogni luogo e d’ogni tempo ci riserva ogni settimana una quantità imprevedibile di sorprese, e non di rado ci porta “fuori tempo massimo” al punto da costringerci a tagliare una o più rubriche, per rispettare i tempi di emissione. Si tratta quindi di materiale sovrabbondante, certo, ma non per questo meno prezioso di quello che poi va effettivamente in onda. Ecco perché ci sembra doveroso recuperarlo, di tanto in tanto, riunendolo in puntate particolarissime perché svincolate dall’abituale scansione di rubriche e chiacchierate con gli ospiti. Itinerari ancor più sorprendenti, se possibile, che accumulano in modo sfrenato i balzi temporali e di genere che caratterizzano da sempre le scalette di Babilonia. Non solo, ma gli ospiti e quindi le voci si moltiplicano, e in questo caso sono quelle del violinista Davide Castiglia, del suonatore di guembri Reda Zine e del batterista Marco Frattini.
Il nostro ospite di oggi è un batterista e percussionista italiano riconosciuto per la sua straordinaria versatilità e per la capacità di muoversi con disinvoltura tra generi musicali diversi, dal rock al folk, dal jazz alla musica d’autore. Nel corso della sua carriera, Diego Sapignoli ha saputo costruirsi una solida reputazione come musicista eclettico, apprezzato sia in ambito live che in studio di registrazione, grazie ad un approccio creativo e a un’attenzione particolare al dettaglio sonoro. Uno dei capitoli più importanti della sua carriera è stato il lungo sodalizio con i Sacri Cuori, una band che fonde elementi di rock, folk e influenze mediterranee in cui Diego ha militato per circa sei anni, contribuendo a definire un sound unico e riconoscibile. Nel corso degli anni ha lavorato anche con numerosi artisti di spicco, tra cui Vinicio Capossela, Nada, Dan Stuart dei Green on Red, Evan Lurie e altri. Accanto al lavoro con grandi nomi, Sapignoli è attivo anche in progetti meno convenzionali e più sperimentali. Nel 2025 ha preso parte al progetto “I DelaVega”, un duo con Antonio Gramentieri caratterizzato da una formula musicale aperta e dinamica, con ospiti che ruotano settimanalmente per creare un mix originale di generi e repertori. Questo progetto esprime bene l’attitudine di Diego verso la musica come momento di scambio e condivisione, oltre che come espressione artistica.
Oggi abbiamo il piacere e la fortuna di ospitare una cantante e musicista napoletana dalla sensibilità artistica rara, capace di unire radici profonde, curiosità internazionale e una voce che sembra nascere direttamente dalle emozioni che interpreta. Cresciuta in una famiglia immersa nella musica, Ilaria Graziano si forma inizialmente come violinista, costruendo così una base tecnica che continuerà a influenzare il suo modo di cantare e di concepire la musica. Accanto allo studio del violino nasce presto anche la passione per il canto, che lei coltiva quasi in segreto fino all’adolescenza, quando diventa finalmente il suo principale mezzo espressivo. A questo percorso musicale affianca anche la pittura, nella quale si diploma: un altro linguaggio artistico che arricchirà il suo immaginario e il suo approccio poetico. Dopo gli anni di formazione a Napoli, Ilaria si trasferisce a Londra. È lì che la sua carriera prende una svolta internazionale grazie all’incontro con la compositrice giapponese Yoko Kanno, con cui stringe una collaborazione che la porta a partecipare a diverse colonne sonore di anime tra le più apprezzate dagli appassionati, come Ghost in the Shell: Stand Alone Complex e altri lavori della stessa Kanno. Rientrata in Italia, Ilaria dà vita a un sodalizio artistico estremamente fertile con il cantautore Francesco Forni. Insieme pubblicano tre album, e il loro duo diventa un riferimento nel panorama folk-blues contemporaneo.
Dopo un periodo di pausa e riflessione, nel 2025 Ilaria torna con “Rive”, il suo primo album da solista: un lavoro profondamente personale, nato dal desiderio di ritrovare un rapporto autentico con la musica. Registrato in ambienti naturali, tra colline e boschi, Rive porta con sé la ricerca di un suono sincero e privo di filtri.
Il nostro ospite di oggi è un chitarrista e polistrumentista nato a Roma, classe 1972, la cui arte fonde con naturalezza elettronica, improvvisazione e un profondo amore per il cinema. La carriera di Adriano Lanzi è un viaggio senza confini: da giovanissimo studia chitarra classica, ma la sua curiosità lo spinge presto verso l’elettrica, il sintetizzatore e le esplorazioni sonore non convenzionali. Non ha seguito un percorso accademico tradizionale, preferendo un approccio creativo e “disordinato” che gli permettesse di contaminare generi e linguaggi. Uno degli aspetti più affascinanti del suo percorso è il rapporto con il cinema muto. Lanzi ha sonorizzato dal vivo diversi classici del grande schermo, creando una vera e propria “terza opera” in cui le immagini acquistano nuova vita attraverso la musica. Tra i titoli che ha musicato spicca Der Golem – Come venne al mondo, il capolavoro espressionista tedesco del 1920 diretto da Paul Wegener e Carl Boese. Parallelamente al suo lavoro da “colonnista cinematografico”, Lanzi ha costruito una carriera solista altrettanto intensa. Il suo album “The Calling” è un capolavoro minimalista per chitarra: usando slide, E-Bow, accordature alternative e loop delicati, crea un’atmosfera sospesa che flirta con lo shoegaze, il post-rock e la psichedelia. Le sue influenze vanno da Robert Fripp e Bill Frisell fino al minimalismo modulare di Steve Reich e Terry Riley, ma Lanzi le rielabora con la sua sensibilità personale.
Il nostro ospite di oggi è un cantautore e polistrumentista italiano, originario della provincia di Latina, la cui carriera si distingue per una sensibilità poetica e una scrittura profondamente evocativa. Prima di intraprendere il percorso solista, Emanuele Colandrea ha maturato esperienza musicale nelle band Cappello a Cilindro e Eva Mon Amour, dove ricopriva il ruolo di autore, cantante e chitarrista. Il suo debutto come solista avviene nel marzo del 2015 con l’album “Ritrattati”, una raccolta di pezzi precedenti rielaborati arricchita da tre brani inediti. Poco dopo, a dicembre dello stesso anno, pubblica l’EP Canzoni dalla fine dell’anno, che anticipa il suo primo progetto originale: Un giorno di vento, uscito nel marzo 2016 e concepito come un vero e proprio “racconto” dove le canzoni diventano le voci dei personaggi della storia. Un momento cruciale della sua carriera arriva nel 2016, quando Colandrea si aggiudica una delle vittorie nella XXVII edizione di Musicultura con la canzone Erika. Questo riconoscimento ha contribuito a dare visibilità al suo lavoro come autore emergente nella scena cantautorale italiana. Il suo terzo album di inediti, Belli dritti sulla schiena (2022), è prodotto da Pier Cortese e vede la partecipazione di musicisti come Roberto Angelini. Oggi ci concentreremo in particolare sul suo quarto album, “Uno”, uscito il 1° aprile 2025, che rappresenta una sorta di ritorno all’essenziale: Colandrea ha scritto, suonato, registrato e mixato tutto da solo, lavorando su ogni brano in un solo giorno (“buona la prima”) e registrando le parti in presa diretta, senza fronzoli o perfezionismi. Nei testi emergono temi profondi e sociali: la distanza che non è assenza, la genitorialità, il consumismo, ma anche la sofferenza e l’innocenza dei bambini di Gaza.
L’avventura della nostra arca radiofonica nel mare magnum della musica d’ogni luogo e d’ogni tempo ci riserva ogni settimana una quantità imprevedibile di sorprese, e non di rado ci porta “fuori tempo massimo” al punto da costringerci a tagliare una o più rubriche, per rispettare i tempi di emissione. Si tratta quindi di materiale sovrabbondante, certo, ma non per questo meno prezioso di quello che poi va effettivamente in onda. Ecco perché ci sembra doveroso recuperarlo, di tanto in tanto, riunendolo in puntate particolarissime perché svincolate dall’abituale scansione di rubriche e chiacchierate con gli ospiti. Itinerari ancor più sorprendenti, se possibile, che accumulano in modo sfrenato i balzi temporali e di genere che caratterizzano da sempre le scalette di Babilonia. Non solo, ma gli ospiti e quindi le voci si moltiplicano, e in questo caso sono quelle del chitarrista Paolo Tofani e del batterista Zeno De Rossi.
Oggi abbiamo il piacere di ospitare un violoncellista e compositore italiano, nato a Cesena nel 1977. Dopo il diploma al Conservatorio “B. Maderna” della sua città, Francesco Guerri ha intrapreso un percorso artistico che fonde musica improvvisata, elettroacustica e rock. Ha collaborato con numerosi musicisti di rilievo, tra cui Tristan Honsinger, Gianluca Petrella, Carla Bozulich e Ches Smith. È stato membro di formazioni come Nagel, Nestor Makhno, Camera Lirica e Bloody Claws. Il suo progetto solista più noto è “Su Mimmi non si spara!”, un concerto per violoncello solo che esplora un repertorio originale difficile da classificare in un genere specifico. La sua musica è caratterizzata da un rapporto fisico e a tratti aggressivo con lo strumento, che fonde la musica classica contemporanea con nuove forme espressive.
Guerri ha anche collaborato con la compagnia teatrale Socìetas Raffaello Sanzio, collaborando con musicisti come Michele Rabbia, Daniele Roccato e Giuseppe Ielasi. Questa sua ricerca ha portato alla creazione di spettacoli teatrali innovativi e alla pubblicazione di volumi sul teatro infantile e sulla voce.
Il suo album più recente è From your beginning to my [ha]nd, un lavoro che rappresenta un ulteriore passo nella sua ricerca sonora e del quale ci parlerà, tra le molte altre cose.
Nel 2017 la nostra arca radiofonica si trovava a Trieste, e tra i vari ospiti che abbiamo avuto il piacere di accogliere c’era il grande batterista friulano U.T. Gandhi, che purtroppo è scomparso di recente, il 10 agosto scorso all’età di 66 anni, a causa di un malore improvviso che lo ha colto a casa, a Osoppo in provincia di Udine.
Ci piace quindi ricordarlo così, riproponendo quell’incontro per noi così fortunato ed arricchente.
La prima cosa che chiederemo al nostro ospite di oggi, all’anagrafe Umberto Trombetta, sarà di spiegarci l’origine del suo nome d’arte. Batterista friulano, classe 1960, U.T. Gandhi cresce artisticamente da autodidatta e dal 1978 è attivo sulla scena jazz europea. Ha seguito seminari di perfezionamento con Jimmy Cobb e Peter Erskine, tra gli altri, e ha fatto parte per otto anni del quintetto elettrico “Electric Five” di Enrico Rava, con il quale ha pure partecipato ai progetti “Carmen” e “L’Opera Va”. Da anni tiene dei corsi di percussione per i detenuti nelle case circondariali di Udine, Pordenone e Tolmezzo, e da questa importante esperienza sono nati 3 CD realizzati con i detenuti stessi. Come docente cura regolarmente alcuni “laboratori di percussioni” in diverse località del Friuli Venezia Giulia e “clinics” di batteria jazz e percussioni in varie città d’Italia. La lista delle sue collaborazioni è lunga e prestigiosa, da Richard Galliano a Franco D’Andrea, da Louis Sclavis a Tony Scott, come si conviene ad un protagonista di lungo corso del jazz europeo. Gli argomenti non mancheranno neppure oggi, insomma, così come le sorprese del nostro babilonico itinerario sonoro.
Il nostro ospite di oggi è un contrabbassista assai apprezzato nell’ambito del jazz e più in generale della musica improvvisata, in Italia ma anche in Europa. Attivo soprattutto a partire dagli anni ‘90, Roberto Bartoli si distingue per il suo stile raffinato e per una ricerca costante sull’interazione sonora, ovvero su un dinamico interplay che favorisce la libertà espressiva. Il suo contrabbasso non è solo strumento ritmico o armonico, ma spesso diventa una vera e propria voce narrante, capace di passare dal lirismo poetico a soluzioni più astratte e percussive. Sperimentatore attento, Bartoli ama muoversi tra jazz, musica contemporanea, improvvisazione radicale e linguaggi cameristici. Nel corso della sua carriera ha collaborato con molti dei nomi più rilevanti del jazz e della musica di ricerca italiana, come Stefano Battaglia, Tiziano Tononi, Enrico Rava o Giancarlo Schiaffini.
Oltre alla carriera da performer, Bartoli è attivo anche nella didattica e nella formazione, dando vita a laboratori, masterclass e corsi dedicati al contrabbasso, all’improvvisazione e alla musica d’insieme. La sua discografia comprende numerose pubblicazioni con etichette indipendenti legate al jazz contemporaneo e alla musica di ricerca, e oggi tra le altre cose ci parlerà del trio Wander, che si completa con il sax soprano di Maurizio Lesmi e il pianoforte di Lorenzo Tosarelli (piano).
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La nostra ospite di oggi è una cantante romana decisamente talentuosa. Raffaela Siniscalchi comincia a cantare intorno ai 16 anni, esibendosi in gruppi rock-blues e jazz nei più importanti locali della capitale italiana. La passione per il jazz e per un uso anche strumentale della voce la porta a perfezionare la sua tecnica, entrando in contatto con illustri maestri come Mark Murphy, Maria Pia de Vito, Mark Murphy, Norma Winstone e con il trombettista e compositore Kenny Wheeler. Nel ’93 ha fatto parte del progetto discografico “ESO” di Paolo Damiani, come voce solista al fianco di Paolo Fresu, Roberto Gatto, Danilo Rea e Gianluigi Trovesi. Numerosissime e diverse sono poi state le esperienze che hanno illuminato la sua parabola artistica: nel 2003, per fare un solo esempio, viene scelta da Nicola Piovani come interprete per lo spettacolo “Concerto Fotogramma” ed entra a far parte de “La compagnia della Luna”. Molto attiva anche sul fronte didattico, ha insegnato nelle più prestigiose scuole di musica della capitale e oggi ci parlerà, tra le altre cose, dei suoi progetti più recenti.
Prima emissione 19 giugno 2022
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