Borghi Fantastici - MITUR

Borghi Fantastici - MITUR

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Borghi Fantastici - MITUR episodes

  • Riomaggiore (SP) - La leggenda della Via dell’Amore
    Incastonato tra gli Appennini liguri e il mare, Riomaggiore è uno degli incantevoli comuni che compongono le Cinque Terre. Il nucleo del borgo si sviluppa in verticale a pochi metri dagli scogli. Qui svettano le variopinte case-torri. Sono abitazioni con due ingressi, uno nella parte bassa, un altro sul retro, nella zona più alta. Nei tempi passati, in questo modo si garantiva l’accesso alla propria casa anche in occasione di mareggiate, mentre gli ingressi ai piani superiori consentivano di giungere più rapidamente all’imbocco dei sentieri per la montagna. Ad oggi, i sentieri conducono ai terrazzamenti di ulivi e vigneti che tinteggiano di verde la roccia a strapiombo sul mare. Secondo una leggenda, le origini di Riomaggiore risalgono all'VIII secolo, quando un gruppo di profughi greci sfuggì alle persecuzioni dell’imperatore di Bisanzio e approdò su questo lembo di costa ligure.
    Ma un territorio così magico, in cui la vita dell’uomo si inserisce con equilibrio nelle bellezze della natura, regala più di una leggenda. La prima ha un’aria romantica, legata proprio alla cosiddetta Via dell’Amore. Si tratta di un famoso sentiero, scavato nella roccia, che corre vicino alle onde del mare e congiunge Riomaggiore a Manarola. Si racconta che un tempo un principe e una principessa si incontrarono ad una festa e si innamorarono al primo sguardo. I due abitavano in posti lontani, ma decisero lo stesso di incamminarsi, l’uno verso l’altro, per incontrarsi di nuovo. Il cammino però si rivelò più lungo del previsto e. quando il principe e la principessa riuscirono finalmente ad abbracciarsi, si accorsero di essere diventati molto vecchi. Eppure i due continuarono ad amarsi con lo stesso ardore della prima volta, e così fecero fino all’ultimo dei loro respiri.
    La Via dell’Amore è senza dubbio la preferita dalle coppie di innamorati, ma anche da coloro che, sognando l’amore, sono alla ricerca di altri occhi, in cui perdersi per la prima volta. Davanti allo sfondo di quel tratto di costa incontaminato, che al tramonto si illumina con gli stessi colori caldi della passione, tutto può accadere.
    Oltre al percorso romantico, altri sentieri di Riomaggiore permettono di esplorare la zona e di scoprire panorami mozzafiato, come quelli che si ammirano dalla Torre Guardiola e dall’antico castello di Riomaggiore, chiamato il Castellazzo di Cerricò. Le voci di paese narrano che esistano dei passaggi segreti, i quali collegano le case-torri del borgo antico direttamente al castello. Si tratta di sentieri sotterranei che un tempo permettevano alla popolazione di mettersi in salvo, durante gli attacchi dei pirati.
    Un altro sentiero conduce invece al Santuario di Montenero, il quale si affaccia sul mare da un’altezza di oltre 300 metri e, da lassù, diviene inevitabile contemplare la bellezza del creato. Dicono, che gli stessi profughi fondatori di Riomaggiore portarono dalla Grecia anche un dipinto della Madonna e che l’opera fu sotterrata lassù, per nasconderla ai barbari. Un secolo dopo, quando il dipinto fu ritrovato, in quell’esatto punto sgorgò improvvisa una fonte e, in quel punto, fu eretto il Santuario.
    In un luogo suggestivo come Riomaggiore, immaginare storie è quasi inevitabile, si cercano spiegazioni che siano in grado di spiegare la ricchezza del paesaggio e la presenza di quei moti dell’anima, che un simile territorio è capace di suscitare. Un consiglio: fatevi avvolgere da quella magica armonia e lasciate andare la fantasia.
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  • Montechiarugolo (PR) - La Fata Bema
    Montechiarugolo è un paese adagiato sulle terre che si estendono tra la città di Parma e quella di Reggio Emilia. A pochi passi dal fiume Enza, il comune si compone di varie frazioni ma il vero cuore di Montechiarugolo è un piccolissimo borgo, un centro storico medioevale racchiuso da mura di cinta e sorto attorno a un maestoso Castello. Nel borgo, le case colorate restituiscono ancora l’atmosfera di un villaggio antico, di quando uomini a cavallo attraversavano quelle stradine ed entravano nel Castello da uno dei due ponti levatoi.
    Il Castello è tuttora circondato da un fossato, che nei secoli addietro ostacolava l’accesso dei nemici e, allo stesso tempo, proteggeva gli abitanti della fortezza. Eppure, non è possibile evitare in eterno il destino che accomuna tutti gli uomini. Lo raccontano persino le leggende. Prima o poi, arriva al cospetto di chiunque quella figura che conduce nell’aldilà. Non è detto sia vestita di nero e con la falce in mano, potrebbe comparire vestita di bianco, sotto le spoglie di una fanciulla affascinante, la più leggiadra di tutte, proprio come apparve la Fata Bema.
    Correva l’anno 1593, il castello di Montechiarugolo era governato dalla famiglia dei Torelli. Pomponio Torelli era un uomo di grande cultura, umanista e mecenate, ed era solito ravvivare la vita del borgo con feste a cui partecipavano tutti i paesani. Un giorno, si presentò alla festa anche una giovane donna molto bella, di nome Bema. Era una forestiera e faceva l’indovina: la donna, infatti, era capace di leggere il futuro. Gli abitanti del villaggio si misero subito in fila, per salire sul palchetto e lasciarsi predire il proprio destino. A loro si aggiunse anche Pio Torelli, il figlio di Pomponio. Quando Bema lesse la mano del bambino, il responso non fu affatto lieto: “"Vedo un lago di sangue, su cui galleggiano nobili teste e vedo anche il capo di questo bambino".
    Udite queste parole, il Duca di Parma Rabuccio I Farnese fece catturare l’indovina tuttavia, grazie all’intercessione di Pomponio Torelli, Bema fu presto liberata, a patto che non lasciasse mai più Montechiarugolo. Così, la fanciulla entrò a far parte della corte e Pio Torelli, ormai cresciuto, un giorno la chiese in sposa. Ma Bema rifiutò, aveva umili origini, inconciliabili con quelle della Signoria del Castello. Pio Torelli, assai triste e tormentato, si allontanò dalla fanciulla e si rifugiò a Parma, proprio dal Duca Rabuccio. E, proprio qui, egli cadde nei sotterfugi del nobile, fu tradito da quell’uomo scaltro che, assetato di potere, fece decapitare Pio nella pubblica piazza. Quella morte realizzò, purtroppo, la profezia dell’indovina e le distrusse anche il cuore. Bema in realtà amava Pio Torelli e, seppur addolorata per la perdita, come aveva promesso, rimase a Montechiarugolo. Un giorno, ormai anziana, Bema scomparve dal villaggio. Il suo corpo fu ritrovato molto tempo dopo, mummificato, nelle segrete del castello. Accanto al corpo giaceva un foglietto in cui era scritto: “Della Bema questo è il corpo, chi felice viver vuole non lo tolga dal suo letto".
    Oggi, quel corpo è ancora lì, visibile all’interno del Castello. Si narra, che il fantasma di Bema compaia tra le strade del borgo a maggio, nel giorno dell’uccisione di Pio. Si aggira con fare gentile, senza spaventare nessuno. Bema va incontro alle giovani donne, sorride e le protegge come fosse una Fata, soprattutto quando è sera, magari il giorno prima delle nozze.
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  • Cetara (SA) - La leggenda della Spiaggia del Lannio
    Cetara è uno dei borghi marinari della preziosa costiera amalfitana. È un gioiello pittoresco, protetto alle spalle dal Monte Falerio, bagnato dal mare e avvolto dall’abbraccio di vigneti e agrumeti. Da sempre, gli abitanti del borgo si dedicano alla pesca, soprattutto alla pesca del tonno. Il nome Cetara infatti deriva dalla parola latina Cetària, che significa “tonnara”. Le barche dei pescatori, con le reti lasciate ad asciugare, fanno ogni giorno da corollario alla spiaggia davanti al borgo, prima di prendere il largo. Tra le case affacciate sull’acqua nel centro storico di Cetara, si respira l’atmosfera mistica delle opere Francescane. L’ordine monastico ha lasciato profondi segni, sacri e artistici, sia nelle Chiese del paese che nel suo Convento.
    Il simbolo di Cetara è la Torre vicereale, costruita come luogo di avvistamento per proteggere il borgo, dalle scorribande dei pirati e dagli attacchi dei turchi. Affacciarsi dalle finestre della Torre vuol dire avere davanti a sé un quadro di assoluta bellezza naturale, con i colori del mare e della vegetazione intorno illuminati dal sole, che non abbandona quasi mai Cetara, durante tutto l’anno.
    E proprio sotto la Torre di Cetara, si estende un lembo di spiaggia molto amata. È la cosiddetta Spiaggia della Torretta o spiaggia del Lannio. Quest’ultimo nome, in dialetto, significa Lamento. Ma come mai una spiaggia così deliziosa ha un nome tutt’altro che allegro? Ebbene, proprio la spiaggia del Lannio è teatro di una leggenda.
    Nel corso dei secoli, Cetara è stata più volte invasa dagli arabi musulmani, i quali imponevano la loro cultura e la loro religione, ogni volta che occupavano un territorio nuovo. A Cetara però l’Ordine dei Francescani aveva trovato la propria dimora e aveva profondamento nutrito l’anima dei paesani, con la sacralità della religione cristiana. Quando gli arabi arrivarono a Cetara, i monaci francescani si opposero alla conversione, ma dovettero per questo fuggire e rifugiarsi tra le grotte e gli anfratti della costa frastagliata. Un giorno, gli arabi riuscirono a trovare i monaci nascosti e li uccisero barbaramente. Da quella volta, si odono lamenti provenire dalla spiaggia della Torretta o forse quelli sono proprio i canti dei Francescani, che desiderano manifestare eternamente la loro fede più profonda.
    Cetara offre scorci incantevoli in cui ammirare la natura incontaminata. Qui a dettare i ritmi della vita dell’uomo è la brezza marina, è il passare delle stagioni che colora la macchia mediterranea, è il sapore della famosa colatura di alici che impreziosisce ricette, è il sole che illumina un borgo piccolo come una gemma, ma autentico e prezioso come i canti dei monaci francescani sulla spiaggia.
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  • Amalfi (SA) - La leggenda d’amore di Ettore e Amalfi
    La più antica repubblica marinara, scrigno di arte, storia, sacralità e bellezza, patrimonio dell’Umanità: tutto questo è Amalfi. Le parole non bastano per raccontare le sfumature di questo borgo incantevole che si riflette sull’acqua cristallina, tra il Golfo di Napoli e quello di Salerno. È difficile persino descrivere gli aromi di questa terra, che profumano i piatti locali di genuini sapori mediterranei.
    Di tutta la costiera, Amalfi è il borgo più grande. Le sue case bianche, quelle colorate e gli antichi palazzi aristocratici scendono lungo il pendio roccioso e frastagliato, tra vicoli stretti e botteghe, per arrivare ai confini della spiaggia. Nel centro storico, il Duomo di Sant’Andrea è imponente e maestoso, ma altrettanto lo è il panorama, che si ammira dalla Torre Saracena e dai vari punti del borgo, da cui godere di scorci mozzafiato.
    Amalfi offre meraviglie continue eppure, in un tempo lontano, tutta questa bellezza non esisteva.
    In origine però c’era lui, Ettore, un semidio. Mezzo uomo e, per l’altra metà, divino. Ettore, figlio di Zeus e dell’umana Alcmena, era un giovane forte, dal fisico scultoreo, nobile d’animo e di indole coraggiosa. Ettore era senza paura, viveva con passione ogni momento della propria vita.
    Un giorno, il semidio incontrò una ninfa di rara bellezza. La fanciulla aveva un corpo sinuoso, lunghi capelli neri che accarezzavano occhi color del mare, movenze eleganti e leggere come il soffio mite del vento. La fanciulla si chiamava Amalfi. Appena Ettore e Amalfi incrociarono i loro sguardi, un intenso sentimento d’amore li travolse e permise loro di vivere insieme momenti indimenticabili. Ma nulla è eterno, nemmeno per un semidio. Accadde, infatti, che quell’amore travolgente fu interrotto all’improvviso, dalla morte della giovane ninfa. Ettore, sconvolto dalla perdita della sua amata, pianse tutte le lacrime che un uomo nobile conserva nel cuore, ma presto si fece coraggio, e decise di andare alla ricerca del posto più bello, per seppellire la sua amata. Dopo aver viaggiato a lungo, Ettore giunse proprio sulla costiera campana e lì, in un lembo di terra frastagliato, a picco nella limpidezza del mare, trovò il luogo che cercava. Non del tutto appagato però, Ettore volle aggiungere nell’aria anche lo stesso profumo che emanava la pelle della sua ninfa. Così si batté contro il Drago, custode del Giardino delle Esperidi, e da lì portò via i semi degli alberi da frutto più profumati e succosi: i limoni. Quando tornò lungo la costa scelta, Ettore piantò i semi, per inebriare l’aria con il profumo di quei frutti. Solo così fu certo, che in quell’angolo di paradiso, il corpo della sua innamorata avrebbe riposato in eterno.
    Questa è l’origine leggendaria di Amalfi e, quando un borgo nasce da una simile favola d’amore e di bellezza, non può che conservarne per sempre la magia e l'incanto.
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  • Castelsardo (SS) - Il tesoro dei Doria
    Le coste della Sardegna sono uno scrigno di bellezze: ovunque ci si giri, lo sguardo coglie una meraviglia. Castelsardo è una di queste. Si tratta di un borgo marittimo, contraddistinto da case variopinte, adagiate su di un promontorio di trachite a picco sul mare. È una vista magnifica, da cartolina, soprattutto quando il sole tramonta e accarezza le case con raggi dorati.
    Dalla cima al promontorio spunta un castello massiccio, perfettamente conservato. Pare la figura accovacciata di un gigante di pietra. Il suo nome è Castello dei Doria. Gli abitanti del posto dicono che è stato edificato nel 1102, quando la famiglia Doria, originaria di Genova, costruì il borgo per affermare il proprio potere anche in terra sarda.
    Una leggenda racconta che nei pressi del torrione si trovava un tunnel che i Doria utilizzavano per uscire dal castello senza essere visti. Il passaggio segreto serpeggiava per chilometri nelle viscere della terra e, prima di sbucare in riva al mare, consentiva l’accesso a quattro enormi stanza, ricavate da delle grotte preesistenti. Lì erano custodito il tesoro che la famiglia aveva portato da Genova. Il popolo mormorava che fosse composto da forzieri colmi d’oro e pietre preziose, ma anche stoffe, sacchi di sale, spezie. La chiave che apriva l’ingresso del passaggio segreto veniva tramandata di generazione in generazione, ma, quando l’ultimo dei Doria morì, fu perduta, e nessuno riuscì a ritrovare né varcare l’ingresso della camera del tesoro.
    I pescatori giù al porto raccontano che il tesoro è ancora là, sepolto sotto a strati di polvere, in attesa che qualcuno lo ritrovi. In tanti si avventurano presso il torrione e ne saggiano le pareti con le mani, alla ricerca di una fessura o di un qualunque indizio che possa tradire l’accesso al tunnel. Alcuni lo fanno sperando di arricchirsi, ma la maggior parte lo cerca per il puro e semplice gusto della scoperta. Chi non vorrebbe essere il primo a visitare un posto che si pensava perduto, a fregiarsi dell’onore di essere colui che ha ritrovato un tesoro?
    E voi, siete pronti?
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  • Apricale (IM) - Il fantasma della Contessa
    Apricale è un borgo immerso tra fitti boschi di ulivo e castagno, nell’entroterra della Riviera di Ponente. Il paese è arroccato su un’altura molto ripida che crea infiniti saliscendi. Le case di Apricale sono costruite in pietra e addossate l’una all’altra. Si distribuiscono lungo un intricato dedalo di vicoli, formando archi, ponticelli, ballatoi e gallerie. Apricale conserva un’affascinante atmosfera medioevale. Esposto a Mezzogiorno, in paese non manca mai la luce del sole, per questo è sempre stato un luogo molto ospitale, per viandanti e cavalieri di passaggio.
    Eppure, tra quelle viuzze strette, si raccontano anche storie dai contorni oscuri. Come quelle legate alla Casa del Boia o al maestoso Castello della Lucertola. E’ il maniero che domina il paese e dove, un giorno, è tragicamente terminata la vita avventurosa e mirabolante della Contessa Cristina Anna Bellomo.
    La contessa, in realtà non era una contessa ma una poverissima lavandaia. Settima figlia di un’umile famiglia di contadini. La fanciulla si sposò con un giovane del paese che però presto la lasciò sola. L’uomo dovette scappare in America, per sfuggire alla prigione Così, Cristina si rimboccò le maniche e decise di raggiungere la vicina città di Nizza, per trovare lavoro, presso qualche ricca famiglia francese. Cristina era una fanciulla bellissima dal fascino intrigante e, in poco tempo, conquistò il cuore del vecchio Conte De La Tour. Diventò sua amante, poi moglie e infine, erede universale.
    Era l’epoca della Belle Époque, l’ormai Contessa Cristina s’inserì perfettamente nella vita inebriante dei salotti di Parigi. Tra incontri d’arte e calici di champagne, la fanciulla diventò addirittura una spia al servizio della Francia. Venne inviata in Russia, alla corte dei Romanov e pure il nipote dello Zar si innamorò di lei. Astuta e coraggiosa, Cristina fu una spia internazionale che compì missioni fino in Giappone.
    Ma un giorno la bella contessa, per nostalgia del suo piccolo paese, decise di tornare ad Apricale. Ormai con il titolo nobiliare, Cristina poteva vivere all’interno del Castello. Ma fu proprio lì che invece trovò una tragica fine. Era il pomeriggio del 30 maggio 1904. Il marito, rientrato dalle Americhe, non volle accettare l’annullamento del matrimonio e, accecato dalla rabbia e dalla cattiveria, la uccise.
    Oggi, in una camera del Castello della Lucertola, si possono ammirare gli indumenti della Contessa Cristina, i suoi cappellini, un parasole, il binocolo, una foto, in ricordo di questa donna libera e affascinante, che conosceva ben sette lingue, e voleva scoprire il mondo, ma fu uccisa dalla cattiveria e stupidità di suo marito.
    Si narra che il fantasma della Contessa si aggiri a volte tra le mura del maniero, per sedurre coloro che rispettano sempre le donne e che sono in grado di gioire della loro intelligenza, perché solo così si possono vivere esperienze enigmatiche e avventurose.
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  • Cocullo (AQ) - La processione dei serpenti
    Cocullo è un borgo nella provincia dell'Aquila, Abruzzo, che conta poco più di 200 abitanti. Fondato e cresciuto s’un colle nell'alta valle del Sagittario, lo si distingue in lontananza per via del massiccio campanile della chiesa di San Nicola, che in precedenza era una torre di avvistamento longobarda.
    Passeggiando per le vie di Cocullo potrete scoprire importanti esempi di architettura storica, come la fontana del duecento, Casa Squarcia e Casa Marano, la chiesa di San Nicola e la chiesa santuario dedicata a San Domenico.
    Da quest’ultima, ogni primo maggio, parte la processione dei serpenti: famosa celebrazione folcloristica abruzzese in cui si fondono usanze pagane e tradizione cristiana.
    La festa è legata ai riti celebrati dalla popolazione dei Marsi, che anticamente abitavano la zona. Poi, nel X secolo, con l'arrivo a Cocullo di San Domenico, il rito venne modificato.
    Si dice che il santo fornì protezione ai cittadini donando loro un proprio dente e offrendo un ferro della mula con cui viaggiava. Queste reliquie, che negli anni a seguire fortificarono la salute degli abitanti e li protessero dai morsi dei serpenti, ispirarono anche la festa dei serpari.
    Il serparo è una figura tipica di questi luoghi, si tratta di un uomo che dà la caccia ai serpenti e impara a catturarli vivi. Non è un lavoro, bensì una missione: l’unico scopo di un serparo è quello di contribuire alla processione dei serpenti.
    Infatti, nelle settimane precedenti al primo maggio, i serpari si recano nei boschi attorno al paese e catturano svariati serpenti che ripongono in apposite ceste. I rettili vengono poi portati nella chiesa di San Domenico e, al termine della Santa Messa, vengono utilizzati per addobbare la statua processionale del santo, mentre altri sono offerti alla popolazione e ai turisti per avvolgerseli al collo durante il rito.
    Contemporaneamente, i fedeli cominciano a suonare la campana della cappella di San Domenico, tirandola con i denti, e mentre i rintocchi si spandono nel borgo, la statua del santo, avvolta da un pulsante mucchio di serpi, viene accompagnata lungo i viottoli del centro città.
    Al termine della processione i fedeli ringraziano i serpenti per la loro partecipazione e li liberano in natura senza maltrattarli.
    Questa festa, originariamente dedicata alla dea Angizia, divinità protettrice dei Marsi, è sopravvissuta nei secoli, ed è tutt’oggi organizzata.
    Se non avete timore dei serpenti, passate da Cocullo nel giorno della festa, per chi ha paura, invece, può visitarlo negli altri giorni e godere serenamente le bellezze del paese, senza il rischio di avere un serpente al collo.
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  • Fénis (AO) - Il fantasma del bambino mummificato
    Fénis è un borgo è immerso nella natura, l’aria pulita che vi si respira aumenta i bei pensieri di chi visita questo luogo, famoso perché ospita uno dei castelli più suggestivi della Val D’Aosta.
    Con le sue torri merlate e la doppia cinta muraria in pietra, il castello di Fènis - situato nell’omonimo comune - rappresenta la fortezza medievale per eccellenza. È situato in una zona pianeggiante, a 15 km da Aosta, e venne costruito come dimora di rappresentanza del visconte Gotofredo di Challant.
    Negli anni, il castello è stato arricchito da eleganti decorazioni pittoriche, come l’imponente rappresentazione di San Giorgio e il drago, o gli affreschi del piano nobile, entrambi opera del pittore Giacomo Jaquerio.
    Sempre di Jaquerio sono anche gli 11 saggi ritratti nel cortile interno. Ognuno di loro mostra al visitatore un cartiglio su cui è riportato un proverbio scritto in francese antico.
    Nonostante l’importanza storica e architettonica, il castello venne abbandonato dopo il 1716 e recuperato solamente nel 1895, per volere dell’architetto Alfredo d’Andrade, che lo riportò agli antichi splendori.
    Oggi il castello è completamente visitabile, e si dice che tra i suoi corridoi si aggiri il fantasma di un bambino. Si tratterebbe del figlio di uno degli antichi padroni di casa, ucciso dalla matrigna, che voleva assicurarsi l’eredità di famiglia. Per nascondere il crimine, la donna avrebbe occultato il cadavere del figliastro tra le mura del castello, dove ancora riposerebbe, mummificato dal trascorrere del tempo.
    Da allora, lo spettro ha continuato ad aggirarsi per il castello, manifestandosi anche davanti ai turisti e dando vita a fenomeni di poltergeist. Sono state infatti registrate numerose occasioni durante le quali sono stati visti oggetti e suppellettili muoversi da soli.
    Lo spettro del bambino, comunque, non è aggressivo, e si limita a fare qualche occasionale scherzo ai visitatori, soprattutto a coloro che passano dalle cucine.
    Perciò, se visiterete il castello, vi consiglio di tenere la macchina fotografica a portata di mano.
    Oh, non stupitevi se all’interno del maniero troverete delle foto di Paolo Villaggio. Nel 1985, l’attore si recò qui per girare il film parodico “Fracchia contro Dracula”. Chissà, magari su qualche fotogramma del film è rimasta impressa anche l’immagine del fantasma bambino, provate a riguardarlo...
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  • Spormaggiore (TN) - Il fantasma del Castello di Belfort
    Spormaggiore è un borgo panoramico che si affaccia sui meleti della Val di Non e arriva fino ai piedi delle Dolomiti di Brenta, dove inizia il Parco Naturale. In paese, si respira un’atmosfera rurale ma pure quella tipica della montagna. Anche per via della zona dedicata agli orsi, appena fuori dal borgo, dove gli animali vivono protetti tra grandi faggi, abeti e larici. Gli stessi alberi maestosi che circondano un colle lungo la statale, su cui si trovano un’antica torre merlata e mura perimetrali in pietra scura. Si tratta di quel che rimane del Castello Belfort. La fortezza medievale fu distrutta da un incendio e ricostruita dai Saracini a fine 1600. Ed è a quell’epoca che risalgono i resti che troviamo oggi.
    Ma per raccontare la nostra storia, dobbiamo tornare indietro di duecento anni, quando il Castello di Belfort era abitato da Cristoforo Altspaur. Fu allora che si verificarono particolari accadimenti i cui riverberi, o fantasmatiche presenze, sono giunti fino ai nostri giorni.
    La leggenda narra che tale Cristoforo Altspaur fosse un cavaliere sempre allucinato, incline a scatti di rabbia e a comportamenti paranoici. Sposato per tre volte, rimase sempre oscuro il destino delle sue due prime mogli. Ma fu con la terza, di nome Orsola, che il cavaliere perse completamente ogni barlume di coscienza. Egli occupava le giornate a vagare tra le stanze del castello. Si trascinava in vestaglia, con i lunghi capelli che gli ricadevano scompigliati anche sul volto, alla continua ricerca di prove su presunti tradimenti della consorte. Cristoforo era anche ossessionato dal terrore che qualcuno della corte volesse ucciderlo e tramasse per eliminarlo. Una notte, mentre il vento ululava attorno alla torre, Cristoforo si scagliò barbaramente contro la sua giovane moglie. E durante quell’ennesima crisi di accecante gelosia, la uccise senza pietà. Le mura del Castello vibrarono così tanto di urla, gemiti e tormenti, che tutta la servitù scappò, abbandonando la rocca. Il cavaliere, fuori di senno, trascorse tutti i suoi giorni fino alla morte, nella ricerca vana di prove, per quel tradimento.
    I ragazzi del borgo raccontano che ancora oggi ci vuole un gran coraggio, per rimanere di notte all’interno dei ruderi del Castello. Molti di loro avrebbero visto una luce di candela dalle finestre, altri si sarebbero trovati faccia a faccia proprio con il fantasma di Cristoforo. Non è raro udire strani suoni provenire dal Castello, come se i lamenti di un tempo tragico e lontano fossero mantenuti vivi dal vento che fischia attraverso i ruderi.
    Spormaggiore è un luogo che regala leggende tenebrose ma poi riconnette gli animi con la realtà più luminosa, quella creata dalla natura, che domina incontrastata il paesaggio circostante.
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  • Nogaredo (TN) - Il paese delle Strie
    Nogaredo è un piccolo borgo sulla riva destra del fiume Adige, in Vallagarina. Nel centro storico del paese, accanto al Municipio, si trova il Palazzo dei Conti Lodron. Nobili che intrecciarono un’amicizia persino con Mozart, tanto che l’artista compose La Serenata Lodron proprio in onore della Contessa. L’antico Palazzo dei Conti, che risale al 1500, è uno dei principali luoghi che testimoniano la storia del borgo. Nel corpo centrale del palazzo, l’atmosfera del passato aleggia ancora. È lì che si trova la Sala del Giudizio, dove si tennero i tanto famigerati processi alle streghe.
    Ecco perché Nogaredo è anche detto Il Paese delle Strie. Tra il 1647 e il 1717, su queste alture, si diffuse la caccia a certe donne accusate di essere complici del Diavolo e di partecipare ai riti della stregoneria.
    Gli abitanti di Nogaredo tramandano il ricordo di un fatto drammatico che qui vi raccontiamo.
    Vivevano a Nogaredo due donne, madre e figlia, Domenica e Luisa. Erano persone dignitose ma caddero in povertà. Domenica, la madre, un giorno fu costretta a rubare, per portare almeno un tozzo di pane a sua figlia Lucia. L’amara sfortuna volle che quella volta Domenica affondasse le mani proprio nella borsa di Mercuria, una borghese di Nogaredo. La donna iniziò ad urlare ma non si limitò a pronunciare la parola “Ladra”, aggiunse quell’epiteto funesto: “Strega”. Domenica allora venne subito arrestata, con la duplice accusa di “Ladra e Strega” . Le guardie imprigionarono anche sua figlia Lucia e persino la stessa Mercuria, per lo schiamazzo che aveva provocato nel mezzo del paese. Nelle prigioni, quelle povere donne vissero giorni interminabili, sempre in bilico tra la vita e la morte. Incatenate e torturate, furono costrette a parlare. Per dire cosa? Quello che i soldati, il popolo ma soprattutto i monaci della Santa Inquisizione si volevano sentir dire. Fu così, che una dopo l’altra, le donne confessarono stravaganti malefatte, in realtà mai compiuti. Sì, sapevano tramutarsi in gatti. Sì, trattenevano l’ostia sotto la lingua per usarla nei loro riti satanici. E sì, Diavolo in persona le aveva possedute! Le donne rivelarono anche di aver avvelenato un giovane del paese, che per questo sembrava a tutti pazzo. Ad esser sinceri, il poveretto era un vero malato di schizofrenia. Dopo le confessioni, Mercuria fu l’unica ad essere liberata, anche se uscì di prigione più morta che viva. Madre e figlia invece rimasero nelle prigioni ed iniziarono a rivelare anche i nomi di altre donne. Le torture terminarono solo con una drammatica sentenza, in seguito alla quale le prigioniere furono decapitate e i loro corpi bruciati in un rogo.
    L’Archivio di Palazzo Lodron conserva ancora i documenti con i verbali di alcuni processi. In essi si dichiara che nessuna di quelle povere donne aveva mai avuto un segno nel corpo, da ricondurre alla stregoneria. Ogni anno, nelle sale del Palazzo e in tutto il borgo, si festeggia Calendimaggio. È una festa che rinnova il passaggio dai tempi oscuri a quelli luminosi, celebra l’arrivo della primavera ed esalta l'armonia femminile della natura.
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