Borghi Fantastici - MITUR

Borghi Fantastici - MITUR

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Borghi Fantastici - MITUR episodes

  • Avigliano (PZ) - Le leggende di Lagopesole
    Avigliano nasce su un colle, immerso nel paesaggio montano della Lucania, nell’Alta Valle del Basento. Il centro storico è animato da architetture di epoche diverse tra Chiese barocche, Conventi, Palazzi antichi affacciati lungo i vicoli, le scalinate e i punti belvedere. Avigliano è stata pure una terra di briganti e Arco della Piazza è il nome dell’antica Porta, alla quale è stato appeso il corpo del brigante Ninco Nanco, nel 1864. Poco fuori paese, il Santuario della Madonna del Carmine domina la cima del Sacro Monte ed è meta di pellegrinaggi. Ma è nella frazione di Lagopesole che si trova l’edificio più imponente di tutto il territorio. È il Castello voluto da Federico II. Una massiccia fortezza medioevale in cui l’Imperatore di Svevia amava ritirarsi. Sul Castello, si raccontano ben due leggende.
    La prima, riguarda proprio Federico II. Fu per tutti un grande uomo di comando, dalla personalità complessa ma forte, regale e capace di suscitare ammirazione. Però aveva un’anomalia, un difettuccio fisico che lui stesso non riusciva a tollerare. Nonostante tutta la sua magnificenza, Federico II aveva le orecchie lunghe e punta, come quelle di un asino. Un difetto così, se tale lo possiamo definire, si camuffava con la folta chioma rossa. Ma bisognava essere certi che nessun barbiere ne avrebbe mai fatto parola, al di fuori delle mura del Castello. A tale scopo, Federico fece costruire un trabocchetto. Tutti i barbieri, dopo il lavoro, rimanevano imprigionati in una botola, in fondo ad un corridoio. Tutti tranne uno. Un giovane più scaltro degli altri riuscì a sfuggire a quel trabocchetto e fu lasciato libero di scappare, a patto di non rivelare mai la deformità dell’Imperatore. Il giovane mantenne la parola, per un po' di tempo, ma quando quel segreto iniziò a premere sulle tempie e torcergli la lingua, dovette trovare un posto per rivelarlo. Scavò una buca nelle campagne, ci infilò la testa e si sfogò: “Federico Barbarossa tené l’orecchie all’asinàààà…”. Da quel giorno, ogni volta che le canne ondeggiavano per il vento trasportavano nell’aria una melodia, che conteneva proprio quelle parole.
    Per la seconda leggenda, dal padre Federico passiamo al figlio Manfredi di Svevia e da lui, a sua moglie, Elena Ducas.
    Quel che si racconta è che Carlo D’Angiò la fece prigioniera e la rinchiuse proprio in una torre del castello. Lì dentro la regina Elena morì di dolore, lontano dai suoi figli e senza più notizie dell’amato marito. Dicono però che Elena compaia ancora, con il suo abito bianco dall’alto delle mura e che si sentano pure i suoi pianti, tra i corridoi del castello. Manfredi invece si mostra a cavallo, intorno alla fortezza. I due, sono secoli, che cercano invano di ritrovarsi.
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  • Bernalda (MT) - Il fantasma di Palazzo Ammicc’
    Bernalda si distende su un altopiano, a pochi chilometri dal mar Ionio. Il centro storico del borgo è ricco di Chiese ma il simbolo del paese è il suo Castello. Quell’austera fortezza che domina dall'alto la Valle del Basento. Non lontano dal Castello, si trova invece Palazzo Ammicc ed è proprio qui che è ambientata la nostra storia.
    Un tempo, il palazzo era abitato da varie famiglie piene di figli, che si mantenevano lavorando nei campi appartenuti al proprietario del Palazzo. Quando l’uomo morì, nascose nel palazzo tutte le sue ricchezze e lasciò scritto che per trovare il tesoro si sarebbe dovuto sacrificare un bimbo. Con simili condizioni, nessuno si azzardò mai a cercare nulla.
    Tra le famiglie del Palazzo, abitava anche la Signora Lalla Micca con le sue numerose figlie e un solo figlio maschio, tant’è che esiste ancora il detto “palazz ammic femmn assje uomn picc”.
    La signora Lalla Micca era solita accogliere in casa alcune donne, che si occupavano di lei e della sua numerosa prole. Un giorno si presentò alla porta una zingara, dichiarando di esser lì per pettinare la signora, ma, in realtà, la donna aveva inventato quella scusa per intrufolarsi nel palazzo e cercare il tesoro. Ma quando la zingara vide le figlie della Signora, decise di dimenticare il tesoro e rapire la più bella di tutte, portandola via con sé. La bambina, allontanata da casa ancora piccola, finì presto per dimenticare la sua famiglia e le sue origini.
    Anni dopo, gli zingari salirono di nuovo fino al borgo. Quel giorno, le campane suonavano a lutto. Era morta la Signora Lalla Micca, nella vana attesa del ritorno di sua figlia. La bambina ormai divenuta una splendida fanciulla, incuriosita, chiese per chi stessero suonando quelle campane. Gli zingari allora le rivelarono la verità e le concessero di far visita alla salma della madre, dietro giuramento di far ritorno a casa.
    China sulla bara, la fanciulla pianse lacrime così sincere e pronunciò parole tali che il fratello, per primo, la riconobbe. Una dopo l’altra, tutte le ritrovate sorelle le implorarono a quel punto di restare. Ma lei non esitò un istante, aveva fatto una promessa. Mentre la ragazza si allontanava dal palazzo per raggiungere la carovana, il fratello imbracciò un fucile, scese in strada e le sparò.
    Palazzo Ammicc’ ha una finestra murata che si affaccia sulla valle. Dicono che proprio da lì, a volte compaia il fantasma della vecchia madre, in attesa che torni la sua figliuola.
    Gli antichi Palazzi sono così, raccolgono le vite di tutti quelli che hanno abitato tra le loro mura. Si riempiono di misteri, gioie, disgrazie da cui nascono poi mille storie. E allora forse, non bisogna cercare chissà dove, perché è proprio questo il loro vero tesoro del Palazzo.
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  • Vieste (FG) - La leggenda del Pizzomunno
    Vieste è un antico borgo marinaro che si affaccia sull’Adriatico. Per le sue bellezze, sia naturali che storiche, Vieste è chiamata la Perla del Gargano. Il centro storico del paese si sviluppa attorno ad un reticolo di stradine e piazzette, dalle quali si ammira il panorama sul mare. Gli archi medioevali, le scalinate, i balconcini, le case bianche regalano scorci suggestivi di un abitato dalle origini antiche.
    Lunghe spiagge selvagge si distendono a nord e a sud di Vieste ma si incontrano pure calette, alcune raggiungibili a piedi, direttamente dal centro del paese. Ed è proprio alle pendici del massiccio del borgo che si trova la spiaggia più conosciuta, la Scialara. Di Fronte al suo arenile, si erge maestoso il Pizzomunno. E’ un mastodontico monolite solitario, divenuto uno dei simboli del paese.
    La presenza del Pizzomunno disegna un panorama insolito, sembra un gigante a guardia del borgo. E a quel suggestivo spuntone di roccia bianca, che svetta per 25 metri, è dedicata anche una leggenda. E’ la storia d’amore di due giovani dalla bellezza indescrivibile. Lui si chiamava Pizzomunno e lei Cristalda.
    Egli era un marinaio e spesso trascorreva giorni interi in mezzo al mare. Fu così che le sirene puntarono gli occhi su di lui. Abituate com’erano a conquistare con il loro canto le attenzioni di tutti gli uomini. Eppure Pizzomunno aveva occhi soltanto per la sua Cristalda e non cedeva mai alle tentazioni delle principesse del mare.
    Ogni volta che rientrava a terra, Pizzomunno si incontrava con la sua amata e insieme vivevano intense giornate d’amore. Le sirene però non accettavano il rifiuto del marinaio e fu così che, un giorno, misero in atto la loro vendetta. Mentre i due giovani si trovavano lungo la battigia, le sirene afferrarono Cristalda per i lunghi capelli e la trascinarono in fondo al mare. Il povero Pizzomunno non poté far nulla per impedirlo e rimase in piedi, impietrito dal dolore. Il suo corpo divenne così un monolite che da allora fissa il mare, con l’eterna speranza, forse, che un giorno la sua amata possa riemergere dalle acque e ricongiungersi a lei.
    Qualcuno racconta che arriverà davvero il giorno in cui i due innamorati potranno di nuovo ritrovarsi. Ma nel frattempo, si può continuare ad ammirare Vieste e la maestosità del Pizzomunno, oltre a lasciarsi ammaliare, non dal canto delle sirene, ma dalla bellezza di quel lungo tratto di mare.
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  • Oria (BR) - La leggenda di Oria fumosa
    Sul colle più alto, di una catena collinare che domina la pianura salentina, si erge il borgo di Oria. Erodoto racconta l’origine antichissima del paese, risalente addirittura al 1200 A.C. Fu quando i cretesi naufragarono sulle coste del Mar Ionio e decisero di costruire un centro abitato, proprio su quello strategico colle.
    Oria è un borgo di case imbiancate a calce che si affacciano su vicoli tortuosi, scalinate, porte antiche, cortili e belle piazze. Da una di queste, si ammira la Cattedrale barocca, che nella cripta conserva 11 corpi perfettamente mummificati. Sono i membri della Confraternita della Morte. Percorrendo il sentiero che sale verso l’alto, si raggiunge il maestoso Castello Svevo, su cui alleggia una storia, dai contorni misteriosi.
    Durante la costruzione delle mura del Castello si verificò uno strano fenomeno. Più si aggiungevano pietre alle mura e più quelle cadevano a terra. Era impossibile fermare quei crolli e così non si riusciva mai a terminare la fortezza. Dopo aver provato diverse soluzioni, tutte fallimentari, rimase allora l’ultima opportunità: la consultazione dell’Oracolo. Si interpellò dunque quella voce divina e si ottenne il suo responso. Bisognava sacrificare un’innocente fanciulla e seppellire il suo corpo tra le mura del Castello. Nessuno avrebbe mai voluto sentire una simile risposta ma ormai era fatta. Se quella era l’unica soluzione possibile, bisognava seguirla. Accadde quindi che una notte, una giovane del paese fu rapita e uccisa. Il povero corpo esanime venne nascosto sotto le pietre delle mura. Quando la madre della fanciulla scoprì l’accaduto si disperò, iniziò ad urlare ed imprecò una sentenza con tutto il fiato che le rimaneva: “Possa Oria fumare nei secoli e per sempre, come fuma di dolore il mio cuore pieno di strazio”.
    Ed è così, che da quella volta, il borgo di Oria rimane spesso avvolto da una nebbiolina, anche se nella pianura sottostante splende il sole.
    Ancora oggi, gli anziani ripetono una cantilena, quando il paese è immerso nella foschia: “Ad Oria fumosa uccisero una bambina, tanto piccola che potevano metterla in una tasca”.
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  • Galatone (LE) - Il Castello di Fulcignano
    Galatone è un borgo salentino, lungo la costa del Mar Ionio. Visitando il suo centro storico, si compie un viaggio nel tempo. Le bellezze architettoniche di Galatone risalgono a epoche diverse: medievali, tardo-rinascimentali, barocche. Per questo, Galatone è stata nominata “Città d’Arte”. Tra tutti gli edifici religiosi, spicca il Santuario del Crocifisso. La sua facciata monumentale e gli interni scenografici riempiono lo sguardo di meraviglia. Nella chiesa è anche custodito un frammento della Sacra Croce, a cui si attribuiscono poteri miracolosi.
    Pare, invece, che un tesoro non ancora ritrovato si trovi fuori Galatone, in mezzo alla campagna, tra i ruderi del Castello di Fulcignano. Il Castello è una fortezza normanna del 1400 con possenti mura alte ben 8 metri. Varcando l’elegante portone d’ingresso, si attraversano alcune stanze e si raggiunge persino un giardino, protetto dalle mura. C’è una leggenda dai risvolti truci e misteriosi che caratterizza il Castello di Fulcignano.
    Molto tempo fa la fortezza fu attaccata da un gruppo di predoni, quel giorno le coraggiose guardie del Castello opposero una valorosa resistenza e scongiurarono l’ingresso dei nemici. I predoni rifiutavano però di ritirarsi e, per raggiungere il loro scopo, si sporcarono le mani di un atroce delitto ovvero rapirono il figlioletto del Signore del Castello, lo uccisero e ne appesero il corpo straziato a un albero attorno alla Rocca. L’indomani, le urla di dolore della madre, alla vista di quel povero corpo innocente, riempirono di strazio il Castello. Fu così, che la donna invocò il Diavolo a difesa della fortezza e di tutte le ricchezze in essa contenute. Chiunque avesse voluto trafugarle, avrebbe dovuto sacrificare l’anima di un bambino alle fauci del Demonio.
    Il tempo necessario per il pasto luciferino sarebbe stato quello concesso per trovare il tesoro. Si racconta, che un uomo tentò l’impresa, ma portando in pasto un gatto, invece di un bambino. Il Diavolo scoprì l’inganno e si infuriò così tanto che scatenò una tempesta che fece scappare quell’uomo a gambe levate. Da quella volta, si sentono lamenti carichi di dolore provenire dal Castello di Fulcignano.
    Oggi, si può ancora credere di trovare il tesoro della fortezza, immergendosi nel fascino antico delle leggende e aggiungendo un pizzico di fortuna a tanta magia.
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  • Minervino di Lecce (LE) - Il Dolmen per il Dio Sole e il cerchio di pietra
    Minervino di Lecce è un borgo della parte orientale salentina. Traspira un’identità antica, manifestata nelle bellezze del suo territorio. Dalle chiese barocche, che rivelano la maestria degli antichi scalpellini locali ai Palazzi nobiliari, arricchiti da decorazioni di pregio. Ma se siete attratti da luoghi non ancora ben decifrati bisogna allontanarsi dal centro del paese.
    In mezzo alla campagna di Minervino, passeggiando tra gli intricati ulivi, si incontrano ambienti che rimandano a riti ancestrali, ancora avvolti nel mistero. Nella località chiamata “Li Scusi”, che in dialetto salentino significa “nascosto”, è presente un Dolmen. Alto un metro e sorretto da 8 colonnine, il Dolmen Li Scusi emana qualcosa di suggestivo. La pietra, posta in orizzontale sulle colonnine, ha un foro al centro della lastra. Il giorno del solstizio d’estate, un raggio di sole attraversa perfettamente quel buco e crea un cerchio di luce all’interno del Dolmen. Forse quel sito era uno spazio adibito a riti sacrificali oppure il Dolmen era uno strumento per studi astronomici. Persino ora, non vi sono certezze sulla sua funzione. Alcuni esperti hanno rilevato che attorno alle pietre si sprigiona una forte energia, per la presenza di un potente campo elettromagnetico. Si aggiunge in questo modo un’altra ipotesi, che quello fosse un luogo curativo e, di sicuro, la sua atmosfera enigmatica aleggia ancora oggi. È la stessa che avvolge poco lontano anche il cromlech salentino. Si tratta di un grande cerchio situato a terra, composto da pietre distribuite in forma circolare. Gli ingressi del cerchio sono perfettamente allineati lungo l’asse della Stella Polare. E pure in questo luogo, si concentrano importanti energie telluriche. La persona che siede sulle pietre, poste al centro del grande cerchio, riceverebbe gli effetti benefici e curativi delle forze della natura. Alcuni, che hanno già sperimentato tali effetti, affermano che in mezzo al cromlech spariscano malesseri tipo il mal di testa, il torcicollo e altri disturbi del fisico.
    In Salento, il culto della Terra e del Sole riporta indietro nel tempo, fino a civiltà antichissime, di cui non abbiamo ancora scoperto tutta la magia. Eppure il fascino misterioso di certe terre si concentra anche così, semplicemente sedendo in mezzo agli ulivi, per lasciarsi avvolgere dalle forze benefiche del cosmo.
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  • Calimera (LE) - Il rito della Pietra Forata
    “Buongiorno” anzi “Kalimera”! Calimera in greco significa proprio Buongiorno ed è anche il nome di questo borgo della Grecia Salentina. La parte di Puglia, non lontana da Lecce, in cui si parla ancora il griko, l’idioma che racconta il profondo legame di questo lembo d’Italia con la sponda greca del Mediterraneo. Su queste terre, è sempre molto forte il legame con un tempo arcaico. Lo si respira anche a Calimera, tra le vie del paese, ma riverbera pure nella campagna intorno.
    Attraversando i campi, camminando sotto le fronde degli ulivi fino all’ingresso del Bosco Antico, si raggiunge la Chiesetta di San Vito che risale al 1300. Al centro della Chiesetta spunta dal pavimento una grossa pietra calcarea. E’ un monolite di circa un metro, con un foro nel mezzo di 30 centimetri. Risale addirittura all’epoca pre cristiana ed è riconducibile a riti pagani. Narra la leggenda, che la pietra un tempo fosse al centro di Calimera e gli abitanti di un paese vicino avessero provato a rubarla. Ma la pietra divenne così pesante da farli demordere nell’impresa. In realtà, il masso è sempre stato in quel punto ed è la Chiesetta che gli è stata costruita attorno. Si dice che la Pietra Forata abbia grandi poteri, legati alla forza generatrice della Terra. Chiunque passi attraverso il buco si purifica e rinasce a nuova vita, ricevendo il dono della fecondità. E di sicuro ci sono passati in tanti, fin dai tempi preistorici, perché la pietra è completamente levigata.
    Ogni Lunedì, dopo il giorno di Pasqua, gli abitanti di Calimera sfilano nella Chiesetta per attraversare la Pietra Forata con il proprio corpo, ed onorare così l’antico rito. Il passaggio non è affatto semplice, per via delle piccole dimensioni del buco. Si narra però che la roccia riesca magicamente ad adattarsi alle diverse stazze. In tempi remoti, quella pietra fu anche definita “Utero della Terra” perché celebra il contatto con la forza della natura e richiede ogni muscolo, affinché si attraversi la sua stretta via. Proprio come fa un neonato, quando scopre la vita per la prima volta.
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  • Borgo San Giacomo (BS) - Biancamaria e le lucciole
    Il paese di Borgo San Giacomo si trova immerso in un paesaggio pittoresco e il suo territorio comprende alcune piccole frazioni con edifici storici, palazzi nobiliari e pure un mulino medievale ancora in uso. Per scoprire una incredibile leggenda, dovete raggiungere precisamente la frazione di Padernello, dove si erge maestoso il Castello Martinengo.
    Costruito nel 1300, il maniero si trasformò nei secoli diventando come appare oggi ai nostri occhi, imponente, austero e magnifico, immerso nella campagna. Il Castello è circondato da un doppio fossato pieno d’acqua e dispone di un ponte levatoio funzionante. Occupa ben 4000 metri quadrati con le sue 130 stanze, tra cui spicca una splendida sala da ballo. Le camere mantengono i soffitti a vela, a botte, lignei, a cassettoni finemente decorati. Il cortile interno offre un loggiato cinquecentesco e sullo stemma posto all’ingresso, domina un’aquila imperiale, in ricordo degli antichi fasti.
    Ma cosa accadde proprio all’interno di queste maestose mura?
    Correva l’anno 1480, quando la piccola Biancamaria Martinengo si trasferì dalla campagna bresciana nel castello. Qui, abitava già suo padre Gaspare, un nobile condottiero. Biancamaria era una bambina molto curiosa e non smetteva mai di correre lungo i corridoi di quella enorme casa. Tante erano le stanze da scoprire e soprattutto le finestre da cui affacciarsi. Ogni volta Biancamaria trovava qualcosa di nuovo nel paesaggio e gridava divertita “Guardate laggiù, vedo un mulino” oppure “Ho contato nel cielo mille rondini e sette nuvole bianche”. La sua vivacità faceva impazzire la servitù “Biancamaria dove sei finita? Biancamaria è ora di andare a letto, spegnerò la candela!” gridava ogni sera la balia della bambina. Ma una notte d’estate, di quelle in cui il cielo stellato brilla anche negli occhi belli delle anime buone, Biancamaria salì sul muro del Castello. A cavalcioni tra la merlatura, la piccola vide delle luci che ballavano nell’aria, oltre il fossato. Erano lucciole. Ma Biancamaria non le conosceva ancora, era la prima volta che le apparivano davanti. La bambina allora cercò di sporgersi, per raggiungere quei puntini luminosi. Ma fu così, che Biancamaria disgraziatamente perse l’equilibrio e cadde dalle mura, annegando nell’acqua del fossato.
    Gli abitanti del piccolo borgo raccontano ancora che nelle sere limpide d’estate, il fantasma di Biancamaria appare dall’alto delle mura. Alcuni dicono che vaghi intorno al fossato, per raccontare la magica visione, racchiusa nel segreto delle lucciole, a qualcuno che sappia ascoltarla. Qualcuno, che abbia l’animo per apprezzare i piccoli gioielli del creato, che sappia scoprire con gli occhi del cuore anche le bellezze più semplici eppure così sorprendenti. Proprio come le lucciole, le nuvole, le spighe di grano e le rondini che volano alte nel cielo, sopra quelle campagne.
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  • Soncino (CR) - Le leggende del Castello
    Soncino è un delizioso borgo medioevale, sorto nel cuore della pianura padana. La lunga cinta muraria, con i suoi torrioni, difende e abbraccia tutto il centro storico. Qui, palazzi della nobiltà d’un tempo si affiancano a storici mulini ad acqua, lungo un reticolo di viuzze dal respiro antico. È proprio a Soncino, che fu stampata la prima Bibbia Ebraica nel 1488, dopo meno di 40 anni dall’invenzione fatta da Gutenberg. Oltre al Museo della Stampa, nel borgo si possono visitare il Museo della Seta e la Pieve di Santa Maria Assunta, edificata nel 400, che riporta un soffitto dipinto con il cielo stellato. Poco fuori dal centro, si trova Santa Maria delle Grazie. Una chiesa impreziosita da capolavori del rinascimento lombardo.
    Ma l’edificio più imponente che cattura lo sguardo, appena arrivati a Soncino, è la Rocca Sforzesca.
    Completata alla fine del 1400, la Rocca di Soncino è una fortezza militare perfettamente conservata. Un suggestivo ponte levatoio permette l’accesso al cortile, circondato da quattro torri, con al centro un pozzo. Il Castello è visitabile anche all’interno. Si possono percorrere le mura merlate, salire sulle torri, attraversare i saloni che ospitano mostre, entrare nelle cucine oppure scendere fino ai sotterranei e nella polveriera.
    Non mancano poi storie misteriose e leggende, attorno al Castello di Soncino.
    Si narra, che una delle quattro torri, precisamente quella dall’insolita forma circolare, custodisca un tesoro. Ma di esso non vi è mai stata alcuna traccia. Invece nella Torre del Capitano, si racconta della presenza di un folletto. Fu un capitano di ventura a subirne le malefatte. Una notte, l’uomo soggiornò in quella torre e il folletto non fece altro che disturbargli il sonno, allontanando continuamente le coperte dal letto. Il capitano si spaventò così tanto che scappò da Soncino ma poi inviò le autorità spagnole da Milano, per indagare sull’accaduto.
    Nel Castello, abitarono i nobili Stampa e la moglie del Marchese era la zia della Monaca di Monza. Dicono, che la monaca, resa celebre da Manzoni, soggiornò per lungo tempo presso il maniero, dove visse in un’atmosfera aspra e oppressiva. Circondata da loschi figuri e da un ambiente reso oscuro anche da quadri e affreschi funesti.
    Ma il personaggio che maggiormente segna le vicende misteriose del Castello è Ezzelino da Romano. Egli fu un politico e condottiero accusato di eresia e di indicibili efferatezze. Morì a Soncino, rifiutando di ricevere cure e sacramenti, strappandosi le bende che avrebbero attutito il dolore, lasciandosi morire senza pietà. Il fantasma di Ezzelino sembra si aggiri ancora tra le mura del Castello. C’è chi ritiene si sia tramutato in un drago tarantolato e che continui a vivere nel fossato del maniero.
    Ogni giorno a Soncino, si ricorda la figura di Ezzelino con un rintocco di campana. Fu un tiranno sanguinario ma fu anche un uomo dalla personalità molto controversa.
    La Soncino medievale rivive comunque festosa nelle sue rievocazioni storiche, durante le quali si può sorseggiare l’Ippocrasso, un vino dolce dalla ricetta segreta che risale addirittura all’anno 1000.
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  • Montevecchia (LC) - Le Piramidi collinari
    Per vedere l’intera città di Milano dall’alto, basta arrivare a Montevecchia. Un borgo situato sulla cima di un colle, a 500 metri di altezza, in provincia di Lecco. Montevecchia gode di una posizione panoramica invidiabile, soprattutto salendo la scalinata alberata che conduce fino al Santuario della Beata Vergine. Sul cucuzzolo della collina, si trova anche Villa Agnesi Albertoni, una delle residenze più affascinanti della Brianza, in puro stile rococò. Esposto al sole, il borgo di Montevecchia è immerso nell’omonimo Parco naturale. Tra boschi incontaminati e numerose varietà di specie animali. Ed è proprio nel territorio attorno al paese, che si trovano elementi naturali anomali, la cui approfondita spiegazione ancora rimane sospesa.
    Si tratta di tre enigmatiche formazioni collinari, simili alle piramidi del lontano Egitto. Tramite un’osservazione satellitare, si è scoperto che le tre colline hanno la base, i lati e la pendenza identiche tra loro. In natura, una coincidenza simile è piuttosto improbabile. Le tre piramidi sono alte tra i 40 e i 50 metri, inclinate di 43-44 gradi ed hanno lo stesso orientamento. Lungo i pendii, si intravedono chiaramente i gradoni di quelle insolite piramidi, anche se ormai sono tutti ricoperti di terra e erba.
    Una delle colline è chiamata Collina dei cipressi. Sulla sommità, vi sono cipressi disposti in cerchio, a proteggere un masso di granito. Forse una pietra sacra o su cui compiere riti religiosi. La collina detta Belvedere Cereda sembra, invece, l’osservatorio astronomico, si ipotizza sia stato creato dai Celti, i quali vissero queste terre nel 400 avanti Cristo. Ma non finisce qui, sulla cima piatta della collina, vi sono i resti di un santuario appartenuto proprio a quel popolo nordico.
    Le piramidi del parco di Montevecchia e della Val Curone sono tutte esposte ad est, a richiamare l’esatta ubicazione delle piramidi egizie nella piana di Giza.
    Nessuno conosce la verità sulla formazione di queste strane colline. Furono opera della natura oppure c’è la mano dell’uomo? Si tratta di luoghi adibiti a riti religiosi ed esoterici? E chi avrebbe compiuto questi riti? Credete che la mano dell’uomo possa aver modellato quelle terre, asportando centinaia di tonnellate di roccia, 3 o 10 mila anni fa?
    Ogni indagine resta aperta. Gli archeologi, i geologi e gli studiosi, che si sono interessati alle piramidi misteriose, non hanno ancora trovato le risposte a questi enigmi, però ognuno di noi, ammirando il panorama dalla terrazza di Montevecchia, può divertirsi a formulare delle ipotesi. La magia sta tutta in questo luogo, così capace di stimolare curiosità e interesse nell’immaginario che porta con sé.
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Borghi Fantastici, la guida fantasy ai Borghi Italiani, è il progetto vincitore del Contest Viaggio in Italia promosso dal Ministero del Turismo in collaborazione con Invitalia.

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