Borghi Fantastici - MITUR

Borghi Fantastici - MITUR

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Borghi Fantastici - MITUR episodes

  • Cividale del Friuli (UD) - Il Ponte del Diavolo
    Cividale del Friuli è un’incantevole località, situata sulle sponde del fiume Natisone. Fondata da Giulio Cesare, Cividale vive il suo splendore nel 500 dopo Cristo, quando il Re Alboino la nomina capitale del ducato longobardo in Italia. Il ricco passato di Cividale è testimoniato dalle bellezze che si ammirano visitando il borgo, come l’antico Ipogeo Celtico, un ambiente suggestivo popolato da grotte artificiali scavate nella roccia o come il Tempietto Longobardo, una superba architettura con decorazioni in stucco e affreschi o ancora il Duomo di Santa Maria Assunta, il Museo Cristiano e il Palazzo dei Provveditori, in cui si trova il Museo Archeologico Nazionale del Friuli, con i suoi importanti codici medioevali. E poi ecco che appare lui, il maestoso Ponte del Diavolo.
    Come avrete compreso in questo viaggio tra i misteri di tutta la penisola, numerosi sono i ponti che hanno in serbo una leggenda legata al Demonio e anche Cividale conserva la sua, ma con una piccola variazione nella storia, sebbene anche qui, il diavolo ha cercato di catturare le sue anime.
    Ecco come andò a Cividale. Gli abitanti vivevano lungo il fiume Natisone ma, un tempo, le due sponde non erano collegate tra loro. Bisognava costruire un ponte. Per i cittadini però, un’opera del genere era impossibile da realizzare. Allora invocarono l’aiuto del Diavolo. E quello, il Diavolo in persona, con la sua aria spocchiosa, si presentò. Accettò l’incarico di erigere il ponte, a patto di ricevere in cambio l’anima della prima persona che lo avrebbe attraversato. Gli abitanti siglarono l’accordo, pur se a malincuore, sapendo che uno di loro avrebbe dovuto sacrificare l’anima al Diavolo.
    Ora, voi immaginerete un Demonio dai poteri sconfinati e indescrivibili. Ebbene, con questa leggenda, scopriamo che non è così. Il malvagio lavorò tutta la notte ma, nonostante il suo diabolico impegno, il ponte non si reggeva in piedi. Mancava sempre una pietra, quella più grande, che avrebbe sorretto proprio il pilone centrale. Mai si era visto un Diavolo disperato e incapace di portare a termine il proprio compito. Che vergogna. Ma quando si tratta di compiti, interviene sempre lei, la mamma. Fu così, che Mamma Diavolo comparse da chissà dove, portando nel suo grembiule un enorme masso, quello più importante che è ancora lì, ai piedi del pilone centrale.
    All’alba finalmente, il ponte si ergeva maestoso sul fiume Natisone, mentre un cane e un gatto si rincorrevano già per le vie di Cividale e, ignari di tutto, continuarono a farlo, attraversando per primi il nuovo ponte. Non si accorsero nemmeno di aver consegnato così le loro anime al Diavolo.
    Percorrete ora anche voi il ponte di Cividale, se avete coraggio, e lasciatevi incantare dal paesaggio intorno. Di fronte alla bellezza, bisogna essere forti.
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  • Bagno a Ripoli (FI) - La fonte della giovinezza
    Il borgo di Bagno a Ripoli vale di per sé una visita, fosse solo per il Palazzo Pretorio o la Pieve di Villamagna o un passeggiata nel bosco di Fonte Santa e del Parco di Montaggi. Ma non tutti sanno che questo borgo cela un mistero che attira ogni anno migliaia di curiosi e non solo. Si tratta di una fonte d’acqua magica che si dice abbia proprietà immortali e che possa donare la giovinezza e una straordinaria forza, a chi carpisce il suo segreto.
    In una frazione di Borgo a Ripoli, Grassina, splende una casetta disabitata, tutta rosa, che molti conoscono come la Casina delle Fate. Fu fatta costruire dal ricco Bernardo Vecchietti, nel 1574, il quale commissionò allo scultore Giambologna la costruzione di una fonte originale nel giardino della sua villa. Sembra che un viandante tedesco, in pieno Grand Tour, abbia addirittura testimoniato di fate alate e di donzelle di generosa bellezza nei pressi della Fonte. La casa delle Fate è immersa negli olivi e la si scorge già da lontano con quella sua forma caratteristica ad L. Nel lato più lungo della casa, nella nicchia centrale, spicca un’iscrizione che dice:
    "Io son quella, o lettor, fata Morgana
    che giovin qui ringioveniva altrui
    Qui dal Vecchietto, poiché vecchia io fui
    ringiovenita colla sua fontana"
    Entrando, sul pavimento, un mosaico costituito da sassolini bianchi e neri riporta la scritta "Fata Morgana" e poco più in là avvertirete lo sgorgare dell’acqua fresca della fonte, ambita per il suo potere magico e rigenerante. Ed è proprio la fama di Morgana, seducente maga guaritrice del ciclo di re Artù, ad aver alimentato la nascita di leggende attorno al cinquecentesco Ninfeo. Si tramandano, infatti, racconti di baccanali nelle notti d’estate e di fuggevoli apparizioni, storie che hanno accresciuto l’interesse per questo luogo e stimolato la nascita di tour dedicati all’esoterismo, appuntamenti con le “Fate” che coinvolgono adulti e bambini, incuriositi dalle atmosfere magiche e ricche di suggestioni… Non scordate di riempire la borraccia e di portarvi a casa un po’ di questo elisir.
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  • Chiusdino (SI) - La Spada nella Roccia di San Galgano
    C’era una volta, e c’è ancora, un'abbazia nascosta tra le colline della campagna Toscana, nei pressi di Chiusdino, in provincia di Siena. Si tratta di un luogo suggestivo: una chiesa cistercense del XIII secolo, priva del tetto, che crollò nel 1786 e non fu mai sostituito. Da allora l’abbazia ha avuto un prato fiorito a farle da pavimento ed il cielo come soffitto.
    Il vero mistero che aleggia in questa zona, però, è situato qualche centinaio di metri più in là, oltre un campo che in estate si trasforma in una distesa di rigogliosi girasoli. Sulla piccola collina che sovrasta la valle, infatti, sorge un eremo al cui interno è conservata una spada incastonata nel terreno!
    Si tratta forse della famosa lama che Re Artù estrasse dalla roccia per dimostrare di essere degno del trono d’Inghilterra?
    In realtà no, questa è un’altra spada, e la sua storia è legata a Galgano Guidotti, un cavaliere che trascorse buona parte della sua vita compiendo violenze e abbandonandosi ad ogni sorta di piacere terreno.
    Un giorno, tuttavia, gli apparve in sogno l’Arcangelo Michele, che lo invitò a diventare un soldato di Dio, così da dare il buon esempio al prossimo. Galgano, seppur colpito dall’apparizione, rise in faccia all’Arcangelo e declinò la sua offerta. Ma Michele non demorse e qualche anno dopo si manifestò nuovamente a Galgano; lo prese per mano e lo accompagnò in una cappella rotonda dove il cavaliere incontrò Gesù, i Dodici Apostoli e la Vergine Maria, e tutti loro lo esortarono a divenire un eremita per pentirsi dei suoi atti spregiudicati. Fu in quel momento che Galgano decise di convertirsi, e per dimostrare che voleva seriamente dare una svolta alla sua esistenza, sfilò la propria spada dal fodero e la lanciò via. L’arma piroettò nell’aria, e andò a conficcarsi miracolosamente in una roccia fino all’elsa, formando una croce.
    Nei secoli a seguire, in molti tentarono di liberarla, senza avere fortuna. Si racconta anche che tre monaci invidiosi provarono a romperla, pur di estrarla, e per questo subirono tutti una punizione divina: uno di loro venne colpito da un fulmine, un altro annegò, mentre il terzo fu aggredito da un lupo e riuscì a salvarsi soltanto invocando Galgano.
    Le persone smisero perciò di provare a estrarre la spada e ampliarono il piccolo eremo nel quale era riposta, dedicandolo a Galgano, che nel frattempo era stato fatto Santo.
    Questo è avvenuto tanto, tanto tempo fa, ma la spada è ancora lassù e, se passerete dall’eremo, potrete ammirarla e, chissà, se sarete fortunati, e molto molto forti, potreste essere proprio voi ad estrarla.
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  • Certaldo (FI) - I tesori di Boccaccio
    Certaldo è un borgo che si trova al centro della Val d’Elsa. Il paese è diviso in due parti, Certaldo Alta e Certaldo Bassa. La parte alta si raggiunge con una funicolare e comprende il centro storico, raccolto sopra un colle. Qui si respira un’atmosfera d’altri tempi, tra torri medievali, campanili, antichi palazzi e i tipici mattoni delle case che, da lontano, colorano di rosso e arancio l’intero borgo.
    La via principale del centro storico è intitolata a Giovanni Boccaccio, nato proprio a Certaldo nel 1313, ed è qui che si trova Palazzo Pretorio, la cui facciata è costellata di stemmi che appartengono alle varie famiglie che hanno governato il paese nel tempo. Di Giovanni Boccaccio si può visitare la Casa Museo, che conserva preziose edizioni del Decamerone, mentre le sue spoglie si trovano nella Chiesa dei Santi Michele e Jacopo.
    Passeggiare per questo borgo è assai piacevole tuttavia Certaldo nasconde una realtà misteriosa e sotterranea.
    Gli anziani raccontano che il sottosuolo del borgo sia attraversato da un reticolo di gallerie e cunicoli, a cui si accede tramite botole, pozzi e passaggi segreti. Uno degli ingressi dovrebbe trovarsi proprio all’interno di Palazzo Pretorio, ma nessuno sa con certezza dove sia. Si dice che quei labirinti custodiscano dei veri tesori; armature da cavaliere, paramenti sacri, suppellettili pregiate, oggetti antichi della vita quotidiana, compresi quelli appartenuti a Boccaccio e tanti altri oggetti preziosi.
    In passato, alcuni uomini provarono ad addentrarsi in quei cunicoli, spingendosi il più possibile nelle sue cavità, ma dovettero tornare presto indietro, perché in quelle profondità strette, sarebbe mancata di certo l’aria e avrebbero rischiato di andare incontro a morte certa.
    Il dubbio non è stato ancora risolto, nessuno sa dove conduce il labirinto sotterraneo di Certaldo. Si dice, arrivi al Poggio del Boccaccio ovvero un’insolita collinetta fuori al paese, che ha la curiosa forma di trapezio e la cima completamente piatta. C’è chi pensa che nasconda una piramide etrusca, colma di tesori nascosti, ma per ora resta un mistero, visto che da secoli tutto è ricoperto di terra ed erba. Nessuno ha mai scovato il tesoro, chissà che qualche bambino curioso non riesca a scoprirlo e portarlo alla luce.
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  • Sovana (GR) - I misteri delle Vie Cave
    Nella Maremma Toscana, vi sono i cosiddetti Borghi del Tufo, tra questi risplende il paese di Sovana che si erge su una rupe tufacea. Il borgo ha origini etrusche, ma conserva le fattezze di un abitato medievale. All’ingresso del paese, vi accoglierà la maestosa fortezza Aldobrandesca. Nella piazza principale, invece, si affacciano il Palazzo Pretorio, la Loggia del Capitano, la chiesa tardo romanica di Santa Maria, il Palazzo Bourbon del Monte e anche la chiesa paleocristiana di San Mamiliano, ora Museo, luogo in cui è custodito il tesoro di Sovana, ben 498 monete d’oro del V secolo. Da ammirare c’è anche il Duomo del paese, in stile romanico gotico, costruito seguendo un orientamento astronomico del tutto particolare. Ogni 21 giugno, il primo raggio del mattino crea un effetto di luce di rara bellezza, tra le navate della chiesa.
    Poco distante dal borgo, si trova il Parco Archeologico Area del Tufo, che comprende le necropoli etrusche ma soprattutto le misteriose Vie Cave.
    Alcuni, in un antichissimo passato, scavarono dei percorsi a cielo aperto, nelle colline di tufo della zona, questi percorsi sono chiamati le Vie Cave; sono dei sentieri profondi, ripidi e tortuosi, che si introducono nelle viscere della terra, infilandosi dentro ai pendii rocciosi. Incredibile, penserete voi, fare tutto questo senza l’ausilio di ruspe ed escavatori, tuttavia va detto che il tufo è una roccia friabile, per cui non è difficile scavarla. Il mistero è piuttosto legato alla sua funzione.
    A cosa servivano le Vie Cave?
    C’è chi dice che fossero delle scorciatoie, per collegare tra loro i vari insediamenti urbani, chi dei sistemi difensivi e chi dei luoghi dedicati ai riti sacri e funerari. Nessuno lo sa con certezza e la risposta resta un mistero.
    Però sappiamo a cosa servivano le nicchie, che si incontrano lungo quei corridoi e che riportano immagini sacre. Erano “scacciadiavoli” e avevano lo scopo di proteggere i viandanti, impauriti dall’oscurità di quelle pareti vertiginose, nelle quali penetrava poco la luce del sole. Molti temevano, infatti, di non tornare più indietro e di incrociare streghe e mostri lungo il proprio cammino.
    Il microclima incontaminato delle Vie Cave regala ancora oggi una dimensione mistica in cui, tra le alte e strette pareti di tufo, si può stare in ascolto del respiro della Madre Terra, tanto venerata proprio dagli Etruschi. Volete provare anche voi?
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  • Borgo a Mozzano (LU) - Il ponte del Diavolo
    Borgo a Mozzano è un piccolo centro nei dintorni di Lucca. Lambito dal fiume Serchio, il paese è immerso in un suggestivo equilibrio naturale, tra colline e pianure verdeggianti, su cui spicca il Monte Bargiglio. In pochi minuti, si raggiunge la sua vetta con l’antica torre di segnalazione, chiamata L’occhio di Lucca, da cui si gode uno splendido panorama. Il centro storico di Borgo a Mozzano presenta palazzi cinquecenteschi, molti dei quali appartenuti alla Signoria dei Castracani, oltre ad antiche Chiese che conservano al loro interno opere di pregio. Ma la vera attrazione di questo piccolo centro è il Ponte di Maddalena, meglio conosciuto come il Ponte del Diavolo. È un attraversamento pedonale che collega le due sponde del fiume Serchio. L’architettura del ponte è davvero sorprendente. Le arcate sono tutte differenti tra loro e, un arco, in particolare, raggiunge un’ampiezza e un’altezza tali da destare meraviglia.
    Ma ciò che più stupisce è la leggenda legata all’origine del ponte, ascoltate cosa accadde.
    Nel lontano 1224, Mastro Aldobrandino fu incaricato di costruire il ponte sul fiume. Ma nonostante l’uomo lavorasse duramente, giorno e notte, il tempo scorreva veloce e i lavori faticavano ad avanzare. Una notte gelida d’inverno, Mastro Aldobrandino si mise a sedere sconsolato lungo le rive del fiume. Mentre contemplava la fatica svolta, iniziò a bofonchiare tra sé, pensando che solo il Diavolo in persona avrebbe potuto costruire un arco, tanto alto e tanto grande, per congiungere le due sponde del fiume. Ma, come molti sanno, quando qualcuno invoca il Diavolo, quello risponde. Fu così che il Demonio in persona si presentò all’improvviso davanti al volto sorpreso di Mastro Aldobrandino, dichiarando che l’indomani avrebbe trovato il lavoro compiuto, a patto di avere in cambio l’anima di un uomo, non un uomo qualsiasi, ma quella della prima persona che avrebbe attraversato il ponte. Aldobrandino accettò, non poteva di certo rifiutarsi, ma fu subito travolto dai rimorsi e dalle angosce. Il pover’uomo trascorse una notte terribile e insonne.
    All’alba del mattino seguente, Mastro Aldobrandino si precipitò verso il fiume e vide il ponte compiuto, con un arco insolito e magnifico che spingeva verso il cielo. Dall’altro lato del ponte, notò pure un animale. C’era una capra forse o forse era un cane malconcio. Aldobrandino era pronto a sacrificarsi ma, a quella vista, gli venne un’altra idea. Prese un tozzo di pane e lo lanciò oltre la grande arcata. L’animale, attratto da quel cibo, fu la prima anima che attraversò il ponte e, a metà percorso, paf, scomparve dissolvendosi in una nuvola di fumo nero.
    Aldobrandino riuscì a salvarsi, tuttavia non bisogna mai dimenticare che risolvere i problemi con le diavolerie non porta mai niente di buono. Ora sta a voi sfidare il brivido e provare ad attraversare il ponte, pensando alla paura che il capo Mastro provò quella prima volta. Per fortuna a voi non accadrà niente di pericoloso, correrete solo il rischio di essere sopraffatti dalla sua bellezza.
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  • Tellaro (SP) - Il polpo campanaro
    Con una strada a picco sul mare, si raggiunge l’incantevole Tellaro. È un pittoresco borgo marinaro, nel comune di Lerici. Tellaro è arroccato su una scogliera e affacciato sul Golfo di La Spezia. Le case colorate, addossate l’una all’altra, si stringono lungo il groviglio dei carrugi, i vicoli stretti, e regalano vivacità allo sperone di roccia che protende verso il mare. Sulla punta più estrema dello sperone, si erge la Chiesa di San Giorgio. Sembra quasi difendere Tellaro ed è in una suggestiva posizione scenografica, come a completare un quadro.
    La Chiesa di San Giorgio risale al Cinquecento e il suo campanile è legato ad un’antica leggenda, che ha cambiato le sorti del borgo.
    Era una notte del 1600. In cielo, non si vedevano le stelle ma solo lampi e fulmini che squarciavano l’orizzonte. Le onde si scagliavano impetuose contro la scogliera. Il vento spingeva schizzi d’ acqua fin sui vetri delle case. Il mare era in tempesta.
    La sentinella, incaricata di suonare le campane per avvisare il borgo su eventuali pericoli provenienti dal mare, dormiva beata nel proprio letto, dentro il campanile. Come darle torto. La sentinella avrebbe dovuto essere in servizio certamente ma, con un simile tempaccio, nessuno, con un minimo di sale in zucca, si sarebbe mai messo in mare.
    Nessuno, tranne i pirati saraceni. Quelli non avevano paura di niente, figuriamoci di una tempesta. E poi, non erano proprio i pirati a rappresentare il terrore?
    Infatti nella notte, comparve tra le onde un lugubre veliero, su cui sventolava una bandiera nera. I pirati saraceni puntavano minacciosi alla riva del borgo di Tellaro.
    Ma all’improvviso, emerse dall’acqua un polpo enorme, che infilò i tentacoli nel campanile del paese e si mise a suonare le campane all’impazzata.
    Tutti gli abitanti si svegliarono di soprassalto, riconobbero il segnale di pericolo e corsero a difendere il piccolo borgo. L’attracco dei nemici fu scongiurato e i pirati furono costretti a battere in ritirata.
    Da quel giorno, il polpo campanaro diventò il simbolo di Tellaro.
    Passeggiando per il borgo ve ne accorgete subito. Il cefalopode è disegnato ovunque, sui pomelli delle porte, sui ciotoli dei vicoli, sulle pareti e le mattonelle. È un vero eroe, amato e rispettato a tal punto che quando si gusta la sua prelibatezza in un piatto, si guarnisce il suo corpo con un goccio d’olio, olive nere, aglio e prezzemolo, per rendergli il giusto omaggio.
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  • Biassa (SP) - Il buco nel muro e il flusso di purificazione
    Lungo la strada che conduce al confine orientale delle Cinque Terre, si incontra il piccolo borgo di Biassa. È una frazione del comune di La Spezia che si erge isolata su una collina. Le case sono abbarbicate lungo il pendio e circondate da fitti boschi di castagno, con il crinale dell’Appennino tosco-emiliano sullo sfondo. Biassa in passato si sosteneva con le cave di arenaria e con la coltivazione delle viti. Questa avveniva più in basso, a ridosso del mare, nel ripido territorio di Tramonti. Qui si è sviluppata la tecnica dei muretti a secco, per domare i terreni scoscesi, con i tipici terrazzamenti. L’oro di Biassa era proprio quel vino, frutto dell’incontro tra l’aria di mare e il sole della costa. Il nome Biassa proviene da un’antica famiglia nobiliare, che abitava il vicino castello di Coderone.
    Il Castello risale alla metà del 1200 e fu fatto costruire dalla Repubblica di Genova, per difendere l’accesso alla costa, contro l’avanzamento della vicina Repubblica di Pisa.
    La Rocca di Coderone si raggiunge facilmente, dopo aver attraversato il borgo di Biassa, percorrendo un sentiero che si inoltra nel bosco. L’edificio si trova su uno sperone di roccia compreso tra due torrenti, il Canale dei Forestieri e il Canale del Diavolo. La sua pianta è quadrata e questo fa supporre un legame originario con le confraternite di muratori che erano legate ai Templari.
    Ma al giorno d’oggi, del Castello di Coderone, in cui hanno soggiornato Caterina de Medici, l’imperatore Carlo V e diversi Papi, rimane ben poco. Eppure quei ruderi che emergono dalla fitta boscaglia nascondono un’attrazione molto suggestiva.
    Lungo il muro esterno della Rocca, manca un mattone.
    In quella cavità, un giorno si è rilevata una grande concentrazione d’energia. Il buco nel muro emanava un flusso energetico sorprendente che si diffondeva anche nell’area intorno. È stato chiamato “flusso di purificazione”.
    Alcune persone, che una volta hanno avuto il coraggio di infilare la mano nel buco, hanno raccontato di aver percepito strane sensazioni fisiche. Sussulti improvvisi, capogiri, come se la mano si fosse mossa da sola, avvolta da qualcosa di impalpabile ma molto potente.
    Qualcuno ha sostenuto che quell’energia riuscisse persino a guidare la forza di volontà, e fosse capace di suggerire importanti decisioni, trasmettendo messaggi chiari e inconfondibili.
    Provate anche voi a sperimentare la forza magnetica di questo luogo, chissà, magari potreste chiarire i vostri pensieri in un sol secondo o caricarvi di poteri da supereroi. Provate e ricordate, non tenete il segreto solo per voi, ma raccontate a tutti cosa vi è successo, dopo aver infilato la mano nella cavità del Castello di Coderone. La vostra storia potrebbe entrare in un libro fantasy.
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  • Borzonasca (GE) - Il mistero della Pietra Borghese
    Nell’alta Valle Sturla, contornato dai boschi dei monti liguri, si incontra il paese di Borzonasca. È un piccolo borgo di case colorate, con quelle tinte vivaci tipiche delle abitazioni sulla costa. Ma qui siamo nell’entroterra. A metà strada in realtà, tra il mare e i monti. Borzonasca è da sempre un punto di passaggio. Nelle sue piazzette, tra le vie, si respira ancora l’atmosfera tranquilla di un vecchio borgo, in cui un tempo si incontravano mercanti e contadini. Basta poi allontanarsi pochi chilometri, per ritrovarsi nel Medioevo, all’interno dell’antica Abbazia di Bordone. È un edificio gotico-romanico, immerso nel silenzio della Valle.
    Ma per catapultarsi in una dimensione ancora più enigmatica, occorre arrivare alla Pietra del Borghese, in località Prato mollo.
    Giunti qui, ci si trova davanti ad una imponente massa rocciosa, capace di attirare i fulmini e di emettere suoni davvero curiosi. Se percossa con un martello, quella pietra risuona dello stesso tintinnio di una campana. Ma c’è dell’altro.
    Provate ad avvicinarvi alla Pietra del Borghese con una bussola in mano. Vedrete l’ago che inizierà ad impazzire e a deviare la rotta di almeno 100 gradi.
    Secondo gli studi geologici, quelle rocce avrebbero ben due miliardi di anni e sarebbero peridotiti lherzolitiche ovvero rocce che provengono dal centro della terra. O almeno, da lì vicino. Questa è un’ipotesi di certo affascinante ma possiamo raccontarne un’altra.
    Si narra, infatti, che la Pietra del Borghese sia un grosso meteorite e che conservi al centro un fuoco sempre acceso. E si dice anche che, tra la roccia, un tempo si nascose pure un gigantesco serpente.
    A questo punto però, ognuno può decidere di abbracciare la leggenda che sente più vicina alla sua immaginazione. Una cosa è sicura, che a Borzonasca le rocce nascondono numerosi enigmi.
    Volete conoscerne un altro? Ebbene, lungo la strada che conduce all’antica Abbazia di Bordone, spunta tra il verde, le rupi e i ruscelli, “Il Grande Volto Megalitico”. Si tratta di una gigantesca scultura rupestre. Un viso scolpito nella roccia, alto sette metri e largo quattro. C’è chi lì rivede l’immagine di Cristo, chi il volto di una donna. Ma chi abbia inciso quei tratti, gli occhi, la bocca, il naso, non è dato saperlo.
    A volte comunque, è molto più intrigante rimanere con il mistero, piuttosto che spiegare tutto. Almeno fino a quando gli enigmi avranno la capacità di attirare le persone curiose, proprio come fa un campo magnetico, con l’ago di una bussola.
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  • Triora (IM) - Il borgo delle streghe
    Triora è un piccolo borgo, arroccato su un’altura di 800 metri. Il paese è immerso tra le foreste, ai piedi delle Alpi Liguri, nella suggestiva Valle Argentina. Il centro storico di Triora conserva ancora le mura medioevali, le torri difensive e i resti del vecchio castello. Camminando tra i vicoli stretti, chiamati carrugi, si incrociano piccole piazze e punti panoramici ma, soprattutto, si respira l’atmosfera di un tempo passato, tanto suggestivo quanto misterioso. Un tempo legato alla tradizione contadina, agli antichi mestieri del borgo e alle pratiche della stregoneria. Triora è conosciuto da secoli come il borgo delle streghe.
    La storia che raccontiamo si svolge alla fine del 1500. i contadini di Triora lavoravano ogni giorno, duramente, quella terra fertile che da sempre regalava loro raccolti abbondanti, e per questo era definita il granaio della Repubblica di Genova.
    Eppure, per tre anni consecutivi, accadde qualcosa di inaspettato, che sconvolse la vita della popolazione. Smise di piovere per intere settimane. La terra si seccò a poco a poco, i campi diventarono aridi, il grano non crebbe più. Il bestiame morì e la gente iniziò a patire la fame e le pestilenze. Quelli furono gli anni di una gravissima siccità.
    Ma quel che è peggio è che a stomaco vuoto, e stanco dei soprusi dei più ricchi, il popolo perse completamente il lume della ragione. Iniziò allora il periodo più cupo della vita di Triora, in cui tutti gli abitanti parteciparono ad una maledetta caccia alle streghe.
    Si diffusero la superstizione, i sospetti, le dicerie per trovare coloro che venivano ritenute responsabili di tutte quelle sofferenze. Così il podestà fece arrestare almeno venti donne. In realtà, saranno state più di duecento, convinto com’era che se non pioveva, era colpa loro. Se il grano non cresceva, era colpa loro. Se la gente moriva, era sempre colpa di quelle donne, perché tutti, non solo lui, credevano che fossero delle streghe. Furono accusate di aver siglato un patto con il diavolo, di aver compiuto sortilegi e malefici, persino di aver giocato a palla con i bambini in fasce, lanciandoli da un albero all’altro.
    Anche se le accuse erano tutte incredibili e assurde, le donne vennero ugualmente imprigionate e subirono le più atroci torture. Alcune di loro cercarono di fuggire, gettandosi dalla finestra, altre non sopravvissero, come una donna dal nome Isotta Stella.
    Il palazzo Stella, situato nel cuore del piccolo borgo di Triora, oggi ospita proprio il Museo Etnografico e della Stregoneria, dove è possibile conoscere la triste sorte subita dalle streghe.
    E ogni anno, in ricordo di quelle povere fattucchiere, che in verità non avevano colpa di nulla, a Triora si svolge Strìgora. La festa che immerge il borgo in un’atmosfera d’incanto, magica e grottesca.
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Borghi Fantastici, la guida fantasy ai Borghi Italiani, è il progetto vincitore del Contest Viaggio in Italia promosso dal Ministero del Turismo in collaborazione con Invitalia.

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